Una lettura sociale dei 0 comandamenti Sussidio per la catechesi degli adulti e dei giovani non avrai altri dei di fronte a me



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Curia diocesana di Brescia
Ufficio della Pastorale Sociale

Una lettura sociale dei 10 comandamenti
Sussidio per la catechesi degli adulti e dei giovani
1) NON AVRAI ALTRI DEI DI FRONTE A ME

Non potete servire Dio ed il denaro (Mt 6,24)



1) Gli idoli

La società moderna, orientata e guidata dai mezzi di comunicazione, crea miti ed alimenta aspettative tali per cui la religione e la fede in Dio Padre vengono messe in second’ordine. In particolare la televisione è diventata uno strumento divulgatore di cultura consumistica ed edonistica difficilmente contrastabile. I personaggi dei diversi spettacoli, siano essi artisti, cantanti o campioni dello sport, vengono elevati a modelli da imitare ed alcuni di loro divengono addirittura miti da deificare, scopo di vita cui dedicare parte di sé.

Il culto del corpo e la pratica più o meno sportiva per esaltarne la bellezza, la plasticità, la potenza, divengono filosofia di vita. La conseguenza prima è l’incapacità ad accettare condizioni (inevitabili) di naturale decadimento o situazioni di menomazione.

Lo stesso ambito religioso pone in evidenza fenomeni esasperati di fiducia mal riposta, al punto che per soddisfare il bisogno di ricerca si trova facile rifugio nelle proposte divulgate e propagandate da gruppi o sette pseudo religiose. La superstizione prende il posto della religione e le promesse di facili paradisi diventano ragione sufficiente per dotarsi di un nuovo Dio.

Ma la stessa pratica di fede vissuta in egoistico isolamento rende i cristiani scarsamente sensibili verso il dovere sociale «di rispettare e risvegliare in ogni uomo l’amore del vero e del bene» (CCC 2105), comporta la rinuncia ad essere luce del mondo e ad impegnarsi nell’amore del prossimo. La loro spiritualità si è fermata «a guardare il cielo»; non si interessano della terra e della storia, quasi ne fossero esclusi.

2) Dio ed il denaro

«Non potete servire Dio ed il denaro», dice il Signore.


Oggi gli uomini sono sottoposti a stimoli e pressioni inneggianti a ricchezza e denaro; anche gli stati con i loro principali organi istituzionali spingono in questa direzione. Quasi fosse l’unica fonte di felicità, denaro e conseguente ricchezza ci vengono proposti sotto forma di giochi a premi o di lotterie; ogni occasione è buona per inondare di miliardi le nostre case, per catalizzare il pensiero verso il paradiso artificiale della felicità materiale.
Nondimeno il sistema economico borsistico entra prepotentemente nella nostra cultura e l’illusione, anche qui, di facili guadagni assume una dimensione ideologica da sperimentare e vivere sopra ogni altra cosa. L’economia di mercato e di impresa inquadrata positivamente in un sistema capitalistico, come definita da Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus, rischia oggi di svilupparsi sempre più secondo una concezione liberistica contraria al vangelo. Il mercato sta diventando l’altare sul quale sacrificare il nostro olocausto. La regola che si va imponendo non è la condizione di pari opportunità per tutti coloro che vogliano intraprendere la strada dello sviluppo, bensì una sorta di selezione naturale ispirata alla legge del più forte; sulla «forza della ragione», si impone «la ragione della forza».
La nostra società sta inglobando in questo modo di vedere anche le prestazioni e l’organizzazione di insostituibili servizi alla persona. Lo stesso servizio sanitario, per esempio, rischia di diventare un business; si mette in vendita al «miglior offerente» la salute di uomini, donne, vecchi e bambini. Ciò non è male se il «miglior offerente» è scelto secondo criteri di umanità; questi comprendono l’aspetto economico, ma non solo. Se invece la valutazione finale è determinata in via esclusiva dal volume del fatturato e dal conseguente profitto, quando ci si dimentica che in settori come questo, da sempre, si è inserito attivamente lo spirito di solidarietà sociale (e la tradizione cristiana insegna come la cura delle malattie e delle sofferenze sia opera di carità), allora vuol dire che si sta applicando una logica parziale ed inadeguata ad interpretare un settore della vita pubblica che accanto al mercato ha bisogno di altri e più importanti criteri interpretativi. Ne va della qualità umana di un servizio.
Esiste in tutti i campi dell’economia il pericolo che a prendere il sopravvento sia quella cultura liberista che il Santo Padre ha ben definito in un passo della Centesimus annus, al n° 42, che qui riproponiamo:

«… si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo, e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi dei Paesi che cercano di ricostruire la loro economia e la loro società? E' forse questo il modello che bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via del vero progresso economico e civile?



La risposta è ovviamente complessa.

«Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di «economia d’impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera».

Ma se con «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa».
Dopo il crollo del sistema comunista è venuto meno un ostacolo nell’affrontare in modo realistico i problemi di emarginazione, di sfruttamento e di alienazione umana, ma ciò non basta a risolverli. Il papa ammonisce ed avverte che «c'è anzi il rischio che si diffonda un'ideologia radicale di tipo capitalistico, la quale rifiuta perfino di prenderli in considerazione, ritenendo a priori condannato all'insuccesso ogni tentativo di affrontarli, e ne affida fideisticamente la soluzione al libero sviluppo delle forze di mercato» (ibid.). È una cultura pericolosa che orienta l’uomo a servizio del denaro, così come pericolosa risulta la diffusione di improprie fonti di arricchimento fondate su attività illegali o puramente speculative (cfr Centesimus annus 48).

Se questa è la condizione sociale e culturale emergente, se questi sono gli stimoli e le proposte con le quali anche il cristiano deve confrontarsi, ritroviamo la pregnanza del primo comandamento, la sua esigenza di indirizzare le coscienze; non una sfida ma un invito autorevole a dare alla vita un significato che abbia in Dio il suo punto d’orientamento.



3) Dio guida il suo popolo
L’esperienza del popolo di Dio nell’Antico Testamento ci aiuta ad interpretare la nostra situazione. Innanzitutto si vede che mettere in atto i termini dell’alleanza con Dio richiede impegno, riflessione, riconciliazione; spesso infatti le tentazioni e gli errori commessi allontano da colui che, rimanendo sempre accanto al suo popolo, si propone come via, verità e vita.

Israele nel deserto, in cammino verso la terra promessa, è simbolo della fatica necessaria per costruire un popolo, per imparare a vivere insieme in libertà, per passare dalla rivendicazione di diritti negati all’acquisizione della sovranità con la quale si devono garantire i diritti di tutti e di ciascuno.

Costruire una società non è una questione puramente tecnica; esige un pensiero, un confronto di idee, la ricerca di valori condivisi, la capacità di riconoscere gli errori per avere la concreta speranza di non commetterli ancora. In questo lavoro difficile Dio accompagna il suo popolo, lo sorregge, lo castiga, lo perdona, lo rimanda verso l’Egitto quando sembra non ci sia speranza di scalfire quella dura cervice, ma poi lo richiama definitivamente verso al terra promessa.
A noi cristiani, immersi in una società complessa che ogni giorno pone problemi e si aspetta delle risposte, il compito dell’evangelizzazione: far conoscere Dio, portare la sua parola fuori dai muri delle chiese per farla incontrare con un popolo, né migliore ne peggiore di quello dei tempi antichi. C’è bisogno di un cristiano che in famiglia e nella comunità si lasci guidare dal suo Signore, si lasci amare da lui e diffonda poi il suo spirito di pace e di consolazione al mondo nel quale abita per renderlo più umano.
2) Non pronuncerai invano il nome del Signore tuo Dio.

Si ingiuria il nome del Signore anche quando, da cristiani, si commettono ingiustizie.
1) Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto. (Salmi 4,7)

«Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo» Lv 19,2.

La relazione filiale che lega la creatura a Dio Padre è tale per cui l’uomo stesso può diventare via che conduce a Dio. Con infinito amore Egli guida l’uomo sulle strade della vita ispirandone la coscienza perché possa giudicare con verità i pensieri e le azioni che si susseguono nel disvelarsi della storia.

In questo scenario grandioso e misterioso si delineano le persone e le società, si riconosce chi liberamente accoglie l’invito di Dio e diventa suo fedele e chi fa scelte diverse. E così la vita dei cristiani diventa occasione per testimoniare al mondo intero la grandezza dell’amore del Padre che li ha creati, del Figlio che li ha redenti, dello Spirito che li ha santificati.


Un po’ come accade nella famiglia, i valori nei quali si crede maggiormente vengono tramandati di padre in figlio e non di rado le nuove generazioni portano a compimento ciò che è stato iniziato prima di loro e nello stesso tempo pongono le basi per un ulteriore miglioramento. La grande famiglia dei cristiani lavora affinché la vita dell’uomo sulla faccia della terra sia la realizzazione del disegno del creatore.

( Gaudium et spes, n° 42: «L'unione della famiglia umana viene molto rafforzata e completata dall'unità della famiglia dei figli di Dio, fondata sul Cristo. Certo, la missione propria che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è d'ordine politico, economico o sociale: il fine, infatti, che le ha prefisso è d'ordine religioso. Eppure proprio da questa missione religiosa scaturiscono compiti, luce e forze, che possono contribuire a costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la legge divina».


2) L’infedeltà

Immancabilmente, quando c’è un patto, si fa l’esperienza dell’infedeltà.

Se Dio è, nel tempo, garanzia della possibilità di redenzione che viene sempre offerta all’uomo, d’altro canto verifichiamo anche la durezza di cuore delle persone.
L’infedeltà si manifesta in una dimensione personale: c’è avversione a Dio, c’è mancanza di rispetto nei suoi confronti, c’è scarsa attenzione alla sua parola e poca considerazione per i suoi insegnamenti. Il bestemmiatore, anche quando dice di non volere espressamente offendere Dio, non manifesta certo amore filiale nei suoi confronti; l’ingiuria pubblica ed ostentata è segno di un distacco reale che dall’indifferenza passa all’avversione nei riguardi di Dio che è presente nel mondo e «pretende» di contare qualcosa per l’uomo.
Ma questa infedeltà ha anche una dimensione sociale: essere cristiani a parole e non nei fatti, essere pronti a dire «Signore, Signore», ma non altrettanto a fare la sua volontà, ingenera confusione e spesso anche sgomento in chi guarda costoro per conoscere la bontà di Dio. Ma come potrà essere lodato il nome del Signore se chi ne è araldo non opera per la giustizia o addirittura è operatore di iniquità?
Non si tratta solo di cattive azioni dalle quali riusciamo a mantenerci immuni; infatti capita a volte che si ingenerino una mentalità ed una prassi per le quali è giudicato normale anche ciò che contravviene ai comandamenti di Dio. Lo si riscontra in tanti settori, ma qui vogliamo ricordare in particolar modo quegli stili di vita che nel corso degli ultimi decenni ha divaricato più che mai il fossato esistente tra ricchi e poveri all’interno di uno stesso paese ma soprattutto tra paesi sviluppati e paesi in cui la lotta per la sopravvivenza è ancora l’emergenza principale. Sono stili di vita che impongono la necessità di un profondo esame di coscienza per capire e per provvedere ad opere di conversione.
Giovanni Paolo II ha rivolto ai cristiani questo monito: «È giusto pertanto che, mentre il secondo Millennio del cristianesimo volge al termine, la Chiesa si faccia carico con più viva consapevolezza del peccato dei suoi figli nel ricordo di tutte quelle circostanze in cui, nell'arco della storia, essi si sono allontanati dallo spirito di Cristo e del suo Vangelo, offrendo al mondo, anziché la testimonianza di una vita ispirata ai valori della fede, lo spettacolo di modi di pensare e di agire che erano vere forme di antitestimonianza e di scandalo». (Tertio millennio adveniente n°33)
3) Il peccato

Quando non siamo nella condizione di dare buona testimonianza della sovrabbondante grazia di Dio, il peccato abita in noi. Esso si manifesta nella volontà di interpretare la vita con egoismo, di porre l’io davanti a tutto il resto; allora quel mondo scaturito dal gesto di amore del creatore diventa terreno di saccheggio; le persone, create per dare all’uomo un aiuto che gli fosse simile, diventano esseri sui quali esercitare il proprio dominio; Dio stesso diventa un fastidio per la coscienza.


- la vita familiare non riesce ad avere la freschezza del luogo nel quale si coltiva l’amore ad immagine dell’amore trinitario. Non si riesce a mostrare il volto di Dio, anzi, spesso quel luogo consacrato dal sacramento del matrimonio diventa luogo di scontro, di conflitto, di divisione.
- la gestione del proprio lavoro è indirizzata principalmente ad accrescere le ricchezze materiali. È un modo per manifestare la volontà di dominio: possedere le cose per riuscire a dominare anche le persone. Non è così il lavoro visto come partecipazione all’opera creativa di Dio, opera benefica per le persone e per il creato stesso, capace di sostenere la vita in tutte le sue forme.
- non si utilizzano bene i propri talenti. Dio ci ha concesso di conoscere i segreti dell’universo nel quale viviamo per utilizzarli a nostro favore e per rispondere alle esigenze sempre più complesse che la vita presenta. Questa conoscenza è da condividere perché ciascuno ne possa beneficiare; d’altronde gli stessi beni della terra sono stati distribuiti con equità a tutti fino al momento in cui l’egoismo accaparratore ha cominciato a creare ingiuste distinzioni.
È necessario liberarsi dall’egoismo per gestire bene la memoria. Ci sono esperienze passate che a buon diritto possono guidare le azioni presenti ed anche quelle future. Si può rafforzare il bene che si è cominciato a compiere, ma anche si possono evitare i mali in cui si è incorsi. Per far questo bisogna essere amanti della verità per giudicare con coerenza quanto è stato fatto e per assumere le responsabilità di quanto quelle azioni hanno prodotto.

Ci sono certi mali che permangono nel tempo sotto forma di tentazioni latenti fino al momento in cui si ha il coraggio di scoprirli e di agire concretamente affinché vengano definitivamente debellati. La capacità di lenire il dolore, anche quando non siamo stati noi a provocarlo, è opera di carità, testimonianza di bontà, rivelazione di Dio salvatore che non vuole che alcuno dei suoi perisca.


4) La richiesta di perdono e le opere di penitenza.

Se vogliamo avere la possibilità ci compiere azioni sante, dobbiamo partire con la purificazione della memoria : «... consiste nel processo volto a liberare la coscienza personale e collettiva da tutte le forme di risentimento o di violenza, che l'eredità di colpe del passato può avervi lasciato, mediante una rinnovata valutazione storica e teologica degli eventi implicati, che conduca - se risulti giusto - ad un corrispondente riconoscimento di colpa e contribuisca ad un reale cammino di riconciliazione. Un simile processo può incidere in maniera significativa sul presente, proprio perché le colpe passate fanno spesso sentire ancora il peso delle loro conseguenze e permangono come altrettante tentazioni anche nell'oggi». (Comm. Teologica Internazionale, Memoria e riconciliazione, introduzione).


Con umiltà ci presentiamo di fronte a Dio per riceverne il perdono, per essere ancora degni di chiamarlo Padre e per ricominciare nuovamente ad operare come suoi figli. Se ci chiameranno cristiani, sapranno anche che con sincerità si impegniamo a compiere le opere di Dio.

Infine, ritorniamo dai fratelli per costruire con loro un mondo dove avrà stabile dimora la giustizia



Per la preghiera

Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti.

Verranno molti popoli e diranno: «Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri».

Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore.

Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli.

Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra.

Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore. (Is 2,2-5)

3) Ricordati del giorno del Signore per santificarlo.

Vicini a Dio per essere più vicini all’uomo.


Introduzione: l’attività umana, frenetica nel suo svolgersi, fa parte del mistero del tempo nel quale il protagonista è Dio. Ciascuno partecipa con il suo lavoro ad un’opera molto più ampia di quanto egli possa fare; utilizza il progresso sviluppatosi nel corso della storia e, a sua volta, si impegna perché il futuro possa avere qualcosa di più. L’attenzione alle persone, la creazione di un ambiente sempre più accogliente, la lotta contro la tentazione dell’egoismo, fanno di Dio un interlocutore importante, un riferimento da tener sempre presente.

Questa è la prospettiva nella quale si scandisce la riflessione cristiana sul giorno del Signore. L’esigenza del rispetto di un comandamento richiama la necessità di comunione con colui che da senso alla vita dell’intero universo e della comunità umana in esso.


Gli aspetti positivi del «fine settimana», l’esigenza di riposo, di divertimento, di evasione, vengono coniugati con il significato più profondo della celebrazione del giorno del Signore, la cui pregnanza è di carattere spirituale, religioso, umano.

E’ bene dunque recuperare le motivazioni dottrinali che sostengono il nostro pensiero ed insieme il riferimento personale di fede e di amore a Cristo Gesù. «Non abbiate paura di dare il vostro tempo a Cristo»: ci ha detto all’inizio del suo pontificato Giovanni Paolo II.

1) Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore tuo Dio, non farai alcun lavoro (Es. 20,8-10)

Il terzo comandamento ricorda la santità del sabato: "Il settimo giorno vi sarà riposo assoluto, sacro al Signore" (Es. 31,15)

La Scrittura a questo proposito fa memoria della creazione: "Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro" (Es. 20,11)

L'agire di Dio è modello per l'agire umano. Se Dio nel settimo giorno "si è riposato" anche l'uomo deve "far riposo" e lasciare che gli altri, soprattutto i poveri "possano godere quiete" (Es. 23,12). Il sabato sospende le attività quotidiane e concede una tregua. E' un giorno di protesta contro le schiavitù del lavoro e il culto del denaro.


2) Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato. (Mc. 2, 27-28)

Come Dio cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro così anche la vita dell'uomo è ritmata dal lavoro e dal riposo. L'istituzione del giorno del Signore contribuisce a dare a tutti la possibilità di godere di sufficiente riposo e tempo libero che permetta loro di curare la vita familiare, culturale, sociale e religiosa.


Così recita, infatti, il Catechismo della Chiesa Cattolica:

Santificare le domeniche ed i giorni di festa esige un serio impegno comune. Ogni cristiano deve evitare di imporre, senza necessità, ad altri ciò che impedirebbe loro di osservare il giorno del Signore. Quando i costumi (sport, ristoranti, ecc.) e le necessità sociali (servizi pubblici, ecc.) richiedono a certuni un lavoro domenicale, ognuno si senta responsabile di riservarsi un tempo sufficiente di libertà. I fedeli avranno cura, con moderazione e carità, di evitare gli eccessi e le violenze cui talvolta danno luogo i diversivi di massa. Nonostante le rigide esigenze dell'economia, i pubblici poteri vigileranno per assicurare ai cittadini un tempo destinato al riposo e al culto divino. I datori di lavoro hanno un obbligo analogo nei confronti dei loro dipendenti.
Risulta chiara, da queste espressioni, la responsabilità dei vari componenti della società:

i lavoratori, impegnati a non ricercare esclusivamente lucro dimenticando i valori di umanità e di spiritualità richiamati dall’invito a santificare il giorno del Signore;

gli imprenditori: non devono imporre, senza stretta necessità, ritmi di lavoro che non tengano conto del tempo necessario al riposo, alla cura della famiglia, allo sviluppo di relazioni sociali, ad elevare la propria cultura e la propria spiritualità. La stretta necessità non è riferita alla realizzazione di un più alto profitto;

gli enti pubblici e le associazioni sindacali: sono invitati a vigilare affinché ciascuno abbia la reale possibilità di raggiungere condizioni di vita che gli permettano di esprimere in modo completo la sua umanità;

la comunità intera, a cui spetta una responsabilità educativo-culturale con riferimento specifico al lavoro, al suo "senso" per la vita dell'uomo.

In quest’ottica sono da valutare criticamente, ad esempio, le indiscriminate aperture nei giorni festivi di centri commerciali, negozi e altre attività che servono ad alimentare ed enfatizzare tendenze consumistiche più che rispondere alle esigenze delle persone.



3) Il giorno del Signore per essere vicini all’uomo.

La domenica deve anche essere l’occasione per attività di misericordia, di carità, di apostolato. «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi». Fin dai tempi apostolici la riunione domenicale è stata momento di condivisione fraterna. L’attenzione alla Parola di Dio si traduce in sensibilità alle necessità dei fratelli e chi rimane sordo a quest‘appello riceve la riprovazione dell‘apostolo:

«Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l'altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!» (1Cor 11,20-22)

L’eucarestia vuole anche oggi essere evento e progetto di fraternità. Una comunità con occhi misericordiosi, aperti sulla realtà in cui vive per lenire la sofferenza ed aiutare chi è nel bisogno.

La possibilità di un giorno di riposo per essere più vicini a Dio permette a tutti di essere anche più vicini all'uomo: «Dalla pietà cristiana la domenica è tradizionalmente consacrata alle opere di bene e agli umili servizi di cui necessitano i malati, gli infermi, gli anziani. I cristiani santificheranno la domenica anche dando alla loro famiglia e ai loro parenti il tempo e le attenzioni che difficilmente si possono loro accordare negli altri giorni della settimana. La domenica è un tempo propizio per la riflessione, il silenzio, lo studio e la meditazione che favoriscono la crescita della vita interiore e cristiana." (CCC 2186)
Tale crescita ci preparerà meglio a quel "faccia a faccia" con Dio nel quale conosceremo pienamente le vie lungo le quali, anche attraverso i drammi del male e del peccato e le fatiche del lavoro, avrà condotto la sua creazione fino al riposo di quel "Sabato" definitivo, in vista del quale ha creato il cielo e la terra
Dal salmo 118

Ecco la porta che conduce al Signore,

vi entrino quelli che ha salvato!

Ti ringrazio, Signore: mi hai esaudito:

sei venuto in mio soccorso.

La pietra rifiutata dai costruttori

è diventata la pietra principale.

Questo è opera del Signore

ed è una meraviglia ai nostri occhi!

Questo è il giorno che il Signore ha fatto:

facciamo festa e cantiamo di gioia!

4) ONORA TUO PADRE E TUA MADRE

Comunicazione, accoglienza, dialogo


Premessa: la famiglia si fonda sulla comunicazione, sull’accoglienza e sul dialogo. Non è possibile onorare il padre e la madre se non si danno questi tre elementi fondamentali. La stessa vita cristiana (cioè la vita di vita di fede in famiglia) è questione di comunicazione, di accoglienza e di dialogo. Ora la comunicazione:

1. nasce dal silenzio che permette di autocomprendersi e di autodefinirsi;

2. ha bisogno di tempo. La fretta, l'estemporaneità, il tutto - subito uccidono la comunicazione;

3. luci e ombre sono momenti normali del fatto comunicativo;

4. coinvolge sempre la persona che comunica, è sempre anche un dire di sè...
Il sacramento del matrimonio come comunicazione

Il matrimonio dei cristiani non è diverso dagli altri matrimoni per quanto riguarda i rapporti affettivi e psicologici. Il sacramento pone però in una condizione nuova: colloca la coppia come comunicatrice di un Altro amore che ha voluto dirsi, storicizzarsi proprio come quello della coppia. L'amore a cui ci riferiamo è quello di Dio per l'uomo.

Tale amore si è reso evidente e ha avuto il suo compimento, cioè la sua comunicazione totale, in Gesù Cristo. E' per questo che si guarda a Lui perché l'amore degli sposi cristiani sia un dirsi come il suo. Si tratta quindi di vivere il rapporto d'amore in maniera tale che le grandezze che il Signore vi ha posto dentro possano apparire, dirsi, comunicarsi nei gesti umani concreti degli sposi. E' questa la prima forma di evangelizzazione o, se vogliamo, di manifestazione della fede in famiglia esprimibile anche in questo modo: Cristo abita l'amore coniugale, da tale amore integralmente vissuto si sente rappresentato, comunicato, evangelizzato.
I rischi del presente momento culturale

Questo dato che dovrebbe trasparire dal matrimonio cristiano è oggi fortemente messo in crisi dal contesto culturale in cui viviamo. Non è infatti facile onorare il padre e la madre.

Stiamo vivendo - più o meno consapevolmente - un cambiamento che investe tutta la nostra vita, dal sapere all'agire. E lo stiamo vivendo male, con l'impressione che tutto vada a rotoli e con la sensazione di essere incapaci di preparare e progettare quel futuro che dipende da noi. Da qui allora una duplice, grande sfida: quella che la cultura laicista rappresenta per la nostra fede (fino al rischio dell'abbandono o dell'indifferentismo) ma anche la sfida che la nostra fede (se mantenuta viva e vitale) rappresenta per la cultura d'oggi.

Tre allora gli atteggiamenti sbagliati (e purtroppo assai diffusi): 1. quello di chi rifiuta la sfida e si rintana nel passato inteso come luogo di rifugio rassicurante perché noto e sicuro (delusione); 2. quello di chi, esce dalla mischia, si rifugia in un angolo della storia e lascia tutto nelle mani degli avventurieri senza il coraggio di una scelta (paura) ; 3. quello di chi sposa acriticamente il nuovo, senza sapere bene cosa rappresenta e dove porta (ingenuità).



Delusione, paura e ingenuità non sono atteggiamenti cristiani e pertanto uccidono la comunicazione della fede. Il cristiano, la coppia cristiana, dovrebbe ragionare all'incirca così: Dio ci ha dato di vivere in un momento storico delicato e importante (e proprio per questo, a ben vedere, affascinante). In esso ci è chiesto interessamento e simpatia per ciò che avviene (ci è chiesto di stare nella storia) ma anche discernimento per non farci ingannare (ricerca dello "splendore della verità").

Il tesoro a cui continuamente attingere è la Parola di Dio che rivelando (comunicando) Dio all'uomo, rivela l'uomo a sè stesso, permettendogli un'esistenza personale e familiare alla luce della fede.


Gesti, parole e scelte che educano alla fede in famiglia

Quando si parla di educazione si rischia di dare per scontato che gli adulti siano già educati e che tutto si risolva nella loro attenzione educativa verso i piccoli. Questo pregiudizio diventa particolarmente significativo in tema di fede, di una realtà cioè, che proprio perché è anzitutto dono di Dio, può manifestarsi in modo inaspettato e impensabile in tutte le età della vita. Ecco allora che educazione alla fede in famiglia significa tener presente la circolarità del processo educativo: nessuno può presumere che l'età o l'esperienza e nemmeno il ruolo siano sufficienti a garantirgli la sicurezza di non aver nulla da imparare.

Quindi la famiglia cristianamente impostata è scuola di fede per tutti i suoi componenti in cui un ruolo particolare, direi "magisteriale" spetta ai genitori che sono chiamati a insegnare ed esortare ma anche ad ascoltare, osservare, imparare perché anche qui è una questione di comunicazione.

Accenniamo solo al fatto che la famiglia che si educa alla fede, educa l'intera società assicurando la trasmissione del Vangelo di generazione in generazione. La famiglia è infatti un vero e proprio moltiplicatore di cultura che a partire da essa si irraggia e si diffonde in tutti gli ambiti in cui l'uomo e la donna vivono: le altre famiglie, la scuola, il lavoro, la vita sociale e politica e naturalmente la comunità ecclesiale. Ora questa educazione alla fede in famiglia è fatta di gesti, parole, scelte.


1. I gesti: I primi gesti a cui prestare grande attenzione non sono tanto quelli che attengono al sacro ma quelli che riguardano la vita quotidiana. Eccone alcuni:

* Il rispetto: ogni rapporto positivo parte dal rispetto dell'altro e il rispetto si impara attraverso l'esperienza dell'essere rispettati: così il saper ascoltare, lo spiegare con calma, l'attendere con pazienza, atteggiamenti ovvi ma spesso assenti nei confronti dei più piccoli, sono la testimonianza della volontà di applicare agli altri lo stesso rispetto di cui siamo fatti segno dal Padre.

* L'accoglienza: altri gesti che sono premesse educative al dono della fede sono i gesti dell'accoglienza: aprire le braccia, fare festa a un piccolo dono, a un bel voto, l'espressione della gioia ad ogni ritorno a casa di ciascun membro della famiglia così come l'accogliere gli estranei e gli amici con disponibilità, gratitudine, interesse sono gesti di per sè educativi alla fede in un Dio che accoglie da Padre ogni essere umano.

* La Condivisione: l'esperienza del condividere e della solidarietà sperimentata in famiglia rende comprensibile e accettabile l'incredibile solidarietà manifestata da Dio in Cristo: mettere in comune ciò che si ha evitando di considerarlo esclusiva proprietà privata, portare i pesi gli uni degli altri, non cercare e non utilizzare privilegi, sono gesti che fanno parte della vita di una famiglia che voglia essere scuola di fede.
2. Le parole: La parola serve per ringraziare, per chiedere o offrire perdono, ma anche per spiegare perché papà e mamma una sera alla settimana si incontrano con altri sposi, perché vanno alla riunione del Consiglio di quartiere, perché quell'oggetto, che pur piacerebbe, non si acquista e come viene impiegato quel denaro; perché si va alla messa o al rosario al di la del precetto.

La parola della fede è anche l'Ave Maria e il Padre Nostro, ma a condizione che in famiglia si possa sperimentare un clima di maternità e di paternità, di fraternità e di filialità dai quali le parole acquistino la risonanza che le fa diventare non un semplice "dire le preghiere", ma l'espressione della preghiera. Queste parole in famiglia aprono la strada alla Parola, sono la premessa per l'apertura del libro sacro, la Bibbia, la cui comprensibilità dipenderà dal significato delle parole che quotidianamente si pronunciano. Ricordiamo che le parole non possono sempre essere dolci. La parola che educa alla fede può e deve anche riprendere, richiamare, correggere.



3. Le scelte: I gesti e le parole trovano continuità e verifica nelle scelte, capaci di inserirli nel tessuto esistenziale che dà loro senso e continuità. Le scelte a cui si fa riferimento sono le scelte familiari di fondo, quelle che stabiliscono l'orientamento di tutta l'esistenza familiare. Iniziano già prima che prenda avvio la vita familiare: dal modo con cui si sceglie di celebrare il proprio matrimonio, di allestire la casa, di organizzare il proprio tempo...sono modi per attivare la reciproca educazione alla fede e avviare l'educazione alla fede in famiglia. Se volessimo indicare oggi delle priorità le scelte più impegnative e faticose, ma anche più necessarie, riguardano il possesso e l'uso del tempo, del denaro, delle cose, i rapporti con gli altri... in una parola hanno a che fare con la povertà.

Uno stile familiare "povero" nasce dalla capacità e dall'esercizio di educazione reciproca della coppia, nasce dalla sua disponibilità ad accogliere in modo radicale il messaggio di liberazione del Risorto e insieme dalla capacità di leggere con fedeltà e serietà le vicende della storia di oggi. Da questo stile familiare di sobrietà, scaturisce la possibilità di scelte creative per tutta la famiglia: il possedere come attività principale della vita che caratterizza lo stile del mondo occidentale costituisce oggi non solo un tradimento del povero e del Vangelo che invita a prendersi cura di lui e a privilegiarlo perchè segno della presenza di Cristo, ma anche un tradimento di tutti i rapporti interpersonali, appiattiti in una corsa all'omologazione dei comportamenti, dei possessi, dei rituali.


Da questa scelta, che forse oggi è quella fondamentale, ne scaturiscono altre:

- la capacità di riconoscenza, cioè quel ringraziare che nasce dalla capacità di cogliere il valore di ciò che si ha senza pretendere di avere sempre di più e che è un passo fondamentale che apre alla preghiera;

- la capacità di dialogare sui valori e non sulle cose, elemento strutturante la formazione della personalità etica (Veritatis Splendor);

- la possibilità di inventare con creatività momenti, tempi, occasioni diversi e liberi rispetto alle imposizioni massificanti imposte dai mass media;

- la disponibilità ad accogliere ciò che è diverso: da una disponibilità ad assumere un servizio gratuito sul territorio, all'accogliere un bimbo senza famiglia, a pensare a vacanze alternative... di volontariato, di spiritualità.
Conclusione

Educarsi alla fede in famiglia in fondo significa porsi umilmente, da cristiani normali, alla sequela del Signore e tentare di trascinare con sè, più con quello che si è che con quello che si dice, più con l'esempio, più con il clima che con la parola, tutti quelli che ci sono cari non solo per diritto di sangue, ma anzitutto perchè sono stati affidati dal Signore e sono cari a Lui.

Gesti, parole scelte, quando sono coerenti tra di loro, concorrono a costruire quel clima educativo non realizzabile in nessun altro contesto umano. Forse è proprio questo che permette che il padre e la madre siano onorati.

5) Non uccidere

Quando la persona è sottoposta all’ideologia
1) Se la natura del cuore umano è quella di essere creato per amare la vita, da dove viene la violenza che porta alla morte? Quali ne sono le cause?

Nella Bibbia troviamo che la vita dell’uomo, in quanto creata da Dio a Sua immagine e somiglianza, è sacra; solo Lui è il Signore della vita, dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggerla (cfr. Gen. 1,27 - A immagine di Dio li creò -; Gen. 4 – Caino e Abele -; Es. 31,18 - le tavole date a Mosè sul Sinai-).



  1. L’uomo, creato libero, abusa di questa sua libertà peccando contro Dio nella presunzione di rifarsi le leggi della natura, i comandamenti che fondano l’etica e che orientano la sua vita, secondo i suoi criteri soggettivi (cfr. Gen 3,6 - peccato originale -; Gen 32 - vitello d’oro-).

  2. Conseguenza del peccato è l’ira di Dio che si abbatte sull’uomo per castigarlo facendogli sperimentare attraverso la fatica, la sofferenza e la morte la realtà del suo limite, della sua finitezza. (cfr. Gen 3,16 ss.; Gen 4,10 ss. - Caino -; Gen.7 – il diluvio -; Gen 11,7 - la torre di Babele -; Es. 32,25 - la morte degli idolatri -).

2) Sempre, nella storia umana, si e ripetuta questa dinamica di oscillazione della libertà umana fra il riconoscimento della sua dipendenza da Dio in un atteggiamento di gratitudine e di amore per Colui che ci ha creati e redenti, e la presunzione impaziente di ‘emanciparsi’ da Lui e di erigersi come divinità in Sua vece (Prometeo; il Superuomo;...).
3) Nell’epoca moderna, con l’esplodere delle enormi potenzialità scaturite dalla scienza e dalla tecnica, l’uomo ha amplificato a dismisura questa capacita di bene e di male.

«Per uccidere sei milioni, sessanta milioni di persone occorreva un moltiplicatore del delitto: l’ideologia» (A. Solgenitzyn), cioè una concezione totalizzante dell’uomo favorita dal potere. Ma perché questo potesse accadere occorreva un peccato originale di massa da cui sarebbero scaturite le più violente ideologie totalitarie: la pretesa di sostituire Dio con la dèa Ragione, assegnando un potere assoluto allo Stato.

«Ogni educazione tende a che l’individuo non rimanga qualcosa di soggettivo, ma diventi oggettivo a se stesso nello Stato. Tutto ciò che l’uomo è egli lo deve allo Stato. Solo in esso egli ha la sua essenza». (F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia)

RIFERIMENTI PER L’APPROFONDIMENTO


1) Nel trattato che gli ha dato la fama, intitolato il Principe agli inizi del sec. XVI Niccolò Machiavelli sostenne teorie politiche assolutiste, proponendosi di insegnare a chi ne avesse il coraggio come un uomo può conquistarsi uno Stato e come deve comportarsi per mantenerne il potere. Ecco in proposito una sua pagina eloquente, relativa alla vita di Cesare Borgia noto come il duca Valentino (il testo è trascritto in linguaggio moderno per agevolarne la comprensione).
«Preso che ebbe il duca la Romagna (...) giudicò necessario, per renderla pacifica e obbediente alla sua autorità, di darle un buon governo. Perciò le mise a capo messer Remirro de Orco, uomo crudele e sbrigativo, al quale diede pieni poteri. Costui in poco tempo la ridusse pacifica e unita, con grandissimo prestigio. Allora il duca giudicò non necessaria un’eccessiva autorità, perché dubitava che divenisse odiosa (...) e poiché sapeva che i rigori passati gli avevano generato qualche odio, per liberare dall’odio gli animi di quei popoli e guadagnarsene la simpatia, volle mostrare che, se era stata commessa qualche crudeltà, non lui 1’aveva voluta ma il suo ministro, Remirro de Orco. E cogliendo 1’occasione, a Cesena una mattina lo fece mettere sulla piazza tagliato in due, con un pezzo di legno e un coltello insanguinato accanto. La ferocia del quale spettacolo fece rimanere quei popoli nello stesso tempo soddisfatti e stupiti».

Questo episodio di crudeltà e tradimento, finalizzati soltanto a mantenere il potere, Machiavelli lo narra premettendo che si tratta di cosa «da essere imitata da altri».


2) Sulla responsabilità di noi cristiani nella storia è illuminante Jacques Maritain, il filosofo francese nato nel 1882, convertitosi nel1906 a cattolicesimo e noto anche ai non cultori di filosofia per il suo saggio del 1936 Umanesimo integrale, dal quale e tratta la pagina seguente:
«Fare astrazione dal cristianesimo, mettere Dio e Cristo da parte quando lavoro alle cose del mondo, dividermi io stesso in due metà: una metà cristiana per le cose della vita eterna, e per le cose del tempo una metà pagana – o cristiana menomata, o cristiana vergognosa, o neutra, cioè infinitamente debole, o idolatra della nazione o della razza o dello Stato, o della prosperità borghese o della rivoluzione antiborghese, o della scienza o dell’arte erette a fine ultimo – un tale sdoppiamento è anche troppo frequente nella pratica; può anche servire a caratterizzare una certa epoca di civiltà della quale la filosofia politica di Machiavelli, la riforma protestante (considerata nei suoi effetti culturali) e il separatismo cartesiano illustrano gli inizi. Appena si prende coscienza di ciò che rappresenta in realtà, appena se ne trasporta la formula nella luce dell’intelligenza, appare come una assurdità propriamente mortale.»

PER IL DIALOGO E LA DISCUSSIONE



  1. Da dove deriva, ultimamente, questa violenza in cui l’uomo è al tempo stesso protagonista e vittima?

  2. A livello personale, a quali tipi di violenza siamo quotidianamente tentati, e quali violenze subiamo?

  3. A livello sociale, che fare per promuovere l’amore e il rispetto della vita, il diffondersi della pace e l’edificazione di una civiltà della verità e dell’amore?

  4. Come interagire con altre realtà per favorire sinergie positive, in questo senso?

PER LA MEDITAZIONE

L’antipotere è l’amore: e il divino è l’affermazione dell’uomo come capacità di libertà, cioè come irriducibile capacità di perfezione, di raggiungimento della felicità, come irriducibile capacità di raggiungere l’Altro, Dio. Il divino è amore. Come testimonia questa splendida poesia di Tagore:

In questo mondo coloro che m’amano

cercano con tutti i mezzi di tenermi avvinto a loro.

Il tuo amore e più grande del loro, eppure mi lasci libero.

Per timore che io li dimentichi non osano lasciarmi solo.

Ma i giorni passano l’uno dopo l’altro

e Tu non ti fai mai vedere.

Non ti chiamo nelle mie preghiere

non ti tengo nel mio cuore,

eppure il tuo amore per me

ancora attende il mio amore.
BIBLIOGRAFIA MINIMA

Gaudium et spes 77, 78, 80 – 82.

Catechismo d. Chiesa cattolica n° 2258, n° 2330.

Catechismo degli adulti cap. 26.

L. Giussani, «L’uomo e il suo destino» p.133-143.

L. Negri, «False accuse alla Chiesa», p. 54-70.



6) Non commettere atti impuri
Il ruolo educativo di una corretta concezione della sessualità

Il concetto di impuro

Impuro è tutto ciò che non è «amore autentico», tutto ciò che lo contraddice. Se un politico accetta o pretende una tangente commette un atto impuro perché, rubando alla comunità civile, non rispetta la legalità, non lavora per creare occasioni e condizioni di giustizia, quindi non ama. Infatti non c’è carità senza giustizia e non c’è carità senza pace: pace nei rapporti fra cittadini, pace che è innanzitutto rispetto reciproco.


Quando l’amore è autentico?

Il criterio per rispondere a questa domanda è Cristo. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 15,12); ciascuno realizza la propria vocazione nella misura in cui riesce a rispettare questo precetto. Gesù ci insegna ad amare per essere divini, cioè per tornare alla nostra origine, ad essere immagine e somiglianza di Dio che è amore. Questo modo di amare, quello insegnatoci da Gesù, siamo chiamati a viverlo in ogni momento della nostra esistenza (famigliare, lavorativo, sociale, politico, sportivo, ecc.) perché siamo tutti chiamati (credenti e non) a camminare verso il Regno di Dio e saremo giudicati «per quanto abbiamo amato».


Lo stile con il quale Gesù ha amato è umano (frutto di attrattiva ma anche di impegno e di ragione: non ha forse amato «con impegno» fino alla croce anche coloro che l’hanno offeso, umiliato e tradito?), totale (Gesù ha amato senza trattenere per sé, senza porre condizioni), fedele (Gesù è fedele al progetto d’amore del padre), fecondo (l’amore di Gesù è stato e continua ad essere fecondo, perché produce profonde trasformazioni nell’intimo della coscienza di chi permette alla sua parola di porre radici).
La sessualità.

È uno strumento molto utile per esprimere questo amore, è una realtà affascinante e molto bella. Che c’entra «l’impuro» con essa?

Il fatto è che la sessualità («cosa buona e bella» come tutto ciò che Dio ha voluto, ci dice la Genesi) ci è stata affidata insieme a tante altre cose e noi (a partire da Adamo ed Eva, cioè dalla prima umanità) abbiamo deciso di considerarci autosufficienti rispetto a Dio, allontanandoci dalla sua Parola e dalla Verità su noi stessi che consiste nel vivere in comunione con lui. Siamo stati fatti per amare e non per odiare, ferire, invidiare, soffrire; ma l’uomo ha introdotto nel mondo il peccato e con esso è comparso il male. Anche la sessualità spesso non è utilizzata per esprimere amore autentico ma per dominare sul prossimo ed attuare nei suoi confronti tante e anche sottili forme di violenza.
Distruggiamo la bellezza e la bontà della sessualità per fare azioni palesemente cattive come la pedofilia, la prostituzione, la pornografia, la violenza sessuale; queste annullano la dignità e il rispetto, aggrediscono il corpo e l’anima, distruggono l’umanità facendola retrocedere a livelli bestiali.

Ma spesso ci sono anche azioni sottilmente distruttive dell’amore autentico quando, per esempio, attraverso la sessualità tra i coniugi si pongono condizioni nel donare il proprio corpo all’altro, magari per ripicche silenziose o per piegare il coniuge alle proprie richieste, quando invece l’amore autentico vuole che io muoia a me stesso, alle mie, anche legittime, esigenze, per l’altro; solo così il dono, passando attraverso la morte, produce resurrezione nella coppia, cioè diventa fecondo. Ma può essere molto difficile; talvolta amare è assai faticoso.


Educare alla sessualità

La sessualità impronta di sé tutta la personalità ed è un elemento fondamentale dello sviluppo della persona: ogni individuo è per natura maschio o femmina ma solo gradualmente diventerà uomo o donna capace di accettarsi come tale. Nell’ambito dell’educazione è necessario far intravedere al giovane qual è il ruolo della sessualità nella maturazione armonica della personalità e quanta influenza può avere una corretta concezione della stessa nello sviluppo della capacità relazionale.

- Essa è un fatto umano: la sessualità comprende la genitalità ma va ben oltre questo aspetto. Siamo esseri sessuati dai capelli alla punta dell’alluce in senso maschile o femminile; lo siamo nella mente, nei sentimenti, nel modo di leggere, di amare, di parlare, di capire. Abbiamo dunque rapporti sessuali frequenti, cioè rapporti fra i sessi, ma non necessariamente abbiamo rapporti genitali, che sono soltanto uno degli aspetti della sessualità umana.

- Essa ha ramificazioni in tutte le facoltà della persona così che incide globalmente sul suo divenire.

- Essa ha come fine non solo la riproduzione e il piacere, bensì il suo fine ultimo è l’amore e questa capacità d’amare è un punto d’arrivo che passa attraverso varie fasi.
Le quattro dimensioni della sessualità sono:

Biologica: in questo senso la sessualità è finalizzata alla riproduzione e al piacere.

Psicologica: comprende la fase narcisistica, la fase aggressiva, la fase competitiva e la fase oblativa.

Sociale: il comportamento sessuale non riguarda solo la coppia, non è esclusivamente un fatto privato, perché ha riflessi nel sociale (se tutti decidessimo di non generare si esaurirebbe l’umanità; se tutti decidessimo di generare un numero elevato di figli creeremmo problemi demografici). Perciò fin dai primordi dell’umanità ogni società ha dato norme che regolassero il comportamento sessuale (in Italia non è ammesso l’incesto; c’è un’età a partire dalla quale ci si può sposare, ecc.).

Etica: proprio perché la sessualità umana è strutturata diversamente da quella animale, essa nell’uomo può diventare strumento per esprimere amore. Dico che «può», non che lo diventi automaticamente. Infatti la sessualità, per essere umanizzata, implica l’assunzione di doveri e di responsabilità (ossia proprio «capacità di rispondere delle conseguenze») nei comportamenti.
Dio ha voluto che nel suo progetto sul creato vi fosse la possibilità per l’uomo e la donna di generare altri esseri per collaborare con Lui.

La paternità e la maternità possono implicare rinunce e sacrifici, perché questo servizio procreativo comporta assumersi compiti specifici. L’amore per la vita e la sua difesa devono esprimersi quindi anche sul piano operativo, là dove la vita del concepito è aggredita e eliminata, riducendola a strumento per altri fini.

Così facendo si offende e si stravolge l’amore stesso fra i coniugi che si esprime nella collaborazione e nel rispetto piuttosto che nell’aggressione e nel disprezzo della capacità generativa, essendo questa una caratteristica fondamentale della nostra sessualità e una via attraverso la quale la coppia afferma la Trinità di Dio.

L’uomo e la donna nel loro scambio continuo d’amore generano vita nel figlio, che, in sé, è testimonianza del mutuo donarsi dei genitori. La vita è sacra. Sacro deriva dal latino «sacer»: indica ciò che è separato dal puramente materiale e è collegato ad Altro (per esempio tutti i fedeli cristiani sono sacer-doti ossia legati ad una realtà metastorica ovvero oltre la Storia di questo mondo). La vita dell’uomo è a immagine di Dio quindi ha una dimensione divina e ultraterrena: la dignità è altissima e mai riducibile a oggetto; è sacra e dunque mai strumentalizzabile; è bene fondamentale cioè è a fondamento di qualsiasi altra realtà.


Dal Salmo 119

Beato l'uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore.

Beato chi è fedele ai suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore.
Non commette ingiustizie, cammina per le sue vie.

Tu hai dato i tuoi precetti perché siano osservati fedelmente.


Siano diritte le mie vie, nel custodire i tuoi decreti.

Allora non dovrò arrossire se avrò obbedito ai tuoi comandi.


Ti loderò con cuore sincero quando avrò appreso le tue giuste sentenze.

Voglio osservare i tuoi decreti: non abbandonarmi mai.


Come potrà un giovane tenere pura la sua via? Custodendo le tue parole.

Con tutto il cuore ti cerco: non farmi deviare dai tuoi precetti.


Conservo nel cuore le tue parole per non offenderti con il peccato.

Benedetto sei tu, Signore; mostrami il tuo volere.







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