Un omaggio alla scultura e soprattutto al lavoro che la precede dello scultore A



Scaricare 25 Kb.
02.12.2017
Dimensione del file25 Kb.



GIANNI VILLORESI



SELEZIONE TESTI CRITICI

Quella di Villoresi è una ricerca eterna: la scultura intesa come trasformazione della materia in forma non è problema che richieda soluzioni definitive; è piuttosto constatazione oggettiva della specificità di un’arte, l’unica vera possibile astrazione per chi sceglie quella difficile strada.


Mario Rotta “Diario’87” Galleria Comunale S.Ignazio Arezzo
…tra le opere esposte ricordiamo le «fratture» blocchi di piccole dimensioni in cui Gianni non fa altro che cogliere una particolare venatura nel marmo e, lentamente, aprirla, quasi evitando traumi al masso, e le «sculture da tasca»: orecchini e pendenti di forme geometriche, in cui il materiale tradizionale dell’arte del gioiello, l’oro, viene abbinato al marmo e talora all’ottone e alle pietre dure.

Villoresi ha compiuto due scelte difficili: quella di avvalersi dei mezzi artigianali della scultura e quella di operare appartato nella campagna aretina, senza far parte di nessuno dei numerosi manipoli di giovani artisti rigidamente schierati per gallerie, perciò la sua ricerca merita tanto più di essere considerata con attenzione e rispetto.


Paola Guerrini “Sculture 1985-1989” Salone Garbali Chianciano Terme (SI) 1989

recensione Terzocchio n°54


Gianni Villoresi è uno scultore tradizionale: non solo perché applica alla lettera il significato del verbo scolpire, incidendo e scavando pietre e marmi, ma soprattutto perché si volge alla materia, e alle forme che questa può assumere, con una ottica che è tradizionale. Tradizionale, qui, in questo caso, non vuoi dire passatista. E per rendersene conto basta dare un’occhiata, tanto per fare un esempio, alle sue Sculture da tasca: una serie di bronzetti (o di studi preparatori) di piccola dimensione, dove la scultura, pur continuando a porsi come forma, ritmo e sviluppo di volumi (dalle mille ascendenze), assume però anche una dimensione insolitamente quotidiana. Persino ironica. Lontanissima insomma dal monumentalismo retorico e dalla invadenza importuna.

Il suo, quello di Villoresi, diventa così un cammino a margine, eccentrico, rispetto alle tendenze dominanti. Appartato. Non ingenuo però, né tanto meno disinformato. Certo, si tratta di un lavoro per molti versi ancora in progress: ma anche indicativo di uno dei tanti possibili sviluppi della scultura in anni non favorevoli a questa disciplina.


Gianni Pozzi “Forme nel verde” Horti Leonini S.Quirico d’Orcia (SI) 1990

Lo scultore Gianni Villoresi predilige emblematicamente il marmo e la pietra di cui sembra avvertirne la necessità sia fisica che emotiva…

Questa condizione appare irrinunciabile e ne caratterizza i tratti fondamentali della ricerca. Ritrovare l’equilibrio che saldi le ragioni della materia a quelle delle forma, dei volumi a quelle della plasticità, proponendo significativi percorsi di dimensioni scultoree adattati alle varie localizzazioni ambientali.

La struttura formale è strettamente rigorosa, espressa in poche esibite variazioni. Il marmo acquisisce una vivacità cromatica, una volumetria bidimensionale, un movimento fortemente stilizzato ma intimamente espressionista. Dalle steli, ai tondi, alle strutture tabellari, la volontà di una astrazione classica sviluppata mediante la tensione tra stasi e frattura, si dispiega in un coerenza razionale che cede il passo all’emotività solo dopo aver trovato la sua compattezza plastica.

Meridiane virtuali, pannelli marmorei sezionati sono altrettante espressioni di una divisione del tempo, di un’interruzione, di una separazione dell’ideale dal reale.

Dalla perfezione della forma alla rottura, al taglio del reale, lacerazione di una condizione ibrida, non solo di artista ma di uomo.
Michele Loffredo “Arezzo’95 Dalle ultime generazioni” Galleria Comunale S.Ignazio Arezzo

A cura di Enrico Crispolti



dal bronzo al marmo, all’ardesia il cammino fatto ha privilegiato il cuore antico dell’arte: la sapienza tecnica, anzitutto, e la comprensione del valore espresso dai diversi materiali. Tutto ciò conta a tal punto da richiedere che siano arretrati altri fattori, per esempio, l’impronta del processo esecutivo. L’esito finale tende alla compiutezza e all’autonomia dell’opera e non sopporta tracce impure. I contenuti, persino le ambiguità di significato, vengono ricondotti alla forma mediante un processo di riduzione che riabilita il sistema tradizionale di lettura dell’opera d’arte: il suo rapporto con la luce, la proiezione nello spazio. le variazioni chiaroscurali, la pluralità dei punti di vista.

Proprio per questa ragione può dirsi che la memoria di Villoresi conosce pochi steccati: si apre al fascino del passato e in egual misura alle suggestioni delle avanguardie del nostro secolo.
Ersilia Agnolucci, “Profili di donna “ Corciano (PG) 1996 A cura di E.Giannì
dalle sculture di Villoresi spiccano essenzialità d’intenti e purezza narrativa.

Lo splendore talvolta abbacinante del marmo (specie del bianco di Carrara), le forme millenarie cariche di storia e di miti delle stele e delle forme circolari che divengono ora soli, ora meridiane (a scandire il tempo), tutto si riconduce all’esistere nei suoi aspetti più nudi, lo scorrere dei giorni e il tentativo dell’uomo a darvi un senso.

Ora possono essere Steli custodi come memoria, e le percepiamo quasi come statiche colonne, ora tendono verso un cielo-assoluto, sono le Steli sorgenti; ora ammiriamo meridiane e labirinti sublimati.

E il materiale, marmo o pietra o bronzo, che parrebbe terrestre e pesante, laborioso e impegnativo diviene leggero, quanto leggere impalpabili (ma non per ciò meno vive, sono le avventure del pensiero che rappresentano.
Maria Lauretta Moioli Galleria Ferrari Treviglio (BG) Ottobre 2000

L’ estrema depurazione delle forme di Gianni Villoresi trova sicuramente le sue paternità nella scultura cicladica come nel levigato sintetismo di Brancusi. Qui il fattore plastico si riduce a uno spessore teoricamente bidimensionale, esaltato dalla preziosa luminosità del marmo e dalla sua variante cromatica. Pur nella loro connotazione araldica e astrattizzante, queste sagome gemelle non sembrano però immuni da sottili richiami naturalistici.
Giuliano Serafini “L’opera al grande” Galleria Immaginaria Firenze Settembre 2007


Condividi con i tuoi amici:


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale