Un punto particolarmente critico è la scarsa importanza data alla sperimentalità e in particolare alla pratica di laboratorio



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24.01.2018
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Largo Bellavista

anno 1 - numero 6 – luglio 2007


Salviamo l’Istituto Agrario “B. Caramia”
Insegnare ed apprendere in laboratorio

anche negli istituti tecnici !


di Aronne Galeotti

Nel “DOCUMENTO DI LAVORO” di Maggio 2007, elaborato dal Gruppo di lavoro per lo sviluppo della cultura scientifica e tecnologica presieduto dal prof. Luigi Berlinguer, viene evidenziato come “punto particolarmente critico la scarsa importanza data alla sperimentalità e in particolare alla pratica di laboratorio” nella scuola italiana.

Non c’è dubbio prosegue il DOCUMENTO - che la mancanza di una pratica sperimentale è uno dei fattori sia del deficit di apprendimento sia dello scarso interesse verso la scienza” e, pertanto, “la pratica sperimentale, nelle sue diverse forme, deve essere introdotta a tutti i livelli di scolarità…”
Chi ha un po’ di conoscenza della scuola “reale” non può non aver constatato come, in effetti, le attività di laboratorio, momento centrale per l’apprendimento delle discipline scientifiche in tutte le scuole, paradossalmente, a volte, non vedano protagonisti proprio i docenti negIi Istituti Tecnici.
Così, nel biennio di queste scuole, può accadere di imbattersi in docenti laureati in discipline tecniche (in molti casi già diplomati di Istituti Tecnici) che insegnano Scienze sperimentali ma ignorano che il laboratorio, oltre che luogo fisico, è luogo mentale dove gli studenti organizzano, elaborandole, le conoscenze acquisite attraverso esperienze "sul campo" e così non ne utilizzano pienamente tutte le formidabili potenzialità pedagogico-didattiche.
Le esercitazioni, allora, sono vissute da questi insegnanti solo come un “fastidio”, una diminuzione del proprio status di intellettuale, come tutte le attività che implicano anche una certa manualità (il terrore di “sporcarsi le mani” e, dunque, di essere declassati ad insegnanti di serie B !), una pratica da delegare in toto, agli Insegnanti Tecnico Pratici.
Ma chi ha frequentato i Licei dell’ancien régime, dove si studiava ancora il Latino (e il Greco) e la (storia della) Filosofia, e poi ha scelto Facoltà Scientifiche o Tecniche cosa ha da dire oggi su questo argomento?

Senza sforzarsi troppo riesce ancora a ricordare quegli eccellenti professori di Fisica e/o di Scienze Naturali che, a volte, si barcamenavano in improbabili Gabinetti Scientifici pur di “far toccare con mano” ai loro studenti almeno alcuni aspetti dei fenomeni naturali, per consentire osservazioni e rilevare dati da cui, poi, ricavare leggi generali, ben consapevoli dei limiti della verbosità ridondante che pervadeva i vetusti edifici.


Procedere dalla esperienza di realtà per portare i discenti a costruire la propria conoscenza; partire dalla lettura e dall’interpretazione di materiali loro offerti era, palesemente, già una pratica didattica di chiaro stampo costruttivista.
Nel frattempo sembra proprio che la rivalutazione del pensiero operatorio, del fare, nei confronti di quello logico-formale, della teoria, dell’astrazione sia rimasto affare dei soli pedagogisti !
In tempi più recenti non sembra aver trovato molti estimatori, proprio tra gli insegnanti di discipline scientifiche neppure Jonassen quando, riprendendo Leont’ev, sostiene che “il fare” deve precedere il pensiero formale astratto, per cui è dalla pratica che occorre arrivare alla formalizzazione e non viceversa.
Ben venga, dunque, davvero il Piano ISS se consentirà di recuperare e valorizzare, disseminandolo, il ricchissimo patrimonio di esperienze dei docenti centrate sull'utilizzo del laboratorio, nella consapevolezza che, almeno sotto l’aspetto metodologico, queste sono le più adatte a migliorare l’efficacia dell’azione didattica e, dunque, l’apprendimento degli studenti, come prima ho cercato di suggerire, fuori dalla supponenza che l’insegnare/apprendere “sporcandosi le mani” abbia un minor valore formativo rispetto a lezioni formali, cattedratiche.

10 giugno 2007


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