Un cuore di carne per un corpo donato



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CONVEGNO DI PROGRAMMAZIONE 2010-2011

RE – VALLELUOGO

Settembre 2010

Un cuore di carne per un corpo donato”



Mara Strazzacappa, SOdC

Definizione di affettività e sessualità

L'affettività è l'ambito che definisce lo spettro di sentimenti ed emozioni negative (frustrazione, rabbia, tristezza, solitudine ecc..) e positive (gioia, soddisfazione, serenità, contentezza, ecc..) dell'uomo in risposta all'ambiente in cui vive e alle relazioni sociali di cui si circonda, in particolare di quelle familiari e amicali, caratterizzate da un'intimità e un legame più intensi.

La sessualità, in ambito umano, è un aspetto fondamentale e complesso del comportamento che riguarda da un lato gli atti finalizzati alla riproduzione ed alla ricerca del piacere, e da un altro anche gli aspetti sociali che si sono evoluti in relazione alle caratteristiche diverse del genere maschile e femminile. L'ambito sessuale investe la biologia, la psicologia, la cultura, riguarda la crescita dell'individuo e coinvolge tutta la sua vita relazionale, oggetto di studio anche dell'etologia umana.

Quale  posto  ha  l’affettività  all’interno  di  una  antropologia  integrale?  La  capacità  di  provare  affetti, emozioni, sentimento, attaccamento, amore all’interno del mistero della persona umana? 

La risposta dipende dal tipo di antropologia di riferimento. Si potrebbe rispondere collocando l’affettività semplicemente  in  una  prospettiva  individuale.  La  capacità  di  provare  affetti,  sentimenti,  emozioni  infatti riguarda  il  soggetto,  il  suo  sentire.  In  questa  prospettiva  diventano  importanti  il  soggetto  e  la  sua  gratificazione.  

C’è tuttavia una modalità alternativa – non in conflitto ma più completa – di presentare l’affettività umana, considerandola  non  solo  in  una  prospettiva  individuale  ma  relazionale.  L’affettività  è  una  dimensione dell’esperienza  umana,  costitutiva  del  mistero  della  persona  umana.  L’affettività  è  una  forza  vitale  che spinge  il  soggetto  ad  entrare  in  relazione,  che  gli  consente  di  vedere  espanso  il  suo  mistero  personale perché,  nella  relazione,  il  soggetto  fa  l’esperienza  dell’indigenza  e,  nello  stesso  tempo,  l’esperienza  di essere dono per l’altro.


Quando si parla di sessualità, in senso proprio ed in senso cristiano, non si deve intendere la semplice genialità – come avviene per lo più nella mentalità odierna – ma una forza di amore, di crescita, di “un impegno con” e di “un impegno per”, ben più ampia del solo esercizio fisico della sessualità; la sessualità come potenzialità di amore, di apertura all’altro, come capacità di amicizia, di condivisione e di servizio; la sessualità come nostalgia di amore autentico, vero, col superamento di ogni forma egoistica o egocentrica e di ogni chiusura in sé; la sessualità come spinta profonda a fare di tutta la propria vita un dono, in un contesto di comunione e di amore oblativo.

Tutto questo ci richiama al nostro tema, il nostro “Dono d’amore”, quindi veniamo a considerare quali legami esistono tra affettività ed eucarestia. Ci faremo guidare in questo percorso da P. Timothy Radcliffe o.p., già Maestro Generale dei domenicani.



Affettività ed eucarestia

In inglese affectivity implica non solo la capacità di amare, ma anche il nostro modo di amare in quanto dotati di sessualità, dotati di emozioni, corpo e passioni. Nel cristianesimo parliamo molto di amore, ma dobbiamo capire che non possiamo amare se non come siamo, con la nostra sessualità, i desideri, le forti emozioni, la necessità di toccare e stare vicini all’altro.

È strano che non ci venga bene parlare di questo, perché il cristianesimo è la più corporale delle religioni. Crediamo che è stato Dio a creare questi corpi e a dire che erano cosa molto buona. Dio si è fatto corpo fra di noi, essere umano come noi. Quest’anno ci aiuterà nella riflessione il Vangelo di Giovanni ed il suo prologo esprime proprio il grande, profondo, meraviglioso mistero dell’Incarnazione del Verbo. Gesù ci ha dato il sacramento del suo corpo e ha promesso la resurrezione dei nostri corpi. Sicché dovremmo sentirci a casa nella nostra natura corporale, appassionata... e a nostro agio nel parlare di affettività! Eppure quando la Chiesa parla di queste cose, la gente non rimane convinta. Non abbiamo abbastanza autorità quando parliamo di sesso! Dio si è incarnato in Gesù Cristo, ma forse noi stiamo ancora imparando ad incarnarci nei nostri stessi corpi.

Vogliamo affrontare il tema di: Ultima Cena e sessualità. Può sembrare un po’ strano, ma pensateci un momento. Le parole centrali dell’Ultima Cena sono state: «Questo è il mio corpo, offerto per voi». L’eucarestia, come il sesso, è centrata sul dono del corpo. Per la nostra società è molto difficile capire questo perché tendiamo a vedere i nostri corpi semplicemente come oggetti che ci appartengono e di cui possiamo e dobbiamo disporre come ci pare.

Ma l’Ultima Cena guarda ad una tradizione più antica e più saggia. Il corpo non è solo una cosa che possiedo, sono io, è il mio essere come dono ricevuto dai miei genitori e dai loro prima di loro e, in ultima istanza, da Dio. Per questo quando Gesù dice «Questo è il mio corpo, offerto per voi» non sta disponendo di qualcosa che gli appartiene, sta passando agli altri il dono che lui è. Il suo essere è un dono del Padre che Egli sta trasmettendo.

Riconoscere il dono di Dio che è il nostro corpo e riconoscere negli altri lo stesso dono ci apre alla dimensione del mistero di amore che è la relazione con Dio e con gli altri. Il corpo e la relazione attraverso il corpo diventano così rivelazione della gloria di Dio, contemplazione nella storia di una traccia della Trinità, via per accedere a Dio e alla comunione con lui.


Dall’eucarestia alla sessualità e ritorno.

La relazione sessuale è chiamata ad essere una forma di vivere il dono di se stessi. Sono qui e mi dono a te, con tutto quello che sono, ora e sempre. Allora l’eucarestia ci aiuta a capire cosa significa per noi essere individui dotati di sessualità. Generalmente si vede l’etica sessuale cristiana come restrittiva rispetto ai costumi contemporanei. La Chiesa ti dice esattamente quello che non è permesso fare! In realtà, alla base dell’etica sessuale cristiana c’è l’apprendimento di come vivere relazioni di donazione mutua. L’Ultima Cena è stato un momento di crisi inevitabile nell’amore di Gesù per i suoi discepoli. È stato il momento per il quale è dovuto passare nel suo cammino dalla nascita alla resurrezione, il momento in cui tutto è esploso. È stato venduto da uno dei suoi amici; la rocca, Pietro, era sul punto di rinnegarlo e la maggioranza dei suoi discepoli sarebbe fuggita. Gesù, all’Ultima Cena, non è fuggito dalla crisi, ma ha affrontato la passione con maturità di amore. Ha preso il tradimento, il fallimento dell’amore, e l’ha trasformato in un momento di donazione: «Mi consegno a voi. Voi mi avete consegnato ai romani perché mi uccidano. Mi consegnerete alla morte, ma io faccio di questo momento un momento di dono, ora e sempre».

Arrivare ad essere persone mature che amano significa che ci imbatteremo in queste crisi inevitabili, nelle tutto sembra andare in pezzi ed il fallimento sembra l’unico frutto che potremo mai raccogliere. Questo succede in modo drammatico quando si è adolescenti, e può succedere in tutta la nostra vita, tanto se ci sposiamo quanto se ci facciamo religiosi o sacerdoti. Spesso questo genere di crisi avviene cinque o sei anni dopo aver preso il proprio impegno, nel matrimonio o nell’ordinazione sacerdotale. Le crisi vanno affrontate.

Alla maggior parte di noi questo non capita una sola volta. Possiamo attraversare varie crisi di affettività lungo la nostra vita. Ma dobbiamo affrontarle, come ha fatto Gesù nell’Ultima Cena, con coraggio e fiducia. Allora, se lo faremo, a poco a poco entreremo nel nostro mondo reale di carne ed ossa.

San Tommaso diceva: «La persona che ama deve pertanto allentare questo cerchio che la mantiene all’interno dei propri limiti. Per questo si dice che è l’amore che scioglie il cuore: ciò che è sciolto non è contenuto nei propri limiti, al contrario di quello che succede nello stato che corrisponde alla ‘durezza di cuore’». Solo l’amore rompe la nostra durezza di cuore e ci dà cuori di carne.

Amare è pericoloso!

Aprirsi all’amore è molto pericoloso. Ci espone al rischio di farci male. L’Ultima Cena è la storia del rischio dell’amore. È per questo che Gesù è morto: perché ha amato.

Quando celebriamo l’eucarestia, ricordiamo che il sangue di Cristo è versato «per me e per tutti». Il mistero dell’amore, nel più profondo, è insieme particolare e universale. Se il nostro amore è solo particolare, allora corre il rischio di diventare introverso e soffocante. Se è solamente un vago amore universale per tutta l’umanità, allora corre il rischio di diventare vuoto e senza senso. Non possiamo rifugiarci in questa filantropia telescopica. Avvicinarci al mistero dell’amore significa anche amare persone concrete e dobbiamo imparare ad integrare questi affetti nella nostra identità come religiosi, come sposati o come single. Quando amiamo dobbiamo imparare ad essere casti. La castità non è una parola popolare di questi tempi, suona bacchettona, fredda, distante, per niente attraente.

Ma essere casti significa innanzitutto essere realisti. Non è la soppressione del desiderio perché, secondo Tommaso d’Aquino, il desiderio e le passioni contengono verità profonde su chi siamo e su cosa abbiamo bisogno. Il semplice sopprimerli farà di noi esseri morti spiritualmente o persone che rischiano l’autodistruzione. Dobbiamo educare i nostri desideri, aprire gli occhi su ciò a cui ci guidano.

Difficile immaginare una celebrazione dell’amore più realista dell’Ultima Cena. Non ha niente di romantico. Gesù dice ai suoi discepoli semplicemente e liberamente che è arrivata la fine, che uno di loro lo ha tradito, che Pietro lo rinnegherà, che gli altri fuggiranno. L’amore eucaristico ci fa scontrare in pieno con la complessità dell’amore. Il desiderio può farci cadere in due trappole:



  • L’una, infatuazione o incapricciameto è la tentazione di pensare che l’altra persona sia tutto, tutto quello che cerchiamo, la soluzione a tutti i nostri aneliti. L’intimità vera e felice è possibile solo se ne accettiamo i limiti. Non si può avere vera intimità all’interno di una coppia fino a quando non ci si rende conto che in qualche modo si rimane soli. Ogni essere umano conserva solitudine, uno spazio intorno che non può essere eliminato. Certamente nessuna persona può offrirci quella pienezza di realizzazione che desideriamo. Ciò si trova solamente in Dio.

  • La trappola opposta non è fare dell’altra persona Dio, ma renderla un semplice oggetto, qualcosa con cui soddisfare le necessità sessuali. La lussuria ci chiude gli occhi alla persona dell’altro, alla sua fragilità e alla sua bontà. La castità ci apre gli occhi per vedere che quello che abbiamo davanti è sì un bel corpo, ma quel corpo è qualcuno. La lussuria ha più a che vedere con il potere che con il sesso. Il primo passo per superare la lussuria non è sopprimere il desiderio, ma restaurarlo, liberarlo, scoprire che il desiderio è per una persona e non per un oggetto.

Qual è l’amore che possiamo conoscere in Gesù e riconoscere in noi? Nell’Ultima Cena Gesù prende il pane e lo dà ai discepoli dicendo: «questo è il mio corpo offerto per voi». Egli consegna se stesso. Invece di prendere il controllo su di loro, si consegna ai discepoli perché facciano di lui quello che vogliono. E noi sappiamo quello che ne faranno. È l’immensa vulnerabilità dell’amore vero.

La castità, quindi, è vivere nel mondo reale, guardando all’altro come lui, o lei, e a me come io sono. Non siamo né esseri divini né semplici pezzi di carne. Siamo figli di Dio. Abbiamo la nostra storia. È così come ci troviamo, impegnati e legati ad altri impegni, che possiamo imparare ad amare con il cuore e gli occhi aperti. Questo è difficile perché viviamo nel mondo della realtà virtuale, dove possiamo vivere in mondi di fantasia come se fossero reali. Viviamo in una cultura in cui risulta difficile distinguere tra fantasia e realtà. Tutto è possibile nel mondo cibernetico. Per questo la castità è difficile. È il dolore di scoprire la realtà. Come possiamo rimettere i piedi per terra?


Tre passi per amare

Suggerirei tre passi. Dobbiamo imparare ad aprire gli occhi e a vedere i volti di quelli che ci stanno davanti. Nell’Ultima Cena Gesù afferrò il momento presente. Invece di inquietarsi per quello che aveva fatto Giuda, o perché i soldati si stavano avvicinando, egli visse il momento presente, prese il pane e lo spezzò e lo offrì ai discepoli dicendo, «questo è il mio corpo, offerto per voi». Ogni eucarestia ci immerge in questo presente eterno. È in questo momento che possiamo farci presenti agli altri, silenziosi e quieti in loro presenza. Quando siamo tanto occupati, correndo da tutte le parti, anticipando ciò che potrebbero succedere in seguito, può capitare che non vediamo il volto di chi abbiamo di fronte, la sua bellezza e le sue ferite, le sue gioie e le sue pene.

In secondo luogo, posso apprendere l’arte di star solo. Non posso star bene con la gente se la solitudine mi fa paura perché mi porterà ad accogliere gli altri solo per ovviare al mio problema. Vedrò la gente semplicemente come un modo per riempire il mio vuoto, la mia spaventosa solitudine.

Il terzo passo, forse il più difficile, è che il nostro amore deve liberare le persone. Ogni amore, che sia tra persone sposate o singole, deve essere liberante. L’amore tra marito e moglie deve aprire grandi spazi di libertà. E questo è tanto più vero per coloro che sono sacerdoti o religiosi. Dobbiamo amare perché gli altri siano liberi di amare gli altri più di noi stessi. Così la domanda che uno deve sempre farsi è: il mio amore sta rendendo questa persona più forte, più indipendente, o la sta rendendo più debole e dipendente da me?



Imparare ad amare è un compito difficile. Non sappiamo dove ci porterà. La nostra vita ne sarà stravolta. Capiterà di farci male. Sarebbe più facile avere cuori di pietra che cuori di carne, però allora saremmo morti! E se siamo morti non possiamo parlare del Dio della vita. Però come trovare il coraggio di vivere passando per questa morte e resurrezione? Significa che, in ogni nostra battaglia per essere persone che amano e che sono vive, Dio è con noi. La grazia di Dio è con noi nei momenti di caduta e di confusione, per metterci di nuovo in piedi. Nello stesso modo in cui con la domenica di Pasqua Dio ha convertito il venerdì santo in un giorno di benedizione, possiamo stare sicuri che tutti i nostri tentativi di amare daranno frutto.
Dopo aver riflettuto in senso generale su affettività, eucarestia, dono di sé, prendiamo in considerazione come tutto questo si inserisce nella nostra vita di Civuessini. Dobbiamo quindi considerare le due realtà unificate nella persona umana: affettività e disabilità.

Durante il Convegno “Glorificate Dio nel vostro corpo”, voluto da Mons. Novarese e realizzato dopo la sua morte, i gruppi di lavoro hanno riflettuto su questo tema e sono giunti alla conclusione che “Il problema di vivere la purezza esiste anche per il disabile in quanto persona umana”. Noi ora vogliamo fare un passo in più e capire come avviene l’integrazione all’interno della persona e quali sono i percorsi educativi che, come Gruppo CVS, vogliamo darci.

Disabilità ed affettività
Il tema - la sessualità e la disabilità - è delicato perché ci immerge in due realtà che toccano la persona umana, richiamando entrambe l’importanza della “relazione”. Sì, la “sessualità” è infatti quella forza d’amore, di crescita, di impegno per e di impegno con, che coinvolge le persone inserite in un rapporto interpersonale; così come la dis-abilità è una condizione particolare che tocca l’intera persona e le relazioni in cui essa è inserita.

Ma perché la “relazione” possa davvero essere la “via regia” per un’autentica crescita e maturazione, richiede di essere “amorevole”, di essere capace cioè di liberarsi da quelle tracce di egoismo, di difesa e di pregiudizio che spesso condizionano il nostro incontro con l’altro, soprattutto quando questo “altro” è toccato dalla malattia e/o dalla sofferenza. Noi vogliamo evidenziare la sfida di una proposta educativa che porta con sé, come ci ha insegnato Monsignor Novarese nella sua particolare attenzione alla persona sofferente, l’umile ma sincera “passione per l’uomo”, la ricerca della sua dignità in quanto “immagine e somiglianza di Dio”, prima che la “ricerca di strategie economiche” per ridurre quello che spesso anche noi definiamo “problema sessuale” o “problema disabilità”.

La sessualità e la disabilità non possono disgiungersi dalla “persona” e portano quindi con sé i caratteri della “complessità” e del “mistero” che le sono propri. Il rischio, a questo punto, come vedremo, è proprio quello di voler in qualche modo “ridurre” o “estremizzare” una realtà complessa, pur di trovare delle risposte soddisfacenti. Va stimolato il desiderio della ricerca di quel “più” che se non è sempre quantitativo è sicuramente “qualitativo”, capace cioè di offrire nuove opportunità di crescita e di progettualità.

Di fronte al mistero dell’esperienza sessuale e della disabilità della persona non possiamo che avvicinarci “togliendoci i sandali”, cioè con un profondo rispetto, con delicatezza e con tanta umiltà che è la non pretesa di dire tutto e neanche tanto; è la non pretesa di dare risposte esaustive e tantomeno risposte compiacenti, quanto tentare insieme di aprire sentieri di riflessioni nuove e percorribili nel qui ed ora della nostra storia.

La nostra epoca ha visto nascere visioni distinte ma comunque “riduttive”: l’uomo considerato come un “organo” determinato biologicamente, in preda ai suoi bisogni ed istinti; l’uomo guidato unicamente dal suo “pensiero”, dal “ragionamento”, dall’apprendimento, ecc.; l’uomo “costruito” dal suo ambiente sociale – educazione ricevuta, relazioni, ecc. – senza la possibilità di un’azione personale, creativa, capace di renderlo unico ed irripetibile pur inserito in un contesto comune e avendo ricevuto la medesima educazione.

A queste visioni “riduttive”, oggi i diversi orientamenti di studio concordano nel riconoscere la persona una “realtà complessa e multidimensionale”, una realtà non determinata da un unico fattore ma influenzata, nel corso del suo sviluppo, da innumerevoli fattori di fronte ai quali non rimane passiva – come un sistema ricevente - ma capace di elaborazione e di scelte personali.



La “PERSONA 3+1”: dalla frammentazione all’integrazione

Nella persona, cioè, come “sistema complesso”, si riconosce:



  • La Dimensione “bio-fisiologica”, rimanda a tutto ciò che caratterizza il nostro corpo, le nostre caratteristiche fisiche ed è ciò che ci permette di esprimere le nostre azioni, movimenti, gesti visibili ed espliciti, di mettere in atto comportamenti che gli altri possono vedere. E’ la parte più esposta e visibile della nostra persona!

  • La Dimensione psichica (da “psichè” = anima), rimanda a tutta la dimensione interiore e alle facoltà che caratterizzano la persona, i pensieri, le emozioni, le motivazioni, ecc. E’ la parte meno esposta della nostra persona, meno conosciuta non solo dagli altri ma anche da noi stessi; richiede una capacità di autoriflessione e di autoconsapevolezza per conoscerla e di “accettazione” per manifestarla.

  • La Dimensione sociale, rimanda alle relazioni che abbiamo instaurato fin dalla nascita con altre persone – partendo da quelle più significative – con l’ambiente nel quale siamo cresciuti/e; all’educazione, ai valori, alle norme che hanno caratterizzato il nostro contesto di vita, ecc. E’ una parte che è più o meno presente alla nostra consapevolezza ma ci guida nel nostro comportamento, nelle nostre scelte, nel nostro “guardarci e guardare”…

Queste 3 dimensioni sono INSCINDIBILI e INTERDIPENDENTI, inserite in un CONTESTO SPAZIO/TEMPORALE nel quale si esprimono in modo più o meno consapevole, più o meno funzionale…

+ 1 è la dimensione “mistero”! E’ una dimensione della persona che raramente viene citata in letteratura, forse perché la meno conosciuta e conoscibile, eppure caratterizza tutte le tre dimensioni presentate.

La persona vive la propria sessualità e la disabilità in modo unico, si rapporta a queste due “realtà” in modo non determinato da un unico fattore, ma influenzata da tutte le dimensioni che la caratterizzano e dalle caratteristiche socio-cultuali in cui è inserita in quel preciso momento storico della sua esistenza.

Il carattere proprio della sessualità è la reciprocità, il suo essere una modalità di viversi e di esprimersi della persona all’interno delle relazioni.

Abbiamo detto all’inizio che la sessualità è un modo d’essere che riguarda la totalità della persona; è un aspetto importante, addirittura decisivo dell’esperienza del sé. Non riguarda solo una parte della nostra persona – genitalità/bisogno/emozione, ecc,- ma tocca anche la nostra intelligenza, che è affettiva, così come il nostro stile di relazionarci a tutti gli altri e di prendere le nostre decisioni. Anzi, è proprio il modo che ognuno di noi ha di esprimere e di rispondere alla “fame di relazione” che, presente fin dal primo istante di vita, ci accompagna per l’intera esistenza.



Tutto questo vale anche per le persone disabili, qualsiasi sia la loro disabilità. Infatti, come ogni essere umano, le persone disabili portano in sé il bisogno di affetto e di relazione; la sessualità è un’esperienza fondamentale anche nella loro vita e nella loro crescita personale, anch’essi sono ‘segnati’ dalla sessualità!

Nei nostri percorsi educativi il rischio, talvolta, è di considerare il/la ragazzo/a disabile un eterno bambino o quasi un ‘asessuato’.



Quali presupposti all’educazione affettivo-sessuale nel campo della disabilità?

E’ interessante notare che fino alla fine degli anni ’70, la sessualità nel disabile era taciuta, ignorata o negata, quasi a convinzione che l’impedimento fisico o psichico evitasse di per sé alle persone di provare stimoli, di avvertire esigenze o desideri.

Negli anni ’80 si è aperto un dibattito sull’affettività e sulla sessualità delle persone con handicap e lo si è posto all’attenzione di quanti, a diversi livelli, se ne trovano coinvolti: genitori, insegnanti, educatori, ecc.

Monsignor Novarese stesso, sfidando coraggiosamente i tabù del tempo, ha promosso a partire dagli anni ‘70, diversi convegni su queste tematiche, coinvolgendo validi esperti e le persone disabili stesse, non solo come interlocutori privilegiati ma come portatori di un’esperienza che potesse far prendere coscienza a tutti, soprattutto a coloro che si reputano sani, che il “bisogno di relazione e di affetto” non esonera nessuno e in nessun momento o condizione della vita umana.

Il primo scopo dell’educazione affettivo-sessuale diviene allora quello di promuovere una sessualità come esperienza della relazione, della tenerezza e del dono di sé. Questo consente di vivere una buona esperienza della corporeità, all’interno di un progetto esistenziale.



Farsi compagni di viaggio

Mons. Novarese propone a quanti si accostano alla persona che soffre di divenire “una presenza che accompagna”, di mettersi cioè in una relazione interpersonale in grado di ridare all’altro la capacità di prendere in mano la propria vita e darle un senso positivo. Questa dinamica pedagogica è espressa nell’icona evangelica dei discepoli di Emmaus nella quale Gesù risorto si fa “compagno di viaggio” dei due discepoli tristi, attraverso degli atteggiamenti che possono riconoscersi vere e proprie “dinamiche di accompagnamento” in un percorso educativo.

Nell’icona possiamo riconoscere:


  1. delle situazioni oggettive che danno il via al percorso educativo e motivano il vissuto emotivo dei partecipanti;

  2. dei momenti sequenziali – la discesa, le sette miglia e l’ascesa - che esprimono le tappe evolutive in cui il processo educativo e della relazione tra gli educatori e i ragazzi si costruiscono;

  3. le caratteristiche – umane e soprannaturali – di quanti facendosi “presenza che accompagna” sono chiamati a sviluppare per diviene mediatori di processo realmente educativo;

  4. l’importanza delle emozioni e dei gesti che in un processo educativo superano la semplice trasmissioni di informazioni, norme, insegnamenti, ecc.

Avendo come sfondo del nostro percorso l’icona dei discepoli di Emmaus, possiamo dire che “accostarsi ed accompagnare” i nostri ragazzi nel loro crescere oggi, richiede a ciascuno di noi tre passaggi fondamentali:



    1. rivisitarsi;

Parlare di sessualità significa, anche per noi, entrare in contatto (in relazione) con una zona molto delicata, intima e importante della nostra persona e dell’altro; una zona che richiama a sé la dimensione corporale, quella razionale, emotiva e relazionale di cui ogni uomo è caratterizzato.

Educare alla sessualità non è semplicemente trasmettere delle “informazioni”… attraverso la nostra educazione, trasmettiamo dei valori, dei principi che l’altro coglie anche nel “non detto”.



E’ necessario “partire da se stessi”, rivisitare il nostro modo di “stare” con la nostra affettività e sessualità e con il nostro modo di esprimerle. Infatti, non sempre si è in pace con se stessi su questo tema ma per poter educare - e non solo informare - in campo affettivo-sessuale è necessario operare una pacificazione interiore. E’ impossibile una sana educazione affettivo-sessuale se l’educatore ha “paura” della sessualità e se la reputa più un problema da risolvere o da far tacere che una dimensione espressiva della personalità.

    1. riconoscere e rispondere alla loro “sete di relazione”;

Educare alla sessualità significa principalmente educare alla relazione e ciò implica educare gradatamente, nel tempo, cominciando fin da bambini, ad una buona esperienza del corpo, propria e altrui. Ciò significa concretamente educare i gesti, le parole, le relazioni ad essere buone, insieme con i sentimenti che le accompagnano. E’ vero, a volte i ragazzi usano parole “grosse”, scimmiottate dalla nostra cultura erotizzata, dalle canzoni che ascoltano, dai film che vedono, ecc. Ma cosa c’è dietro al “copione” imparato a memoria? Forse la richiesta di una carezza, di un abbraccio, di un calore umano che sappia dire: “sì, anche tu per me esisti e sei importante”?

    1. farsi “compagni di viaggio”, cioè camminare e crescere con i ragazzi!

Accostarsi a chi sta camminando sulla strada della sofferenza, richiama innanzitutto alla disponibilità a “mettersi in azione”, ad intervenire, ad “accogliere” l’altro e “farsi accogliere” in modo attivo, cioè con la parola e con la testimonianza”. (Mons. Novarese)

Con infinita pazienza l’adulto dovrebbe in qualche modo diventare la via del ragazzo dis-abile e ciò comporta la fedeltà di stare con e di stare accanto al ragazzo, farsi suo “compagno di viaggio”, ripetere mille volte la stessa istruzione, la stessa richiesta, lo stesso input e non scoraggiarsi! Questo richiama coloro che si accostano alla persona sofferente a farsi “presenza che accompagna” con “semplicità, rispetto e delicatezza”, perché la persona possa scoprire o riscoprire la propria dignità e il coraggio di accogliere la propria esistenza come dono.

Il ragazzo con disabilità lo sa… egli può non comprendere il “messaggio astratto”… ma tocca con mano tutti i giorni la fedeltà e la capacità di relazione dell’adulto e l’apprende!!!

Il messaggio che come Civuessini siamo chiamati ad incarnare, vivere e trasmettere è che Dio non è glorificato solo nel corpo bello, perfetto, nelle fattezze da angelo di solo alcuni degli essere umani. Noi abbiamo imparato che solo la sofferenza, di cui la croce è il segno più grande, ci rende simili a Cristo. La croce è inseparabilmente legata a Cristo. Per Cristo il più vicino a lui è il corpo sofferente, dolorante. Lo Spirito del Signore ha il suo tempio in ogni corpo umano, ma nel corpo dell’uomo sofferente trova dimora perfetta perché talmente simile a Cristo da poter completare nella carne sua propria il dono della carne e del sangue di Cristo, un corpo donato, una vita ricevuta e sempre ridonata. Ma attenzione, la nostra carne, sana o malata che sia, deve essere trasformata in quella di Cristo mediante una vita pura, casta che diventa, con Cristo, dono di amore per l’umanità.









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