Un' immagine racconta più di tante parole



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Il 900

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Nassima El Fahmy e Federica Bonati
Introduzione
Un' immagine racconta più di tante parole”... e poi non dimentichiamo che la mente antica funziona per immagini e la traduzione di queste in concetti è un processo

intelligente a posteriori, ma spesso condizionato dalla situazione individuale di cultura e

informazione. Dunque, salvo successive elaborazioni, le immagini la 'verità' ce la dicono senza mediazioni. Questi sono gli anni 900 .

La letteratura italiana del “900
Crepuscolarismo
Crepuscolari fu l'aggettivo con cui il critico Giuseppe Antonio Borgese definì un gruppo di poeti che operarono all'incirca nel primo ventennio del XX secolo e che interpretarono in modo particolare la sensibilità e i temi del Decadentismo italiano.

Il crepuscolo è il momento della giornata che segue il tramonto, è l'ora in cui si diffonde una luce tenue e morente: i poeti crepuscolari derivano il loro nome dal gusto per la penombra e dall'amore per gli aspetti più grigi, meno appariscenti e meno solari dell'esistenza.

Essi cantano le piccole cose di ogni giorno, gli oggetti e gli ambienti più banali, le abitudini, gli affetti e l'intimità di una vita senza grandi ideali, rifiutando l'impegno nella realtà sociale, sognando il ritorno all'infanzia e aspirando ad una vita semplice, confortata dai valori della tradizione. Essi stessi si considerano figli della poetica del Pascoli, il primo e più grande cantore delle "piccole cose" e del verso slegato ed intimo.

Manca nei poeti crepuscolari, che non costituirono mai un movimento o una scuola ben definita, lo slancio e la passione ed essi considerano con ironia il loro sogno di una felicità quieta, quasi modesta. Il ripiegamento nostalgico su sé stessi, unito alla malinconia dell'esistenza, ebbero però una precisa funzione polemica contro il lirismo dannunziano: attraverso modulazioni di linguaggio tendenti all'andamento prosastico e discorsivo anziché al canto pieno, i crepuscolari sottolineavano il loro rifiuto del superuomo e dei miti estetizzanti.

Fra i crepuscolari il poeta che ha acquistato maggior fama è Guido Gozzano, accanto a lui si ricorda Sergio Corazzini e, per quanto riguarda le prime opere, Corrado Govoni e Marino Moretti.
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Futurismo
Nei primi anni del Novecento, opposta a quella dei crepuscolari fu la voce dei futuristi. Mentre i primi si ripiegavano su se stessi e con linguaggio prosastico e dimesso invocavano un ritorno ai buoni sentimenti del passato, i secondi reagivano alla caduta di ideali della loro epoca proponendo una fiducia fermissima nel futuro.

Fondatore del movimento futurista è Filippo Tommaso Marinetti che a Parigi, nel febbraio del 1909, pubblica il primo Manifesto futurista.

In esso si proclama la fede nel futuro e nella civiltà delle macchine, si affermano gli ideali della forza, del movimento, della vitalità, del dinamismo e dello slancio e si spronano i letterati a comporre opere nuove, ispirate all'ottimismo e ad una gioia di vivere aggressiva e prepotente.

Si auspica inoltre la nascita di una letteratura rivoluzionaria, liberata da tutte le regole, anche quelle della grammatica, dell'ortografia e della punteggiatura.

I futuristi sperimentano nuove forme di scrittura per dar vita ad una poesia tutta movimento e libertà, negano la sintassi tradizionale, modificano le parole, le dispongono sulla pagina in modo da suggerire l'immagine che descrivono.

La loro necessità di liberarsi del passato e il loro desiderio di incendiare musei e biblioteche che lo proteggono, vengono proclamate con enfasi e violenza: dall'esaltazione del movimento si passa all'esaltazione euforica della guerra, vista come espressione ammirabile di uomini forti e virili.

I futuristi sostengono la necessità dell'intervento nella prima guerra mondiale e in seguito aderiscono all'impresa di Fiume e ai primi sviluppi del fascismo.

Fra i poeti che partecipano all'esperienza futurista, oltre che a Marinetti, si ricordano Aldo Palazzeschi, Luciano Folgore, Ardengo Soffici e Corrado Govoni.
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La vita di Botero
Alcuni lo considerano, forse con una certa esagerazione, il pittore più rappresentativo dell'età contemporanea, altri solo un geniale marketing manager dell'arte, capace di imporre uno stile di pittura come se fosse un brand. Impossibile non riconoscere subito un quadro di Botero, senza dimenticare che si tratta forse dell'unico caso di artista moderno finito su cartoline, bigliettini e altri ammennicoli commerciali.

Certo è che dopo la morte di Balthus, sublime nella sua astrattezza anoressica e un po' morbosa, il mondo florido e opulento di Fernando Botero è l'unico capace di rispecchiare in maniera grottesca e metaforica certe caratteristiche dell'ipertrofica società contemporanea.

L'artista per riempire grandi campi di colore, dilata la forma: uomini e paesaggi acquistano dimensioni insolite, apparentemente irreali, dove il dettaglio diventa la massima espressione e i grandi volumi rimangono indisturbati.
I personaggi di Botero non provano gioia né dolore, hanno lo sguardo perso nel vuoto e sono immobili, quasi fossero rappresentazioni di sculture.

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Nato il 19 aprile 1932 a Medellin, in Colombia, Fernando Botero negli anni della fanciullezza frequenta la scuola elementare e prosegue gli studi alla scuola secondaria dei gesuiti a Medellin. A dodici anni lo zio lo iscrive a una scuola per toreri dove rimarrà per due anni (non a caso la sua prima opera conosciuta è un acquerello raffigurante un torero).

Inizia a pubblicare illustrazioni per "El Colombiano", giornale di Medellin, nel lontano 1948, a soli sedici anni.

Frequentando il caffè "Automatica" conosce alcuni personaggi dell'avanguardia colombiana tra cui lo scrittore Jorge Zalamea grande amico di Garcìa Lorca. Le discussioni dei giovani pittori che frequentano il caffè hanno come argomento principale l'arte astratta.

Successivamente si trasferisce a Bogotà dove entra in contatto con circoli culturali, poi a Parigi dove si dedica allo studio degli antichi maestri.

Tra il 1953 e il 1954 Botero viaggia tra Spagna e Italia ed esegue copie di artisti rinascimentali, quali Giotto ed Andrea del Castagno: un'ascendenza figurativa che è sempre rimasta ben salda nella sua espressione pittorica.

Dopo vari spostamenti fra New York e ancora Bogotà, nel 1966 si trasferisce definitivamente a New York (Long Island), dove si immerge in un lavoro instancabile, cercando soprattutto di sviluppare l'influenza che Rubens stava via via assumendo nella sua ricerca, soprattutto sull'utilizzo delle forme plastiche. Intorno ai primi anni '70 inizia a realizzare le sue prime sculture.

Sposatosi nel 1955 e poi separato con Gloria Zea, ha avuto da lei tre figli. Nel 1963 si è risposato con Cecilia Zambiano. Purtroppo in questi anni il figlio Pedro, di appena quattro anni, muore in un incidente stradale, in cui lo stesso Botero rimane ferito. Dopo il dramma Pedro diviene il soggetto di molti disegni, dipinti e sculture. Nel 1977 viene inaugurata la sala Pedro Botero al Museo Zea di Medellin con la donazione di sedici opere in memoria del figlio scomparso.

Separatosi anche dalla Zambiano, negli anni 1976 e 1977 si dedica quasi esclusivamente alla scultura, riproducendo i soggetti più svariati: un grande torso, gatti, serpi ma anche una caffettiera gigante.

Le mostre in Germania e negli USA lo portano al successo e anche il settimanale "Time" esprime una critica molto positiva. Successivamente si sposta tra New York, la Colombia e l'Europa, realizzando mostre nella grande mela e nella "sua" Bogotà. Il suo stile in questi anni si afferma definitivamente realizzando quella sintesi da tempo cercata dall'artista, sempre più celebrato con personali e allestimenti in Europa (Svizzera e Italia), negli Stati Uniti, in America Latina e Medio Oriente.




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