Una Chiesa “in uscita” nell’Africa del XXI secolo



Scaricare 44.33 Kb.
28.11.2017
Dimensione del file44.33 Kb.

Vi erano là sei anfore di pietra”


Vorrei ricordare alcune delle importanti parole dell’anno scorso di Andrea Riccardi. I cristiani conservatori sono quelli di cui il papa dice: “sembrano avere uno stile di Quaresima e non di Pasqua”. Il conservatorismo si sposa con clericalismo, comodo ai preti e ai laici che vogliono usare la Chiesa ma non impegnarsi. Il popolo ha bisogno del Vangelo, ma anche che si allontana –soprattutto con le giovani generazioni- dalla parola della Chiesa.
L’Evangelii Gaudium ci aiuta a ripensarci a partire dalla Parola di Dio. La rimette al centro. La Parola di Dio restituisce il cuore e fa vedere gli altri con il cuore. Vivere con il cuore fa vedere gli altri con Gesù. Prima di tutto i poveri, che vengono scoperti come amici e compagni, miei amici e non solo clienti delle istituzioni caritative.

Il primo grande problema non è l’organizzazione, né sono le competenze, bensì l’orientamento in cui camminare insieme. E’ l’amicizia che circola tra i discepoli, il calore dei rapporti a essere attrattivo. Non c’è missione senza amicizia e comunione.
2 Cor 9, 6-11. La parola di Dio è sempre lampada per i nostri passi, anche quando siamo abbagliati, anzi proprio quando siamo ancora più abbagliati dalle tante luci che distraggono, illudono, deludono. Non dobbiamo forse tornare sempre all’essenziale della parola, di porci di fronte ad essa in maniera radicale, senza le glossa che sono le abitudini, le precomprensioni, le interpretazioni che finiscono per fare perdere ad essa l’immediatezza, la gioia, la proposta personale nell’oggi che sempre la Parola di Dio ha? La Parola di Dio non è mai una ripetizione. Non è una riproposizione di qualcosa già ascoltato, ma è sempre creatrice e nuova.

Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia.
Così sarete ricchi per ogni generosità, la quale farà salire a Dio l’inno di ringraziamento per mezzo nostro. 

Con la Evangelii Gaudium, Papa Francesco invita tutte le nostre comunità a ripensarsi in una conversione missionaria e quindi in uscita. Non è scontato. Conversione missionaria vuol dire che non cambiamo ponendoci in seno astratto, moralistico, interno, ma la conversione è girarsi verso, non continuare con il “si è sempre fatto così” e cercare, a volte faticosamente, nuove risposte per “fare” in un altro modo. Il nostro atteggiamento, purtroppo, su questo è conservativo e diffidente verso il cambiamento. Facciamo fatica sempre ad una conversione, perché pensiamo che perdiamo senza trovare, che mettiamo in discussione ma senza aere subito delle risposte chiare e definitive a sufficienza. Quindi facciamo fatica.

Poi la nostra fatica è anche che non ne vediamo i motivi. E’ difficile capire qualcosa della festa di Cana se non ci accorgiamo che il vino è venuto a mancare! Se accettiamo come normale la mancanza, così come normale appariva ai discepoli rimandare le folle perché era tardi, perché il luogo era deserto, perché ognuno deve trovare a solo quello che gli serve, perché noi non abbiamo le risposte per tutti, perché la folla non era filtrata, perché non doveva finire, no dobbiamo accettare, rassegnarci, alla conclusione? Come la sera quando il giorno volgeva al termine e sembrava ingenuo o addirittura irresponsabile non rimandare via la gente proprio perché andassero a cercarsi da mangiare. Se non ci accorgiamo del vino che manca, della fame che c’è non capiamo perché Maria è insistente. Se non pensiamo, con la fede di Maria, che Gesù ha comunque la risposta, quella che nessuno sapeva, per certi versi anche lo stesso Gesù per il quale non era giunta la sua ora. Maria è donna di fede e crede all’adempimento della Parola. Non è una promessa vaga, non è una consolazione per evitare troppi problemi, ma è la soluzione, il vino più buono, la ricompensa per tutti. Crede che sia Gesù ad avere la risposta per quella mancanza. Maria non seleziona prima coloro che avrebbero goduto dell’acqua cambiata in vino, lo offre a tuti perché nessuno sperimenti la fine della festa. E’ il diritto all’abbondanza, è la promessa di beatitudine che voleva. Infine non dobbiamo mai dimenticare che la manifestazione di Gesù avviene fuori dal tempio, fuori dal tempo previsto, pressato dalla necessità e dalla preghiera di Maria. E se la chiesa no si accorge più, non cerca la gioia per gli altri perché se ne sta a casa, non partecipa più confusa insieme a tanta altra gente, senza posti privilegiati, senza risposte previe definitive? Se invece di credere, come Maria, che facendo tutto quello che Lui ci dirà troveremo quello che manca agli altri cerchiamo da soli oppure una risposta definitiva in astratto? Sono le situazioni, i segni dei tempi e anche la sofferenza delle persone a fare accorgere Maria. Infine è cercando quello che manca agli altri che troviamo quello che serve a noi. Il vino più buono, la presenza di Gesù, la manifestazione di una forza che altrimenti non si rivela.

Eg invita tutti ad una “conversione pastorale”. E ad una “Chiesa di popolo”. Non possiamo tenere nascosti sotto terra i talenti, vanno impiegati. Il Papa esorta a prendere l’iniziativa, ossia liberare con fiducia la forza d’amore che è nella Chiesa. La Chiesa “sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi”.
Gesù si commuove sulle folle

Di fronte a questo scenario dobbiamo ripartire dallo sguardo di Gesù sulle folle: Gesù “sentì compassione (per le folle) perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9, 36). Le due parole con cui Matteo definisce la condizione delle folle sono in greco: Eskulmenoi (vuol dire non solo stanche, ma spaesate, confuse, vessate) e Errimmenoi (vuol dire abbandonate, senz’aiuto e consolazione). Oggi le nostre città sono fatte spesso più di folle che di cittadini. Tanta gente è ammassata e senza nome, marginale e sbandata, dispersa nelle periferie. Sono folle spaesate: non sanno dove andare. E purtroppo talvolta si mettono a seguire falsi pastori, altre volte sono ripiegate e rassegnate, oppure diventano violente, come accade nei linciaggi. Tutte, comunque, attendono pastori buoni che le comprendano e le aiutino ad andare verso un futuro di pace.
Chiama i discepoli

Gesù, buon pastore e medico, incontra queste folle assieme ai discepoli. “Uscire” verso le folle non è un vano attivismo, non è fare di più! E’ imitare Gesù, che –dice Giovanni- “conduce fuori le sue pecore” (10,4). Gesù ama la gente del mondo, quella lontana, che sbaglia, estranea alla fede. Gesù si circonda di discepoli per aiutarlo in questa opera di consolazione. E dice loro:” Voi stessi date loro da mangiare” (ivi, 37).

Papa Francesco parla spesso contro il clericalismo, che si lega a un’idea di Chiesa piccola, gestita solo dal clero. Non si tratta semplicemente di trovare laici che aiutino il clero; occorre suscitare nei cristiani stessi la passione per parlare con le persone delle folle. C’è bisogno di laici che sappiano parlare al cuore della gente. Spesso la parola di una donna arriva dove non giunge un sacerdote e tocca di più. Il popolo in uscita è chiamato ad essere profetico.

Il problema della comunione e della paternità, maternità.
I falsi pastori

Le folle della città vivono oggi in un mondo tutto economico, dominato dal denaro e cercano una via di uscita dalla tristezza. Spesso la trovano nei tanti monolocali delle solitudini. Nel consumismo o nella new age, non a caso così legato all’idea del prendere tutto per sé, che non è un’appartenenza specifica, ma una melassa di individualismo, di diritti, di buon senso psicologizzato, di mediocrità, di passività. Le folle sono bombardate da tanti messaggi mediatici: c’è tanto rumore, ma anche un grande silenzio di parole vere, personali, disinteressate, affettuose. Se ci si ferma a parlare con le folle, ad esempio, emerge il dolore delle persone anziane che sono ormai una parte importante della società. Gli anziani sono una vera periferia della folla, senza risorse, senza pensione, senza medicine gratuite: sono i veri poveri. Il rispetto verso gli anziani è in difficoltà. Gli anziani sembrano appartenere al passato e si dice siano un peso per i giovani nel presente. Bisogna incontrare i bisogni degli uomini, delle donne, dei giovani, degli anziani. La gente ha bisogno di essere ascoltata, perché non trova chi l’ascolta.
Dopo l’Anno della misericordia

Siamo chiamati a vivere il calore della misericordia per fare emergere l’umanità della gente. La nostra non è una religione dell’emozione che passa, né però è religione della fredda ragione. Nella lettera conclusiva dopo il Giubileo il papa parla di una “rivoluzione culturale” da fare: “Siamo chiamati a far crescere una “cultura della misericordia, basata sulla riscoperta dell’incontro con gli altri”. Quando si esce e s’incontra, si sviluppa e si contagia la cultura della misericordia. La misericordia mangia terreno alla magia, all’emozionalità, alla logica del denaro e del mercato, alla corruzione e costruisce uomini e donne saggi e umani. La folla, per liberarsi dall’anonimato, deve sentirsi amata. Non basta un’emozione: ci vuole amore. E l’amore è sentimento, trasporto, simpatia, ma anche fedeltà, conoscenza, lealtà, sincerità, convinzione.
Essere profeti disarmati

La paura, lo solitudine. Una cultura di violenza. Il terrorismo. Torino. Oggi, in tante parti del mondo, la guerra è riabilitata e sembra essere uno strumento normale, per difendersi e affermare i propri diritti. Con la guerra si riabilita la violenza intesa come lo strumento per affermare i propri interessi, politici ed economici. Tutto ciò è uno scandalo di fronte al quale noi non possiamo restare impotenti! Una Chiesa in uscita è un popolo che mette il balsamo sulle ferite della violenza, e le ferite se non sono curate potrebbero provocare ancora nuova violenza: le radici della guerra sono infatti profonde. La Chiesa non può stare chiusa nel tempio, né nascosta solo in un mondo religioso. La Chiesa è un soggetto profetico nella società che dà voce ai poveri, che lavora per la pace quando tutti sono rassegnati, che ha fede, quando tutti hanno paura. Ricorda a tutti che in ogni occasione, o anche nelle situazioni che sembrano più difficili, la pace è sempre possibile.
Papa Francesco ha indicato alla chiesa italiana - nel corso del suo appuntamento più importante anche perché la coinvolgeva in tutte le sue componenti, preparato con cura e tappa decennale di riflessione che in passato ha significato l’indirizzo per il cammino delle diocesi e delle parrocchie – “per i prossimi anni”: “in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii Gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno”. T

Tutta la prospettiva dell’EG e alcune priorità individuate. Non possiamo dire che non abbiamo indicazioni. Mi sembra che, anzi, sia una richiesta pressante di mettersi a cercare le risposte necessarie per un uovo umanesimo, del quale il nostro paese tutto, cioè il popolo, ha un bisogno estremo. Il problema è che queste indicazioni sono diverse da quelle cui spesso siamo abituati e che ispira a taluni il giudizio di non avere programmi certi. Egli chiede di arrivare a criteri pratici capaci di attuare le disposizione dell’EG; cerca non affermazioni generali, qualche volta senza tempo, ma parole su alcune priorità. Sappiamo come spesso quando non vogliamo dire nulla diciamo tutto; quando è più importante non sbagliare, preoccupati più di una logica interna, di considerazioni di merito senza il confronto con la domanda che incontriamo, insomma in una logica interna, cerchiamo una completezza, a volte estenuante per noi e per chi ascolta, con il risultato, alla fine, di omologare tutto e di rendere uguale. Senza priorità non c’è pastorale, che, anzi, sa discernere alcune richieste che vengono giudicate indispensabili e non in una preoccupazione generale, ma molto calata nel presente. Questo, ovviamente, comporta non dire alcune verità, non insistere su tutto per taluni interpretato come minimizzare le certezze, svalutarle o, peggio, rinnegarle. Spesso è l’accusa, a volte diretta, di sottovalutare quindi di confondere, di indurre nella convinzione che tutto è possibile. Ma non è vero come non è vero il contrario, cioè che dire tutto significhi difendere la dottrina o ancora più renderla vicina. Spesso, lo sappiamo, procuriamo un effetto di rendere lontani o di banalizzare come avviene per contenuti che non arrivano al cuore.
Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura.
La proposta dell’Evangelii Gaudium e l’insistenza di Papa Francesco e delle sue priorità, per cui non diciamo su tutto, ma stabilisce alcune esigenze da cui partire e che vuole diventino una vera conversione pastorale, ci chiedono di fatto di ripensare alcune categorie interpretative a partire dalle loro categorie pastorali. E’ pensabile, ad esempio, una evangelizzazione che non tenga in conto la dimensione sociale? Per noi non vuol dire qualche impegno concreto? Cosa dobbiamo fare? Possiamo continuare a parlare di “volontariato” quando parliamo della carità per i nostri fratelli più piccoli, cioè di un legame familiare? Ma noi, con i nostri fratelli facciamo volontariato o li amiamo? Noi facciamo fatica. UN’idea di parrocchia è in difficoltà e dobbiamo trovarne un’altra. Abbiamo però ancora ruolo e siamo indispensabili (senza prete…).

La priorità: costruire comunità che non abbiano noi al centro, ma al centro abbiamo Gesù. Non è il genio di qualcuno, ma è una conversione pastorale. Tutto l’approccio dell’EG è eminentemente pastorale. Ci aiuta a confrontarci con i problemi concreti i quali siamo tutti sottoposti. A volte non li vediamo affatto, li riteniamo strutturali, facciamo fatica a uscire dalla sensazione di averne già discusso a lungo, anche perché è chiaro che non si tratta di problemi nuovi o affrontati per la prima volta. C’è una prospettiva nuova nell’EG, questo sì. Senza metterci per strada non la capiamo! Perché dona una prospettiva generale per tutta la chiesa alla quale non ci si può sottrarre e che solo se viviamo possiamo capire.

Ci riguarda tutti. Nessuno escluso. Noi siamo abituati ad aspettare. Invece ci invita con insistenza a vivere, a prendere iniziativa, ad andare incontro. Noi spesso pensiamo che dobbiamo formarci (cosa sempre vera, la vera formazione però non è mai in vitro, in laboratorio, ma in quel bellissimo unico laboratorio che c’è dove sei tu, dove vivi tu, proprio quello dove uno pensa che non possa accadere niente, che tutto resta uguale.). E no dimentichiamo anche che ci appartiene il mondo. Parrocchia vasto mondo. Universalità. I nostri confini. I territori. Vanno bene, sono importanti, ma anche dobbiamo dire sono relativi. La parrocchia secondo un certo modella è in difficoltà. Qui no, per fortuna. Ma quanto non basta a resistere all’invasione del mondo!

Non è una formula! La formula, la ricetta da applicare. Ne abbiamo cercate tante, abbiamo pensate di trovarle e qualche volta le imponevam anche a costo di azzerare quello che trovavamo (quante parrocchie hanno cambiato pelle perché cambiava il parroco? A volte le abrasioni erano più profonde, nel senso di veri e propri espianti, che causavano esodi di massa verso le parrocchie vicine oppure dei veri spellamenti perché si sceglieva una formula o un’altra, un certo itinerario o un altro che poi veniva ripristinato). Penso che poi in realtà le parrocchie cambiano pelle perché c’è una parrocchia profonda, che impieghiamo molto tempo a capire, che è molto più strutturale di quello che pensiamo e vediamo noi). C’è una geologia delle parrocchia molto più resistenti e vere. Forse dovremmo cercare una volta tanto di partire da queste invece che dall’epidermide, che illude noi di capire e di cambiare lee cose. Ma dovremo interrogarci se è sostenibile una pastorale così, parrocchia fatte a immagine e somiglianza oppure dobbiamo cercare seriamente i capire come affrontare il dono della comunione. Quel mistero di compenetrazione per cui finiamo per rassomigliarci, ma non per imporci, che va avanti anche senza di noi, che non dipendono dalle nostre imposizioni o dal subire quelle dell’operatore pastorale di turno (non è buono sostituire al clericalismo né le formule né gli esercizi di protagonismo ministeriale fastidiosi e non risolutivi quanto gli altri già sperimentati!).

Ci piacciono i piani di conquista. 96. Quante volte sogniamo piani apostolici espansionisti, meticolosi e ben disegnati, tipici dei generali sconfitti! Così neghiamo la nostra storia di Chiesa, che è gloriosa in quanto storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel servizio, di costanza nel lavoro faticoso, perché ogni lavoro è “sudore della nostra fronte”. Invece ci intratteniamo vanitosi parlando a proposito di “quello che si dovrebbe fare” – il peccato del “si dovrebbe fare” – come maestri spirituali ed esperti di pastorale che danno istruzioni rimanendo all’esterno. Coltiviamo la nostra immaginazione senza limiti e perdiamo il contatto con la realtà sofferta del nostro popolo fedele.
La catechesi. 166. Molti manuali e molte pianificazioni non si sono ancora lasciati interpellare dalla necessità di un rinnovamento mistagogico, che potrebbe assumere forme molto diverse in accordo con il discernimento di ogni comunità educativa. L’incontro catechistico è un annuncio della Parola ed è centrato su di essa, ma ha sempre bisogno di un’adeguata ambientazione e di una motivazione attraente, dell’uso di simboli eloquenti, dell’inserimento in un ampio processo di crescita e dell’integrazione di tutte le dimensioni della persona in un cammino comunitario di ascolto e di risposta.

Non significa anche qui un equilibrio tra strumenti, indicazioni generai e poi la costruzione familiare di comunità?

Problema di avviare processi. Questo non è affatto facile. Infatti preferiamo legare a noi. Avviare processi significa una certa oggettività pastorale, che passa anche per noi (come deve essere la pastorale) ma che è anche oltre di noi.

Il problema è nel principio per cui la realtà è superiore all’idea. Che vuol dire con questa Papa Francesco? Ovviamente non è un primato della realtà in senso astratto, una cedevolezza alla logica del modo o l’invito a rincorrere la mentalità comune alla ricerca di un poco di consenso. Questo lo facciamo già, purtroppo, quando diventiamo animatori, invece che evangelizzatori, organizzatori, invece di testimoni, factotum invece che accoglienti.

Il Kerigma.

Nell’EG scrive: 35. Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa”.

Questa è la vera insistenza, così diversa dal non indicare un programma, che ci aiuta a cercare
Ortodossia e ortoprassi.

Dovremmo rivedere tutte e due. Ortodossia è solo la tradizione disarticolata? E ortoprassi è il sociale?

L’incontro con il povero ha portato ad una vera orto prassi, non ridotta a denuncia?

198. Per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Dio concede loro «la sua prima misericordia». [Questa preferenza divina ha delle conseguenze nella vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere «gli stessi sentimenti di Gesù» (Fil 2,5). Ispirata da essa, la Chiesa ha fatto una opzione per i poveri intesa come una «forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza tutta la tradizione della Chiesa». [

Mi sembra che EG unisca ortodossia e orto prassi, a volte usate per difendersi da astrazioni lontane oppure usata come se orto prassi nascondesse la mondanizzazione della chiesa
Senza preghiera non c’è evangelizzazione. Tutto nasce dalla parola.

40. La Chiesa, che è discepola missionaria, ha bisogno di crescere nella sua interpretazione della Parola rivelata e nella sua comprensione della verità. Il compito degli esegeti e dei teologi aiuta a maturare «il giudizio della Chiesa». [In altro modo lo fanno anche le altre scienze. Ma la realtà è che tale varietà aiuta a manifestare e a sviluppare meglio i diversi aspetti dell’inesauribile ricchezza del Vangelo. [
Il legame è dinamico, non è mai un equilibrio una volta per tutte, secondo proporzioni stabilite a priori. Alcune volte il sociale ci porta all’evangelizzazione, come le tante domande della folla che prepotentemente entrano nella vita di Gesù e dei discepoli, domande “sociali”, di guarigione, di sofferenza, di misericordia. E poi c’è l’insegnamento di Gesù, che predicava i vangelo del regno. Si intrecciano come nel Vangelo, come nella storia.

Ma occorre perdersi. Il sale. Non le saliere!

.

Il sociale non lo capiamo riducendo tutto all’interno e la chiesa non è l’evangelizzazione di per sé! La terza rivoluzione copernicana: difendere i sani o guarire i malati? Non possiamo rinunciare a cercarli.
L’incarnazione succede alla creazione, in una storia unica. Dio entra nella storia. Le verità dell’atto cristiano derivano non solo da una ortodossia, ma anche da una orto prassi, che proviene dal sensu fidei del popolo di Dio», dalla scelta di generare nella realtà. In uno dei suoi diari sul concilio, osservando la difficolta con cui procedeva la discussione sul tema dei laici nell'assemblea conciliare, Congar avverte che le motivazioni si concentrano in un’idea di chiesa vissuta e tramandata "come un’armatura al di sopra dei suoi membri”.12 Egli ne attribuisce le cause allo smarrimento del tema del “noi”, cosi comune, invece, negli scritti dei padri e nella prima tradizione. Smarrendo la propria dimensione antropologica, la chiesa si trasforma in una definizione infallibile, una decisione sicura ed una regola osservata, mentre dovrebbe essere un corpo di uomini che insieme vive, lotta, spera, crede, celebra, condividendo la preoccupazione per il mondo.

Orto prassi è anche impegnativa per chi dimentica cosa oggi dobbiamo mettere in pratica, che dobbiamo cercare l’amore paradossale del cristiano, non un vago pietismo, no assistenzialismo di ritorno, nemmeno una filantropia accomodante, misurata, di sola denuncia e che non amministra il di più che ci è stato affidato! La nostra “fede si fa solidale col suo tempo", per usare un’espressione di Chenu. Bibbia e giornale di Barth, o la lettura dei salmi e del quotidiano che invocava Dossetti. Ma forse sono proprio quei segni dei tempi che il credente sa scorgere proprio perché attende l’aurora nel buio di questo mondo. L’orto prassi si nutre e nutre l’ortodossia e la libera dalla tentazione del fariseo, del parlare e non vivere. I poveri ci evangelizzano anche per questo! Senza l’amore folle del cristiano non c’è orto prassi; senza paternità o maternità non si incontra il povero.

Certamente molto si avvicinano alla fede partendo dalla carità. Testimoni chi sono se non quelli che rendono concreta la carità? Il vero problema è il di più che viene dall’amore, che si deve vedere, ma non può essere talmente lontano da diventare impossibile; che si deve vedere mentre qualche volta ci omologhiamo alla mentalità comune e diamo più importante al conselling dello psicologo che metterci di fronte alla Parola e lasciarci guidare da lui. Rincorriamo la formazione come fosse l’araba fenice o della serie “gli esami non finiscono mai” anche se sappiamo che la vera formazione è quella del legare la vita alla nostra, della passione e della responsabilità da chiedere. Qualche volta abbiamo ridotto il sociale a scenario interscambiabile e il sociale a organizzazione. Siamo sicuri che la categoria di volontario ci sia sufficiente? Siamo dei volontari o dei fratelli? Faccio volontariato con mio padre o vado a trovarlo? Solo la Parola e la preghiera ed a questo aggiungerei una fraternità ci può fare vedere il “normale” amore in più richiestoci dal Vangelo ci aiuta ad avere lo sguardo di misericordia che c’è chiesto, l’intelligenza penetrante del Vangelo. Un eccesso di distinzioni, di prudenze, porta curiosamente a vivere la dimensione “sociale” come se fosse altra, quasi a volte con disagio, come fosse solo strumentale e se ci prende troppo non vada bene. E quando ci prende troppo? Il contrario è credersi migliori perché immersi nel sociale, con il rischio di perdersi. E spesso ci perdiamo senza la preghiera, l’ascolto, il confronto con chi ci libera dal protagonismo, dall’ideologia, con Colui che impariamo ad amare riconoscendolo proprio nel fratello più piccolo. E se il fratello più piccolo vuol dire anche che chi lo riconosce così e lo ama concretamente vede, in qualche modo, gli stessi tratti del fratello maggiore! Non c’è una consapevolezza astratta previa, che dobbiamo raggiungere! Non si ama in laboratorio e il sociale non possiamo mai ridurlo in laboratorio! Noi siamo riconosciuti da come ci amiamo e come li amiamo. E dobbiamo rendere questo attraente, cioè senza accademismi, con umiltà e gioia.

Il volto della chiesa di cui parlava Francesco e le sue qualità:

Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente.

"Nella vita, c’è bisogno di più del massimo". L’autore della Lettera a Diogneto: "Colui che prende su di sé il carico del prossimo, colui che vuole assistere il debole, colui che dona ciò che ha ai bisognosi, diventa un dio per chi riceve, è imitatore di Dio. Solo così vedrai sulla terra che in cielo regna un Dio." (Cap. 10)

La carità crea la fede, non viceversa: «Per quanto riguarda la Chiesa direi che non deve smettere di essere vicina, ovvero di stare sempre vicina alla gente. La vicinanza. Una Chiesa non vicina non è Chiesa. E' una buona Ong, o un'organizzazione caritatevole, di beneficenza. Ma ciò che identifica la Chiesa è la vicinanza: essere fratelli, vicini, perché siamo tutti Chiesa. Il problema da evitare sempre nella Chiesa è la mancanza di vicinanza. Dobbiamo essere vicini tutti. E vicinanza è toccare, toccare il prossimo, la carne di Cristo. E' curioso, quando Cristo si dà il protocollo in base al quale saremo giudicati, capitolo 25 di Matteo, si parla sempre di toccare il prossimo. "Avevo fame, ero prigioniero, ero malato..."».

Quella che le unisce è la fraternità, la comunione. Spesso l’orto prassi diventa banale protagonismo, se il servizio viene lasciato a iniziativa personale, a ruolo individuale. Il servizio è sempre frutto della comunità dei fratelli e l’orto prassi richiede la comunione.

Stare dalla parte dei lebbrosi. Quelli che non se la meritano.

Immaginate quanta sofferenza e quanta vergogna doveva provare un lebbroso: fisicamente, socialmente, psicologicamente e spiritualmente! Egli non è solo vittima della malattia, ma sente di esserne anche il colpevole, punito per i suoi peccati! È un morto vivente, “come uno a cui suo padre ha sputato in faccia” (cfr Nm 12,14). Inoltre, il lebbroso incute paura, disdegno, disgusto e per questo viene abbandonato dai propri familiari, evitato dalle altre persone, emarginato dalla società, anzi la società stessa lo espelle e lo costringe a vivere in luoghi distanti dai sani, lo esclude. E ciò al punto che se un individuo sano si fosse avvicinato a un lebbroso sarebbe stato severamente punito e spesso trattato, a sua volta, da lebbroso. E’ vero, la finalità di tale normativa era quella di salvare i saniproteggere i giusti e, per salvaguardarli da ogni rischio, emarginare “il pericolo” trattando senza pietà il contagiato”.



Integrazione. Noi siamo al centro di questo. Non scopriamo il Signore se non accogliamo in modo autentico l’emarginato! Ricordiamo sempre l’immagine di San Francesco che non ha avuto paura di abbracciare il lebbroso e di accogliere coloro che soffrono qualsiasi genere di emarginazione. In realtà, cari fratelli, sul vangelo degli emarginati, si gioca e si scopre e si rivela la nostra credibilità! L’integrazione richiede delle comunità familiari.Uscire dal clericalismo. Lo possiamo fare solo in missione.
Non l’amore universale. Dobbiamo operare alcune scelte. I poveri tutti? Ma non dobbiamo iniziare da qualcosa? Anziani? I bambini del doposcuola? Se tutto è uguale per tutti non ci sono vocazioni. Il discorso della corruzione non ci chiede qualcosa? Certi atteggiamenti li capiamo solo nell’esagerazione della misericordia. L’emergenza ci rivela qualcosa che c’è sempre! Per esempio sapere capire gli eccessi della misericordia

Gli eccessi della misericordia



Una parolina per finire sugli eccessi della misericordia. L’unico eccesso davanti alla eccessiva misericordia di Dio è eccedere nel riceverla e nel desiderio di comunicarla agli altri. Il Vangelo ci mostra tanti begli esempi di persone che esagerano pur di riceverla: il paralitico, che gli amici fanno entrare dal tetto in mezzo al luogo dove il Signore stava predicando – esagerano -; il lebbroso, che lascia i suoi nove compagni e ritorna glorificando e ringraziando Dio a gran voce e si inginocchia ai piedi del Signore; il cieco Bartimeo, che riesce a fermare Gesù con le sue grida - e riesce anche a vincere la “dogana dei preti” per andare dal Signore; la donna emorroissa che, nella sua timidezza, si ingegna per ottenere una vicinanza intima con il Signore e che, come dice il Vangelo, quando toccò il mantello il Signore avvertì che usciva da lui una dynamis. Sono tutti esempi di quel contatto che accende un fuoco e sprigiona la dinamica: sprigiona la forza positiva della misericordia. C’è anche la peccatrice, le cui eccessive manifestazioni d’amore verso il Signore col lavargli i piedi con le sue lacrime e asciugarglieli coi suoi capelli, sono per il Signore segno del fatto che ha ricevuto molta misericordia e perciò la esprime in quel modo esagerato. Ma sempre la misericordia esagera, è eccessiva! Le persone più semplici, i peccatori, gli ammalati, gli indemoniati…, sono immediatamente innalzati dal Signore, che li fa passare dall’esclusione alla piena inclusione, dalla distanza alla festa. E questo non si comprende se non è in chiave di speranza, in chiave apostolica e in chiave di chi ha ricevuto misericordia per dare a sua volta misericordia.
No, ad un amore universale. Solo un amore concreto, personale può farci incontrare la presenza di Dio.

Il nostro amor interscambiabile, cangiante. Vorrei chiedere di avere un amore possessivo eppure che porta a ad altro. Era impressionante che don Milani non creava dipendenze, ma dava gli strumenti.
Cara Nadia, So che a voi studenti queste parole fanno rabbia, che vorreste ch’io fossi un uomo pubblico a disposizione di tutti, ma forse è proprio qui la risposta alla domanda che mi fai. Non si può amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola (e questo l’hai capito anche te). Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina forse qualche centinaio. E siccome l’esperienza ci dice che all’uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più. E allora se vuoi trovare Dio e i poveri bisogna fermarsi in un posto e smettere di leggere e di studiare e occuparsi solo di far scuola ai ragazzi della età dell’obbligo e non un anno di più, oppure agli adulti, ma non un parola di più dell’eguaglianza e l’eguaglianza in questo momento dev’essere sulla III media. Tutto il di più è privilegio. Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura. È una promessa del Signore contenuta nella parabola delle pecorelle, nella meraviglia di coloro che scoprono se stessi dopo morti amici e benefattori del Signore senza averlo nemmeno conosciuto. «Quello che avete fatto a questi piccoli ecc.». È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito prima d’esser pronta, prima d’esser matura, prima d’esser laureata, prima d’esser fidanzata o sposata, prima d’esser credente. Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene. Lorenzo Milani

«Se credessi davvero al comandamento che continuamente mi rinfacciano, e cioè che bisogna amare tutti, mi ridurrei in pochi giorni un prete da salotto, cioè da cenacolo mistico intellettual ascetico, e smetterei di essere quello che sono, cioè un parroco di montagna che non vede al di là dei suoi parrocchiani... Se offrissi un amore disinteressato e universale, di quelli di cui si sente parlare sui libri di ascetica, smetterei d’esser parte vivente d’un popolo di montanari...». «Il sacerdote è padre universale? Se fosse così mi spreterei subito... Vi ho convinto e commosso solo perché vi siete accorti che amavo alcune centinaia di creature ma che le amavo con amore singolare e non universale».

«Quei due preti mi domandavano se il mio scopo finale nel fare scuola fosse di portarli alla Chiesa o no e cosa altro mi potesse interessare al mondo nel fare scuola se non questo. E io come potevo spiegare a loro così pii e così puliti che io i miei figlioli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come faccio a spiegare che amo i miei parrocchiani molto più che la Chiesa e il Papa?».

Non sapreste che farvene di un prete con cuore universale ( a Milano però queste ambizioni si coltivano, ho sentito dire alla Siemens che quella ditta ha già in avanzato stato di progettazione un oggetto del genere. Corre voce che sia stato commissionato dai gesuiti, ma pare che essi non siano riusciti ancora a avere dal Papa il permesso di procedere all'evirazione dei loro studenti, condizione sine qua non per l'innesto del cuore universale. Un seminarista intero con cuore universale non si potrebbe far circolare per le strade senza pericolo per l'incolumità pubblica) (11 ). e ancora: ...Ma ho detto scontrarsi e non incontrarsi, perché una patetica stretta di mano inneggiando all'amore universale e avendo cura di non toccare tasti delicati e argomenti scottanti non rimedia nulla e non è nemmeno onesta... (12 ).
Sociale non può essere ridotto al piccolo! Viceversa! Barbiana e il mondo!

Chiesa povera per e con i poveri, la Chiesa di Gesù. «I poveri vanno amati come poveri, cioè come sono, senza far calcoli sulla loro povertà, senza pretesa o diritto di ipoteca, neanche quella di farli cittadini del regno dei cieli, molto meno dei proseliti». «Chi ha poca carità vede pochi poveri; chi ha molta carità vede molti poveri; chi non ha nessuna carità non vede nessuno». «Chi conosce il povero, conosce il fratello: chi vede il fratello vede Cristo, chi vede Cristo vede la vita e la sua vera poesia, perché la carità è la poesia del cielo portata sulla terra».

Milani. Ridare ai poveri la parola «Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

Don Lorenzo ci insegna anche a voler bene alla Chiesa, come le volle bene lui, con la schiettezza e la verità che possono creare anche tensioni, ma mai fratture, abbandoni. Amiamo la Chiesa, cari confratelli, e facciamola amare, mostrandola come madre premurosa di tutti, soprattutto dei più poveri e fragili, sia nella vita sociale sia in quella personale e religiosa. La Chiesa che don Milani ha mostrato al mondo ha questo volto materno e premuroso, proteso a dare a tutti la possibilità di incontrare Dio e quindi dare consistenza alla propria persona in tutta la sua dignità.



Non ridurre la chiesa a d organizzazione. Il nostro cuore la rende madre. Cuore deve diventare progetto, intelligenza.

Perché lo straniero è spontaneamente ritenuto un pericolo, anzi un nemico? Perché non incontriamo lui, lo straniero, ma la nostra immagine di lui e, in essa, incontriamo nuovamente noi stessi, quindi lui in noi. Il divieto biblico di costruirsi immagini ci mette in guardia anche dall’uso di stereotipi, di concetti collettivi, come se nella nostra storia recente non avessimo fatta esperienza del potere mortale degli stereotipi pregiudiziali, della forza distruttrice di ciechi cliché: “gli ebrei”, “tipicamente ebreo”. No costruirti immagini! I problema primario non sono gli stranieri come tali, ma il modo come noi li percepiamo.

Simpatia. Cosa significa avere il favore di tutto il popolo? Non è protagonismo.

Essere cerniera tra Dio e l’uomo, tra lo spirituale e il materiale, tra la terra e il cielo.



Delbrel “Tu ci hai condotto stanotte in questo bar che ha nome "chiaro di luna". Volevi esserci Tu, in noi, per qualche ora, stanotte. Tu hai voluto incontrare, attraverso le nostre povere sembianze, attraverso il nostro miope sguardo, attraverso i nostri cuori che non sanno amare, tutte queste persone venute ad ammazzare il tempo. E poiché i Tuoi occhi si svegliano nei nostri E il tuo Cuore si apre nel nostro cuore, noi sentiamo il nostro labile amore aprirsi in noi come una rosa espansa, approfondirsi come un rifugio immenso e dolce per tutte queste persone, la cui vita palpita intorno a noi. Allora il bar non è più un luogo profano, quell'angolo di mondo che sembrava voltarti le spalle. Sappiamo che, per mezzo di Te, noi siamo diventati la cerniera di carne, la cerniera di grazia, che lo costringe a ruotare su di sé , a orientarsi suo malgrado e in piena notte verso il Padre di ogni vita. In noi si realizza il sacramento del Tuo amore. Ci leghiamo a Te Con tutta la forza della nostra fede oscura, ci leghiamo a loro con la forza di questo cuore che batte per Te, Ti amiamo, li amiamo, perché si faccia di noi tutti una cosa sola. Dilataci il cuore, perché vi stiano tutti; incidili in questo cuore, perché vi rimangano scritti per sempre. Tu fra poco ci condurrai Sulla piazza ingombra di baracconi da fiera. Sarà mezzanotte o più tardi. Soli resteranno sul marciapiede Quelli per cui la strada è il focolare, quelli per cui la strada è la bottega. Resteranno, intorno alla piazza, tutti i mercanti di illusioni, venditori di false paure, di falsi sports, di fase acrobazie, di false mostruosità. Venderanno i loro falsi mezzi di uccidere la noia, quella vera, che rende simili tutti i volti scuri. Facci esultare nella Tua verità e sorridere loro Un sorriso sincero di carità. Più tardi saliremo sull'ultimo metrò. Delle persone vi dormiranno. Porteranno impresso su di sé Un mistero di pena e di peccato. Sulle banchine delle stazioni quasi deserte, anziani operai, deboli, disfatti, aspetteranno che i treni si fermino per lavorare e riparare le vie sotterranee. E i nostri cuori andranno sempre dilatandosi, sempre più pesanti del peso di molteplici incontri, sempre più grevi del Tuo amore,
impastati di Te, popolati dai nostri fratelli, gli uomini”.


Voi siete una cerniera interiore ma non per questo meno efficace. Compassione è condividere. La maternità. Papa Francesco: “per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto. Solo così le nostre parole possono essere realmente capaci di dare un po’ di speranza”. E se non posso dire parole così, con il pianto, con il dolore, meglio il silenzio; la carezza, il gesto e niente parole. Ma starci. Ecco chi siamo.




Condividi con i tuoi amici:


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale