Una numinosa visione: terra, mare, cielo e fuoco


Gli dei a confronto: dall'Islanda all'Himalaya



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Gli dei a confronto: dall'Islanda all'Himalaya
De Lorenzo applica, inoltre, con grande anticipo anche il “metodo comparativistico”, che raggiungerà la maturità solo molti anni dopo in Francia con gli studi di G. Dumézil. Secondo tale metodo è possibile comprendere appieno il significato di un mito confrontandolo con le leggende mitologiche di altri popoli. 
Gli accostamenti, però, per essere significativi, andranno realizzati tra civiltà che presentano stretti rapporti (ad esempio sono l'evoluzione di un'origine comune), documentati dallo studio filologico dei loro linguaggi. Ciò accade, ad esempio, nella famiglia linguistica “indoeuropea”: si potranno allora confrontare tra loro i miti dei popoli greco, latino, germanico, indiano, che parlano lingue derivate da una lingua originaria (o meglio da un gruppo di dialetti) definiti indoeuropeo comune.
De Lorenzo confronta i miti della cultura greca con quelli dell'Edda, il poema epico tradizionale della stirpe germanica: vi individua una serie di somiglianze, che spiega con le caratteristiche geomorfologiche delle terre dove questi miti furono elaborati: i vulcani della dorsale oceanica in Islanda, gli antichi archi vulcanici delle isole dell'Egeo e le zone sismiche sulle coste del Tirreno, dall'Etna al Vesuvio, alle caldere di Pozzuoli, ad Ischia:
«È noto che nell'Edda il dio dell'atmosfera e del cielo, Wotan, è in continua lotta con i Giganti [...]. Ora questi Giganti scandinavi hanno nomi e funzioni corrispondenti a quelli dei loro fratelli greci e riferentisi quindi egualmente a fenomeni tellurici di indole sismica e vulcanica. Essi infatti si chiamano: Eld, vale a dire Fuoco; Logi (= Lohe, Fuerlohe) ossia Fiamma.; Ymir, il Tonante; Beli, il Muggente, il Boante; Thiassi, il Rumoroso, il Chiassoso, etc.; tutti nomi che indicano a meraviglia le manifestazioni più sensibili e vistose dei fenomeni vulcanici. E che anche qui questi miti abbiano per base la visione limpida e diretta delle cose naturali è provato dal fatto, che la patria dell'Edda, l'Islanda, ha tali e tanti vulcani come la Grecia (Cicladi) e la Magna Grecia» (ivi, p. 133).
Lo studioso poi rapporta queste immagini con quelle delle divinità indiane della cultura vedica, la più antica civiltà indoeuropea stanziatasi in India. Il confronto evidenzia la presenza della medesima titanica lotta tra dei e demoni, ma adatta il loro significato naturalistico alle diverse condizioni climatiche e morfologiche del subcontinente indiano, dominato dai violenti fenomeni monsonici e dalla potente orogenesi dell'Himlaya:
«Anche nel Rigveda […] vediamo il possente e fulminante Dio dell'atmosfera, Indra, aiutato da altre divinità o forze celesti, quali Varuna (Urano dei greci, lo Spazio, figlio e padre dell'Infinito [...]), Agni (Ignis), Surya (Sole), i Maruts (i venti), tutte cinte di luce e di splendore, combattere e abbattere gli Asuras, le oscure forze della terra, i tenebrosi Dèmoni degli abissi ipogei, le montagne serbatrici di acque e di fiumi. Tra questi Asuras il più notevole è Vitra, il conservatore dei fiumi, che nasconde le nuvole nel suo interno, descritto a guisa di dragone, come il Tifone dei Greci. Poi vi è Visvarupa, con tre teste: Svarbham, che oscura la luce del sole; Pipru, l'antagonista; Dhuni, il tonante, Varcin, il lucente; Sambara e Urana con novantanove e cento braccia, etc. Però nella mitologia indiana, a differenza della greca, più che dei fenomeni vulcanici si ha una rappresentazione delle forze meteoriche, sismiche ed orogeniche, le quali avevano e hanno possente esplicazione nella catena dell'Himalayo» (ivi, pp. 133-35).



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