Un abbraccio che rincuora e dona fiducia



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1.5 Atti 27,13-44

Questa pagina degli Atti degli Apostoli viene letta poco, purtrop­po, ma è straordinaria. Rappresenta infatti un paradigma della vita: Paolo, caricato sulla nave, si ritrova tra mille peripezie presso l’isola di Malta. Paolo parte da Cesarea e arriva a Sidone; Giulio, il centu­rione che lo ha in custodia, avendo grande stima di quest’uomo, gli permette di scendere con un giorno di permesso. Paolo va a trovare la comunità cristiana di Sidone e ne riceve le cure: è un segno dol­cissimo. Poi risale e la navigazione arriva fino a Creta, dove bisogna decidere dove passare l’inverno, se all’inizio dell’isola di Creta – era un porto piccolo e inadeguato – o al termine dell’isola, dove sem­brava più opportuno. Paolo prende posizione e avverte: «Attenti bene, la navigazione è troppo rischiosa, pensateci su, siamo già in autunno inoltrato». Però il centurione non ascolta Paolo, né gli dà retta, ma ascolta il capo della nave e il capo dei marinai: «No, ci spostiamo dall’altra parte, il viaggio non è lungo, il tempo sembra buono, partiamo». Ed ecco che, ad un certo punto, la situazione si complica.

Analizziamo in questo passo come Paolo abbia vissuto un caso di non fiducia sul piano oggettivo, come cioè si sia trovato a gesti­re una situazione difficile. «Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, convinti di potere ormai realizzare il progetto, levarono le ancore e costeggiarono da vicino Creta, ma dopo non molto tem­po si scatenò contro l’isola un vento di uragano che si chiamava Euroaquilone… La nave fu travolta nel turbine e, non potendo più resistere al vento, abbandonati in sua balia andavamo alla deriva» (cf vv. 13-15). Si capisce bene come questo passaggio rappresen­ti un paradigma della vita. «Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Caudas, a fatica riuscimmo a padroneggiare la scialuppa; la tirarono a bordo, adoperarono gli attrezzi per fasciare di gómene la nave. Quindi per timore di finire incagliati nelle Sirti, (che era la parte africana del mare), calarono il galleggiante e si andava così alla deriva. Sbattuti violentemente dalla tempesta, il giorno seguen­te cominciarono a gettare a mare il carico; il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave. Da vari giorni non comparivano più né sole, né stelle (situazione estrema di non-fiducia), e la violenta tempesta continuava ad infuriare, per cui ogni speranza di salvarci sembrava ormai perduta» (cf vv. 16-20).

Ho voluto chiudere con questa pagina straordinaria, perché pos­siamo imparare da Paolo come vivere i momenti in cui sembra che non ci sia più niente da fare, non ci sia più fiducia. Che fa Paolo? Possiamo individuare cinque passaggi: prima di tutto ammonisce, ma non lo ascoltano. Allora comincia a pregare: «Signore, è vero, non hanno ascoltato me, ma devono ascoltare te. Devi essere tu a salvarci». È l’intercessione silenziosa, frutto della fiducia. Pensate a chi guida una comunità, a un vescovo, a un prete. Spesso le parole non bastano. Allora la preghiera: affido a te la mia comunità, affido a te questo fratello, questa sorella. L’intercessione silenziosa ti per­mette di sentire… Questo dice Paolo: «Il Dio al quale appartengo e che servo mi ha detto: “Non temere, Paolo, tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco Dio ti ha fatto grazia di tutti i tuoi com­pagni di navigazione”. Perciò, non perdetevi di coraggio uomini, ho fiducia…» (cf vv. 23-25). Ho fiducia! Non lo dice perché tutto va bene ma in un momento tragico, quando nessuno sa più come fare ad uscire fuori da questa situazione di disastro della nave, lui si alza in piedi ed esorta – ecco il terzo elemento – la comunità a non perdersi d’animo.

È quello che dobbiamo fare in questo periodo di crisi, non per un motivo di interesse, né governativo, ma per un motivo di fede. Dobbiamo dire come ha detto il Papa a riguardo: forse il Signo­re vuole che cambiamo e recuperiamo il voto di povertà, castità e obbedienza, lo slancio, lo zelo dei nostri preti, l’entusiasmo delle suore, la passione con cui Paolo guarda la realtà. Ho fiducia, ma non perché le cose vanno bene: «Ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato annunziato» (cf v. 25). Ecco, però, «come giunse la quattordicesima notte – quattordici notti di disperazione – quan­do andavamo alla deriva nell’Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l’impressione che una qualche terra si avvicinava. Gettato lo scandaglio trovarono venti braccia – quaranta metri –; dopo un bre­ve intervallo, di nuovo quindici braccia. Nel timore di finire contro gli scogli gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. Ma poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave…» (cf vv. 27-30a). C’è sempre chi nella crisi cerca le soluzioni di fuga individualistiche e la fuga è l’opposto della fidu­cia. Guai alle soluzioni individualistiche. Guai a pensare alla propria salvezza senza badare a quella della comunità: «Io esco da questa comunità, la lascio!»... quante volte ho sentito questa frase. Paolo interviene e dice al centurione: «Se costoro se ne vanno, voi non potrete mettervi in salvo». Decidono allora di recidere le gómene e di lasciar cadere in mare la scialuppa. Tagliano le vie di fuga. Paolo non si dimostra solo intelligente, ma anche coraggioso. È anche uno stratega, non solo un buonista. È necessario vigilare attentamente sulla comunità: bisogna avere occhio, non solo cuore; avere la ca­pacità di guardare l’insieme dei problemi.

Il racconto di Paolo continua: «Finché non spuntò il giorno, egli esorta tutti a prendere cibo: “Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza prendere nulla. Per questo vi esorto a prendere cibo; è necessario per la vostra salvezza – è un’immagine eucaristica –, nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”» (cf vv. 33-34). È la stessa frase di Gesù. «Prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti» (cf v. 35): in un momento di crisi, di difficoltà, di disperazione, lo spezza e comincia a mangiare per primo, e dietro di lui tutti si sentono rianimati e prendono cibo. «C’erano su quella nave duecentosettantasei persone» (cf v. 37). Il resto del brano lo conoscete, è cronaca; e arrivano a destinazione.

Dai cinque passaggi fin qui descritti, possiamo trarre altrettanti preziosi insegnamenti:


  1. il consiglio rispettoso: dite sempre il vostro parere, in un mo­mento difficile della comunità, in un momento di non fiducia;

  2. quando non siete ascoltati, sappiate intercedere silenziosamen­te nel vostro cuore con la preghiera. Dove non arrivi tu, arriva la mano di Dio;

  3. sappiate sempre esortare in piedi, con fiducia nei confronti di un Dio che nella difficoltà ci viene a salvare;

  4. sappiate però vigilare attentamente, perché nulla vada perduto, perché non ci siano le fughe individualistiche;

  5. sappiate celebrare in maniera liberante nell’esperienza stessa di Dio.

In questo periodo la neve è caduta abbondante in Molise e mi ha fatto riflettere sull’agire di Dio. La neve infatti è silenziosa, quando arriva non te ne accorgi, però trasforma tutto; è piena di fascino e riesce a rendere anche più belle le cose; infine, quando si scioglie, un po’ alla volta, feconda anche il terreno più arido. Così è anche la vocazione, perché così è l’agire di Dio: Dio è silenzioso, è rispettoso, non fa rumore, non fa chiasso, però, quando entra nella storia di una persona, la cambia radicalmente, da carbone la fa diventare diamante. Chi ha incontrato Dio è capace di fecondare ogni terra.





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