Unicusano facoltà di Scienze Politiche Appunti di Storia dell’America Latina contemporanea



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UNICUSANO


Facoltà di Scienze Politiche




Appunti di

Storia dell’America Latina contemporanea


  1. Introduzione allo studio della Storia dell’America Latina

La Storia dell’America Latina degli ultimi due secoli si inserisce, a pieno titolo, all’interno della Storia Contemporanea di cui è parte integrante.

Quando si parla di America Latina si intende un concetto storico più che geografico, in quanto riaffiora alla memoria quell’area del continente americano dove nel XVI secolo si sviluppò la civiltà iberica, grazie alla colonizzazione dei regni di Spagna e Portogallo. L’America Latina dunque evoca con sé l’idea stessa di civiltà. In termini strettamente geografici essa si divide in tre tronconi: il Nord America, cui appartiene il Messico, il Centro America, di cui fan parte i piccoli paesi dell’Istmo e caraibici, e infine il Sud America. Nel Mar dei Caraibi e in Sud America esistono tuttavia territori legati alla civiltà anglosassone, come Belize o Giamaica, come pure ad altre potenze, come il Suriname, ex colonia olandese. Tali territori non fanno parte dell’America Latina, anche se le loro storie sono intrecciate tra loro: è necessario quindi non soffermarsi sul singolo paese, ma tentare di scoprire il filo che lega il divenire storico delle tante realtà presenti. Si determina così un rapporto di unità - pluralità. Infatti se questi immensi territori appartengono ad una medesima civiltà, numerose sono le differenze in essi presenti, come ad esempio quelle climatiche, etniche, religiose, linguistiche ed economiche. Varia è la geografia dell’America Latina, anche perché il suo territorio si estende su latitudini molto diverse. Accanto a fasce tropicali, esistono così ampie zone con climi temperati, come l’Argentina. Gli aridi e desertici territori compresi tra il Perù, il Cile e il Messico, poco popolati per le loro stesse caratteristiche naturali, sembrano contrastare con le terre basse e paludose frequenti tra il Brasile e il Paraguay; inoltre i grandiosi sistemi montuosi impongono condizioni di vita alle più diverse quote in Messico, in America Centrale e nei paesi andini. Differente è quindi lo sviluppo economico di tali territori, e quindi anche quello sociale. Nel Messico e nelle nazioni situate sulla dorsale andina esiste una economia basata soprattutto sulla estrazione dei minerali; le terre bagnate dal Mar dei Caraibi o quelle con i climi subtropicali sull’Atlantico e sul Pacifico presentano, invece, uno sviluppo economico legato all’agricoltura, mentre nelle zone costiere esiste una maggior propensione per il commercio. È interessante notare come questa grande varietà geografica sia presente anche all’interno dei singoli paesi, fatta eccezione per piccole realtà come l’Uruguay o El Salvador. L’immensità degli spazi geografici dell’America Latina sembra così quasi voler dividere quello che al contrario la storia e la civiltà tendono a congiungere: nuovamente ritorna il rapporto unità- pluralità. Anche la popolazione è molto eterogenea, il che comporta, ancora una volta, che sotto il principio d’unità storica imposto dagli imperi iberici, si nascondano realtà umane estremamente differenti. Molto complesso è descrivere le diverse popolazioni esistenti nel territorio dell’America Latina: sono ancora valide, tuttavia delle antiche generalizzazioni. Innanzitutto vi è un’ America indiana, ossia un vasto territorio abitato soprattutto da una popolazione discendente da quella autoctona che viveva in America ai tempi delle conquiste spagnole. Il suo fulcro si trova così nelle aree dove esistevano i grandi imperi precolombiani: nel Messico e in gran parte dell’America centrale, dove imperavano Aztechi e Maya; nel Perù, in Bolivia, in Ecuador e in alcune propaggini del Cile e dell’Argentina, dove vivevano gli Incas. Vi è poi un’America bianca dove la popolazione discende dai colonizzatori iberici e dai grandi flussi migratori che da metà dell’Ottocento sino al primo conflitto mondiale determinarono un cambiamento totale in alcune aree. Questa America coincide con l’Argentina, con l’Uruguay e con gran parte del Cile e del Brasile centro – meridionale. Infine esiste un’America nera, in tutte quelle terre dove la comparsa di manodopera autoctona per le piantagioni favorì il commercio degli schiavi dall’Africa, commerciò che durò sino all’Ottocento inoltrato. Questa America coincide con il bacino caraibico e con i paesi che vi si affacciano, come pure con le fasce costiere tropicali, come il nord – est del Brasile e le coste dell’Ecuador e del Perù. Bisogna comunque dire che, come visto, queste Americhe non hanno dei confini precisi e sovente le varie componenti etniche sono presenti un po’ dovunque. Inoltre, tali componenti non sono dei prototipi perfetti, ma presentano a loro volta, continue differenze. Infine, il popolamento dell’America Latina è avvenuto quasi sempre a causa di violenti traumi, come le conquiste o la schiavitù e ciò ha permesso alle differenze etniche di divenire anche rigide barriere sociali. Questo ampio mosaico umano si presta così a rafforzare il principio dell’unità, come pure quello della differenza. Favorisce l’unità quando diviene una sorta di melting pot, ossia una miscela culturale, un insieme umano nuovo ed originale. Determina invece la frammentazione quando le barriere tra le varie componenti etniche sono insormontabili. In tal caso allora l’etnia può diventare etnonazionalismo, ossia una realtà escludente e autosufficiente.

L’origine dell’unificazione di questa vastissima area fu, senza dubbio la conquista spagnola e portoghese seguita dalla colonizzazione e dalla evangelizzazione, a cominciare dal secolo XVI. I sovrani imposero infatti il principio di unità che consisteva appunto nell’appartenenza ad un unico grande impero e nella obbedienza ad uno stesso sovrano. Questo principio di unità politica era strettamente legato a quello di unità spirituale: compito degli imperi iberici fu infatti quello di convertire al cattolicesimo tutti i «pagani» che vivevano sul territorio. Il principale successo di questo principio unitario risiedeva soprattutto nel ridurre ad un unico termine una realtà geografica estremamente ampia e nel considerare così l’America Latina una comunità immaginata, ossia una civiltà con tratti propri e distinti da altre civiltà. Tuttavia tale unità politica non riuscì a sopravvivere alla caduta dell’impero spagnolo e portoghese all’inizio del XIX secolo. Ecco quindi la presenza di una frammentarietà politica nei numerosi Stati che costituiscono l’America Latina, come pure l’esistenza di mondi spirituali differenti che scalfiscono il desiderio di un’unica fede. Bisogna a questo punto evidenziare che l’America Latina, eterogenea per geografia e popolazione, per storia e civiltà è invece parte integrante dell’Occidente. E ciò non soltanto perché le lingue e la religione che vi predominano sono occidentali, ma perché della civiltà occidentale e dei suoi corsi e ricorsi storici è stata sempre protagonista. L’America iberica non fu mai considerata dai sovrani iberici soltanto un mero bottino da cui attingere, l’America iberica divenne infatti essa stessa Spagna e Portogallo e così restò per circa tre secoli. Gli imperi che la dominarono vi proiettarono così non soltanto la propria fame di grandezza, ma anche la propria ansia civilizzatrice. In tal modo la moderna storia politica, sociale, economica, culturale e religiosa dell’America Latina è parte di quella più generale dell’Occidente e, più precisamente, dell’Europa. Questa ultima affermazione risulta molto importante poiché negli ultimi due secoli l’America Latina ha invertito in qualche modo la sua rotta incamminandosi verso una sorta di dis-europeizzazione e di progressiva americanizzazione. D’altro canto è bene sottolineare che l’Europa verso cui si era avvicinata l’America Latina, era l’Europa latina, ossia l’Europa cattolica in un’epoca in cui la Riforma protestante stava dividendo la civiltà occidentale.




  1. L’età coloniale

Per circa tre secoli, da quando verso la metà del Cinquecento la conquista divenne colonizzazione, sino all’inizio dell’Ottocento, l’America Latina fu Europa. In questo lungo periodo cambiarono molte cose: idee, tecnologie, merci, modi di scambio, equilibri tra potenze e molto altro ancora. In particolare sorse in quella parte dell’America una nuova civiltà che aveva come suo momento unificatore la cattolicità. In termini politici gli imperi iberici, soprattutto quegli degli Asburgo di Spagna che governarono dal 1516 al 1700, vennero organizzati in modo da lasciare come eredità un dosaggio ben proporzionato tra frammentazione ed unità, dosaggio che si basava sul regime pattizio tra il sovrano e suoi Reinos. Tutti i regni e i vari possedimenti dovevano essere governati allo stesso modo: quelli della penisola e quelli americani. Il patto naturalmente era non scritto ma frutto della consuetudine. Esso consisteva, innanzitutto nel riconoscimento della unità imperiale che aveva come compito primario quello di espandere la cristianità. Unità politica e religiosa quindi di cui era garante il re, titolare della legge e protettore della Chiesa. Tuttavia, se la legge del re veniva riconosciuta in segno di sottomissione al suo legittimo potere, il governo era un’altra cosa: esso si fondava sugli usi, sui costumi e sui poteri delle élites locali, parti integranti di un impero unitario dagli altipiani messicani a quelli andini. Esse godevano di piena autonomia in quanto la struttura delle società iberiche in America si fondava su un ordine corporativo. Le leggi che regolavano quelle società, come pure le consuetudini, diedero vita a una società di corpi, ossia una società nella quale i diritti e i doveri di ogni individuo non erano uguali a quelli di un altro, ma dipendevano dal corpo sociale a cui appartenevano. E ciò accadeva ai vertici della società dove i funzionari, il clero, le milizie possedevano i loro numerosi privilegi e relativi obblighi, sia alla sua base, dove le masse rurali avevano anch’esse obblighi e diritti. Si trattava così di una società organica, i cui tratti fondamentali erano sostanzialmente due: innanzitutto era una società «senza individui», poiché questi ultimi erano subordinati al tutto, ed inoltre gerarchica, poiché non tutti i corpi avevano la stessa rilevanza e ciascuno occupava il ruolo che Dio e la natura gli avevano assegnato. Questo tipo di società era però caratterizzata da numerosi contrasti poiché fondata su disuguaglianze profonde, ma anche piena di ambivalenze poiché la sua natura organica lasciava anche ai più oppressi possibilità di autogoverno una volta compiuti gli obblighi prestabiliti.

Dal punto di vista economico, grazie all’impulso dei grandi imperi iberici, l’America Latina divenne famosa per l’estrazione dei metalli preziosi. In campo agricolo essa fece scoprire agli europei il pomodoro, la patata, il tabacco e l’ananas, mentre a sua volta conobbe e produsse poi il caffè, la canna da zucchero e il banano. In tal modo l’America Latina divenne periferia d’un centro economico lontano, un centro, soprattutto quello spagnolo, che cercò di conservare il monopolio commerciale coi territori americani considerandolo uno strumento di potenza da salvaguardare ad ogni costo. Col trascorrere del tempo tuttavia, la potenza iberica, così forte nel ’500, cominciò lentamente a declinare e a perdere potere dal ’700 in poi. Una caratteristica fondamentale di tale andamento economico, che perdurò anche nei momenti meno propizi, fu la necessità di un commercio verso l’esterno, sia per ottenere dall’esportazione delle materie prime introiti finanziari, sia per dotarsi, attraverso l’importazione, di numerosi beni fondamentali. A differenza del mercato estero, quello interno fu un mercato sostanzialmente debole, poiché ostacolato, nel suo sviluppo, dalla complessa formazione del territorio dell’America Latina e dalla struttura politica dell’impero. Anche in economia riappaiono gli stessi problemi già evidenziati in campo politico e religioso: da un lato sono evidenti spinte unitarie, nel senso che le varie aree condivisero la medesima «sindrome della perifericità», ossia analoghi problemi e analoghe opportunità, ma anche forze centrifughe, data la tendenza di ogni singolo paese a legarsi al partner esterno più conveniente, non curandosi, sovente, dei territori confinanti.

Già s’è detto dell’intimo rapporto tra unità politica e unità religiosa, tra cittadino e fedele, tra sfera temporale e sfera spirituale. Tale unità derivava soprattutto dal fatto che l’America iberica restò estranea alla Riforma protestante, ossia essa non visse la spaccatura che si determinò nella cristianità occidentale. Al contrario divenne terreno della Controriforma, perciò la Chiesa cattolica assunse nei suoi territori un ruolo chiave: gli ordini da essa emanati divennero così pilastri politici ed ideologici. Inoltre, come già ricordato, la cattolicità era il principio cardine dell’unità di un territorio e di una società così ampiamente frammentati in molti aspetti. Anche l’America Latina ha, in seguito, risentito del fenomeno della secolarizzazione comune all’intero Occidente, col conseguente distacco tra la sfera politica e quella religiosa, tuttavia in essa non si è verificata una rottura violenta: il mito dell’unità politica e spirituale resistette infatti con forza nella sua storia anche con l’avvento delle società moderne.

Nel ’700, con il ritorno dei Borbone sul trono di Spagna e del marchese di Pombal alla corte del Portogallo, vennero realizzate numerose riforme che erosero il regime pattizio che aveva sino ad allora tenuto insieme gli imperi iberici. Queste riforme toccarono i gangli della vita imperiale in ogni settore. In campo politico accentrarono i poteri di Madrid e Lisbona, in quello militare accrebbero il potere dell’esercito regio, in quello religioso favorirono il clero secolare e penalizzarono quello regolare con la stessa espulsione dei gesuiti, e in quello economico razionalizzarono e accrebbero gli scambi, accentuando però il divario tra la madrepatria e le colonie, relegate a semplici fornitrici di materie prime. Gli autori di queste riforme divennero eroi in patria e nemici nelle colonie: il loro intento era quello di modernizzare gli imperi centrali e centralizzare l’autorità, per permettere alla Corona di amministrare meglio i territori coloniali. È in questo periodo che sorge lo Stato – Nazione, che si affaccia all’orizzonte questa dinamica realtà in via di sviluppo. Alcuni paesi dell’Amarica Latina cominciarono così a sentirsi traditi e danneggiati politicamente ed economicamente, e, al loro interno, soprattutto le elite creole. Esse constatavano infatti una perdita dei loro antichi diritti, come pure una diminuzione della loro autonomia e del loro potere. A poco a poco si sviluppò così una sorta di patriottismo destinato col tempo a crescere per il raggiungimento di una indipendenza politica. Inoltre, anche il panorama economico e demografico cominciò a mutare. A fianco degli antichi nuclei coloniali ne sorsero molti nuovi e pulsanti, specie intorno alle città di Caracas e Buenos Aires. Città queste dove il retaggio ispanico era più tenue, dove il commercio inglese attecchì più rapidamente e dove più forti furono i moti indipendentisti.




  1. Le Indipendenze dell’America Latina

A scatenare i moti che condussero all’indipendenza l’America Latina furono gli eventi europei legati soprattutto all’epoca napoleonica. Napoleone, infatti, con le sue guerre aveva trascinato la Spagna nei conflitti europei e bloccato le comunicazioni tra la penisola iberica e l’America. Stessa tattica nei confronti del Portogallo, soprattutto con le invasioni del 1807. Si sviluppò così un lungo processo storico destinato a cambiare lo scenario del mondo. Gradualmente si verificò il declino dei grandi imperi cattolici, di riflesso sorsero i moderni Stati – Nazione europei, si aprirono le porte del Secolo dei lumi in gran parte dell’America Latina, la quale si allontanò dal vecchio continente e pose le premesse per la sua americanizzazione. Bisogna tuttavia porre delle differenze tra il Brasile e l’America ispanica. Infatti, la corte portoghese dei Braganza, protetta dagli inglesi, riuscì a lasciare Lisbona prima dell’arrivo di Napoleone, così l’impero portoghese non perse colui che ne garantiva l’unità e la legittimità: il sovrano. Questi, messosi in salvo a Rio de Janeiro, mantenne il controllo della colonia brasiliana. Diversa fu la situazione della Spagna. Bonaparte infatti imprigionò il re Carlo IV e il figlio, Ferdinando VII, ed impose al potere il fratello Giuseppe. Scompariva così la figura del sovrano che per secoli aveva garantito l’unità di quell’immenso impero. A Cadice si formò una Junta che rivendicò il potere in nome del re prigioniero e in tale veste chiese obbedienza ai sudditi americani; tuttavia la situazione restava complessa. Imprigionato il sovrano legittimo, chi avrebbe dovuto guidare il regno? E soprattutto con quali diritti? Giuseppe Bonaparte era considerato un usurpatore e la stessa Junta di Cadice sembrava non rivestire quella legittimità necessaria. Si era quindi determinato un clima di incertezza perché si era persa quella unità che solo il sovrano legittimo poteva restituire. La notizia della prigionia di Ferdinando VII accrebbe in America Latina tale stato di incertezza. Così, oltre a Cadice, sorsero altre Juntas, sebbene solo alcune di queste si consolidarono, come quella di Caracas e di Buenos Aires. Quella di Cadice venne poi sostituita da un Consejo de Regencia che reclamò l’obbedienza delle colonie. Queste Giunte dichiararono di assumere il potere in via transitoria, in nome di Ferdinando VII, fintanto ch’egli non fosse tornato sul trono: esse non dichiararono mai di separarsi dalla Madrepatria e di abbandonare per sempre l’impero. Tuttavia cercarono di recuperare la loro autonomia che la centralizzazione dei Borbone aveva ampiamente diminuito. Così, ad esempio, in molti casi venne revocato il monopolio commerciale con la Spagna e liberalizzato il commercio con gli inglesi. Questa prima fase del processo di indipendenza, durata all’incirca sino alla restaurazione sul trono di Spagna di Ferdinando VII nel 1814, viene chiamata autonomista: poiché l’autonomia e non l’indipendenza era ciò che desideravano le élites creole che per la prima volta avevano assunto in potere in America Latina in prima persona. Intanto in Spagna, a Cadice, il Consejo de Regencia chiamò l’elezione delle Cortes, ossia di una Assemblea rappresentativa incaricata di redigere una Costituzione. Votata nel 1812, la Costituzione di Cadice aveva la funzione di creare un potere legittimo in assenza del sovrano, ma anche di imporre dei limiti al potere assoluto del re, quando questi, cacciati i francesi, sarebbe ritornato sul trono. Era quindi una costituzione liberale, e, fatto eccezionale per i tempi, ai dibattiti dell’Assemblea costituente vennero invitati anche i rappresentanti americani. L’America ispanica visse così la sua prima esperienza elettorale, anche se i costituenti spagnoli ribadirono il principio del primato della madrepatria sulle colonie. Bisogna ora chiarire una questione che divide gli storici in merito all’indipendenza dell’America Latina. Per taluni, i moti americani che portarono all’indipendenza, furono di natura liberale, ossia quella ispanoamericana sarebbe stata parte della più ampia ondata rivoluzionaria che aveva spazzato via l’ancien régime in Francia. Sorgeva, in tal modo, un nuovo patto sociale e politico che organizzava e delimitava il potere politico e lo legittimava in nome del popolo sovrano e non più della volontà di Dio. Per altri storici, invece, i cambiamenti che si stavano realizzando in America Latina erano legati alla trasformazione progressiva della Spagna, che da impero cattolico stava divenendo Stato – Nazione. Con le riforme dei Borbone erano state violate le antiche libertà delle popolazioni americane, per cui l’indipendenza era da queste considerata come una reazione contro la modernizzazione imposta dalla Spagna. Le Cortes, le elezioni e le stesse Costituzioni, in tale ottica, non sarebbero stati prodotti della moderna sovranità popolare espressa da cittadini dotati di uguali diritti politici, ma dell’antica architettura corporativa, dove i soggetti dell’ordine politico e sociale restavano le corporazioni e dove la sovranità risiedeva in ultima istanza in Dio e nella sua legge. Entrambe queste due teorie sono corrette, poiché sia pur per strade diverse finiscono per confluire nella reazione a quello che veniva definito «dominio» spagnolo. Si stava infatti creando un dominio coloniale dove prima esisteva una coabitazione in un medesimo spazio imperiale. Sia i liberali «in nuce», sia gli antesignani dei conservatori, criticavano così la nuova politica della madrepatria; i primi perché la consideravano lontana dal nuovo ordine che essi volevano far nascere, i secondi perché vedevano distruggere l’antico prestigio e le antiche autonomie. Caduto l’impero non fu un caso che gli Stati indipendenti si fondassero sulla Costituzione e la sovranità popolare. Ma non fu un caso neppure che dietro tali nuove vesti restasse più che mai solida e vitale l’antica società corporativa.

Sconfitti i francesi e tornato sul trono spagnolo, nel 1814, Ferdinando VII dichiarò nulla la Costituzione di Cadice e restaurò l’assolutismo, tradendo le aspettative dei liberali di Spagna e d’America, che perseguitò con accanimento. Volle così instaurare l’obbedienza al suo potere soprattutto nelle terre dove maggiormente era stata messa in discussione la sua autorità; così in Venezuela i rinforzi spagnoli costrinsero alla fuga l’esercito repubblicano di Simón Bolívar, mentre, nel Rio della Plata, nonostante gli sforzi militari, i creoli locali riuscirono a proclamare l’indipendenza e a mantenere nelle loro mani un certo potere. Il conflitto doveva tuttavia protrarsi nel tempo, ossia sino al 1824 con la battaglia di Ayacucho, seminando morte e distruzione per tutta l’America Latina. Il conflitto, durante questi lunghi anni, rischiò spesso di trasformarsi da rivoluzione politica per l’indipendenza dalla Spagna, in guerra sociale tra castas, ossia tra gruppi etnici. Due condottieri ebbero un ruolo centrale in tali drammatici eventi: Simón Bolívar e José de San Martín. Il primo guidò alla liberazione le attuali Colombia e Venezuela, prima di puntare verso l’Ecuador ed il Perù dove le élites creole erano meno propense a sposare la causa liberale e indipendentista; il secondo liberò il Cile per puntare anch’egli verso il Perù dove proclamò l’indipendenza senza tuttavia ottenerne il controllo. Nel 1822 i due Libertadores si incontrarono a Gauyaquil e riunirono i loro eserciti. Fu un incontro storico sul quale aleggia il mistero, salvo sulle note differenze tra i due leader in merito al futuro assetto dei territori da loro liberati. Bolívar era fautore di una confederazione di repubbliche indipendenti, San Martín propendeva per una soluzione monarchica costituzionale sotto la Corona di un principe europeo. Quest’ultimo uscì rapidamente di scena, mentre Bolívar assunse la guida delle operazioni e condusse l’ultimo assalto agli spagnoli nella sierra peruviana. Tale assalto ottenne il successo desiderato soprattutto a causa delle profonde spaccature che dividevano l’esercito realista e le élites creole del Perù. Disorientate dalle notizie sui fatti di Spagna, dove il generale Riego nella rivolta del 1820 aveva imposto nuovamente a Ferdinando VII la Costituzione di Cadice, le ultime forze spagnole caddero così anche in Perù. Fatta eccezione per Cuba e Porto Rico, rimaste temporaneamente alla Spagna, l’indipendenza dell’America iberica fu un cammino lento ma non lineare. Si trattò di un processo nel quale presero parte sia coloro che della Spagna temevano la Restaurazione, sia coloro che temevano la Costituzione. A volte fu violento e distruttivo, in altri casi breve e indolore. Particolare fu l’indipendenza del Brasile, avvenuta nel 1822, con lo sdoppiamento della Corona dei Braganza. Infatti quando Giovanni VI, rientrando a Lisbona su insistenza delle Cortes liberali, lasciò al figlio Pedro I la reggenza del Brasile, fu istituita una monarchia costituzionale indipendente. Si trattò così di una indipendenza pacifica che non comportò alcuna mobilitazione popolare; mentre dall’impero ispanico sorsero numerose repubbliche, il Brasile conservò l’unità territoriale sotto la forma monarchica sino al 1889. Tuttavia, anche nell’America ispanica le cose non andarono ugualmente per tutti i territori. In Messico, ad esempio, dove l’invasione napoleonica aveva, a suo tempo, suscitato grandi fermenti politici, era sorta una Junta locale, che però fu presto sciolta dalla autorità regia. I suoi sostenitori, guidati da padre Miguel Hidalgo, radunarono un esercito popolare formato da contadini indiani e meticci e scatenarono guerra contro gli spagnoli. Ma il ricorso alla violenza non fu sufficiente a sconfiggere l’esercito realista, né l’appello ai contadini indiani risultò gradito alle élites creole, che temevano una rivolta indiana più del dominio spagnolo, al quale erano d’altronde assai legate. Fatto sta che gli indipendentisti furono tenuti a bada dall’esercito spagnolo guidato dall’ufficiale creolo conservatore Agustín de Iturbide; quando questi seppe che i liberali spagnoli avevano imposto a Ferdinando VII il ritorno alla Costituzione, si decise a farsi garante dell’indipendenza messicana sottoscrivendo nel 1822 il Plan de Iguala, che prevedeva un Messico indipendente, ma deciso a proteggere la Chiesa e ad avere come sovrano un Borbone. Così il Messico sembrava raggiungere l’indipendenza per via conservatrice. Tuttavia il piano fallì per le resistenze spagnole e per la pretesa d’Iturbide di assumere egli stesso il titolo d’imperatore: la reazione liberale e repubblicana rovesciò così la situazione e instaurò la Repubblica. Infine in Sud America, le guerre prima e l’abbattimento dell’impero spagnolo poi, misero le élites liberali americane dinanzi alla dura realtà che lì in avanti avrebbero dovuto affrontare. Innanzitutto non poterono evitare di valutare che il concetto di popolo sovrano, tanto invocato, era più immaginario che reale. Infatti quell’intricato puzzle di indiani e meticci d’ogni genere non era certo un «popolo». Nemmeno il concetto di popolo virtuoso, presupposto dai liberali e dalle loro Costituzioni, pareva davvero esistere. Inoltre i leader indipendentisti non poterono impedire che, scomparso il sovrano, l’intero edificio istituzionale che su di lui si basava andasse in frantumi. Tanto che da un impero nacquero numerosi Stati, a loro volta in preda a violente ostilità tra città e province: tutte libere, tutte sovrane.


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