Una mattina qualunque



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13.11.2018
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STILE A SCUOLA - 3
Le RELAZIONI

Come “addomesticarsi” a scuola
Obiettivo

In questa scheda abbiamo scelto la relazione, l’incontro e la “sacralità del dialogo” come luoghi privilegiati in cui i msacchini possono spendersi, a servizio del prossimo, per testimoniare con i fatti la presenza del Signore nelle loro vite. Li inviteremo a scovare i disagi nascosti nelle loro classi, i silenzi, le solitudini, la difficoltà di comunicare, le etichette e tutto quanto ci indica emarginazione e povertà giovanile; vorremmo aiutare i ragazzi a ricercare l’incontro profondo e l’amicizia autentica con i loro compagni, perché da incontro nasce incontro e perché nessuno possa dirsi escluso dal gruppo classe.


LA CLASSE

Una mattina qualunque

Mattina di un giorno qualunque compreso fra lunedì e sabato. Con gli occhi a feritoia (specie se il giorno prima avete studiato tanto per un compito in classe o si sono fatti bagordi) varcate l'ingresso della scuola.

Provate a pensare a quante persone incontrate. A quante persone rivolgete la parola? Quanti degnate appena di uno sguardo? Questo vale anche all'interno della stessa classe. Di quanti compagni di classe si conosce (e sopratutto si usa) il nome anziché il cognome? Può essere una verifica interessante da fare.

Altra realtà che troviamo nella classe sono i gruppetti. È normale che ci siano persone con le quali si va più d'accordo e con le quali si ha più piacere a stare in compagnia e persone che giudichiamo antipatiche se non odiose. Questo non vuol dire che siccome sono dinamiche normali all'interno del gruppo-classe (come di tutti i gruppi) non si possa fare proprio nulla per cambiare le cose. Non è giusto che ci siano persone escluse e messe all'angolo.

Tante volte il nostro mondo va a mala pena oltre i confini del nostro banco. Quando ci facciamo solo gli affari nostri, quando veniamo a scuola solo per scaldare il banco o quando i professori stanno lì a spiegare e noi pensiamo a tutt'altro...

Il banco, allora, si trasforma da mobilio scolastico in trincea dalla quale affrontare i professori e da confine fra me e il compagno. In fin dei conti l'altro mi interessa solo perché è un avversario, se non un nemico, con il quale misurarmi. Allora la scuola diventa una giungla dove l'importante è sopravvivere.

Non è poi così strano che, dopo aver vissuto gomito a gomito per duecento giorni all'anno per cinque anni, ci troviamo di fronte a dei perfetti estranei.

Che le scuole non siano il Paradiso in terra dove regnano concordia e amore è un dato assodato, talmente assodato che non desta meraviglia, non lo si sente nemmeno come un problema. È così e basta. Forse non ci si è mai chiesti il perché. Ci sono muri invisibili che costruiamo senza accorgercene: non si comunica veramente. Eppure là fuori c'è un mondo che palpita di vita.
a scuola di relazioni

La scuola italiana non scommette abbastanza sulle relazioni. Esiste uno stacco netto tra le belle parole proclamate nei programmi scolastici che hanno a cuore la crescita della persona e la realtà di una scuola che, anziché accompagnare la crescita dell’adolescente, spesso la ostacola. Secondo la visione msacchina, la causa del fatto che la scuola è per molti giovani un fattore ansiogeno deriva propria dalla sua incapacità di mettere sul piatto la questione delle buone relazioni a scuola. Buone relazioni tra chi? Tra studenti e professori, innanzitutto. Facciamo nostre alcune osservazioni del sociologo Mario Pollo:



"Il rapporto che i giovani hanno con i loro insegnanti costituisce un aspetto particolare del vissuto scolastico. Le ricerche indicano che vi è un buon livello di rapporto personale dei giovani con gli insegnanti, verso i quali manifestano un elevato livello di fiducia e di soddisfazione, anche se un po’ inferiore a quello che si rilevava in ricerche fatte negli anni precedenti. Questo livello non è, però, costante all’interno dei differenti gradi dell’istruzione scolastica. Infatti il livello di fiducia nei confronti degli insegnanti raggiunge il suo massimo nel corso delle scuole elementari e il suo livello minimo nel corso delle scuole secondarie (...). Normalmente la soddisfazione degli insegnanti è prodotta dal fatto che essi riescono a rispondere a un bisogno di accoglienza che gli alunni manifestano".1

Secondo questa indagine, gli studenti si aspetterebbero migliori capacità relazionali da parte dei loro insegnanti: tale bisogno trova sfogo nel celebre ritornello "Conosce la sua materia, ma non ce la sa spiegare", dietro il quale si cela la percezione di un muro comunicativo di un certo spessore. Questa situazione, per alcuni, può diventare motivo di disagio, spingendo a rinchiudersi in forme di aggressività anche verso i compagni, sprecando un ricco patrimonio di potenzialità giovanili, sia a livello dell' autorealizzazione personale, sia a livello di vita sociale. Far rifiorire buone relazioni sarà, per il msacchino, un modo indiscusso e privilegiato per far rifiorire la propria scuola.



TANTI TIPI DI RELAZIONI


Le relazioni sono il terreno fertile su cui si può costruire la scuola che sogniamo, infatti se non entriamo in relazione non possiamo migliorare ciò che ci sta attorno, ma solo pestarci i piedi a vicenda e continuare a lamentarci che qualcosa non va, o che potrebbe andare meglio. Purtroppo in tanti casi è difficile relazionarsi sia coi propri compagni sia con i professori e spesso si sprecano occasioni di collaborazione che arricchirebbero le nostre scuole.
Le relazioni tra compagni di classe

Si possono instaurare tanti tipi diversi di relazioni tra compagni, alcune sono molto arricchenti, altre invece particolarmente difficoltose. Spesso la zizzania che rovina alcuni rapporti è l’invidia e la competizione, il senso di inferiorità o al contrario di superiorità, il menefreghismo e l’eccessivo egocentrismo. E’ normale che gli studenti si dividano in gruppetti, e un po’ di sana competizione non guasta, sempre che non si trasformi come spesso accade nel non rispetto reciproco.

In quasi tutte le classi infatti c’è almeno un ragazzo/a deriso e mortificato per tanti motivi, che non dipendono da lui, a volte è proprio il ragazzo che avrebbe più bisogno di aiuto, invece volontariamente o solo per gioco viene isolato.

C’è poi il compagno parassita che manda sempre avanti gli altri, che copia il compito dai più bravi, che evita di dover fare scelte proprie, ma che con furbizia è capace di prendersi il merito di tutto.

C’è poi il compagno insicuro, che scimmiotta un comportamento adulto e “da duro” come arma di difesa, ma in realtà è innocuo; molto più pericoloso invece è il compagno “camaleonte” che si finge angioletto e amicone per poi aggredire la sua vittima di sorpresa.

Il comportamento più frequente è comunque quello di associarsi in branchi, di fondersi con la massa e quindi di annullarsi in essa: ognuno deve agire come gli altri e pensare come gli altri, altrimenti rischia di venire escluso.

Poi ci sono “i solitari” che hanno un comportamento opposto agli altri, e sembrano indipendenti e sufficienti a sé stessi; la loro presenza può fare bene alla classe, ma può creare anche incomprensione e risentimento. In questo panorama variegato lo studente che non vuole vivere le sue mattinate sui banchi di scuola come se fosse in una giungla piena di nemici, ha molto lavoro da fare: la prima cosa per relazionarsi coi compagni è mettersi in gioco, abbassare le difese, farsi vedere per ciò che si è, poi fondamentale è il rispetto degli altri, andare oltre le apparenze e pensare un po’ con la propria testa. Creare relazioni positive con i propri compagni di classe rende più facile affrontare tanti problemi sia personali sia scolastici e permette la collaborazione tra studenti che li porta ad essere protagonisti nei loro istituti per creare una scuola più a misura di studente.

Le relazioni tra gli studenti e i prof


A scuola ci sono anche i professori, e se vogliamo trovarci bene, sentirci rispettati, valorizzati, ascoltati nelle nostre richieste è necessario venirsi incontro e cercare di capirsi superando di superare la distanza che spesso divide insegnanti e alunni. Antipatie e critiche oppure stima e rispetto... sono molte le relazioni che si possono instaurare tra studente e professore: molto spesso c’è incomprensione reciproca.

Per il professore lo studente quasi sempre “tira a campare”: si impegna meno che può, o comunque potrebbe fare di più; quando dice che ha un problema di solito è una balla…insomma, fidarsi è bene non fidarsi è meglio.

A sentire invece gli studenti i professori non li capiscono, sono interessati solo a terminare il programma, sono lunatici, pretendono troppo, fanno delle preferenze, a volte sono persino incompetenti e hanno poca voglia di lavorare.

Certo i professori spesso non capiscono le richieste dei loro alunni, ne sottovalutano i problemi, e non si rendono conto che il loro compito educativo è fondamentale per la crescita umana, civile e, non in ultimo, intellettuale dei ragazzi e che quindi deve andare oltre la semplice spiegazione nozionistica della materia.

Nello stesso tempo gli studenti sbagliano perché troppo spesso si dimenticano della dimensione umana del professore: anche lui può divenire intrattabile per problemi di salute, familiari, o di qualsiasi altra natura che lo possono distogliere dal lavoro. Al contrario di quello che pensano tanti studenti ci sono anche dei professori competenti, comprensivi, che cercano il dialogo coi loro alunni, che si impegnano nel loro lavoro, amano la scuola e vogliono migliorarla affinché sia un luogo sereno di crescita per i ragazzi. Il clima scolastico nei nostri istituti sarebbe molto più sereno se si instaurasse un dialogo fatto di maggiore collaborazione tra studenti e professori, due generazioni diverse che possono aiutarsi a vicenda e costruire assieme una scuola non solo a misura di studente, ma di tutti, compresi i professori.
INTERVISTA A 3 COMPAGNI DI CLASSE

Cosa sappiamo dei nostri compagni di classe? Ci sembra di sapere molto visto che trascorriamo insieme tantissime ore delle nostre giornate…poi magari dalle persone e nelle situazioni più impensate scopriamo che proprio nella nostra classe c’è una ragazza che fa la catechista, un compagno che ha dei seri problemi in famiglia, un altro che vorrebbe fare del volontariato ma nessuno con cui provare, un altro ancora che ormai lo “star bene” lo cerca solo nel fumo, una ragazza che tra poco si esaurisce per quanto studia, un compagno che non accetta le “battutine” del prof… forse non nella nostra classe ma non possiamo dimenticare che ci sono classi in cui ragazze si domandano se abortire o meno, ragazzi si chiedono se valga la pena vivere… Spesso la scuola si ferma ai cognomi. Il cognome è più che sufficiente ad indicare il tuo ruolo di studente, non serve sapere come ti chiami, qual è la tua identità, cos’è che ti rende unico, i progetti e i desideri che accompagnano la tua vita. A valutarti come persona, basta un voto. Ciò che sei fuori dalla scuola non importa.

….e noi???

Siamo sicuri di non fare lo stesso? Siamo sicuri di non accontentarci dei cognomi dei nostri compagni? Possiamo dire di aver incontrato nell’autenticità una per una tutte le vite dei nostri amici e non solo la maschera che indossano a scuola?

Queste domande suonano quasi come un terzo grado irritante e ridondante ma il problema è serio: quanti disagi nasconde la mia classe? Molto più spesso di quanto immaginiamo dietro a quella che noi chiamiamo “normalità” si nascondono storie e vissuti difficili, si nascondono etichette che pesano come macigni, solitudini e paure impossibilitate a venire a galla perché, dicevamo, l’universo scuola si ferma ai cognomi. Ma spesso è a disagio anche chi sembra sicuro di sé, lo può essere il primo della classe o la super trendy…

Ti presentiamo qui di seguito le testimonianze di tre studenti: sei proprio sicuro di non riconoscerci nessuno dei tuoi compagni di classe? Nessuno dei tuoi amici del corridoio o dell’altra sezione?



Andrea: vivere l’esclusione


Puoi raccontarmi la tua esperienza ??

La mia non è vera e propria emarginazione, ma esclusione. Sarà che sono uguale ad Harry Potter, sarà che i miei genitori sono professori nella mia scuola … non lo so!! Non penso di avere nulla di sbagliato: non sono antipatico, non sono un secchione, non do fastidio … eppure non mi sento a mio agio con gli altri. Forse perché loro non lo sono con me! A volte non capisco se è colpa del mio aspetto fisico, minuto e facilmente messo in disparte, o se è colpa dei miei genitori … In entrambi i casi non è una mia colpa diretta: ci sono nato così, non me lo sono scelto !!! … però gli altri non mi danno possibilità di mostrare il contrario.


In cosa consiste il tuo disagio?


Prima di tutto non ho una vita di gruppo come tutti gli altri. Sembra una baggianata, ma anche il non rientrare nella cerchia di persone che organizza gli scherzi, che decide di chiedere ai prof di spostare i compiti … che fa coalizione per la sopravvivenza scolastica, mi pesa. È la parte più “meschina” dell’essere studente, ma crea comunque unione. E passare sempre per il bravo ragazzo che non fa mai del male a nessuno spesso mi pesa. In questo modo sono tagliato fuori da cose anche più tranquille.

Hai provato a rimediare?


Tutti i giorni, il primo anno .. e anche un po’ il secondo: cercavo di farmi accettare. Di entrare nei discorsi, a volte di ascoltare e basta. Ho rinunciato a comportarmi come loro perché .. non sono io. Non è il mio stile. Ovviamente i risultati sono stati pessimi, e addirittura ridicoli.

Nessuno si è accorto della tua situazione?


Il mio compagno di banco. Potremmo dire che è come me … anzi, peggio!! Insieme condividiamo la sventura di essere tagliati fuori. L’unica differenza è che lui è sul serio un po’ .. “particolare” .. io invece penso di avere tutte le carte in regola.

Per il resto penso che tutti si accorgano di quello che fanno. Ma ormai è una condizione condivisa da tutti. Siamo arrivati al limite di sapere che le cose sono così e tanto non cambiano. A volte, però, è davvero pesante: non riuscire a confrontarsi con nessuno proprio nei momenti del bisogno … Sai: ci vivo dentro tutta la mia vita. Provaci tu a stare tutti i giorni in un posto dove non riesci ad esprimerti prima di tutto come te stesso, prima che come essere vivente, che ti trovi accanto …


Questo quanto incide sulla tua vita?


Non tantissimo, purtroppo. Nel senso che ho dovuto cercare me stesso fuori dalla scuola. Arrivi a dei punti, però, in cui desidereresti sovrapporre le due situazioni. Alla fine penso di non essere al massimo in nessun posto.

Lucia: il disagio creato da te


Puoi raccontarmi la tua esperienza ??

Io non mi sono trovata bene nell’altra classe perché non mi sentivo me stessa. Per capire questo mi ci sono voluti ben 2 anni, prima di cambiare scuola.

La mia situazione era questa: mi vedi, sono una ragazzona. Anche gli altri lo vedono, non sono mica ciechi!!! Così è cominciato un circolo vizioso per il quale tutti mi consideravano una ragazza di un certo modo: io mi sentivo importante, sempre al centro dell’attenzione … sai quanto è importante per me … così ho cominciato ad atteggiarmi da tale. Mi sentivo protetta dai vestiti che portavo, dalle persone che frequentavo. Però arrivavo a casa stanchissima.

In cosa consiste il tuo disagio?


Non è facile dover portare una maschera che ogni giorno diventa più pesante. I primi tempi non me ne accorgevo: pensavo di essere davvero così. E poi sai, era anche vantaggioso: tutti i ragazzi ti corteggiano, puoi dire quello che vuoi, puoi fare la cretina più degli altri … era come se mi fossero permesse più cose che agli altri … perché ero “la Lucia”.

I lati negativi sono cominciati a venire fuori uno dopo l’altro. Prima di tutto ho perso il rispetto di molta gente, che mi vedeva solo in una maniera: incapace di poter ragionare come tutti gli altri, anzi oggetto di scherno e commenti poco piacevoli. Anche i professori penso provassero questo: sono ancora sicura che la prof di inglese mi odi con tutto il cuore!


Hai provato a rimediare?


La situazione era irrimediabile. Tutta la scuola mi aveva messo questa etichetta, ed era impossibile togliermela. Anche per me stessa: io mi vedevo in quel modo in quell’ambiente, e anche io non riuscivo ad atteggiarmi con gli altri se non in quella maniera. Dovevo reinventarmi. Così ho cambiato scuola.

Nessuno si è accorto della tua situazione?


Si, e tanti avevano cercato di dirmelo. L’ho capito solo ora. All’epoca pensavo che la mia decisione mi avrebbe portato al fallimento totale della mia vita scolastica, invece coi nuovi compagni riesco ad essere quello che là non sono mai stata. Riguardando la situazione da questa parte vedo tante mie colpe, ma anche tante persone che mi hanno cercata. Se non ci sono riuscite è anche per colpa mia.

Questo quanto incide sulla tua vita?


Porto ancora l’angoscia di poter veder saltare fuori da me questo “lato oscuro”. E poi il fatto di doversi riproporre nuovamente in un altro mondo è difficile: devi imparare la nuova routine e devi presentarti nel modo giusto. Nel modo Lucia.

Mi dispiace perché vedo tanta gente che è nella mia stessa situazione. Io sono fortunata perché ho un carattere battagliero .. chissà se tutti facessero come me …



Paolo: il motivo del disagio, il disinteresse


Puoi raccontarmi la tua esperienza ??

È molto breve: non mi trovo bene a scuola perché non è il mio luogo. Non sto bene a parlare di moto, di musica, di compiti in classe .. con quella gente. E sinceramente non mi interessa tanto andare a scuola, in quella scuola. Però mi tocca. Sono abbastanza insofferente, perché ho un po’ di problemi che non ti racconto e stare a scuola per me è inutile. Come sono inutili i discorsi dei miei compagni di classe. Ma quando crescono ???


In cosa consiste il tuo disagio?


Io vorrei essere in duecento posti diversi, ma non in classe; obbligato a sentire gente con la quale non ho molte cose da spartire.

Hai provato a rimediare?


Non mi interessa farlo. Forse dovrei rimediare alla situazione che non mi va di studiare, e se decidessi di farlo, dovrei mettermi in contatto con i miei compagni di classe. In giro per i corridoi ogni tanto incontro qualcuno intelligente … ma stanno sempre in un’altra classe !!!

Nessuno si è accorto della tua situazione?


Penso tutti. Solo che nessuno ci può fare nulla. Spesso la mia presenza è pure indesiderata. Peccato per quei pochi coi quali ci si può fare un discorso serio.

Questo quanto incide sulla tua vita?


Non saprei. Sento che non mi va di stare là dentro per qualche motivo, ma non ho ancora capito quale … boh!
Questi sono alcuni esempi e per certi versi i più “tranquilli”, con cui provare a fare i conti: quante etichette, solitudini, incomprensioni, insofferenze si possono nascondere a scuola, quanti ragazzi dalle vite disordinate, dalle famiglie assenti, dai cuori spezzati: forse anche noi viviamo alcune di queste condizioni ma abbiamo la fortuna di avere degli amici ed un gruppo in cui poterle condividere.

Stand up, allora!
SCHOOL IN ACTION

Quando i disagi vengono a galla - e spesso non c’è bisogno di cercarli perché sono fin troppo evidenti - si tratta di dare una risposta: già, chi risponde alle fatiche e agli smarrimenti degli studenti? Come si attiva l’istituzione scuola di fronte ai problemi di vita dei ragazzi?

Da un po’ di anni a questa parte sono nati negli istituti superiori i C.I.C., centri di informazione e consulenza, gestiti da psicologi e insegnanti in cui gli studenti, con garanzia d’anonimato, possono aprirsi, confrontarsi, lasciarsi consigliare. E’ una risorsa. Magari non sempre e non dovunque funziona al massimo, ad ogni caso, perché non valorizzarli, promuoverli, pubblicizzarli e verificare la loro operatività?

Ma la risorsa più grande della scuola è sempre stata un’altra: gli studenti, di più, l’amicizia tra studenti, la voglia di stare insieme e di crescere insieme. E allora, se siamo convinti che “è più bello insieme” usiamo tutti i colori dell’amicizia per coinvolgere e dare voce ai disagi e alle difficoltà e non solo, alle vite di quelli che, fin qui, erano solo “colleghi di sventura”: cambiamo la disposizione dei banchi, organizziamo, uscite, gite di classe facendo in modo che non manchi nessuno, facciamo i compiti o i lavori di gruppo non sempre con il più bravo o con il vicino di casa… Chiaro che se le questioni sono più grandi di noi, tutto ciò può non bastare, tuttavia non si può prescindere dall’amicizia e dalla vicinanza: è bene far presene al consiglio di classe che ci sono persone con problemi particolari senza per questo doverne parlare apertamente se l’interessato non lo ritiene opportuno, bisognerà attivarsi anche in altri modi, cercare contatti con il territorio, associazioni, consultori, medici, …..Ricordando però noi possiamo solo creare il luogo, la situazione, dare i mezzi .. per risolvere un disagio. Si tratta di persone, non di problemi matematici dove basta una formula: prima di tutto è il nostro amico che deve volere ricominciare.


PARTECIPARE” LA VITA DEGLI ALTRI

Delle volte sembra quasi che abbiamo i paraocchi. Infatti, crediamo di conoscere l’altro solo perché di lui sappiamo i dati anagrafici o i gusti musicali o i voti scolastici; e spesso gelosi delle nostre preoccupazioni e dei nostri interessi non riusciamo a guardare l’altro in profondità a leggerne la storia, una storia unica e irripetibile proprio come la nostra.

Ma è possibile essere cristiani cosi? Invece di comodi paraocchi avremmo bisogno di occhi che si scomodino a guardare l’altro riconoscendolo non come un oggetto accessorio della nostra vita, ma un giovane come me, con la sua storia, le sue paure i suoi dubbi, i suoi successi, i suoi sogni… Se abbiamo i “paraocchi” come è possibile annunciare il Vangelo che siamo chiamati a testimoniare? Questo è possibile solo attraverso la condivisione della vita.

Quindi, vivere la scuola come scambio di vita in un I care nuovo e originale; in una fiducia e apertura incondizionata alle persone che incontriamo, che ci interpellano e chiamano la nostra vita alla testimonianza. Vivere la scuola, lo studio e le relazioni da cristiano vuol dire lasciare che la vita parli da sé con tutti i suoi limiti e dubbi, ma nella certezza che pur non avendo risposte pronte ed immediate conosciamo la Risposta, quella decisiva, che ha un volto, uno sguardo, uno stile di vita e dei valori chiari e forti: Gesù!


senza gli occhi qualunque sguardo sarebbe impossibile, ma lo sguardo è l’altro…lo sguardo sono gli occhi immessi in una persona che ha una propria anima”

(Vittorino Andreoli, Lettera ad un adolescente, p. 72)


…al di la delle apparenze, delle facciate, delle etichette e dei ruoli stabiliti da assurde relazioni di “registri di classe” c’è, quindi un altro che aspetta me!
C’È ANCHE L’ALTRO

E’ difficile accorgersi degli altri, perché fondamentalmente siamo chiusi a guscio su noi stessi e perché molto spesso non sappiamo andare al di la delle apparenze.

Allora per uscire dal nostro guscio e rompere i muri delle prime impressioni è necessario “alzare gli occhi dal foglio” e cercare di incrociare lo sguardo dell’altro che è lì, pronto a ricordarmi che non sono solo, ma che c’è un mondo fatto di storie diverse, di frammenti di vita che mi dicono che vicino a me, magari a distanza di un banco, c’è qualcuno che mi aspetta.
Io e l’altro siamo diversi, ma entrambi abbiamo un punto di contatto forte ed evidente: la scuola, quei cinque anni di vita insieme che al di la delle forme dicono della possibilità di un incontro che favorisce lo scambio di vita e la crescita personale. E se questo è ovvio per ogni studente, a maggior ragione per noi msacchini sarà ancora più evidente perché, scegliendo di vivere la scuola da protagonisti, non possiamo non scegliere di essere anche protagonisti nelle relazioni con gli altri.

Vivere ed essere protagonisti nelle relazioni con gli altri a scuola significa anche mettere la nostra esperienza di studio a servizio dei compagni; capire che, come ci dicono i ragazzi della scuola di Barbina in Lettera ad una professoressa,: “lo studio non serve se non per darlo!”; significa creare da cristiani una relazione nuova capace di rendere nuovo lo studio che facciamo. Studiare può diventare in questo modo il luogo in cui si stabilisce quella relazione autentica che ci porta a riconoscere nell’altro quella storia come la mia, anche se diversa, che può dare senso all’esperienza di vita studentesca.

Vivendo tutto questo da cristiani, quindi, non possiamo tacere quello che abbiamo visto e sentito: il nostro incontro con Gesù Cristo!
Evangelizzazione nuova è parlare di una vita nuova e bella in molti modi: tutti radicati nell’esperienza. Si rende ragione della propria speranza, la si sperimenta: allora anche le parole sono convincenti. Si evangelizza raccontando una vita abitata dal vangelo: questo convince molto di più di una parola astratta e impersonale ed è possibile solo se la propria vita è pacificate, riconciliata con le sue inquietudini, con le sue esperienze difficili si può raccontare la fede solo se si è vissuti con il Signore!”

(dal Progetto formativo, cap. III par. 3.3)


C’è un personaggio nel Vangelo di Luca che è tormentato dal disagio: è l’indemoniato geraseno (Lc 8, 26-38), un uomo posseduto da demoni, un’intera legione, un uomo che non portava vestiti, dunque senza personalità, che non aveva casa dunque senza intimità, che si isolava da tutti e che tutti isolavano. Gesù gli chiede il nome, si interessa dell’indemoniato come persona: è la ricostruzione dell’uomo, della sua dignità, del valore che egli possiede in quanto persona.

Noi siamo chiamati a fare lo stesso, ad attivare tutte le nostre risorse, personali, scolastiche, amicali, associative, chi più ne ha più ne metta, per coinvolgere e restituire a tutti gli studenti il proprio nome e non un ruolo che ingabbia, per far brillare il contributo di ciascuno perché solo quando giustizia e fraternità si incontrano il grande puzzle che è la scuola può dirsi completo.


Se la nostra vita è abitata dal Vangelo e noi scegliamo di “abitare” la scuola, le persone che incontriamo diventano l’occasione concreta di un annuncio possibile!

una storiella…


Dopo qualche mese di scuola, il professore ci diede un questionario. Essendo un buon alunno risposi prontamente a tutte le domande fino a quando arrivai all'ultima che era:"Qual è il nome di battesimo della donna delle pulizie della scuola?" Sinceramente mi pareva proprio uno scherzo. Avevo visto quella donna molte volte, era alta, capelli scuri, avrà avuto i suoi cinquant'anni, ma come avrei potuto sapere il suo nome di battesimo?

Consegnai il mio test lasciando questa risposta in bianco e, poco prima che finisse la lezione, un alunno domandò se l'ultima domanda del test avrebbe contato ai fini del voto."E' chiaro!", rispose il professore. "Nella vostra carriera incontrerete molte persone. Hanno tutte il loro grado d'importanza. Esse meritano la vostra attenzione, anche con un semplice sorriso o un ciao". Non dimenticai mai questa lezione ed imparai che il nome di battesimo della nostra donna delle pulizie era Marianna.

AGIRE: UN MODELLO POSSIBILE


Noi vogliamo che anche il nostro stare a scuola sia vivace come quel mondo là fuori, e, per riuscire a cambiare le cose, dobbiamo, come al solito, sporcarci le mani, sentirci interpellati in prima persona, a tutti i livelli: proviamo allora a "costruire" la nostra nuova scuola, dopo aver buttato giù i muri che la rendevano invivibile! È uno stile che deve rientrare nella quotidianità scolastica.
Compagni di banco

Iniziando dalle cose "facili", dovremmo ripensare il nostro stare insieme al resto della classe: se siamo a scuola per studiare, per imparare, per crescere, queste devono essere le linee guida che animano la nostra compagnia (senza voler mettere necessariamente da parte una pizza o una partita a pallone!).

Una classe è unita se vive insieme questi tre momenti, anche al di fuori delle mura della scuola, e se li affronta dando loro il giusto peso: questo vuol dire innanzitutto rispetto reciproco per il lavoro di ognuno, ma può e deve anche trasformarsi in solidarietà attiva e costruttiva nei confronti degli altri.

In questo è maestra la scuola di Barbiana, dove il più grande aiutava il più piccolo ad imparare e a crescere. Una solidarietà che va al di là del compito in classe, che supera anche lo studiare insieme e diventa vicinanza e cura per l'altro, insomma, un'amicizia vera.


Compagni di strada

Passiamo ora al difficile, ossia a considerare il rapporto con chi si fa nostro compagno per un tempo decisamente più breve, ma spesso in maniera più intensa e determinante: il professore.

È ovvio, non tutti i casi sono uguali, ma vogliamo immaginare un modello di scuola in cui ogni professore venga apprezzato per il suo lavoro, per la sua professionalità: questo significa, da parte nostra, metterlo concretamente nelle condizioni di esercitare al meglio il suo compito, mantenendo una relazione chiara, leale ed aperta al confronto. Per quanto riguarda i professori, la loro parte la conoscono già... e saranno ben felici di incontrare degli studenti attivi e pronti al dialogo.

Anche in questo caso non si tratta di pura utopia: chissà quanti ragazzi che conosciamo hanno continuato e continuano ancora oggi ad avere i professori del liceo come punto di riferimento!


Compagni d'istituto

Vivere bene i rapporti a scuola vuol dire anche comprendere di far parte di una comunità più ampia nella quale, al di là delle consuete norme di convivenza civile, è giusto sentirsi pienamente protagonisti. A volte abbiamo occasione di vivere dei momenti in cui ci sentiamo parte di una comunità più larga: già solo l'uscita da scuola, quando le nostre classi si incontrano e si fondono, moltiplica la gioia di crescere! Proprio per questo la scuola prevede dei momenti che siano delegati a questo incontro, che sono costituiti principalmente dalle assemblee d'istituto, uno spazio di confronto veramente unico per gli studenti. È innanzitutto la partecipazione dei singoli, e non la presenza dei rappresentanti, a rendere vivace questo momento, nel quale gli studenti sono realmente chiamati a prendersi cura della loro scuola e a confrontarsi su importanti tematiche d'attualità.

Ma l'incontro degli studenti è divenuto anche memoria, con iniziative come quella per ricordare il tragico evento della Shoah, o creatività e festa, con la nascita della giornata dell'arte e della musica, o, ancora, sport, corsi e laboratori di vario tipo...

In ognuno di questi momenti ci è data un'occasione per vivere l'incontro con altre persone, ma solo il nostro essere aperti ci potrà aiutare a viverlo pienamente!


Compagni di responsabilità

Per alcuni vivere pienamente la scuola significa anche assumersi una responsabilità specifica, diventando rappresentanti presso i vari organi della scuola.

È una posizione nella quale i rapporti diventano ancora più importanti, e che richiede requisiti essenziali di attenzione ed ascolto, di rispetto, di confronto.

La rappresentanza non può però essere definita tale se non si fonda sulla presenza responsabile di tutti i rappresentati, ossia, ancora una volta, su una relazione di vicinanza. Siamo dunque chiamati tutti ad essere vicini ai nostri rappresentanti, anche a quelli d'istituto, sia per conoscere meglio la nostra scuola, sia per accompagnarli nel loro non facile compito!



METTIAMOCI IN MOVIMENTO

  • Vediamo un po’ se davvero conosciamo tutti, facciamo la “prova cartina”: provate a disegnare la cartina della vostra classe, il ragazzo del banco più lontano o dell’altra fila, lo conoscete bene quanto il vostro compagno di banco? E perché X è sempre tanto polemico, Y non parla mai, Z vuole ritirarsi a metà anno?

Come dire….c’è ben altro sotto la punta dell’iceberg!

  • Vivere una esperienza di studio in comunità, possibilmente a scuola, in cui ogni studente è allo stesso tempo alunno e insegnante, in cui ci si “accompagni” vicendevolmente, un po’ come alla scuola di Barbiana di Don Milani in cui il tempo dello studio era prima di tutto tempo di condivisione.

  • Organizzare un doposcuola in zone particolarmente disagiate della città facendo dello studio una forte esperienza di servizio

  • Proporre una esperienza di condivisione a partire dal racconto della propria vita:

Partendo dall’esperienza di vita di un animatore o di un msacchino provare a condividere raccontandosela la propria esperienza di vita studentesca.

  • Proporre un’assemblea di classe a “sorpresa” in qui l’ordine del giorno è ben lontano da problemi della classe, da scioperi fantasma, dall’orario scolastico troppo stressante… Potrebbe essere invece una semplicissima chiacchierata, mettendo dietro la cattedra le vostre “vittime” e farli raccontare… perché il primo passo sia la conoscenza, la scoperta di una persona unica.Inoltre, sempre nell’ambito della classe, potrebbero tenere una lezione su cosa sanno far meglio, sarebbe l’occasione giusta per conoscere i loro hobby, i loro interessi inesplorati…

  • Condividere l’idea con i vostri professori perché anche da parte loro ci sia un’attenzione particolare che non dovrà sfociare nella compassione, ma in un impegno consapevole, maturo, che faccia sentire importante anche chi di attenzioni ne riceve sempre poche.

  • Se gli spazi di tempo curriculari sembrano troppo “stretti”, sarebbe questa l’occasione di “abitare” lo spazio scuola anche nel pomeriggio. Con le opportune autorizzazioni (vedi modello da Professione Studente, pag, 146), si potrebbe organizzare un momento di studio con i propri compagni di classe, privilegiando l’attenzione all’”altro”, anziché lavorare col solito compagno di studio. In questa occasione, inoltre, si potrebbero “esplorare” insieme le caratteristiche della scuola, i progetti che sono in corso, le iniziative prossime che, magari, il nostro compagno non conosce perché troppo “chiuso nel suo guscio” e che potrebbero coinvolgerlo.

  • Per uno “spazio di uscita” più generale, si potrebbe dedicare una rubrica speciale sul giornalino di Istituto ai racconti di vita scolastica, ai pregi e difetti di rapporti tra studenti che potrebbero crescere e migliorare partendo proprio dall’uscire allo scoperto. Potrebbe essere un’iniziativa del gruppo classe scrivere il primo articolo, come “primo passo” verso un rapporto che ha bisogno anche di questi piccoli interventi per maturare.

  • VERIFICA: Momento fondamentale per testare l’efficacia della nostra idea è lo stesso vivere la quotidianità della nostra classe, notare i cambiamenti e scoprire i nuovi bisogni, consapevoli che il nostro operato fa ricchi prima noi, e poi le nostre “vittime”. L’ambiente-scuola ideale anche ai nostri studenti in difficoltà si costruisce ogni giorno, non bisogna aspettare che ognuno torni nelle proprie case, nelle proprie parrocchie… è la scuola il nostro campo di azione ed è questo l’ambiente in cui riversare il nostro interesse.


PROPOSTE DI ATTIVITA’ ARTICOLATE

1° modalità

Obiettivo: discutere la tematica a scuola nel corso di un'assemblea d'istituto e creare un progetto sulle relazioni all'interno della scuola
Fase preparatoria: discutere l'andamento delle relazioni all'interno di un istituto è una scelta che presenta numerose difficoltà, prima fra tutte quella di cadere nel banale o, peggio ancora, di scatenare una polemica tanto violenta quanto sterile nei confronti dei docenti e dei compagni di classe. È dunque necessario, oltre che discutere preventivamente dell'argomento in gruppo, avere una base su cui lavorare: questo significa innanzitutto documentarsi sulla situazione della propria scuola, ed in particolare sui progetti che favoriscono, in vario modo, l'incontro e le relazioni fra studenti e con i docenti. Si potrebbe inoltre svolgere una rapida indagine tra gli studenti per richiedere una valutazione dei rapporti in classe, ed avere così un dato di base da sottoporre alla riflessione comune, o da utilizzare semplicemente per la preparazione dell'incontro.
Svolgimento: Proviamo allora ad immaginare la nostra assemblea d’istituto con la seguente articolazione


  1. Introduzione all’argomento. Partire insomma dall’analisi della situazione presente per stimolare la riflessione e porsi domande, soprattutto circa se possano esistere modelli alternativi di relazioni all’interno della scuola. Attenzione a scegliere le tecniche più adatte all’”uditorio”! si può pensare a realizzare un breve filmato introduttivo che lanci la tematica, fatto di interviste a studenti oppure invece da spezzoni di film come quelli proposti tra i materiali, o canzoni a tema di cui proiettare in power point (o altri mezzi!) testo e traduzione, o ancora un sondaggio seduta stante, magari tipo test sulle relazioni, giusto per stimolare la riflessione, oppure si possono discutere i risultati di un’inchiesta precedentemente portata avanti dal MSAC tra gli studenti (che può essere ad esempio quella della fase preparatoria) con un relatore esterno, un esperto nel campo insomma, capace di esporre un’analisi documentata delle relazioni nella scuola italiana, oppure si può fare riferimento all’esperienza della scuola di Barbiana di Don Milani, un modello di scuola delle relazioni alternativo a quello tradizionale di cui tutti facciamo esperienza: in ogni caso il quadro generale serve a sollecitare un impegno personale per migliorare le relazioni.

  2. Presentazione, con ospiti esterni e/o professori che si occupano del P.O.F, di esperienze e progetti realizzati in risposta a questa problematica su proposta magari del MPI o anche su iniziativa spontanea (in virtù dell’autonomia!) a livello locale da parte dell’istituto stesso o di altri istituti del territorio e discussione sui loro risultati coinvolgendo responsabili e partecipanti a tali progetti. È importante che in questa fase ci sia un coinvolgimento dei docenti, la cui presenza è quasi sempre indispensabile per la realizzazione di questi progetti, e non solo per necessità burocratiche!

  3. Spazio per il dibattito e per la raccolta di nuove proposte. È il punto più complesso, che prevede il coinvolgimento di tutti: se gli stimoli forniti sono quelli giusti, può diventare una fonte di ricchezza per la scuola! Per la discussione si può pensare magari a dividere l’assemblea in gruppi di studio, 4 workshop tematici insomma (uno sulle relazioni tra compagni di classe, uno sul dialogo coi docenti, uno sul rapporto coi rappresentanti, uno sulle relazioni con i bidelli… vedi attività in basso) guidati ciascuno dal coordinatore “adatto”. In questo modo ogni partecipante all’assemblea potrà scegliere di approfondire l’aspetto del problema che lo coinvolge più da vicino e sarà all’interno di questi laboratori ristretti a max 25-30 persone che potranno essere lanciate e discusse le proposte da ciascuno dei partecipanti. Si può pensare poi ad un momento finale di sintesi in cui vengono presentate a tutta l’assemblea “ricostituita in plenaria” i risultati dei lavori e le proposte più significative di ciascun workshop. Ovviamente è opportuno che tra le nuove proposte ce ne sia una portata avanti da noi msacchini: che dia particolare attenzione alle relazioni: un esempio potrebbe essere quello di vivere a scuola dei momenti di studio insieme, magari sfruttando anche risorse quali la biblioteca o la sala computer della scuola per svolgere ricerche.


2° modalità

Obiettivo: creare domande e suscitare la riflessione degli studenti riguardo le relazioni interpersonali a scuola.
Svolgimento:

vengono individuati 4 ambienti dell'edificio scolastico tipo:



  1. la classe

  2. la sala professori

  3. l'aula magna

  4. il corridoio

Gli studenti raggiungono uno di questi ambienti nel quale troveranno un rappresentante della “categoria” che abitualmente lo “abita”:



aula: studente delle superiori o appena diplimato (che abbia ancora fresca l'esperienza della vita di classe)

sala professori: un professore

aula magna: rappresentante di istituto o di classe

corridoio: rappresentante del personale ATA
Gli studenti sono chiamati a confrontarsi con queste persone sulle relazioni e sulle difficoltà di relazione con la “categoria” che si trovano di fronte, che dal canto loro porteranno la loro esperienza diretta e cercheranno di muovere domande nei ragazzi, più che dare risposte.
Gli obiettivi della riflessione di tutti i gruppi saranno:

-innanzitutto porre i ragazzi dinanzi alla questione, suscitare domande in loro e porli davanti alla consapevolezza che il problema esiste.

-analizzare e prendere atto della realtà delle relazioni che i ragazzi hanno effettivamente con la categoria in questione .

-individuare quali sono le difficoltà maggiori che ostacolano il dialogo, quali sono i motivi profondi per cui non è radicata la cultura dell’interazione, perché esiste insomma l’abitudine a considerare “normale” la non comunicazione. Insomma interrogarsi sul perché di questi atteggiamenti in modo da poter identificare i “muri da abbattere”



-fase propositiva: come cominciare a “smantellare” (scavalcare, aprire brecce, porte,ecc) questi muri? Quali passi concreti? Cosa e come costruire una realtà alternativa?
Altri punti di riflessione possono essere individuati ad hoc, a seconda della categoria in questione e delle necessità dei partecipanti. Per la buona riuscita dell'attività è basilare che il coordinatore del gruppo sia provocatorio quanto basta, senza lanciarsi in lunghi monologhi. È bene che almeno si cerchino degli spunti operativi concreti da attuare durante l'anno.
Questa attività permette di coinvolgere persone che generalmente sono fuori dal nostro “giro” e che possono essere, durante l'anno, un possibile contatto per l'organizzazione di attività all'interno della scuola.

MATERIALI PER APPROFONDIRE

  • “Come te nessuno mai” G. Muccino ITA 1999

  • “L'attimo fuggente” P. Weir USA 1989 2h 10'

  • “Will Hunting-genio ribelle” G. Van Sant USA 1998

  • “La scuola” D. Lucchetti ITA 1995

  • “Auguri, professore” R. Milani ITA 1997

  • “La classe non è acqua” C. Calvi ITA 1997

  • “Scoprendo Forrester” G. Van Sant USA 2001

  • Antonello Venditti “Compagno di scuola”

  • Luca Barbarossa “Al di là del muro”

  • Lene Marlin “Sitting down here”

  • Cranberries “Zombie”

  • Altre idee sul sito: www.movieconnection.it/pagine_speciali/cinema&scuola.htm#usa

  • LIBRO: Fred Uhlmann “L'amico ritrovato

  • Scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa, libera editrice fiorentina, 1968.

  • Vittorino Andreoli, Lettera ad un adolescente, Rizzoli 2004.

  • Levinas, Altrimenti che essere, Jaka Book, 1983.

  • Martin Buber, Il cammino dell’uomo, edizioni Qiqajon 1990.

  • Apostolicam Actuositatem, dai documenti del Concilio Vaticano II



1(cfr. Severino Pagani, L’accompagnamento spirituale dei giovani, edizioni san Paolo)






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