Una poetica della luce Testo in catalogo di Dominique Stella



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Comune di Brescia

Assessorato alla Cultura

e al turismo della città di Brescia


Carmelo Bongiorno 1985-2010

a cura di Dominique Stella

con testo critico di Denis Curti
Una poetica della luce

Testo in catalogo di Dominique Stella
La fotografia, sin dalla sua invenzione ad opera di Nicéphore Niepce, non ha mai smesso di evolvere, si è resa indispensabile ed ha contribuito a modificare il nostro sguardo sul mondo, rivoluzionando le modalità di rappresentazione e di percezione delle cose e degli esseri che ci circondano. Da strumento di riproduzione fedele o mezzo di scoperta qual’era all’origine, la fotografia è diventata espressione, linguaggio artistico che consente un’interpretazione delle cose ben oltre il loro aspetto reale. I fotografi, allo stesso modo dei pittori, ci offrono una visione soggettiva che i loro apparecchi fissano in un istante fugace. Carmelo Bongiorno è uno dei fotografi che operano nel mondo della poesia, e al di là di un’intenzione rivolta all’indagine, al viaggio o all’informazione, ci propone un universo di ombra, di luce e talvolta di colori, con il quale induce la costruzione e la percezione di uno spazio, di un paesaggio, di un oggetto, di una persona…

Osservatore della realtà quotidiana, la sua spiccata inclinazione per i contrasti ci trasporta dentro atmosfere enigmatiche e talvolta inquietanti. Egli non ricerca la rappresentazione, ma progetta un’immagine quasi impressionista che modula attraverso dei chiaroscuri in composizioni vicine all’astrazione.



I pittori del seicento inventarono il chiaroscuro: Caravaggio ne fu uno dei maestri così come Georges de La Tour, realizzando opere con una tecnica che consisteva nel modulare la luce sopra un fondo di ombra, creando contrasti utili a suggerire il rilievo e la profondità. In questo modo, le figure o gli oggetti rappresentati su una superficie piana davano l’illusione del rilievo utilizzando delicati passaggi dalla luce all’ombra che modellavano le forme. Indipendentemente dall’azione suggerita, un vero dramma si sviluppa attraverso il modo in cui la luce esplode con violenza in un contesto di oscurità, inondando un gruppo o illuminando appena un interno misterioso. Nel suo Cours de peinture par principes (1708, nouvelle édition, Paris 1989) che riassume tutta l’estetica del XVII° secolo, lo scrittore Roger de Piles (1635 – 1709) dedica un lungo approfondimento sul chiaroscuro, nel quale precisa che “la scienza delle luci e delle ombre che si confanno alla pittura è una delle parti più importanti ed essenziali di questa arte”. E’ la luce che crea la forma oppure è l’ombra che la avvolge? Carmelo Bongiorno compone universi appena suggeriti, quasi intemporali, fuori dalla realtà, evocativi di nostalgia. Scolpisce le sue forme con lampi di luce che spazzano cieli tempestosi o tenebre notturne. Ama lavorare in bianco e nero, linguaggio che predilige sin dai suoi lavori degli anni ottanta. I contrasti sono sorprendenti e le esplosioni di luce suggeriscono una lettura irreale di sequenze di vita abbozzate, di paesaggi tormentati, di visioni istantanee. Recentemente il colore ha invaso le sue opere, liberando una nota acida e quasi “pop” dentro un universo che conserva tutto il suo mistero.

Le sue folgorazioni sono arricchite da sfocature che contribuiscono ad accentuarne l’atmosfera enigmatica. Lo sfocato produce un’assenza di definizione, i contorni tendono a sdoppiarsi e le forme diventano masse di luce e di ombra. Pochi dettagli appaiono all’occhio nudo, i tratti si confondono gli uni con gli altri e si disperdono, moltiplicando i livelli di lettura. La sua sfocatura diviene stile che ha un modo specifico di concepire e di trasporre la realtà che risulta più o meno definita. La realtà non è sempre semplice da riprodurre. L’adozione sistematica dello sfumato nelle sue fotografie iscrive Carmelo nel filone estetico del pittorialismo. Nell’ambito del dibattito storico fra pittorialismo e “nettismo”, il pittorialismo ricercava due cose: da una parte, non costringere l’osservatore a flussi di immaginazione poetica con rappresentazioni troppo fisse, bloccate in una definizione, dall’altra salvare nella fotografia la libertà propria dell’artista, consentendogli di esprimersi direttamente, permettendo al tremore della mano di farsi sentire. L’arte era la natura vista attraverso un temperamento. Spesso espressione di una drammaturgia, lo sfocato può essere anche fonte di serena poesia e manifestare le vibrazioni del mistero che conduce alla scoperta dello straordinario che è nascosto dentro agli oggetti più banali. Questo sfocato non è uno spunto di evasione ma è centrato sull’essenza enigmatica di ogni realtà. La coesistenza dei giochi di chiaroscuro e del sottile movimento che anima gli oggetti, le sagome o i paesaggi, crea immagini in sospensione, misteriose e lontane. Questa sensazione è particolarmente evidente nella ricerca che Carmelo intitola “Voci”. Si tratta di mormorii, di fruscii, di ronzii… di impressioni atmosferiche. L’autore decentra le sue composizioni in costruzioni oblique ascendenti, insinuando una dinamica segreta che accompagna i passi dei camminatori come in Rifugio (2003) o in Ritterhorn (2003), oppure descrivendo a suo modo un paesaggio tormentato in Ulivo e vento (2008). Il soffio del vento si percepisce nel movimento confuso dell’albero che si staglia sopra la massa chiara delle nuvole sospese. La teatralità di queste opere si collega alle atmosfere intime messe in scena nelle fotografie di una serie precedente intitolata L’isola intima. Alcune sono emblematiche del suo stile: Erice (1994) in particolar modo, dove la composizione si focalizza in primo piano su una natura morta e si apre in secondo piano su una strada inondata di luce, che si sviluppa in una prospettiva fiancheggiata da case allineate dove cammina un passante solitario. Siamo di fronte ad una interpretazione della “prospettiva atmosferica” tale a quella utilizzata dai pittori del Rinascimento. Questo sottile gioco di ombra e di luce era ottenuto dalla sovrapposizione di molti strati di vernice (colori trasparenti). L’opera sembrava immersa in una bruma leggera come se la si guardasse attraverso un velo. Con questa tecnica, detta anche del “chiaroscuro” o dello “sfumato” l’artista poteva suggerire effetti di rilievo o di profondità. Questa composizione nella quale il colore e la luminosità degli oggetti sono funzioni della loro distanza rispetto all’osservatore, è legata alla materialità dell’aria, al suo spessore che la rende palpabile. Allo stesso modo, nelle fotografie di Carmelo Bongiorno, l’aria è tremula, e questo “sfumato” accompagna la messa in prospettiva dell’oggetto o del soggetto che una luce incerta aureola di un alone vibrante. Ribera (1992), Stretto di Messina (1992), riprendono gli stessi chiaroscuri secondo una composizione ascendente che accentua il carattere di lontananza e solitudine. La costruzione dell’immagine evoca un sentimento di nostalgia. Queste opere appartengono al campo della metafisica nel senso in cui la intendeva De Chirico: rappresentano ciò che sta al di là dell’apparenza fisica della realtà, oltre l’esperienza della visione e dei sensi. Raggiungono i limiti di un universo onirico inventato, informale e qualche volta intensamente astratto.

La serie Bagliori, realizzata tra la metà degli anni 90 e gli inizi degli anni 2000, ancora maggiormente il lavoro di Carmelo Bongiorno ad un’astrazione lirica costruita dal movimento e dal tratto della luce. Queste immagini si focalizzano sull’oggetto o sul soggetto che la luce e il gesto dell’artista assorbono in una realtà destrutturata e fluida. Diventano quasi sonore. Si può parlare di “astrazione” in quanto il fine di queste opere non è quello di rappresentare la realtà come i nostri occhi la percepiscono, ma un altro mondo più interiore e segreto. Sono “liriche” perché suscitano emozioni, come farebbero il canto o la poesia. Con questa intenzione, l’artista non si preclude di ispirarsi alla realtà degli elementi che trasforma, a seconda della sua sensibilità e del suo stile, per estrarne il potere evocativo o emozionale, rispondendo così alla raccomandazione di Paul Klee: “essere astratti con dei ricordi”. Ad illustrare questa frase di Paul Klee soccorre una citazione di Carmelo Bongiorno che spiega il suo approccio alla fotografia attraverso il riferimento ad un rito infantile, praticato immancabilmente ogni anno quando andava in vacanza al mare: “Trattenendo il respiro, mi immergevo lentamente sotto la superficie dell’acqua nuotando piano fino a restare quasi immobile: quindi aprivo gli occhi e superato il bruciore iniziale guardavo le mie braccia, i miei piedi, il mio costume, le bolle di aria che salivano, la superficie del mare sopra la mia testa. Vivevo l’emozione di penetrare un universo parallelo, un nuovo mondo di strane luci e di suoni ovattati a pochi metri dalla riva e a qualche centimetro di profondità. Attraverso il filtro dell’acqua lievemente increspata, velocissimi bagliori di luce bianca attraversavano il mio corpo, rendendo tutto insolito, più misterioso, forse più vero”. Sin da allora questo filtro cristallino fu lo specchio che lo ispirò per riflettere la vita. E così uno Spettacolo al laser (1999) proietta i suoi effetti di raggi luminosi nei quali si indovinano le ombre cinesi di qualche personaggio ondeggiante: luce, movimento e musica silenziosa animano la foto con una realtà immaginaria. Donna sdraiata (1995) delinea appena la silhouette allungata di una donna in controluce illuminata da un chiaroscuro. In Ferro da Stiro (1999) solo il titolo ci guida nell’interpretazione di un’immagine inondata da una pioggia di luce nella quale annega una forma che potrebbe essere un pesce… Lavatrice (1996) sembrerebbe un dado lanciato a caso dal tempo. Questa serie di opere è abitata da un potere suggestivo intenso e talvolta inquietante. I giochi di ombre e di luci nelle serie precedenti creavano un’atmosfera misteriosa che tuttavia induceva un senso di dolcezza e di tranquillità. Un villaggio in penombra, un passeggiatore solitario, una donna seduta davanti ad una finestra…trasmettono un’affascinante sensazione di pace che la passione del fotografo, ispirato dai suoi territori intimi, lascia trasparire con un indefinibile languore. Diversamente le immagini della serie Bagliori contengono una sorda inquietudine che il lavoro in bianco e nero accentua ulteriormente. L’autore ha abbandonato il rifugio della rassicurante quotidianità per abbracciare le coordinate di una modernità più aggressiva e rumorosa. I


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