Un abbraccio che rincuora e dona fiducia



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25.12.2019
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1.1 Il perdono di Stefano

Paolo, chi l’ha convertito? Damasco? Anche, ma prima di Da­masco a convertirlo è stato quel volto del suo coetaneo – immagino che Stefano avesse più o meno la sua stessa età – che parlava con sapienza ispirata, ma che, soprattutto, aveva il volto levato al cie­lo. È bellissima l’immagine di Stefano con gli occhi luminosi rivolti verso l’alto: non da se stesso e dalle sue forze, ma dal cielo Stefano trae la fiducia ed è per quel cielo, in cui vede Gesù Cristo alla destra del Padre, che può dire con un gesto immenso, che ha veramente cambiato la storia di Paolo: «O Padre, non imputare loro questo peccato» (At 7,60), simile alle parole di Gesù sulla croce: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

Proprio quel volto avrà suscitato in Paolo la prima grande do­manda, perché si sarà chiesto: ma perché non chiede vendetta, per­ché, ucciso con i sassi, non invoca giustizia da Dio, ma invoca il perdono? Proviamo ad immaginare cosa passava nel cuore di que­sto giovane: la mia religione, la mia tradizione… non è possibile – avrà detto Paolo – io non ce la faccio a perdonare… Capita spesso nella nostra vita di preti, di pastori, di vescovi, di sentire questa frase anche nelle nostre comunità: io non ce la faccio a perdonare, con quella sorella, con quel prete, con quel vescovo! Questa è la dimensione da cui dobbiamo partire: la fiducia nasce sempre dalla riconciliazione! Non puoi aver fiducia se non sei capace di sentirti perdonato e se non sei capace di perdonare.

Riconciliarsi con il proprio passato, con la propria vita è decisivo. Anche se vi sembrerà strano, vi indico uno strumento che mi aiuta moltissimo nella mia vita: il diario. L’ho scritto da ragazzo e lo scrivo anche ora che sono vescovo, perché mi aiuta a leggere la vita, non come la vorrei io, ma come di fatto, ogni giorno, si presenta. La fiducia nasce dall’accettazione riconciliata della propria storia, non descritta in una maniera virtuosistica, come un letterato, ma dando un nome alle cose; bisogna dare un nome alle cose, un nome alle persone, e il diario mi aiuta a farlo, specialmente quando ho una spina dentro che ho bisogno di tirar fuori, perché altrimenti quella spina interiore incancrenisce. È difficile, per un vescovo, trovare qualcuno con cui parlare: io parlo con il Signore Gesù attraverso il diario. E scrivendo sento che riesco a tirar fuori le spine, i sentimen­ti. I sentimenti bisogna saperli gestire, così anche le emozioni. Mi rivolgo specialmente ai giovani: gestite le vostre emozioni, non la­sciatele dentro di voi; descrivetele, raccontatele, tiratele fuori, fatele venir fuori, perché i sentimenti, le emozioni possono essere una zavorra oppure diventare una vela per volare sulle strade della vita. Se non si ha la capacità di gestirli, i sentimenti diventano un peso, ti tirano giù. Pensate a quante volte non si ha fiducia nell’altro, per­ché si vive spesso di sentimenti non riconciliati. La fiducia nasce per forza dalla capacità gestionale dei sentimenti e Paolo ce lo insegna attraverso il volto che l’ha cambiato: il volto di Stefano.





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