Un umanesimo di misericordia


Il nuovo umanesimo in Cristo Gesù



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28.03.2019
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2. Il nuovo umanesimo in Cristo Gesù
Presentare l’umanesimo in Cristo Gesù, uomo novo, è individuare il cuore della sua esperienza messianica: Egli si offre a noi come “Giudice di misericordia”. Il Giudizio universale nella cupola del duomo di Firenze, a cui più volte il Santo Padre ha rivolto lo sguardo, non mostra un Gesù con i simboli di un giudizio violento, tipo la spada, ma ci presenta un Gesù misericordioso che offre alla contemplazione del fedele le sue piaghe, feritoie da cui guardare, con amore, il cuore ferito dell’umanità. È il Gesù delle parabole della misericordia di Lc 15. Il padre della parabola di Lc 15, è Dio, Padre di ogni misericordia. Ma è anche Gesù, poiché come lui egli «accoglie i peccatori e mangia con loro» (2). Come il Padre egli è colui che dà (22b), colui che dà da mangiare (23a) ed è colui che si dona, che ci viene donato come cibo ogni giorno. La misericordia che la parabola racconta è la misura dell’amore di Dio rivelata nella vita di Gesù; la stessa misura di amore di cui lui ci rende capaci (Gv 15,12; Mc 8,34), la misura di amore a cui rimandano le sue piaghe.

Il volto di Cristo ci mostra l’uomo, ci mostra chi noi siamo veramente: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo» (GS 22). L’invito allora è lasciarsi guardare e inquietare da lui. Perdersi nella profondità del suo volto, per ritrovare la Bellezza del nostro volto, del volto di ogni fratello e di ogni sorella. Il Papa parla di un volto umano di un Dio svuotato (misericordiae vultus); l’unica possibilità che noi abbiamo di incontrarlo è abbassarci per scorgere questo volto nel fratello umiliato. L’umanesimo cristiano nasce dall’umanità del Figlio di Dio. Non si tratta quindi, di un’idea astratta dell’uomo; l’umanesimo cristiano nasce dall’avere nel cuore gli stessi “sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2, 5):



  1. L’umiltà (cfr. Fil 2,3-6): non preservare la propria gloria ma la gloria di Dio, quella «che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo».

  2. Il disinteresse: non cercare il proprio interesse ma la felicità di chi ci sta accanto: “L’umanità cristiana è sempre in uscita”. Il papa ci invita: «evitiamo di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli» (EG 49).

  3. La beatitudine: il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo, conosce «la ricchezza della solidarietà, del condividere anche il poco». La beatitudine è più che un sentimento, è uno stile di vita, uno sguardo sulla vita che necessita di un cuore aperto per poter capire e volere il bene dell’altro. Non è una sciocchezza ma è ciò che ci apre alla promessa di consolazione.

Il cristiano, la comunità cristiana si immerge nel solco vivo del racconto evangelico sull’uomo, raccontando, vivendo la Misericordia di Cristo. È la fedeltà all’invito di Cristo, “andate e riferite” (Mt 11,4) a generare la professione di fede, la sua celebrazione, la sua comunicazione nello spazio culturale, la sua sintesi nelle formule dogmatiche e la condotta di vita dei battezzati. Il racconto della misericordia anima tutto l’agire della comunità ecclesiale, perché solo il racconto ha la capacità, proprio perché evocativo, di immergere nell’attualità dell’incontro redentivo con Cristo. La verità cristiana, prima che ragionevole è relazionale. Di conseguenza anche l’accoglienza di questa verità non può avvenire fuori dallo spazio relazionale. È in forza del carattere storico e relazionale della fede cristiana che il racconto delle storie di Dio e con Dio rappresenta il modo adeguato di annunciare la Misericordia.

Raccontare però comporta un’altra esigenza per la comunità. Se è vero che il volto di ogni uomo è il luogo in cui scorgere il Volto amorevole del Padre, il cristiano, la comunità ecclesiale tutta, deve porsi in ascolto di quella fiducia profonda e intima verso la vita che sgorga nel cuore di ogni uomo; è un’esperienza originaria che ha come origine l’assoluta gratuità dell’atto rivelativo di Dio e che ha natura essenzialmente relazionale. Sapersi porre in ascolto delle soglie di vita in cui tale fiducia sgorga è vivere l’atteggiamento diaconale di Gesù; è avere la possibilità di immergere la tensione di questa fiducia originaria nella fiducia in Gesù Figlio di Dio, suo completamento; è illuminare i racconti di vita con cui essa si manifesta con il racconto evangelico. In altri termini la comunità realizza la bellezza dell’annuncio: l’essenziale della vita, che manifesta questa fiducia originaria, è toccato dall’essenziale della fede in Cristo Gesù, dalla bellezza del suo amore.

La fede ha una storia. È un evento differenziato in se stesso e ogni volta diverso secondo la vita di colui nel quale si dà nella sua forma originaria a completa. Ad essa non si accede per un contenuto estrinseco; il centro è l’evento in cui accade l’accesso e il racconto come catalizzatore di altri eventi. Si tratta di essere attenti alla vita di quanti la comunità incontra; di vivere relazioni sincere per leggere insieme la vita, per comprende che la fede, quale sia la sua forma, vi è già accaduta (la tua fede ti ha salvato).




  1. Il convegno ecclesiale di firenze:
    La chiesa fermento del nuovo umanesimo



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