Un laico alla ricerca



Scaricare 0.67 Mb.
Pagina1/16
12.11.2018
Dimensione del file0.67 Mb.
  1   2   3   4   5   6   7   8   9   ...   16

ALDO ABENAVOLI
UN LAICO

ALLA RICERCA DELLA VERITA’

INTRODUZIONE
L’Italia è come un naufrago che in una isola deserta si trova davanti a due ciotole. Quella di sinistra è piena di una pasta scotta e scondita, quasi immangiabile, mentre quella di destra è completamente vuota. Invece di accontentarsi della scodella piena per riacquistare le forze e continuare a cercare del cibo migliore il naufrago preferisce quella vuota e dunque finisce per soccombere.

Questo è il quadro del nostro paese. Dopo la fine della esperienza della prima repubblica e davanti a coalizioni, tutte direttamente o indirettamente collegate alla sinistra o al centrosinistra, che hanno rimesso in sesto il paese, la gente comune ha preferito affidarsi ad un personaggio che ne ha compromesso qualsiasi possibilità di recupero.

Quali le ragioni? L’autore individua le cause nella informazione che si spaccia per “indipendente”, nel condizionamento della gerarchia cattolica , nella miopia delle forze imprenditoriali e nella insipienza delle forze di opposizione.

E tuttavia tutto questo non spiega come uno dei paesi più fortunati della terra, con risorse naturali ed artistiche sulle quali si potrebbe vivere di rendita, si sia ridotto allo zimbello del pianeta, con gli italiani all’estero che vivono una situazione deprimente di sorrisetti e allusioni ironiche.

Le ragioni hanno radici profonde che possono essere collegate al ritardo con il quale il nostro paese, abituato ad essere dominato dallo straniero, ha conquistato prima la libertà e poi la democrazia.

Di qui la abitudine a non assumersi mai le proprie responsabilità e a dare la colpa all’altro, identificato di volta in volta con i comunisti, gli extracomunitari, gli statali, i sindacati e i non credenti ma mai con le corporazioni, gli evasori, gli speculatori e i cattolici integralisti.

Questo ha determinato una sorta di assuefazione che porta l’indole italica ad affidarsi di volta in volta all’uomo forte senza curarsi minimamente di quello che promette e non mantiene.

Ecco il nuovo male del terzo millennio;male assoluto benché incruento proprio perché è impossibile immaginare qualche cosa di peggiore.

Per fortuna questo paese, che tutti si ostinano a considerare grande, ha generato una serie di persone straordinarie che contro tutte le evidenze continuano a battersi e che forse un giorno riusciranno a portarci fuori dal tunnel.
Attraverso una opera di raccolta di appunti e di ricordi personali, ritagli di stampa e una fitta corrispondenza tenuta con alcuni quotidiani e settimanali laici e cattolici, l’autore ripercorre la storia del paese dal dopoguerra ai giorni nostri, cercando di rimettere insieme i cocci alla ricerca di un minimo di verità, non quella metafisica e inaccessibile alla esperienza, ma quella che trae origine dalle evidenze quotidiane sulle quali si dovrebbe essere tutti d’accordo.

Sulle scelte politiche del nostro paese si sono versati fiumi di inchiostro che tuttavia mai hanno raggiunto il nocciolo della questione. Chi come l’autore non è un osservatore politico specializzato, ma ha vissuto e vive tuttora una esperienza nella dimensione sociale, politica e religiosa si trova, senza alcuna presunzione,nella condizione ottimale per cercare di tirare le fila del discorso anche perché, come oramai appare evidente, nessuno degli “esperti” in materia è mai riuscito fino ad oggi a fornire una risposta convincente a questa storia di straordinaria follia.



CAPITOLO 1

GENERAZIONI PASSATE

Si stava meglio quando si stava peggio
Il male assoluto viene generalmente identificato nel nazismo e nel comunismo, nei campi di concentramento e nelle foibe, nella mafia e nel terrorismo. In queste tragiche circostanze, che hanno provocato e sono tuttora causa della soppressione di un numero inimmaginabile di esseri umani, la azione criminale è accompagnata da un bagaglio di crudeltà e ferocia di dimensioni tali che solo l’uomo tra gli esseri viventi ha potuto apprendere e perfezionare nel corso della sua esistenza.

E tuttavia il circoscrivere il male assoluto al crimine che si traduce in un orrendo bagno di sangue appare riduttivo. Esistono delle situazioni, che potremmo definire incruente in quanto non determinano spargimento di sangue, ma che sono egualmente causa di disgrazie e sventure.

Per questi motivi appare più credibile riferire la assolutezza del male a qualsiasi tipo di azione dolosa o colposa con riferimento alla quale è impossibile immaginare nulla di peggiore.

Se si condivide questa teoria il male assoluto può nascondersi anche nelle manifestazioni della libertà umana che l’opinione pubblica non considera come azioni criminali o di cui, comunque, non ne percepisce completamente la gravità.

Prendiamo come ad esempio il conducente di una vettura che guida a 200 chilometri orari rischiando in questo modo di uccidere delle persone. In questo caso l’eccesso di velocità rappresenta il male che, in talune circostanze può essere considerato assoluto proprio perché supera ogni limite di tollerabilità.

Con riferimento specifico alle vicende di casa nostra, è difficile concepire una azione più grave di quella con la quale la guida del Governo è stata affidata ad un personaggio a dir poco bizzarro, sceso in campo per promettere il nuovo miracolo salvo preannunciare parecchi anni dopo una stagione di sacrifici.

Con la stessa severità va valutato il successo alle urne perseguito ad ogni costo, magari attraverso alleanze di comodo con chi vomita epiteti irripetibili verso gli abitanti della capitale, o una legge elettorale concepita allo scopo abietto di rendere ingovernabile il paese, ovvero la adesione acritica alla assurda guerra irakena o le torture commesse dalle forze dell’ordine al G8 di Genova.

C’è forse un male peggiore del Ponte sullo stretto che può essere definito uno sfregio alla creazione o della legge che obbliga il malato terminale non più in grado di intendere e volere a subire la alimentazione forzata?

Per un credente è poi triste dovere ammettere che il male “più assoluto” della storia è dato dalla condanna a morte per motivi connessi alla religione: che il male imputabile al potere spirituale, in taluni periodi storici come quello della Inquisizione, abbia superato quello concepito dal potere temporale è una verità tanto deprimente quanto inoppugnabile.

Fortunatamente la assolutezza del male non preclude il perdono anche se, come ammonisce la Bibbia (Siracide 5,5) non bisogna persistervi con ostinazione confidando nella benevolenza divina.


Se il male assoluto non è prerogativa del passato è nel passato che vanno ricercate le origini.

Nel linguaggio comune il male assoluto è identificato con il nazismo, mentre più per abitudine che per convinzione il comunismo viene collocato nel gradino immediatamente più basso.

La parzialità di questa interpretazione deriva dalla constatazione che laddove si uccide, si tortura o nella migliore delle ipotesi semplicemente si deporta o si toglie la libertà, la gravità del male non può essere sminuita o attutita dalle motivazioni più o meno nobili che guidano una determinata ideologia.

Sotto questo profilo nazismo e comunismo sono sullo stesso piano anzi, a voler cercare il pelo nell’uovo, il comunismo che teorizza la violenza per realizzare una società più giusta dovrebbe essere condannato ancor più severamente della ideologia che con lucida e diabolica coerenza sopprime una vita perché la ritiene di rango inferiore.

In questa ottica gli omicidi commessi delle Brigate Rosse, di cui sono state vittime persone protese a cercare soluzioni condivise e quindi capaci di acquisire agli occhi della opinione pubblica una veste di credibilità e rispetto, appaiono egualmente se non ancora più ripugnanti di quelli commessi nei lager nazisti.
Comunque, al la di queste che potrebbero apparire sottili disquisizioni, è chiaro che qualsiasi ideologia produttrice di lacrime e sangue va combattuta e respinta senza se e senza ma. In questo senso non possono essere accettati i discorsi che siamo o eravamo abituati a sentir dire da coloro i quali, allo scopo di giustificarsi non si sa bene da cosa, hanno cercato di fare dei distinguo, sezionando la ideologia nella quale si sono identificati nella loro vita allo scopo di separarne il bene dal male e sperando in tal modo di arrivare ad un onorevole zero a zero.

Detto questo e dopo avere liquidato senza tentennamenti qualsiasi pensiero totalitario, occorre indagare sulle motivazioni che hanno indotto milioni di persone ad abbracciare ideologie rivelatesi poi sanguinarie.

Proviamo a partire dal comunismo e a collocarci nei panni di un bracciante nella Russia di inizio novecento il quale, mentre la nobiltà si abbandona al lusso più sfrenato, è costretto a vivere in condizioni di miseria spaventose, simili a quelle che oggi troviamo nei tuguri dove bivaccano gli emigrati clandestini.

Agli occhi di chi non ha altra prospettiva se non quella di arrivare vivo alla fine della giornata, Lenin ha rappresentato la concreta speranza di un tozzo di pane. Se si condivide questo assunto, c’è da chiedersi se le masse di proletari affamati possano essere ritenute le sole responsabili di tutto quello che è successo dopo, oppure se una parte di colpa non debba essere ripartita anche tra coloro che hanno tollerato questa tragedia o comunque non hanno fatto nulla per porvi rimedio.

Sforziamoci ora di esaminare le ragioni che hanno indotto altrettante persone ad abbracciare la ideologia avversaria. Certo tra questi numerosi sono coloro capitati da una parte per non essere coinvolti dall’altra. Quando la alternativa è tra la padella e la brace la scelta è puramente teorica. Inoltre valori come patria e onore, spirito di avventura e vita scomoda non sono aprioristicamente negativi. E tuttavia apparirà chiaro che, dovendo scegliere tra gli agrari che negli anni venti hanno abbracciato il fascismo per tutelare i loro personali interessi e gli operai che inneggiavano alla rivoluzione per ottenere condizioni di vita più umane, personalmente non avrei alcun dubbio.

Con riferimento poi al nostro paese c’è un fatto che viene sempre sottaciuto. In un determinato periodo storico l’Italia ha scelto il fascismo e non il comunismo. Non mi pare una questione di poco conto.


I miei genitori così come i nonni hanno trascorso parte della propria vita sotto il regime fascista. L’esperienza è stata traumatica e gli strascichi, benché siano passati più di sessanta anni, non si sono ancora esauriti.

La generazione nata negli anni venti, periodo a partire dal quale il fascismo ha preso il potere, non ha alcuna responsabilità per le sue degenerazioni; se di responsabilità vogliamo parlare queste vanno al limite riferire a coloro che ai tempi della marcia su Roma avevano più di venti anni, ma queste persone oramai ci hanno lasciato da tempo.

Lo sforzo per liberarsi dal pesante fardello è stato molto lacerante e purtroppo non si è concluso anzi, a questo punto, difficilmente riuscirà a trovare uno sbocco.

Discorrendo da giovane con alcuni parenti nati o cresciuti agli albori del regime, ho avvertito come estremamente sofferto lo sforzo per allontanare una resa dei conti di cui nessuno mai li avrebbe chiamati a rispondere. Chi è stato educato fin dalla infanzia alle severe regole del regime e indottrinato secondo i proclami guerreschi dei figli della lupa, non può essere ritenuto responsabile delle leggi razziali o della decisione di entrare in guerra nel 1940.

Perché allora questa difesa di ufficio? Forse dietro la ossessiva ricerca di appigli per giustificare un periodo condannato senza appello dalla storia, si cela il desiderio di lavare un inconscio senso di colpa che una intera generazione ha vissuto sulle proprie spalle; una sorta di excusatio non petita senza alcuna accusatio manifesta.

"Non vorrai mettere sullo stesso piano un burbero benefico come Mussolini e un criminale come Stalin," era la giustificazione ricorrente alle incalzanti obiezioni sul male che il regime ha causato al paese. La verità è che Mussolini non era Stalin ma neanche quel semplice burbero che si vorrebbe far credere, eppure è stata questa la immagine che ne hanno ancora tanti italiani.

Quando qualcuno degli zii con i quali interloquivo da giovane mi raccontava che durante il fascismo il clero veniva rispettato mentre negli anni che hanno preceduto l’avvento del regime era quotidianamente oggetto di insulti, ero troppo timido e inesperto per replicare che la devozione del fascismo verso la religione era di pura facciata e nascondeva, in realtà, il disegno meschino di utilizzare la fede come paravento per accattivarsi il sostegno del paese.

Il quadro è stato magistralmente dipinto da Arturo Carlo Jemolo nel seguente brano tratto da Stato e Chiesa

Il fascismo era esaltazione della violenza, della guerra, di quelle dottrine dell’irrazionale, della bellezza del gesto, dell’attimo fuggevole, della estrinsecazione dell’impulso vitale, del potenziamento dell’individuo, che rappresentano precisamente la antitesi della dottrina cristiana. Il fascismo era esaltazione della propria patria contro tutti e contro tutto, disconoscimento della idea di giustizia quando una delle parti in causa sia il proprio paese perché questo ha sempre ragione, e non c’è più bene o male quando l’interesse del paese è in gioco e il dovere del cittadino è di essere sempre per il proprio paese mentre il cristianesimo è la legge della universalità, dove tutti gli uomini sono fratelli."

La convinzione che il fascismo sia stato un bene per il paese fino al 1940 e la guerra solo un accidente che ha guastato la festa rappresenta il primo di una lunga serie di stereotipi di cui il nostro paese non riesce a liberarsi.

La verità è un’altra: la guerra non è stata una tragica fatalità nella quale l’Italia si è trovata coinvolta senza volerlo ma, come fa intendere chiaramente Jemolo, l’essenza e la logica conseguenza di una ideologia ispirata al mito del superuomo di Nietzsche, e quindi diametralmente opposta a quei valori cristiani che sono stati sempre connaturati alla tradizione del popolo italiano e che, non a caso, si è chiesto di inserire nella costituzione europea.

Non dimentichiamo infine che essendosi Hitler da giovane ispirato proprio a Mussolini, il nostro paese ha delle responsabilità aggiuntive che da noi si cerca di minimizzare ma che l’Europa non ha ancora completamente metabolizzato.

Non è da escludere che la esclamazione irritata“ Les italiens!!” che ogni tanto si sente profferire in una cittadina meta di pellegrinaggi come Lourdes, ogni qualvolta qualche visitatore nostrano si mostra poco rispettoso del silenzio che impone la solennità del luogo, non nasconda un freudiano senso di insofferenza dei francesi verso il vile attacco perpetrato dall’Italia fascista ad un paese oramai in ginocchio. Anche perché, posso assicurare per esperienza diretta, l’esuberanza a volte fuori le righe di qualche comitiva di connazionali non ha nulla da invidiare con il brusio internazionale che si ascolta quotidianamente davanti alla grotta.

Forse la spiegazione più convincente per quella che potremmo definire una delle più classiche ostinazioni della ragione parte dalla constatazione che per molti dei nostri genitori il fascismo equivale a gioventù e dunque il periodo della giovinezza, specie quando questo dono è oramai svanito, è bello “a prescindere”. I vent’anni restano sempre tali anche se vissuti nel deprecato ventennio.

Alla generazione vissuta durante il regime e uscita da questa tragica esperienza è stato poi lanciato un insperato salvagente da parte del comunismo che ha combattuto il fascismo con la riserva mentale, sostengono gli avversari, di sostituirlo con una dittatura alternativa anche se nella veste più "nobile" del proletariato.

Le coscienze si sono adagiate e al regime, pur con i suoi eccessi e i suoi limiti, è stato riconosciuto il merito di avere issato uno steccato contro un sistema totalitario identificato come il male assoluto e a Mussolini di avere evitato all’Italia di cadere sotto il giogo di Stalin. “Meno male che abbiamo scelto la brace altrimenti saremmo finiti nella padella."

Negli anni del dopoguerra il fascismo nella rinnovata veste del Movimento Sociale viene tollerato e in taluni casi anche sostenuto in funzione anticomunista, senza considerare che una dittatura non si combatte contrapponendovi un'altra di segno opposto ma solo con gli strumenti della democrazia. L’anticomunismo diventa il pretesto per eludere i conti con il passato, in un ostinato quanto inutile tentativo di giustificare un regime che, pur non essendo arrivato agli orrori del nazismo, ne ha condiviso i trionfi. In questa operazione di rimozione forzata della storia si distinguono anche numerosi credenti, senza alcun dubbio sinceri, che giustificano il regime come l'unica barriera contro l'ateismo dilagante della ideologia avversaria.

Il fascismo non è finito nel 1945, avverte Pietro Scoppola, in quanto ha covato sotto la cenere per molti anni per riemergere poi sotto mentite spoglie.


La riflessione sulle sofferenze che i nostri genitori hanno dovuto sopportare sulla loro pelle presuppone un doveroso atteggiamento di prudenza. La ragione, prima di emettere verdetti definitivi, deve adottare quello che nell'ambiente scientifico viene accreditato come il principio di precauzione, di cui ci si avvale per valutare il potenziale rischio di una innovazione tecnologica, ma che può essere mutuato anche come modello per decifrare un determinato periodo od evento storico.

Nessuno potrà mai dimenticare il dramma del soldato italiano che ha giurato fedeltà alla monarchia e che all'improvviso non ha più alcuna autorità da seguire, ne può essere sottaciuta la poco invidiabile posizione del Pontefice Pio XII, impegnato nell'ingrato compito di fronteggiare un dittatore sanguinario che al minimo pretesto avrebbe potuto cancellare la città eterna dalla faccia della terra.

Le critiche provenienti dalle poltrone non sono mai credibili; eppure non si può fare a meno di esprimere rammarico se uno dei volontari della repubblica sociale come Tremaglia, che poi ha rivestito la carica di ministro e quindi giurato sulla Costituzione che nasce dall’antifascismo, non abbia mai sentito il dovere non di rinnegare le scelte del momento, abiura che nessuno ha mai chiesto, ma di riconoscere almeno che la parte per la quale aveva scelto di combattere era nell’errore. Un conto è il rispetto dei morti altro discorso è il ribaltamento dei valori. Oramai è tardi visto che l’accertamento della verità sembra non interessare più a nessuno.
La sconfitta del fascismo è merito decisivo anche se non esclusivo del comunismo. Per ironia della sorte un regime totalitario viene smantellato con il contributo determinante delle forze che si ispirano ad un modello analogo anche se di segno opposto.

La vicenda del Partito Comunista Italiano è davvero singolare. Dopo la prima guerra mondiale il partito è proteso verso la rivoluzione che dovrebbe instaurare un regime analogo a quello della Unione Sovietica di cui al momento nessuno poteva o voleva immaginare gli orrori.

Nel dopoguerra la luna di miele nell'ambito del Comitato di Liberazione Nazionale dura ben poco. Dopo avere liberato il paese dal fascismo l'assillo diventa quello di evitare di cadere nell'abbraccio mortale del comunismo; in sostanza di non tornare dalla brace nella padella o viceversa a seconda dei punti di vista.

Pur avendo contributo in maniera determinante alla liberazione del paese e alla approvazione della Costituzione, il PCI non partecipa al potere in virtù di quella definita una conventio ad excludendum, vale a dire una sorta di tacito accordo tra le forze politiche per tenere fuori il partito dalla stanza dei bottoni; in realtà la esclusione dipende dalla circostanza che l’elettore, in preda a qualche ragionevole timore, non solo si astiene dal dare il proprio consenso ma anzi combatte senza tregua una simile evenienza. Se infatti il PCI fosse riuscito a guadagnarsi la fiducia del paese ed ottenere la maggioranza alle elezioni nessuna conventio lo avrebbe potuto escludere dal potere e probabilmente la storia avrebbe seguito una altra strada.

E' dunque il popolo con lo strumento elettorale che respinge l'ipotesi di una partecipazione del PCI al governo, assumendosi la responsabilità di questa decisione e, viste le premesse, anche il merito. La sovranità che la Costituzione riconosce all'elettore viene in questa circostanza esercitata con ragionevolezza e senso di responsabilità anche se purtroppo è a partire da questo momento che di questa virtù si cominciano a perdere le tracce.

La situazione diventa kafkiana. Il PCI contribuisce in misura determinante alla stesura della carta costituzionale, di cui vengono accettati senza condizioni i principi fondamentali di uno stato democratico di tipo occidentale e si fa promotore, attraverso le rivendicazioni del sindacato, della realizzazione di quelle riforme che consentiranno ai meno abbienti di partecipare al benessere e alle classi lavoratrici di acquistare dignità nel posto di lavoro. E tuttavia, allorquando si finisce a parlare dell’Unione Sovietica con un iscritto al partito il discorso diventa tabù; almeno fino alla fine degli anni sessanta questo paese resta un mito sul quale non c'è mai nulla da ridire.

Argomentare a quei tempi di democrazia e libertà con un rappresentante del PCI è irritante come dibattere con un nostalgico del regime di Mussolini. La parzialità della visione è assoluta come la incapacità di riconoscere anche una minima incongruenza nella propria posizione.

Il contrasto tra la libertà fasulla della sbandierata dittatura del proletariato e quella vera della deprecata socialdemocrazia equivale al conflitto fra la interpretazione letterale della Bibbia, che fa risalire la creazione dell’uomo a circa cinquemila anni prima di Cristo, e i dati della scienza che rivelano che l’uomo popola la terra già da milioni di anni. Il relativismo irrompe nello scenario del nostro paese e diventerà una costante fino ai giorni nostri. Nell’Unione Sovietica non c’è disoccupazione declamavano i comunisti di ieri così come gli anticomunisti di oggi si vantano che il famoso Patto con gli italiani del 2001 è stato pienamente rispettato.

Una domanda viene posta in modo incalzante da coloro che, come il sottoscritto allora molto giovane, si oppongono implacabilmente a questa ideologia: le elezioni che dovessero decretare la vittoria del PCI sarebbero le ultime? Questa domanda è rimasta senza risposta almeno fino all’arrivo di Enrico Berlinguer.
Negli anni del dopo guerra fino alla caduta del muro di Berlino si consuma una delle numerose anomalie della vita politica del nostro paese, quella che Ronchey definisce come il fattore K, teorema in virtù del quale il PCI più è forte e più lo si ritiene inidoneo a governare.

Nel mese di Agosto del 1968, subito dopo la invasione della Cecoslovacchia da parte delle forze del patto di Varsavia la istintiva reazione del sottoscritto non può essere certamente definita elegante. "Bene!" proclamo ai quattro venti con una notevole dose di cinismo, "Voglio vedere se adesso qualcuno avrà ancora il coraggio di continuare a votare per il PCI."

Le mie incaute previsioni o per meglio dire gli auspici interessati si rivelano infondati. La reazione ufficiale del PCI riportata sulla prima pagina dell’Unità appare come un capolavoro di ipocrisia, eppure da quel momento la storia prende un'altra piega. Il PCI non rompe ancora con Mosca anche se tende a prenderne gradualmente le distanze alla ricerca di una via italiana al socialismo, come lo stesso Togliatti aveva preconizzato prima di morire pur non riuscendo mai concretamente a spiegare in che cosa potesse consistere. Se ne accorgono presto i movimenti giovanili che, non sentendosi più rappresentati dal partito, confluiscono nei movimenti extraparlamentari.

Nel frattempo anche i più sinceri e convinti anticomunisti nascondono con difficoltà una certa dose di invidia davanti alla consuetudine del militante del PCI di devolvere al partito una parte consistente dello stipendio o del salario; il confronto con le abitudini di alcuni politici di parte opposta, di cui una quota altrettanto consistente degli introiti già appare di origine sospetta, comincia ad essere avvertito con un certo imbarazzo.

Inizia una vera e propria caccia alle streghe alla ricerca spasmodica del comunista “incoerente” che, risultando intestatario di una modesta utilitaria, predica bene e razzola male.

Eppure talvolta il comunismo suscita ammirazione anche presso gli avversari più convinti. “ Ci verrebbe il comunismo, ma quello vero” minaccia tra lo sconcerto dei miei compagni di scuola il nostro anziano preside, nella improbabile versione di proletario con l’abito scuro.

In realtà la reazione stizzita verso una delle nostre marachelle non nascondeva un appello inusuale alla rivoluzione leninista ma semplicemente un invito alla disciplina che nei paesi del comunismo reale era, al di la di ogni valutazione ideologica, una dura realtà accettata con eccessiva disinvoltura da tanti sedicenti rivoluzionari nostrani.

Questa ed altre contraddizioni cominciano ad essere avvertite dai dirigenti del partito a partire dal segretario Enrico Berlinguer.Nasce l’eurocomunismo che non si comprende se preluda ad una nuova forma di comunismo o, più semplicemente, nasconda un comodo paravento per evitare di ammettere che si sta ripiegando verso la tanto vituperata socialdemocrazia. La delusione degli orfani del vecchio PCI è cocente e conduce al riflusso da una parte e al terrorismo dall’altra. Paradossalmente è il mondo cattolico, uscito fresco dal Concilio, a guardare con attenzione a questo nuovo soggetto che sta prendendo forma pur trovandosi ancora nell’occhio del ciclone, attaccato da una parte per non stare dalla parte dei veri comunisti e dall’altra per avere generato i comunisti autentici.

Quando muore Petroselli, esponente del PCI e sindaco di Roma, un amico che lo conosceva bene mi assicurò che era un grande uomo pur essendo comunista; mi venne spontaneo ribattere che era un grande uomo proprio perché comunista anche se poi mi sono bloccato prima di avere proferito parola.

Il giudizio personale sul PCI, che ai tempi della invasione della Cecoslovacchia poteva essere definito sprezzante, si stava adeguando con la stessa lentezza esasperante con la quale si andava evolvendo la classe dirigente di questo partito.

Si dice che solo gli imbecilli non cambino mai idea: sarà questo il motivo per cui gli orientamenti acquisiti per educazione o per tradizione cominciano a confrontarsi con una realtà che appare in continua evoluzione. E’ così anche nello schieramento che da avversario inizia a diventare oggetto di attenzione: i comunisti duri e puri cominciano a smussare le loro posizioni e a riconciliarsi con quei democristiani con i quali avevano condiviso la lotta nella resistenza.

Nel frattempo il mondo giovanile negli anni del post sessantotto, anche se respinge la violenza dei gruppi più estremisti, vive una sorta di ebbrezza della ragione nella speranza di instaurare nel paese un sistema politico che non esiste se non nell’immaginario collettivo.

Il sessantottino, figura mitica dipinta con ironia da Nanni Moretti nel film "Ecce Bombo" lo si riconosce a prima vista.

Nelle aule universitarie si batte per il tempo pieno nella didattica che, in realtà, viene riservata a defatiganti quanto surreali dibattiti sulle prospettive della rivoluzione cinese. Nel posto di lavoro si fa notare per la spasmodica ricerca di tutte le scappatoie garantite dai contratti di lavoro, a partire dal diritto allo studio per finire alle 150 ore. In famiglia alla figura del padre severo ed autoritario sostituisce quella del babbo fratello che tutto comprende e perdona. La austerità dei principi ottocenteschi cede il passo al permissivismo fine novecento senza che quasi mai si riesca a trovare un ragionevole equilibrio.

Eppure, premesso che il 68 non è stato un fenomeno esclusivamente italiano ma un sommovimento planetario,e considerato che fenomeni del genere sono simili agli eventi naturali, è del tutto fuorviante addebitare tutti i mali a questo periodo storico quando il male va ricercato non solo nella mancanza di proposte da parte di chi lo ha spavaldamente cavalcato ma anche di risposte da parte di chi lo ha passivamente subito. Il 68 è stato un disastro ma fa tanto comodo. Ha rovinato i giovani perché ha annullato il principio di responsabilità che però non può essere reintegrato perché altrimenti si dovrebbe ripartire con il ripristino del principio di legalità. Guarda caso il partito liberale che sarebbe stato l’antagonista naturale della ideologia del 68 entra in crisi definitiva a partire dagli anni immediatamente successivi.

Il 68 è il protagonista nel bene e nel male e trova solo nel PCI un antagonista critico anche se attento. Non è un caso che le brigate rosse uccidono o gambizzano i simboli del potere anche se ideologicamente privilegiano come bersaglio proprio il partito della classe operaia, di cui un militante come Guido Rossa viene barbaramente assassinato, proprio quando gli anticomunisti accusano il PCI di avere, con un comportamento ambiguo, assicurato paternità politica al terrorismo.

“La violenza è solo fascista”, proclama spavaldo un coetaneo nel periodo in cui le brigate rosse uccidono o feriscono quotidianamente i “simboli del potere “, compresa una povera signora di circa sessanta anni, colpevole unicamente di lavorare come assistente in un carcere. L'affermazione non appare così insensata come potrebbe sembrare a prima vista. In realtà l’autore della citazione provocatoria intende asserire che per il fascismo la violenza è il fine della azione mentre nella teoria e nella prassi marxista è solo uno dei mezzi, doloroso ma necessario, verso la meta della società perfetta.

Ecco spiegata la teoria che identifica il male assoluto con le ideologie di estrema destra; teoria che dopo la tragica esperienza degli anni di piombo comincia a mostrare tutti i suoi limiti.

Nel frattempo l’ansia comincia lentamente a svanire e la opinione pubblica si abitua all’idea che la coesistenza con i compagni proletari non sia tutto sommato molto diversa da quella che lega i compagni di scuola. Alle elezioni del 1976 l’ipotesi non del tutto campata in aria di un successo del PCI incute ancora timore e convince la maggioranza degli elettori a cercare protezione sotto le ali protettive della chioccia DC. E tuttavia una aristocratica torinese come mia nonna comincia ad abituarsi alla idea di una presa del potere da parte dei tanto deprecati seguaci di Marx. “ Li aspetto al varco per vedere se costruiranno gli ospedali come hanno promesso!” mi avverte quasi con tono di sfida.

Quasi una rassegnazione per una ipotesi che fino a qualche anno prima sembrava inconcepibile, accompagnata dalla segreta e nobile speranza che gli avversari potessero veramente combinare qualche cosa di buono.

Lo spettro di una forzata convivenza di fatto da parte di due o più famiglie di diritto si aggira ancora per il paese sollevando una sorta di insano terrore, specie nelle zone meridionali dove la proprietà è sacra perché strettamente collegata alla famiglia.

Naturalmente tutti sono consapevoli che i comunisti nostrani non hanno alcuna intenzione di toccare gli assetti azionari della Fiat, figuriamoci se pensano a quelli del pianerottolo. Anzi, se andiamo a leggere bene le encicliche sociali, sarà facile comprendere come per la Chiesa la proprietà sia sacra solo nei limiti delle necessità vitali della persona e della sua famiglia.

Quello che appare difficile da digerire è che per certi versi la Chiesa uscita dal Concilio appare più a sinistra del PCI. Una nuova inquietante personalità comincia ad aggirarsi minacciosa: quella del cattocomunista, terminologia orribile anche se dettata dalla invidia di chi non concepisce che il diavolo possa convivere pacificamente con l’acqua santa.

L'esito delle elezioni europee del 1984, dove per la prima volta si registra il sorpasso, trova la opinione pubblica assolutamente tranquilla per non dire indifferente. Anche se l’Unione Sovietica è viva e vegeta e la caduta del muro di Berlino ipotesi da fantascienza, nessuno ha più paura di un partito che oramai ha completato la transizione.

Il motivo per il quale dieci anni dopo alla indifferenza subentra nuovamente il terrore costituisce uno dei misteri della storia del nostro paese ma anche questo apparente paradosso come vedremo ha una sua precisa spiegazione.

L'anticomunismo sembra sopito ma in realtà cova sotto la cenere pronto a riattizzarsi nel momento in cui gli orfani del PCI, dopo il ciclone di Tangentopoli, arrivano al potere con metodi democratici: da quel momento non vengono più giudicati per quello che nel bene e nel male stavano facendo ma per quello che avevano commesso 50 anni prima. L’elettore italico assopito nel sonno ipnotico degli anni ottanta è ora travolto da un panico da novanta e quindi conferisce al Cavaliere una ampia delega finalizzata non al progresso e la prosperità ma alla lotta contro la coalizione di sinistra, quella sinistra di cui lo stesso cavaliere è stato sostenitore avendo militato nel Partito Socialista che, a quei tempi, conserva ancora il simbolo della falce e il martello.

Davanti al disco rotto dell’anticomunismo la stampa si limita a constatare che, pur apparendo il pericolo un poco datato, all’elettore questo brivido piace assai; dunque sia fatta la sua volontà!

Mentre il mondo si evolve verso la realtà globale il nostro paese si “involve” in un percorso a ritroso verso le origini della specie.

Purtroppo l’esperienza del passato non sembra ammaestrare il presente. Nel momento in cui l’antifascismo appare un poco demodé come per incanto si materializza nuovamente lo spettro, impersonato da una sorta di un novello Stalin romagnolo il cui volto rubicondo evoca irriguardosi paragoni con un prodotto tipico della tradizione gastronomica, reo di avere messo in piedi nel 1996 un governo che si regge sul sostegno essenziale degli ex o post marxisti che dir si voglia.

Singolare è la vicenda di questo personaggio. Politico cattolico e democristiano Romano Prodi è in realtà emarginato dalla stanza dei bottoni. Nel periodo del consociativismo, dove l’arco costituzionale governa il paese senza una precisa demarcazione fra maggioranza ed opposizione, Prodi appare un pesce fuor d’acqua. La esperienza all’IRI è controversa in quanto per risanare la azienda costui si avvale di criteri che oggi vengono citati da tutti gli economisti: efficienza, produttività, flessibilità e conti in pareggio anche a scapito di qualche posto di lavoro.

Sono quelli gli anni nei quali, convivono in un matrimonio indissolubile assistenzialismo ed evasione fiscale, degrado ambientale e crisi del principio di autorità, illegalità e sprechi; sono gli anni nei quali si creano le premesse per quella crisi dalla quale oramai il paese sembra incapace di uscire. Sono gli anni nei quali le svalutazioni competitive e gli aiuti a pioggia consentono alle imprese di sostenere la competitività e al sindacato di presentare piattaforme rivendicative del tutto fuori da qualsiasi riferimento alla realtà.

E’ in quegli anni che i politici come Ugo La Malfa che si sforzano di invertire la rotta sono premiati con percentuali da partito delle casalinghe marsicane.

Crollato il sistema le forze politiche, che per le ambiguità manifeste erano state giustamente emarginate, si trovano ora nella stanza dei bottoni; dunque più per demerito altrui che per benemerenze proprie, ma comunque per scelta popolare. Apriti cielo!

La sinistra arriva al potere e comincia a governare e purtroppo anche bene. E questo per la maggioranza degli italiani è francamente troppo.

E’ giusto comincia a chiedersi qualcuno, che coloro che hanno fatto di una ideologia condannata dalla storia la ragione della propria vita se la possano cavare così a buon mercato?

Lo strano è che analoga domanda non viene posta agli avversari di estrema destra che i conti con il passato ancora oggi non li ha saldati. Certamente nel campo avversario è tutto molto più semplice. Il fascismo e le ideologie cui ad esso si sono ispirate non avevano nulla da nascondere e dunque alcuna necessità di manipolare la verità. Quello che la destra estrema ha sempre promesso, e poi fedelmente mantenuto, era chiaro a tutti fin dal primo momento: lo stato totalitario fondato sulla legge del più forte.

E’ questo il motivo per il quale nessuno chiede alla destra una qualsivoglia autocritica. Autocritica di che?
E’ di qualche anno fa il film che narra di un viaggio compiuto in America latina da Ernesto Che Guevara, con la scoperta delle miserabili condizioni di vita della popolazione di quel continente, che sono state poi alla base della scelta rivoluzionaria prima in appoggio a Fidel Castro e poi in prima persona fino alla morte in Bolivia.

L’applauso che nella sala cinematografica ha accompagnato questa ultima proiezione stride con la indifferenza con la quale oramai vengono accolti i rarissimi servizi televisivi che documentano gli orrori del socialismo reale. Perché questa noncuranza?

L’assoluto del socialismo reale è oggi sostituito dal relativo della società globale con risultati di cui francamente non sempre si può andare fieri. La divisione del mondo in due blocchi, rigorosamente separati da una cortina di ferro, aveva consentito di controllare i nazionalismi e di tenere insieme popolazioni ed etnie tra loro completamente diverse. Il mondo del socialismo reale era un mondo molto poco libero ma molto più stabile.

Durante il comunismo popoli tenuti insieme con la frusta si tolleravano reciprocamente mentre oggi che sono liberi si odiano fraternamente. Il fondamentalismo era sconosciuto fino a quando gli USA non hanno deciso di sostenerlo in Afghanistan ricevendo in cambio un sentito e interessato ringraziamento. Libertà non sempre equivale a bene se questo dono non è esercitato con discernimento.

Grazie al livello estremamente ridotto dei consumi nei paesi del socialismo reale, le nazioni dell'occidente potevano liberamente dissipare le risorse che apparivano illimitate in virtù della limitata platea che ne veniva a beneficiare. Oggi, con il trionfo del mercato tutti i paesi aspirano alla propria fetta di torta così che la razione spettante al singolo individuo è sempre più ridotta. La Cina delle guardie rosse che "spontaneamente" regalavano la domenica al partito andando a lavorare nei campi è rimpiazzata da un gigante di un miliardo e mezzo di consumatori che accoglie con entusiasmo l'invito a scoprire le meraviglie del mercato con il poco gradito corollario di sprechi e danni ambientali.

Il comunismo ha fatto terribilmente comodo avendo consentito di trascurare quasi metà del genere umano, e tuttavia questa non può essere considerata una ragione valida per auspicarne una improbabile riedizione. Al giorno d'oggi il sud del mondo non si ispira più alla chimera della rivoluzione proletaria, avendo sufficiente discernimento per comprendere come questo appello sia profondamente estraneo alla natura umana. Anche chi non possiede il sufficiente per un pasto quotidiano non è disponibile a barattare il pane con la coscienza che tuttavia, proprio perché libera, chiede anzi pretende a maggior ragione giustizia.

"Il comunismo è stato un male necessario". Questa affermazione apparentemente sibillina di Papa Giovanni Paolo II riassume alla perfezione il senso del tragico dilemma.

I militanti del PCI degli anni cinquanta e sessanta hanno afferrato solo il senso del “necessario” senza nulla comprendere o fingendo di non vedere la natura “assoluta” del male. Per questa ragione sono stati meritatamente tenuti fuori dalla stanza dei bottoni per un periodo molto lungo che peraltro si è concluso da un pezzo.

Nessuno sconto a buon mercato è stato mai applicato dalla storia. Dunque se i conti sono stati da tempo chiusi perché rivangare ancora nel passato? Il giusto e lungo periodo di purgatorio è finito e poi non è forse il bipolarismo la caratteristica delle democrazie occidentali.? “No, non possumus” è la risposta che proviene da entrambe le sponde del Tevere.

Ben presto la verità viene a galla. L’anticomunismo sincero di chi ama la libertà o di chi, come le popolazioni della Venezia Giulia, ha sofferto duramente a causa dei suoi orrori, viene svilito e oltraggiato da quello fasullo di chi a mala pena riesce a nascondere la paura folle di non poter più costruire impunemente sulla riva del mare o di essere costretto ad emettere fattura per certificare le proprie entrate. L’anticomunismo da operetta che trionfa nel teatrino della politica diventa la peggiore offesa alle vittime di questa immane tragedia.


Il Papa Benedetto XVI, quando era ancora cardinale, durante un incontro sul rapporto tra fede e ragione, organizzato da Micromega rivista diretta da quel Paolo Flores D’Arcais che può essere definito come uno dei campioni del laicismo, per non dire dell’ateismo più radicale,proclama che una della ragioni del si fa per dire accanimento della Chiesa verso il comunismo è stata la menzogna che da sempre ha caratterizzato questa ideologia.

Nulla di strano visto che l’attuale Pontefice è l’ispiratore se non probabilmente l’estensore delle encicliche del suo predecessore, tutte ispirate al trionfo della “Veritas” mentre il fondamento cui si ispira il Suo magistero è dato dalla lotta contro quella forma di relativismo che pone tutte le verità sullo stesso piano.

Se dunque la verità è unica e, come afferma la Fides et Ratio, “grave il dovere dell’uomo di ricercarla”, non vi è dubbio che la menzogna sia stata correttamente identificata dal Pontefice come il male assoluto, quello che occorre fuggire con tutte le forze.

Detto questo, è stato il comunismo a inventare la menzogna? C’è da dubitarne. Peraltro durante il comunismo la menzogna è stata assunta a sistema in quanto questa ideologia partiva dall’assioma della teoria marxista secondo cui lo stato borghese, sulla base alle ferree leggi del determinismo economico e del materialismo storico, era inevitabilmente destinato a soccombere, sostituito dalla classe del proletariato, unica depositaria del potere e della verità; dunque qualsiasi scostamento dalle inflessibili leggi della natura veniva considerato un non senso e, come nel caso del cannocchiale di Galileo, annullato dalla presunzione assoluta di falsità, quella che non ammette la prova contraria neanche se supportata dalle evidenze. La menzogna è stata senza dubbio il cemento che ha tenuto insieme il sistema del socialismo reale anche se pochi avrebbero sospettato che dopo alcuni anni sarebbe stata la manifestazione abituale di un pensiero lontano anni luce.





Condividi con i tuoi amici:
  1   2   3   4   5   6   7   8   9   ...   16


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale