Una vita da scultore: conosciamo l’arte e l’opera di felice tagliaferri



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26.11.2017
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Una vita da scultore: conosciamo l’arte e l’opera di Felice Tagliaferri

[Abstract] Conoscere l’opera, la vita, il pensiero di questo straordinario scultore non vedente conduce a “guardare con altri occhi” il nostro mondo e a trarre degli utilissimi elementi per la didattica non solo delle discipline artistiche [fine abstract]


Lorenza Vettor

Le pratiche artistiche rivolte alle persone con disabilità non devono essere solo di tipo terapeutico e occupazionale. Occorre liberare la loro creatività, favorire l'immaginazione interiore. Il genio non conosce ostacoli se non siamo noi a crearli perché facciamo l'errore di non vedere la persona ma solo le mancanze.

Gabriella La Rovere

È l’8 luglio ed anche qui a Padova il caldo estivo la fa da padrone, sebbene nubi nere e minacciose solchino il cielo. Sono le cinque e mezzo del pomeriggio e sto attendendo l’autobus che mi porterà alla stazione ferroviaria, dove mi incontrerò con Felice Tagliaferri, con cui qualche giorno fa ho concordato questo incontro. “Vorrei scrivere di te, benché lo abbiano ormai fatto in molti, per far arrivare la tua esperienza di scultore non vedente agli insegnanti e, perché no, anche ai loro alunni ciechi, ma non solo a loro…” Gli domando al telefono. “D’accordo! Per me va benissimo”, mi risponde con quella sua voce sempre affabile e allegra…

Conobbi Felice nel 2010 al Museo Omero di Ancona, dove partecipai ad un suo laboratorio: ero l’unica persona non vedente e per questo Felice non mi obbligò a mettere la benda. Tutti gli altri, invece, erano bendati. Il laboratorio prevedeva che creassimo con la creta ed ovviamente con l’aiuto di Felice, il nostro volto. Fu difficilissimo… Alla fine le nostre opere sembravano quasi delle maschere di antiche civiltà…

Anche alla stazione di Padova fa caldo e così propongo a Felice di andare al bar a prendere qualcosa di fresco e lui accoglie ben volentieri il mio invito. Con Felice c’è Toby, il suo inseparabile cane guida che, mentre io gli faccio la mia intervista, se ne sta buono buono sdraiato sul pavimento.

“Cominciamo a raccontare qualcosa di te”, gli suggerisco. “Sono nato a Carlantino (Foggia) nel 1969. Sono il quarto figlio; mio padre era camionista, mia madre casalinga. Quando avevo 7 anni, io e la mia famiglia ci trasferimmo a Bologna, nel quartiere Marco Polo, per seguire quel sogno di benessere che apparentemente mio padre sembrava potesse realizzare. Invece si trovò di fronte a un quartiere popolare dove la vita da subito si manifestò dura, cruenta e faticosa; dove combattere era la parola d'ordine, anche per i ragazzi… A 13 anni, nel 1982, scoprii di avere un'atrofia del nervo ottico, una malattia genetica, che da lì a un anno mi portò a diventare completamente cieco. Cominciò per me un periodo durissimo: mi rinchiusi in me stesso e per un paio d’anni non sono più uscito di casa. Di imparare a muovermi col bastone bianco… Non se ne parlava! Un giorno, un allora dirigente dell’UICI di Bologna, per spingermi a reagire, mi chiese: ‘Immagina di vedere una persona che va a sbattere contro un albero; cosa penseresti di lei?’ ‘Che è una stupida’, gli rispondo. ‘E se invece troveresti lungo il tuo cammino una persona col bastone bianco?’ ‘Gli domanderei se le serve una mano’. Compresi ben presto il senso di quelle parole, compresi che dovevo uscire dalla depressione e dall’apatia per dare un nuovo significato alla mia vita. Diventai così centralinista e a 18 anni, con il diploma in tasca e un posto di lavoro me ne andai a vivere da solo a Ponticella di San Lazzaro di Savena. Sono come un gatto, indipendente - mi racconta Felice parlando della sua scelta così repentina -.

“Cosa ti ha spinto a diventare uno scultore”, gli chiedo? “L’incontro con Nicola Zamboni, che era docente dell’Accademia di Brera e che abitava a Bologna. Zamboni voleva capire quanto una persona non vedente riuscisse a ricreare forme conosciute. Per questo chiamò me ed altre quattro persone… Il Maestro comprese che questo era possibile, ma anch’io capii che scolpire doveva diventare il lavoro della mia vita: dovevo e volevo dare forma alle mie immagini interiori… Così per due anni continuai a fare il ragazzo di bottega nel suo laboratorio. Questa esperienza mi ha insegnato non soltanto a scolpire – cosa che si può imparare ovunque ed in tempi più o meno brevi – ma anche, anzi soprattutto, la vita dello scultore”. “Che è?”, sottolineo, pensando alle sue ultime parole… “Che è affascinantissima, perché fatta di contatti, di relazioni con gli altri… Insomma, di tutto quello che gira intorno al commercio della scultura”.



“E dopo di allora, come è proseguito il tuo percorso?” “Sono stato uno dei protagonisti del libro di Candido Cannavò E li chiamano disabili, pubblicato nel 2005 e che mi ha reso popolare”.
Tornata a casa, ripenso a quel libro… Mi sovvengono alcune parole del dialogo fra Felice e Cannavò: Il mondo che ho conosciuto mi è rimasto impresso nella memoria: questo è un vantaggio per molti aspetti, ma mi porto dietro anche il peso di ciò che ho perduto. Forse senza questa incancellabile memoria non avrei potuto fare lo scultore. Come vedi, c'è sempre un risvolto positivo anche nelle sventure. Sai dove sono adesso i miei occhi? Sulla punta delle dita e nel cervello. I miei polpastrelli hanno una sensibilità prodigiosa. E il mio cervello disegna immagini assorbendo suoni, parole, sensazioni. Noi due ci siamo incontrati stamattina, ma non stupirti, caro Candido: io ti conosco e ti vedo, alla mia maniera… Ho conosciuto un uomo pieno di vita e di simpatia, ho ammirato le sue opere di scultore cieco, ma prima di lasciare la bottega, vado alla ricerca dell'atto solenne e conclusivo. "Felice, tu sei un rarissimo scultore cieco. Io vorrei seguire un tuo itinerario di lavoro: dall'ideazione di un'opera al suo completamento. Immagino che in molti casi la fantasia e i lontani ricordi visivi si alleino con la magia dei tuoi polpastrelli, scatenando forme infinite di creatività. Ma qui mi fermo: non capisco come tu possa plasmare o scolpire il volto della tua donna, senza averla mai vista. Eppure l'hai fatto. E allora, sai cosa ti chiedo? Realizza il volto di un amico: il mio. Hai detto di conoscermi e persino di vedermi. Ti invito con affetto a questa sorta di prova suprema..." "Dipende da te. Se lo vuoi, sono felice di provarci. Devo toccarti a lungo, studiarti, trasferirti nella mia mente. Almeno per due ore."… Sono tornato a Sala Bolognese, nello studio di Felice. Lui aveva preparato un grumo di creta grigia nella quale il mio volto si sarebbe modellato. "Fai il bravo, ti farò una bella testa." Mi ha scrutato con i polpastrelli, collegati al suo cervello, alla sua fantasia, alla sua arte di scultore… A un tratto gli ho detto: "Correggi il naso, è troppo grande". Alle quattro, il lavoro era quasi pronto: "Farò delle rifiniture," ha detto Felice "poi la creta va cotta e cambia di colore". Ho abbracciato il mio amico, poi ho fotografato la mia testa di creta. E nell'immagine, non so per quale magia, ho visto l'espressione di mia madre, in una riuscitissima foto - una delle ultime - sulla terrazza della casa di campagna alle falde dell'Etna”.
Ma torniamo alle domande. “E dopo il libro?” “Sono stato contattato dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona, dove adesso sono esposte permanentemente alcune mie opere, e con cui collaboro assiduamente, essendo docente di arti plastiche a Sala Bolognese nella Chiesa dell’Arte”. “Già, la Chiesa dell’Arte”, riprendo io, ricordando la mia visita in quel luogo silenzioso, suggestivo, quasi al di fuori del tempo di qualche anno prima. “Quando ne parlo ai corsi che tengo per futuri docenti per il sostegno o per educatori, dico loro: Se dovete organizzare una gita di classe e volete sperimentare un modo innovativo di approccio alla scultura, fatevi un giretto a Sala Bolognese in quella scuola/laboratorio sito all'interno di una chiesa sconsacrata di Villa Terracini…”.

“Spieghiamo che cos’è la Chiesa dell’Arte”, continuo io, sollecitando Felice a raccontare. E lui, ben volentieri prosegue: “La Chiesa dell’Arte è la prima scuola di arte plastica al mondo diretta da uno scultore non vedente, ma è anche il mio laboratorio, dove rifletto, immagino, creo le mie opere… L’ho messa in piedi quasi 10 anni fa, ormai… Qui organizzo corsi per la lavorazione della creta, del marmo, della pietra, del legno e di materiali misti, diretti a ragazzi, bambini, disabili, e a tutti coloro che vogliano scoprire un modo nuovo e alternativo di creare forme artistiche, abbattendo, nel contempo, ogni barriera fisica, migliorando le capacità tattili degli allievi e insegnando loro ad apprezzare le diversità degli altri. Tutto questo lo si può fare seguendo il particolare metodo di lavoro tattile-visivo in cui si guarda con le mani e si tocca con gli occhi”.

“Quali sono i materiali che lavori? quali usi più volentieri e quali meno e perché”? “Mi destreggio tra i più diversi materiali: prevalentemente marmo e creta, ma anche legno, bronzo o pietra. Ogni materiale – continua a spiegarmi - viene trattato e plasmato con tecniche diverse, dalla forza impressa per scolpire il marmo alla gentilezza della plasticità espressa nel modellare la creta. Fra tutti i materiali che uso, quello che prediligo di meno è il bronzo, perché il mio lavoro si ferma alla cera: tutto il resto è un lavoro di fonderia; il marmo e la creta, invece, li porti dall’inizio alla fine”. “Mi dici meglio cosa significa fare la cera”, gli domando da profana. “Vuol dire fare la scultura in creta, quindi lo stampo che adesso si fa in resina dentro cui viene colato lo stampo in cera dal quale in questo modo esce la scultura originale in cera, dopodiché ci pensa la fonderia. L’artista non ha perciò il controllo finale della sua opera”. Restiamo sull’argomento ed io, affascinata da questo discorso, vado avanti a chiedergli: “Tra questi materiali e il senso del tatto, sicuramente sussistono delle implicazioni; quali sono, secondo te?” “Il marmo è il materiale più idoneo alle varie lavorazioni, poiché ci puoi fare il liscissimo, il ruvidissimo ed in genere tutti i contrasti, mentre con gli altri questo non è possibile, oppure lo è in maniera molto minore”. “Rimaniamo sempre sul piano della tattilità, ma poniamoci ora dal punto di vista del visitatore che ammira una tua scultura…” “Non è importante "guardare" ma "vedere". Se questo assioma vale in generale, ha certo un valore particolare quando si riferisce all'arte. Si può "guardare" un capolavoro senza "vedere" realmente il valore artistico e umano e capirne di conseguenza il significato più intimo. "Vedere" vuol dire capire, far propria, possedere l'anima delle cose attraverso il coinvolgimento dei sensi. Se, dinnanzi ad un'opera scultorea ci si pone soltanto con la vista non si può godere della sua interezza poiché vengono a mancare le percezioni concrete dettate dal tatto. Attraverso il tatto, ad esempio, si percepiscono la durezza del materiale, i dettagli delle trame, il contrasto termico e, aspetto fondamentale, il contatto innesca emozioni e sensazioni che vanno dritte al cuore”.

“Come persona non vedente, quali cautele devi usare nel tuo lavoro?” “Attenzione e ancora attenzione, vorrei dire quasi meditazione… E quando qualcuno si fa male nell’utilizzo degli attrezzi del mestiere, ciò accade perché dà ad essi troppa confidenza, pensando che il suo lavoro sia quasi un gioco. Il non vedente, invece, non può mai permettersi di entrare in confidenza con qualcosa che non può controllare del tutto. La soglia dell’attenzione deve necessariamente essere più alta in noi rispetto a chi vede”.

“Lavori molto con le scuole: che tipo di laboratori fai con gli studenti?” “Strutturo i miei laboratori a seconda delle necessità: posso fare laboratori di gruppo in cui si creano delle sculture comuni, posso (specie con alunni adolescenti) lavorare sull’autoritratto, andandolo a modificare via via che si costruisce, agendo in tal modo su ciò che è dentro di noi, posso (con i bambini più piccoli) tenere dei laboratori incentrati sulle cose che fanno loro paura per esorcizzarla… L’ultimo laboratorio che ho svolto con 50 bambini di una scuola di Chieti, ha unito la scultura e la musica: ne è uscito un grande bongo in creta, alto più di un metro e dalle molte orecchie, a significare che a scuola tutti e non solo i bambini devono ascoltare…”. “Dopo un tuo laboratorio – voglio sapere, incuriosita – cosa ti senti dire più spesso dagli studenti e dai docenti?” “Gli insegnanti rimangono stupefatti dall’empatia che riesco a creare coi loro alunni. Se non crei questo tipo di rapporto con loro, alla fine non riesci a fare niente… I ragazzi, di solito, non mi dicono nulla: fra noi corre un altro tipo di comunicazione, fatta non di parole, ma, vorrei dire, di intimità, di grandi coccole e tante carezze… Le parole non servono, perché parla più forte quello che sei di quello che dici…”.

“E sempre parlando di scuola – continuo io – non possiamo non accennare al documentario Un albero indiano: che cosa ha rappresentato per te quell’esperienza fatta in un paese così lontano da noi, dal punto di vista sia professionale sia umano? E quale messaggio daresti ai docenti italiani?” Per coloro che ignorano di cosa sto parlando, riporto la bella spiegazione che ne diede Claudio Arrigoni in un pezzo pubblicato su “Invisibili”, blog del “Corriere della Sera”, il 18.10.2014:


“C’è una scuola dove ci sono materie diverse. “Non insegniamo l’alfabeto, insegniamo le abilità”. È lontano, dall’altra parte del mondo. Ci è stata Takisha, 10 anni, che non vede da quando ne aveva cinque e ha la voce da usignolo. E Lumiang, 20 anni, nato sordo e cieco, con problemi di relazione. La Bethany school di Shillong, India remota non lontano dal Bangladesh, ha dato forma ai loro sogni. Anche in senso letterale. Lo ha fatto con l’aiuto di Felice Tagliaferri, straordinario scultore non vedente, che ha portato e insegnato la sua arte. Facendo capire: “Si può fare!” Lo ha fatto grazie a Cbm Italia, la più grande organizzazione non governativa che combatte le disabilità visive nel mondo […] In quei giorni in India con Felice c’erano il regista Silvio Soldini e il documentarista Giorgio Garini. E’ nato così “Un Albero Indiano”, un documentario bellissimo, dove la voce narrante è Tagliaferri, ma i protagonisti sono i 15 bambini e gli insegnanti che alla Bethany School hanno imparato da lui l’arte della lavorazione della creta […] Dalla Bethany School sono passati 400 bambini. E’ nata grazie a Bertha Gyndykes Dkha, divenuta cieca per una retinite pigmentosa. Spiega Rosa, la direttrice: “Il focus non è sulle loro difficoltà, ma sulle loro abilità”. Una scuola inclusiva, fra India e Bangladesh. Tra i banchi della Bethany School si compie il miracolo. E’ vero che Felice non conosce nulla della lingua, ma la modalità di comunicazione che trova con i bambini ciechi, sordi o sordociechi è quella dell’arte. Alla fine sarà un albero, bellissimo, che nasce da mille mani diverse, che alcuni non potranno vedere, ma sentono, toccano, fanno loro. Ogni giorno si lavora insieme per un obiettivo. “Per imparare a fare il passo più lungo della gamba”: Felice rovescia i luoghi comuni attraverso le sue mani che plasmano e toccano e non si fermano mai. “Digli che può lisciare meglio: gli occhi non gli funzionano, ma il tatto sì”, fa spiegare a uno degli allievi. In quindici giorni, ragazzi e ragazze, chi normodotato, chi cieco o sordo, chi con difficoltà relazionali o intellettive, imparano a lavorare la creta, ognuno a suo modo. Non ci sono distinzioni per Felice: “Non esistono i disabili e gli abili, tutti hanno le loro disabilità, tutti possono trovare le loro abilità”. Da quei giorni in India, grazie al sostegno di Cbm Italia, alla Bethany School si è avviato un laboratorio permanente di lavorazione della creta aperto a tutti, bimbi normodotati o con cecità e sordità, senza differenze”.
Felice ha voglia di raccontarmi, le mie mani sono tra le sue, perché fra me e lui passino, quasi come delle scosse elettriche, non solo parole ma soprattutto sensazioni, emozioni, stati d’animo… “Dal punto di vista professionale – attacca rispondendo alla mia domanda –, questa esperienza ha significato per me mettere dei semi in posti lontani. Ed io sono convinto che quando si semina, alcuni semi vanno a male, alcuni altri se ne stanno lì fermi, magari per anni, ma prima o poi, qualcosa ne viene fuori… Dal punto di vista umano, è stata una conferma della mia idea di partenza: nonostante parlassimo lingue differenti, nonostante il nostro colore della pelle, la nostra cultura, la nostra religione fossero diverse… Abbiamo tutti le stesse identiche necessità: amicizia, amore… Quando incontro una persona – prosegue per chiarire ulteriormente– penso: ti piace un bicchiere di vino, un piatto di pasta, una bella donna o un bell’uomo? Bene… Al di là delle nostre diversità che possono essere le più varie, tutti siamo esseri umani, siamo uguali… E poi vivere con un bimbo in casa – il suo Alberto, che ora ha 5 anni – ti insegna a dare valore ai bisogni primari, che sono quelli di tutti noi… Cosa direi ai docenti italiani? Di importare ciò che di bello c’è in quella scuola, dove non si insegnano materie bensì abilità: in ogni studente si ricerca cosa possa veramente e concretamente fare, coltivandola proprio come faresti con un pomodoro che curi e tieni nell’orto fin quando non è pronto per essere mangiato”. E mentre trascrivo queste righe, penso alle parole di don Milani, da molti ricordate ma da pochi praticate: “Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”.

“Per le persone cieche dalla nascita, hai creato delle opere particolari; ce ne vuoi parlare?” “Come ho detto, ho perso la vista quando ero adolescente, perciò ho potuto vedere cose come i capelli al vento, il fuoco, le nuvole, le onde del mare, che sono cose che non puoi toccare… E così, ho voluto col marmo dare forma a queste realtà impalpabili…”. Ripenso alla mia visita alla Chiesa dell’Arte: Felice stava lavorando proprio su quelle opere; toccarle fu per me, cieca dalla nascita, emozionante, appagante, illuminante… Solo allora, vedendo con mano quelle cose così sapientemente scolpite, le compresi davvero…


“Quali abilità, capacità, attitudini... dovrebbe secondo te avere un alunno cieco che voglia seguire la tua strada?” “Aver voglia di scolpire”. “Altro?”, Soggiungo io un po’ stupita dalla sua risposta. “Le altre doti vengono dopo e si possono acquisire col tempo e con l’allenamento. Pensa – mi racconta – che anche persone tetraplegiche sono riuscite a scolpire, naturalmente con l’aiuto di un assistente: ci sono riuscite perché lo volevano… Per me, la scultura è un mezzo espressivo e di comunicazione col mondo intero e che tutti, almeno una volta nella vita, dovrebbero provare, dopodiché decidono di continuare o meno… Rifletti su questo: non tutti gli scultori devono necessariamente vivere delle loro creazioni: c’è chi scolpisce perché gli piace, chi lo fa per star bene, chi per altre ragioni ancora… Qualunque forma d’arte la si dovrebbe fare non per raggiungere un certo risultato, ma semplicemente per il proprio benessere: se poi arriva dell’altro… Ben venga! Anche adesso, che pratico la scultura a titolo professionale, oltre alle opere che commercializzo, ne creo alcune soltanto per me, perché scolpire mi fa star bene…”.

“Cosa consiglieresti ad un docente di storia dell'arte che voglia rendere la sua disciplina comprensibile ed accessibile anche ad un suo alunno cieco? Ci sono attività che consiglieresti di fare a tutta la classe?” “Secondo me, dovrebbe verbalizzare tutto ciò che è immagine in modo estremamente dettagliato e senza far trasparire le proprie emozioni, impressioni, suggestioni… Insomma, nel modo più oggettivo possibile: solo così, lo studente sarà in grado di giudicare in autonomia. Quanto alle attività, tutta la classe potrebbe fare delle tavole in creta che riproducano delle opere d’arte (ad es. dei quadri) il più possibile reali e vicine all’originale. Così, si potrebbero perseguire due obiettivi: far comprendere le opere al compagno non vedente, ma anche fornire ai musei del materiale che le persone cieche che vi si recano possono toccare, mentre non è detto che altrettanto sia possibile fare con le opere originali. Un lavoro di questo tipo diventerebbe utile anche per la società e non solo per la scuola…”.

“A tuo avviso, a che punto siamo in Italia con l'accessibilità dei musei e delle opere d'arte a chi non vede? Cosa si dovrebbe fare di più?” Mentre pongo questo interrogativo a Felice, sorrido, conoscendo io stessa la risposta, ma… Data da un addetto ai lavori, ha sicuramente un valore ed un peso ben maggiori… “Da 1 a 10?”, Replica lui. “Da 1 a 10”, faccio eco io. “1! Stiamo andando verso l’uno e mezzo ed in questo senso il Museo Omero sta facendo una grande campagna informativa e di sensibilizzazione col concorso “Biennale Arteinsieme 2015 - Cultura e culture senza barriere”, stimolando i musei a rendere opere e percorsi il più possibile accessibili. Saranno gli stessi musei a comprendere l’importanza e il valore dell’accessibilità, dato il ritorno di immagine e di pubblico che ad essa seguirà, spingendoli a fare sempre meglio e sempre di più. E’ vero che ci sono parecchi percorsi museali predisposti ad hoc per noi, però questi non ci danno l’opportunità di vedere tutte le opere di quel museo, come fanno invece le persone vedenti. E poi si tratta pur sempre di itinerari che implicano delle scelte in chi li predispone. Intendo dire, con tutto ciò, che ci è comunque preclusa la conoscenza della totalità delle opere, il che è francamente ingiusto”.

“A proposito di accessibilità delle opere d’arte, non possiamo non accennare alla tua creazione che ti ha reso celebre, il “Cristo Rivelato”; vuoi raccontare com’è nata in te l’idea di scolpirla?” “L'idea nacque nell'aprile 2008, durante una mia visita a Napoli, quando non mi fu consentito di vedere a mio modo, cioè con le mani, la famosa scultura di Giuseppe Sanmartino, il “Cristo velato”, esposta nella Cappella Sansevero. Reputavo assurdo questo divieto, poiché la scultura era in marmo, un materiale che non subisce di certo danni solo per essere toccato… Il nome che ho voluto dare alla mia opera, "Cristo Rivelato", ha il doppio significato di "velato per la seconda volta" e "svelato ai non vedenti".

Il pomeriggio con Felice volge al termine, ma non posso non domandargli: “Cosa c’è nel tuo futuro artistico?” “Ci sono anzitutto due mostre a livello nazionale, una al Sacrario di Redipuglia, l’altra alla città di Siena presso il Museo Santa Maria della Vita che farò a settembre e sempre a settembre sarà inaugurato presso l’O.P.S.A. di Padova, un laboratorio d’arte permanente, il cui simbolo sarà un albero. Ad ottobre intraprenderò un laboratorio ai Musei Vaticani ed è già in piedi un progetto con L’Accademia d'arte Macro di Roma, volto a rendere accessibile anche alle persone non vedenti l’arte astratta, che è una forma d'arte difficile da comprendere per i ciechi, dato il modo di approccio alla realtà, che è analitico anziché globale come accade per chi vede. Per il prossimo anno, ho in cantiere la realizzazione, in collaborazione con l’esperta Cinzia Lissi, della prima scuola di Counseling ad indirizzo artistico-sensoriale, che ha l’obiettivo di formare professionisti specializzati nella consulenza relazionale finalizzata a gestire problematiche soggettive in ambito sociale e professionale. Sempre l’anno prossimo, porterò a termine un progetto di Visual Arts, consistente nell’unire arte scultorea e cinematografia, sulla scorta dell’esperienza fatta con “Un albero indiano” e che vedrà la sua conclusione alla Biennale di Venezia”.

La mia chiacchierata con Felice finisce qui. Insieme usciamo all’aperto. Per un attimo, restiamo in silenzio, assaporando l’aria fresca che ha lasciato posto all’afa; da qualche parte ci dev’essere stato un bel temporale, diciamo quasi contemporaneamente, salutandoci.

Bibliografia

Cannavò C. (2005). Lo scultore. In: E li chiamano disabili. Storie di vite difficili, coraggiose, stupende, Milano: Rizzoli, pp. 11 ss.;

Marcantoni M. (a cura di) (2008). Il motore del mondo. Felice Tagliaferri, scultore. In I ciechi non sognano il buio. Vivere con successo la cecità. Milano: Franco Angeli, pp. 216 ss.;

Di Matteo M. (a cura di) (2010). Catalogo Cristo rivelato: scultura tattile di Felice Tagliaferri. Ancona: Museo Omero.



Pugliese A. (2015). L’arte è utile. Comunque bella. Meta Edizioni, 2015, pp. 127-134.

Sitografia



http://www.lachiesadellarte.it/ : Sito dello scultore Felice Tagliaferri;

http://www.cbmitalia.org/eventi/un-albero-indiano : URL alla pagina di CBM Italia, produttore del documentario “Un albero indiano”;

http://www.museooomero.it/ : Homepage del Museo Omero (all’interno del sito si possono reperire molte notizie sugli eventi relativi al maestro Tagliaferri);

http://www.pressin.it/index.php - Sito della rassegna stampa dell’Associazione Lettura Agevolata” dove si possono reperire, previa iscrizione via e-mail, molti articoli, apparsi sulla stampa nazionale, relativi allo scultore;

http://www.superando.it/ - Homepage del giornale telematico “Superando.it”, che propone vari pezzi sul maestro Tagliaferri. Lo stesso dicasi per il sito http://www.superabile.it/web/it/Home/ ;

http://invisibili.corriere.it/ - URL al Blog Invisibili del Corriere della Sera, che contiene numerosi articoli riguardanti l’attività e le opere di Felice Tagliaferri.
Lorenza Vettor,

educatrice tiflologica I.Ri.Fo.R.




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