Un umanesimo di misericordia


La Chiesa fermento del nuovo umanesimo



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28.03.2019
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La Chiesa fermento del nuovo umanesimo

La luce dell’umanesimo in Cristo deve guidare l’agire della Chiesa. Essa deve assumere gli atteggiamenti dell’umiltà, del disinteresse e della beatitudine nel suo agire: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (EG 49).

Un agire ecclesiale caratterizzato dai tre atteggiamenti resiste a quelle che il Papa indica come due tentazioni:


  1. La tentazione pelagiana: costruire tutto sulla base di strutture e norme “perfette” ma astratte – “la dottrina cristiana non è un sistema chiuso”. La Chiesa, nel suo essere continuamente in riforma, deve lasciarsi portare dallo Spirito Santo che a volte è inquietante, senza timore di perdere qualcosa.

  2. La tentazione dello gnosticismo: confidare nel ragionamento logico, restare chiusi nel proprio soggettivismo: “il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti” (EG 94). La Chiesa deve vivere del rapporto con il popolo. Credere vuol dire incarnare la Verità di Cristo nelle trame della storia per annunciare un Vangelo per la vita e per la speranza.

Guardare all’Ecce Homo è cogliere il senso del Giudizio finale (Mt 25): popolo e pastori insieme per concretizzare un agire ecclesiale di misericordia che sia sacramento della misericordia del Padre, realizzata nell’offerta del Figlio, e che viva nell’opzione per i poveri il cuore dell’esercizio della carità. La carità è l’anima del dialogo e dell’incontro: cercare il bene comune per tutti, non temendo il conflitto ma accoglierlo come esperienza necessaria per costruirne, «un anello di collegamento di un nuovo processo» (EG 227).

Per questo motivo la Chiesa è una comunità che fa memoria dell’amore misericordioso del Padre; la sua credibilità «passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole» (MV 10). Le personali storie di fede, di perdono sono irrinunciabili per l’annuncio della fede della Chiesa e ogni individuo esprime con la sua storia un carisma che nella condivisione diventa per l’altro fonte di fede. Nella profondità dell’esperienza personale di Cristo, ogni credente è soggetto attivo nella ri-espressione e ri-comprensione della Parola Rivelata in comunità, la quale, allo stesso tempo, plasma la sua vita.1

Nella misura in cui i battezzati vivono la misericordia rivelata nel Verbo di Dio, vero uomo, si rivela la bellezza della comunità ecclesiale. Le storie di conversione e di perdono, ricevuto e donato, che costituiscono la trama del tessuto ecclesiale sono il nucleo generatore di un annuncio che sempre più deve configurarsi «come annuncio gioioso di perdono» (MV 11). A mio avviso è qui la chiave di volta di un annuncio per un umanesimo di misericordia. Con forza il Papa afferma che «è il tempo del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli. Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde coraggio per guardare al futuro con speranza» (MV 11). Il perdono è il cardine di un agire ecclesiale che ha nella misericordia il proprio centro determinante; potremmo dire basta a prassi ecclesiali di riconquista, di muro contro muro, di scontro; è il tempo di aprirci a ciò che identifica l’agire di Dio nelle tre parabole della misericordia di Lc 15: l’andare in cerca, il correre verso.

Sono i verbi dell’iniziativa misericordiosa di Dio: il pastore e la donna delle prime due parabole (Lc 15, 1-10) vanno in cerca, non si arrendono all’idea di aver perso la pecora e la dramma; vanno alla ricerca, una ricerca spasmodica, una ricerca amorevole che dice il desiderio, non tanto di ritrovare e basta, ma di riportare la pecora dalle altre per gioire, di condividere con gli altri la gioia per la moneta ritrovata. Insomma il fine della misericordia è sempre la gioia di ritrovarsi con gli altri; è la gioia della condivisione di una vita ritrovata. Il correre verso è il verbo che scandisce la premura misericordiosa del Padre di Lc 15, 11-32; è precedere l’altro nel desiderio di rivelare quanto il perdono guarisce, restituisce alla vita e ridona l’identità perduta (Presto, portate il vestito più bello e vestitelo, dategli l’anello al dito e il calzare ai piedi) (MV 12).

Una vita ecclesiale intrisa di perdono è il sacramento della misericordia di Dio ed è la via che oggi lo Spirito suggerisce alla Chiesa per ridonare dignità all’uomo oppresso e schiacciato dalle ingiustizie, dalle povertà, dalle divisioni, dalle emarginazioni, dalla violenza, insomma dal male e dal peccato:
La Chiesa vive una vita autentica quando professa e proclama la misericordia – il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore – e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore di cui essa è depositaria e dispensatrice.2
La comunità ecclesiale deve essere attraversata da un umanesimo di misericordia. Nel suo modo di essere e di organizzarsi, di esercitare l’autorità, di gestire le risorse umane ed economiche, di valorizzare i carismi e i ministeri, di stabilire il rapporto con la cultura e le atre religioni, di entrare nel dibattito etico, in una parola nel modo in cui sta nel mondo, la Chiesa racconta la misericordia del Padre. La Chiesa è credibile e abitabile nella misura in cui diventa narrazione viva di Dio che si è rivelato i Gesù Cristo, se diventa storia in atto di quanto attestano le scritture. Il suo essere racconto vivente della grazia di Dio è il livello decisivo della sua testimonianza. In particolare racconta il Dio di Gesù vivendo la sinodalità come scelta fondamentale. Lo stile sinodale è una disposizione permanente, aperta e dinamica, a vivere e operare insieme nello spirito di comunione, collaborazione e responsabilità; è spirito ecclesiale che dice un condividere, un leggere insieme, un mettere in opera e un accompagnare l’agire ecclesiale.3

Questo richiede che la Chiesa sia luogo ospitale di vissuti, la famiglia in cui ognuno può condividere la sua vita, lo spazio accogliente in cui si intrecciano le storie degli uomini, nella quali, come detto, la fede è già data nella diversità delle sue forme, storie umane e per queste storie degne di Dio.




Il convegno ecclesiale di firenze:



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