Una numinosa visione: terra, mare, cielo e fuoco


Il “mostro sotterraneo” del terremoto



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Il “mostro sotterraneo” del terremoto 

Un esempio di questo duplice interesse è dato dal ricordo della propria vocazione verso lo studio dei fenomeni naturali: De Lorenzo non manca di risalire all'oscura impressione che in lui suscitò il terremoto, che lo scrittore rappresenta nei termini di un primordiale mito tellurico: 


«Nella calma della notte, svegliato improvvisamente dal sonno da strane sensazioni, da un ulular lungo di cani e di gridi umani, fui chiamato e spinto in fretta ad uscir sulla piazza, dove già accolta era tutta la gente di Lagonegro; tra cui moltissimi, che ancora serbavano vivo il ricordo del grande terremoto lucano del 1857 […]. Ma io nulla sapevo, nulla ricordavo e nulla vedevo di strano. Sul pavido tramestio della folla vedevo come in ogni notte luccicare calme e purissime le stelle, e intorno al paesetto rumoreggiante sollevarsi come sempre solenni e severe le forme delle montagne a me familiari. Ed io costruivo nella mia fantasia strane figurazioni di questo ignoto, portentoso mostro sotterraneo, che, senza alterare eccessivamente l'aspetto sensibile delle cose naturali, faceva tremare il suolo, crollare le case, perire gli uomini e gli animali e di nuovo un grande stupore, una immensa meraviglia occupava il mio spirito» (G. De LorenzoTerra madre, cit., pp. 82-83).
La presentazione di questo mito svela, nel linguaggio del De Lorenzo scrittore, lo stesso meccanismo psicologico che lo scienziato attribuiva all'umanità preistorica: le immense forze naturali del terremoto sono personificate nella figura di un «portentoso mostro sotterraneo». Esattamente nello stesso modo De Lorenzo spiegava l'origine di alcune raffigurazioni mitologiche appartenenti alle antiche civiltà ariane o indoeuropee, interpretate nel loro «significato geologico». 
In un articolo del 1901, De Lorenzo, infatti, mostra di seguire l'esempio del suo maestro Michele Kerbaker, esperto di lingue e mitologia comparata, che a sua volta fu seguace e divulgatore in Italia delle idee di F. Max  Müller.
«Più di una volta, percorrendo gli antichi testi greci, sono rimasto meravigliato, in vedere con quale esattezza e profondità di visione in alcuni di quei miti sono rappresentate delle manifestazioni di grandi forze naturali, le quali con i loro vistosi fenomeni dovevano maggiormente colpire le fantasie di quei primi uomini […]. A tali miti appartengono gli esseri giganteschi, minacciosi, superbi, chiamati Titani, Ciclopi, Giganti, Demoni, in lotta continua con gli Dei, dai quali sono finalmente abbattuti e vinti, ai quali però fanno pur sempre sentire la loro sorda sotterranea ribellione: tali miti non sono per me [...] che delle magnifiche figurazioni plastiche dello svolgersi di forze telluriche, specialmente eruttive (vulcaniche) e sismiche, in contrasto con le forze atmosferiche; in quella scala un po' più grande dell'attuale, con cui si manifestarono durante l'epoca quaternaria, quando gli uomini cominciavano a fissare nel pensiero le prime intense visioni accolte nelle loro vergini menti» (G. De Lorenzo, Significato geologico di alcuni miti ariani, in “Rendiconto della Reale Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche di Napoli”, serie 3, vol. VI, 1901, poi in Terra madre, cit., pp. 134-135).
Per comprendere fino in fondo il valore di tale intervento, bisogna collocare adeguatamente queste riflessioni nel contesto culturale del proprio tempo. 





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