Unisi-deps economia internazionale 2017-18 Dispensa integrativa prof. S. Cesaratto Realismo politico e International Political Economy



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UNISI-DEPS

Economia internazionale 2017-18
Dispensa integrativa

prof. S.Cesaratto
Realismo politico e International Political Economy1

In questo capitolo esamineremo alcuni aspetti di due filoni di pensiero fra loro collegati e particolarmente interessanti: Realismo politico ed Economia delle relazioni internazionali (International Political Economy-IPE). Vedremo che alcuni autori ricollegano l’IPE non solo alla tradizione del realismo politico, ma anche alla tradizione mercantilista e, per certi versi, a quella marxista. Per altri autori, l’IPE trova i suoi fondamenti ideali nel pensiero economico-politico liberale.

Introduzione


Il Realismo Politico (RI) è una tradizione di pensiero molto antica e, come vedremo assai importante negli Stati Uniti. E’ fondamentale per comprendere l’Economia delle relazioni internazionali (ERI), termine con cui traduco International Political Economy (IPE) che è una filiazione della scienza delle Relazioni internazionali (RI).

Nell’accezione comune il termine “realismo” ha un connotato tendenzialmente conservatore: “sii realista…”, e in politica si traduce in genere in una opposizione all’utopismo e in una difesa dello status quo.2 Una interpretazione progressista del Realismo politico è quella che da un lato riconosce le difficoltà del cambiamento, ma dall’altro stimola all’adozione di prassi che facciano leva su fattori reali per mutare l’esistente nella direzione desiderata. E’ indubbio che il RP muova da un giudizio pessimista sulla natura umana; tale constatazione può tuttavia essere circoscritta alla sfera politico-storica e non costituire così un giudizio assoluto (Portinaio, : 30). In tale sfera l’agire umano sarebbe guidato dal desiderio del potere, in sé e per i privilegi materiali e sociali che lo accompagnano: “paura, utile e onore” sono i moventi dell’agire indicato da colui che è considerato il primo grande realista politico, lo storico greco Tucidide; “paura, avarizia e ambizione” sono i moventi suggeriti da Machiavelli, il secondo “padre nobile” del RP..

Una articolazione del RP è nelle RI. Il terzo padre nobile dell’RP, Thomas Hobbes, diede, com’è noto, una risposta contrattualista alla questione dell’assetto presuntamene anarchico dei rapporti sociali nelle “stato di natura” nel quale, secondo il famoso passo, la vita sarebbe stata “short, brutish and nasty”. Lo Stato sarebbe logicamente sorto per por fine a tale situazione. Ciò non appare tuttavia possibile a livello internazionale dove nessuno Stato sovrano accetterebbe di essere subordinato a una autorità superiore – se non per brevi periodi e laddove conveniente. In questo senso i RP reagiscono contro le posizioni utopistiche che guardano con speranza all’emergere di autorità sopranazionali a cui gli Stati cederebbero porzioni di sovranità. Il RP sorge proprio come conseguenza al fallimento di queste posizioni nei riguardi della Società delle Nazioni. Per il RP le RI sono il regno per eccellenza dei rapporti anarchici. La lotta per il potere non assume in tale ambito un connotato necessariamente aggressivo, ma anche solo quello, più limitato, di sopravvivenza, di sicurezza.

L’IPE sorge da un tentativo di convergenza della scienza delle RI con la disciplina dell’Economia internazionale. Dal lato degli scienziati politici molto influenti sembrano essere stati i RP, mentre più tiepida sembra essere stata la partecipazione dal lato degli economisti, tranne alcune notevolissime eccezioni (peraltro non dovute all’IPE). Per Robert Gilpin, uno degli scienziati politici padri dell’IPE, quest’ultima disciplina consiste nella “reciprocal and dynamic interaction …of the pursuit of wealth and the pursuit of power” (Gilpin, 1975: 43, cit. da Gilpin 1987: 11). Ricchezza e potere sono anche i termini ricorrenti, seppure in maniera controversa, nella letteratura mercantilista (Viner) che Gilpin individua come antesignana dell’IPE.

Donelly distingue due filoni di RP nelle RI:

(a) il realismo biologico con la sua enfasi sulle caratteristiche insopprimibilmente negative dell’indole umana come fonte di conflitto (autori classici: Niebuhr, Morgenthau);

(b) il realismo strutturale che enfatizza l’anarchia strutturalmente presente delle RI (autore classico: Waltz).

Passiamo ora in rassegna alcune figure del RP, antiche e moderne.


Figure ed elementi del realismo politico

Tucidide


Tucidide viene considerato uno dei primi moderni scienziati nel senso che la sua metodologia di analisi storica è basata sulla ricostruzione dei fatti, non sulla narrazione di gesta, cercandone le cause profonde nel comportamento umano e non più nell’influenza divina. La sua opinione della natura umana, immutabile, è pessimistica: paura, onore e utile come motivazioni ultime dell’agire umano. La ricerca della sicurezza è il primo fattore esplicativo del comportamento politico. In Tucidide c’è il dilemma della sicurezza: timore reciproco ed escalation di misure difensive. Le istituzioni possono contribuire a modificare il corso necessario degli eventi, a stabilizzare l’incertezza, a domare le pulsioni autodistruttive dell’uomo (Portinaio 70). Ma il RP non perde occasione per sottolineare la fragilità dei valori, delle norme, persino delle istituzioni (71). Queste ultime sono robuste rispetto al conflitto interno, fragili rispetto a quello esterno.

Famoso in T. è il dialogo dei Melii. Durante la guerra fra Atene e Sparta nel V° secolo, Atene cerca la sottomissione della città neutrale di Melos. Gli inviati di Atene espongono ai Melii quello che è considerato il manifesto del RP: è inutile, cittadini di Melii, che adduciate argomenti morali – ciò che è in assoluto bene o ciò che è in assoluto male, e la prepotenza del più forte è certamente un male mentre il rispetto della dignità del più debole è un bene – per evitare il vostro destino. Ciò che dovete considerare è la vostra sopravvivenza: “For you know as well as we do that right, as the world goes, is in question only between equal in power, while the strong do what they can and the weak suffer what they must” (cit. Donnely 23). I vostri argomenti, continuano gli inviati ateniesi (in altra occasione?), è inoltre piena di ipocrisia: usate argomenti moralistici perché siete deboli, se foste al nostro posto vi comportereste come noi (24) (v. pure Portinaio p.36). Nell’agire umano va infatti distinto ciò che si dice di voler fare e ciò che effettivamente si fa. La storia narra che Melos rifiutò le profferte ateniesi e fu distrutta. Tucidide scopre dunque la dinamica imperialista di potenza.


Machiavelli


Anche M. ha una bassa opinione dell’animo umano: “nel mondo non è se non vulgo” (76). Data questa premessa, potere e sicurezza diventano di primaria importanza. In maniera simile a Tucidide, in M. dominano paura, avarizia e ambizione. Dilemma fra gli oligarchi che vogliono porre l’ordinamento giuridico a propria disposizione (sic) e il popolo che vorrebbe che esso si ergesse a baluardo contro la prepotenza dei potenti (79). Per M. tale conflitto di obiettivi è tuttavia positivo perché “tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascono dalla disunione loro” (83).

La forza (il Leone) e l’astuzia (la Volpe) sono gli strumenti principali della politica estera. Il valore che il Principe è tenuto a perseguire è l’indipendenza e in tal senso sua responsabilità è assicurare la sopravvivenza – dunque gli interessi – del proprio Stato e dei propri cittadini. Agire “eticamente”, anteponendo principi morali astratti agli interessi dei propri cittadini, sarebbe da irresponsabili. V’è dunque un aspetto civicamente virtuoso nel cinismo machiavelliano: chi governa deve essere Leone e Volpe perché da lui dipendono la sopravvivenza e la prosperità dei suoi cittadini.



Thomas Hobbes (Leviatano 1951)

La sua visione matura sotto l’impressione della guerra civile inglese del 1640. Egli parte da una concezione negativa per cui nello ‘stato di natura’ esso sarebbe guidato da “competition, diffidence and glory” verso la sopraffazione del prossimo: persino “the weakest has strength enough to kill the strongest, either by secret machination, or by confederacy with others” (cit. da Donelly, p.14). In passi famosi Hobbes scrive che. “During the time men live without a common Power to keep the all in awe (soggezione), they are in that condition which is called warre: and such a warre, as is of everyman, against every man” e, conclude, “la vita dell’uomo sarà “solitary, poor, nasty, brutish, and short” (ibid, 15).

Tale anarchia richiama dunque la necessità di una autorità superiore. A livello internazionale, tuttavia, tale strada appare preclusa, sicché alla maggiore sicurezza interna si accompagna la formazione di una arena di potenziale discordia internazionale.3 Si parla a tal riguardo del “security dilemma” ma che sarebbe meglio definibile come “security paradox”: il conseguimento della sicurezza personale e della sicurezza interna attraverso la creazione dello Stato è inevitabilmente accompagnato dalla condizione di insicurezza nazionale e internazionale che affonda le proprie radici nell’anarchia e nella sfiducia reciproca degli Stati (J.S. 75).

Morgenthau (Politics Among nations, 1954)

E’ forse il più importante RP moderno, certamente il più rappresentativo. Anch’egli ritiene che le leggi obiettive che governano politica e società affondino nella natura umana (Donelly: 16). Seguendo Machiavelli, M. intende tener fuori considerazioni di moralità dalle RI: tali considerazioni rischiano di peggiorare la situazione e di essere autolesioniste. Per M. lo Stato sovrano assicura uno spazio politico entro il quale gli uomini possono perseguire i propri obiettivi in sicurezza. Al di fuori dello Stato tale sicurezza è impossibile.

Sei precetti del RP:

1. egocentrismo: amor proprio e tornaconto personale come fondamenti dell’agire politico;

2. la politica non può essere ricondotta all’economia, come per i marxisti, all’etica, come nei teorici liberali o kantiani;

3. nella politica internazionale si fronteggiano gli interessi conflittuali degli Stati in un contesto che, tuttavia, evolve;

4. l’etica realistica è politica o situazionista: nelle mutevoli circostanze muta ciò che è etico fare (avendo sempre in mente il fine ultimo di preservare la sicurezza, ovvero lo spazio di azione politica, dei propri cittadini);

5. è errato per un paese imbarcarsi in crociate etiche che mettano a repentaglio la sicurezza internazionale in maniera controproducente;

6. la politica prende gli uomini per ciò che sono, non per ciò che si vorrebbe fossero.

Realismo politico e Relazioni internazionali

Nel periodo successivo alla Grande Guerra prevalse l’idea che le organizzazioni internazionali, più che il “balance of power” potessero assicurare pace e cooperazione. Il fallimento palese di tale ambizione già negli anni ’30 rivela l’assenza di un paradigma alternativo al “liberal internationalism”. Nel Regno Unito Edward Carr (1939), un intellettuale marxista, critica il pensiero intellettuale attorno alla Società delle Nazioni e ripropone la relazione fra potere e storia. Negli US Morghentau (1946) ripropone la teoria del “bilance of power” come asse di stabilità. Sia Carr che Morghentau hanno un debito con Reinhold Niebuhr (1932), un pastore protestante americano che sc rive un volume dal titolo significativo: Moral Man and Immoral Society. “Power – egli scrive – sacrifices justice to peace within the community and destroy peace between communities” – il medesimo paradosso che ritrovammo in Hobbes. Non solo. Paradossalmente, nelle RI, da un lato la solidarietà fra paesi è azzerata, dall’altra il nazionalismo può risultare da collante all’interno di un paese: “A combination of unselfishness and vicarious selfishness in the individual thus gives a tremendous force to national egoism, which neither religious nor rational idealism can ever completely check”.

Negli anni ’60 v’è un contro-attacco antirealista attraverso la nozione di interdipendenza (in luogo del realista “balance of power”) (Keohane-Nye). La nozione di interdipendenza fra le nazioni sorge a seguito del presunto declino dell’egemonia USA. Seguirà il “neorealist revival” di Waltz che si oppone alla teoria dell’interdipendenza che “both obscures the realities of international politics and asserts a false belief about the conditions that may promote peace”.
Figure dell’ International Political Economy*

1. Cosa si intende per IPE? Il tentativo originario dell’IPE è quello di fondere l’economia internazionale (EI) con lo studio delle relazioni internazionali (RI). Da un lato, infatti, i teoremi dell’EI appaiono piuttosto incapaci di aiutare la comprensione delle relazioni economiche internazionali in cui gli stati, e non il mercato, appaiono farla da protagonisti. Dall’altro le RI hanno in genere trascurato gli aspetti economici nelle relazioni fra paesi concentrando l’attenzione su fattori squisitamente politico-diplomatici. Non sorprendentemente sono forse stati gli autori più vicini al realismo politico (RP), al marxismo, e infine alcuni economisti assai attenti alle vicende storiche più che agli aridi teoremi dell’economia neoclassica, a mostrare più sensibilità alla necessità dell’incontro fra le due discipline.

Non casualmente è proprio di un impenitente realista politico, Robert Gilpin autore di un famoso saggio “Nobody Loves a Political Realist” la definizione di IPE come “the reciprocal and dynamic interaction in international relations of the pursuit of wealth and the pursuit of power” (cit. da Cohen, p.16). E’ con la nascita dell’economia politica come disciplina autonoma che secondo Cohen avviene la separazione fra l’Economics e le scienze politiche. Verrebbe qui da precisare come, tuttavia, è con il marginalismo, alla fine del secolo XIX°, che la separazione si fa più marcata. Non a caso non v’è separazione fra economia e politica nel marxismo (ibid, p.18) la cui teoria economica è infatti di diretta derivazione dall’economia politica classica. Questo non ci appare casuale. Nell’economia politica classica, in particolare in Ricardo, il conflitto fra le classi sociali nella distribuzione del reddito appare centrale e non governato da leggi naturali, ma dai rapporti di forza fra le parti in causa, ciò che lascia ampi spazi a considerazioni politiche sulle scelte distributive, incluso il ruolo che lo stato vi può ricoprire. Non v’è cesura fra politica ed economia in Lenin e, soprattutto, nel nostro Antonio Gramsci, un autore che trova più di una citazione nel volume di Cohen a testimonianza della sua notorietà negli States.4 Nelle scienze politiche internazionali, per contro, le relazioni economiche internazionali sono state tradizionalmente relegate in posizione subordinata rispetto ai temi della sicurezza, mentre lo studio delle organizzazioni internazionali privilegia gli aspetti giuridico-istituzionali e comparativi rispetto a quello dei conflitti economici che vi sono dietro, un approccio che Cohen (ibid, p.36), con qualche ragione, bolla come “dull”.5 Nel 1970 un articolo di Susan Strange, che diventerà la principale esponente della scuola inglese, intitolato “International Economics and International Relations: A Case of Mutual Neglect” propone di ricucire la frattura.

Indipendentemente dalla nascita dell’IPE, già alcuni economisti avevano sostenuto una visione unitaria. Jacob Viner (1948) aveva argomentato la pari importanza nel mercantilismo del perseguimento del potere e della ricchezza, ma del Mercantilismo ci occuperemo altrove. Anche di Charles Kindleberger ci occuperemo più avanti. Albert Hirschman (1945) mise in relazione equilibri commerciali (o meglio le asimmetrie nel commercio estero) e RI, peraltro nella sua tesi presso l’Università di Trieste nel 1938.

2. Cohen considera come fondatori dell’IPE Joseph Nye e Robert Keohane. Al principio degli anni ’70 questi autori sostituiscono alla visione stato-centrica,6 dominante nelle scienze delle RI, il concetto di “interdipendenza complessa” in cui non sono più solo le potenze nazionali, ma anche altri attori come le imprese multinazionali e i mercati finanziari a farla da protagonisti. Particolarmente influente fu un noto volume dell’economista Raymond Vernon (1971) sulle imprese multinazionali dal significativo titoli di Sovereignity at Bay. In sintesi, il mondo è diventato più complesso per la presente presenza delle imprese multinazionali, la comparsa di nuove potenze europee e del Giappone per cui appare superato il focus del RP sullo Stato e la sicurezza come temi dominanti.

L’irriducibile realista non può però vedere spodestata la centralità dello stato nelle RI senza ribellarsi. Così Cohen (2008, p.34) sintetizza la posizione di Gilpin: “Transnationalism could only be understood within the context of the traditional state system, dating back to the pace of Westphalia in 1648. …states were still the primary actors on the world stage and security interests remained the key determinants of economic relations. In Gilpin’s words (…): ‘Politics determines the framework of economic activities and channels it in the directions which tend to serve …political objectives’”. Gilpin vede dunque l’economia in posizione subordinata alla politica: è lo Stato a determinare in relazione/conflitto con gli altri Stati l’ambito entro il quale si svolgono le relazioni economiche. Gilpin identifica tre tradizioni nella relazione fra politica ed economia nelle RI (Gilpin 1987, capitolo 2 e sotto § 3.5.4):

- la tradizione liberale subordina la politica all’economia nel senso che i reciproci vantaggi del libero commercio internazionale rendono possibili relazioni internazionali (oltre che interne) armoniche: “Whereas politics tends to divide, economics tends to unite people” (ibid, p.31);

- similmente, anche la tradizione marxista subordina la politica all’economia nel materialismo storico (pur con i caveat sopra ricordati da parte dei marxisti più avveduti) e nell’analisi delle asimmetrie di potere economico fra paesi centrali e periferici;

- la tradizione nazionalista subordina invece l’economia alla politica: “Its central idea is that economic activities are and should be subordinate to the goal of state building and the interest of the state” (ibid, p…). Secondo i nazionalisti: “nations continually try to change the rules or regimes governing international economic relations in order to benefit themselves disproportionately with respect to other economic powers” (ibid, p.33).

E’ chiaro in quale direzione vadano le simpatie di Gilpin: “Although my values are those of liberalism, the world in which we live is best described by the ideas of economic nationalism and occasionally by those of marxism as well” (ibid, p.25). E’ questo un esempio splendido di assenza di pregiudizi che colloca i realisti politici in una dimensione intellettuale diversa, e a mio avviso superiore, a chi si fa guidare da preconcetti ideologici o morali, illusioni utopiche e quant’altro nel guardare alle cose del mondo – ciò che Marx avrebbe definito “falsa coscienza”.7 La visione del realista politico è naturalmente, da Tucidide e Machiavelli in poi, molto amara sicché, afferma Gilpin (ibid, p.43), mentre per il marxismo le relazioni economiche internazionali sono migliorabili col socialismo, per il RP il conflitto è una conseguenza inevitabile dell’anarchia nelle relazioni fra stati.

3. A Charles Kindleberger, un economista atipico come Albert Hirschman, va attribuito il concetto di “stabilità egemonica” (SE): “For the world economy to be stabilised, there has to be a stabilizer, one stabilizer”;” the international economic and monetary system needs a leadership, a country which is prepared …to set standard of conduct for other countries; and to seek to get others to follow them, to take on an undue share of the burden of the system, and in particular to take on its support in adversity by accepting its redundant commodities, maintaining a flow of investment capital and discounting its paper” (Kindleberger, citato da Cohen, p.71). Cohen rammenta come, non casualmente, Kindleberger sia stato uno degli sherpa principali che disegnarono il piano Marshall. Kindleberger guarda alla stabilità apportata dall’egemonia britannica prima del primo conflitto mondiale e quella dovuta all’egemonia americana dopo il secondo, a fronte dell’instabilità fra le due guerre quando gli emergenti USA rifiutarono di prendere il testimone dell’egemonia dal declinate Regno Unito.

Per la teoria della SE l’equilibrio globale dipende dunque dalla presenza di una singola potenza egemonica: “hegemonic structures of power, dominated by a single country, are most conducive to the development of strong International regimes whose rules are relatively precise and well obese” (Keohane, cit. da Cohen, p.68). Ed ancora: “the decline of hegemonic structures of power can be expected to presage a decline in the strength of corresponding international economic regimes” (Cohen, p.68).

Per Kindleberger la stabilità del sistema è un bene pubblico, non-escludibile e non-rivale, un bene di cui tutti godono e il cui consumo da parte di ciascuno non ne va a diminuire il consumo da parte di altri. Tale bene pubblico è però costoso da fornire, e inoltre non si può escludere la presenza di comportamenti opportunistici da parte do coloro che ne vogliono godere senza partecipare ai costi. Si pone dunque il problema della fornitura di tale bene pubblico. La risposta è che solo una potenza dominante potrà fornire tale leadership. Quest’ultima assumerà la funzione di:


  • mantenere ragionevolmente aperti e regolati i mercati internazionali

  • assicurare una sufficiente domanda mondiale in funzione anticiclica e nel lungo periodo.

Altri autori hanno ovviamente sottolineato la convenienza, oltre che i costi, della potenza egemone ad assumere la leadership, in primo luogo il privilegio di emettere la moneta utilizzata come principale mezzo di pagamento internazionale.

Gilpin è per molti versi un seguace di Kindleberger: “The modern world economy has evolved through the emergence of great National economies that have successively become dominant …Every economic system rests on a particolar political order; its nature cannot be understood aside from politics … Historical change was drive by the self-interested behaviour of powerful states” (cit. da Cohen, p.73).

La teoria della SE emerse negli anni ’70 quando sembrava che, per eventi ben noti, l’egemonia americana fosse in declino. Ciò tuttavia non accadde, ma tale possibilità è tornata attuale a fronte delle imprevedibili conseguenze per la leadership degli Stati Uniti in seguito alla crisi finanziaria lì originatasi, e dopo le disastrose guerre dell’amministrazione Bush.8 Un altro esempio è la penosa assenza di guida per l’Europa da parte della potenza regionale più forte nei frangenti della corrente crisi finanziaria e, più in generale, nell’ambito dell’UE e dell’UME. Se proprio il RP ci suggerisce di guardare in maniera disincantata al neomercantilismo della Germania9, ci si deve chiedere quanto quel paese abbia da guadagnare dal non assumere la leadership di una Europa in crescita e non votata invece a un gentile declino.

4. La IPE è assai scettica a fronte dell’idea che con la globalizzazione sia l’economia a guidare la politica con il ridimensionamento della politica (Cohen, 2008, p.80 e sgg). I realisti politici come Giplin si mantengono ad esempio fedeli a una visione stato-centrica: “No doubt there have been very important changes [but] for better or for worse this is still a state-dominated world” (cit. da Cohen, p.81). Anche secondo Sorensen (2007, pp.249-50) quelli che egli definisce mercantilisti non credono che vi sia un fenomeno chiamato globalizzazione, ma solo una intensificazione dell’interdipendenza fra le economie nazionali. Le imprese multinazionali, dal canto loro, pur agendo a livello planetario non hanno spezzato il cordone ombelicale con i paesi di provenienza. Peraltro, osserviamo, le liberalizzazioni o la “cessione” della politica monetaria a organismi apparentemente sopranazionali come la BCE, misure che diminuiscono il potere economico-politico degli stati sovrani, sono il risultato di scelte nazionali deliberate – volte per esempio a disciplinare il conflitto sociale interno (Pivetti 1999)), oppure imposte dalle potenze egemoni per propri interessi.



L’IPE nel racconto di Gilpin

Obiettivo tradizionale delle scienze delle RI erano i temi della diplomazia, organizzazioni internazionali, pace, sicurezza ecc. Sfera politica e sfera economica restavano separate, anzi, la sfera economica era trattata con una certa dose di sufficienza dalla “haut politique”. Sostiene per contro Robert Gilpin (1987): “an understanding of the issues of trade, monetary affaire, and economic development requires the interpretation of the theoretical insights of the disciplines of economic and political sciences” 3. In particolare: “The parallel existence and natural interaction of ‘state’ and ‘market’ in the modern world create ‘political economy’; without both state and market there could be no political economy” 8.

Gilpin individua tre tradizioni di pensiero all’origine dell’IPE.

Tradizione liberale: “ Economic liberals believe that the benefits of an international division of labor based on the principle of comparative advantage cause markets to arise spontaneously and foster harmony among the states; they also believe that expanding webs of economic interdependence create he basis for peace and cooperation in the competitive and anarchic state system” (12-13)

Tradizione nazionalista: “Economic nationalists… stress the role of power in the rise of a market and the conflictual nature of international economic relations; they argue that economic interdependences must have a political foundation and that it (?) creates yet another arena of interstate conflict, increases national vulnerability, and constitutes a mechanism that one society can employ to dominate another” 13. Tale tradizione ha, secondo Gilpin, mutato nome nella storia: mercantilismo, statismo, protezionismo, scuola storica tedesca ecc.

Tradizione marxista: i marxisti sostengono che le RI sono terreno di conflitto fra potenze imperiali o fra paesi ricchi/capitalistici che cooperano fra loro per sfruttare i paesi più poveri.

La tradizione liberale e marxista tendono a vedere nel commercio internazionale (CI) un motore di crescita (liberali) o di diffusione modernizzatrice del capitalismo (marxisti).14 I nazionalisti danno un giudizio più cauto sul CI che può danneggiare un paese a vantaggio di altri più forti.14

Conclude Gilpin: “Although my values are those of liberalism, the world in which we live is one best described by the ideas of economic nationalism and occasionally by those of marxism as well”25. Parole di un vero RP!

I tre approcci si caratterizzano per differenti concezioni nella relazione fra stato, società civile, mercato. I nazionalisti vedono un primato della politica sull’economia. I liberali vedono politica ed economia come sfere separate. 26 Per i marxisti sono le ragioni dell’economia a guidare quelle della politica. 26. In particolare:

“liberals believe that trade and economic intercourse are a source of peaceful relations among nations. Because of their mutual benefits of trade and expanding interdependence among national economies will tend to foster cooperative relations. Whereas politics tends to divide, economics tends to unite people 31.

Dobbiamo dunque notare la centralità del teorema dei vantaggi comparati per I liberali, e il conseguente rigetto della tesi mercantilista del commercio come gioco a somma zero (per cui il vantaggio per uno stato implica la perdita per un altro stato). Naturalmente i liberisti ammettono un ruolo dello Stato nella definizione della cornice giuridica entro cui si deve svolgere il commercio, in particolare con riguardo alla protezione dei diritti di proprietà (moderno filone neo-istituzionalista: Douglas North).

Per i nazionalisti, invece, “economic activities are and should be subordinate to the goal of state building and the interest of the State”. Obiettivo dei nazionalisti è l’industrializzazione. Qui Gilpin richiama Alexander Hamilton: “not only the wealth but the independence and security of a country appear to be materially connected to the prosperity of manufactures”. Inoltre le regole economiche internazionali sono arbitrariamente fissate e successivamente mutate a piacere delle potenze dominanti: “nations continually try to change the rules or regimes governing international economic relations in order to benefit themselves disproportionally with respect to other economic powers” 33. Il legame della prospettiva nazionalista con il mercantilismo è evidente. Il mercantilismo è trattato altrove in queste lezioni.

Per i marxisti gli interessi degli stati riflettono quelli delle rispettive borghesie, e il conflitto fra gli stati va dunque visto come un conflitto fra le borghesie nazionali.



Analisi e comparazione delle tre prospettive in Gilpin

Secondo Gilpin RP e nazionalismo economico (NE) sono due faccie di una medesima medaglia: “economic nationalism is based on a realist doctrine of international relations” 43? Vi è invece differenza fra nazionalismo (e RP) e marxismo: per il marxismo la natura umana è corrotta dal capitalismo e perfettibile col socialismo; quest’ultimo porterà anche armonia fra gli stati abolendo lo sfruttamento fra questi. Per il nazionalismo economico (e il RP) il conflitto politico deriva da caratteristiche immutabili della natura umana; le RI sono oggettivamente conflittuali data la natura anarchica delle relazioni fra stati sovrani.

Gilpin è anche critico del liberismo (44), ma la critica è quella standard all’idea di assunzioni irrealistiche (concorrenza perfetta, informazione completa ecc) che altrove nelle lezioni giudicheremo una critica superficiale. Spesso infatti queste assunzioni sono mere semplificazioni che la teoria (come ogni teoria) adotta, per cui la critica deve essere alla teoria stessa, non alle semplificazioni procedurali.

Gilpin giudica come punti di forza del NE il focus sullo Stato come attore predominnate nelle RI e strumento dello sviluppo economico; l’importanza attribuita alla sicurezza e all’interesse nazionale nelle RI, pena la perdita di sovranità, attributo insopprimibile di uno Stato; importanza della sicurezza politica per le attività economiche: “as Carr has argued, every economic system must rest on a secure political base” (47). Fra le debolezze enumera: l’idea del gioco a somma zero nelle RI, mentre andrebbero riconosciuti dei vantaggi reciproci dalla cooperazione; lo spreco di risorse per la difesa, un caso in cui il perseguimento della ricchezza e della potenza possono configgere – si tratta tuttavia di una posizione non keynesiana.10 Manca inoltre una analisi della società domestica: “it is assumed that society and the State form a unitary identità and that foreign policy is determined by objective national interest”48. In realtà “foreign policy (including foreign economic policy) is in large measure the outcome of the conflicts among dominant groups within each society”48. Al riguardo Gilpin porta come esempio il danno che il protezionismo richiesto dai produttori areca ai consumatori, sorprendentemente trascurando sia l’argomento della infant industry (di cui è scettico 49), che i vantaggi che derivano ai lavoratori che non perdono il posto di lavoro e all’economia nazionale che comunque predice all’interno ciò che avrebbe altrimenti dovuto importare. Come argomenteremo, purtroppo l’IPE conosce solo l’economia neoclassica, e comunque ne subisce, per così dire, l’egemonia. Gilpin argomenta così che il NE è sia una teoria dello “State building”, come riteneva la scuola storica tedesca, ma anche una analisi della formazione delle coalizioni di interessi all’interno di un paese. Sebbene in maniera non del tutto convincente, Gilpin mette in luce un punto rilevante: come possa essere fuorviante parlare di interesse nazionale tout court, in quanto questo può essere in verità l’interesse di una coalizione vincente.



1 Questi appunti vanno accompagnati allo studio di Sorensen e delle altre letture indicate nel programma

2 Albert Hirschman nota come il realismo entri fra le argomentazioni portate in difesa dello status quo per dimostrare l’impossibilità, la dannosità se non l’inutilità del tentativo di cambiamento.

3 Anche qui la teoria, RI, RP o IPE, dovrebbe però spiegarci perché dovrebbe tale discordia sorgere. La teoria armonica del commercio internazionale, ricardiana o neoclassica, sembrerebbe condurci alla negazione del conflitto potenziale.

** Questa sezione si basa su Benjamin J.Cohen, International Political Economy: An Intellectual History, Princeton University Press, Princeton, 2008.

4 Un altro antesignano dell’IPE (e del moderno RP) è lo storico inglese Edward Carr (1939 [1981]), un marxista critico come si evince dai seguenti passaggi: “Economic forces are in fact political forces. Economics can be treated neither as a minor accessory of history, nor as an independent science in the light of which history can be interpreted. Much confusion would have saved by a general return to the term ‘political economy’, which was given the new science by Adam Smith himself and not abandoned in favour of the abstract ‘economics’, even in Great Britain itself, till the closing years of the nineteenth century. The science of economics presupposes a given political order, and cannot be profitably studied in isolation from politics” (ibid., p.108).

5 Secondo Nye l’idea dell’IPE “was to put the horse back in front of the wagon by first describing patterns of interaction in world politics and then asking what role international institutions do or should play” (cit. da Cohen, 2008, p.36).

6 La visione stato-centrica viene così illustrata da Cohen: “States were seen as the only significant actors in world politics, conceived for analytical purposes as purposive, rational, unitary actors… Moreover, states were assumed to be motivated largely by issues of power and security, and to be preoccupied above all with the danger of military conflict” (Cohen, 2008, p.27).

7 Per una discussione della relazione fra valori morali e analisi della realtà nel RP si veda il simposio: ‘American Realism and the Real World’, Review of International Studies, vol.29, 2003.

8 La resistenza del dollaro e, soprattutto, la “fuga verso la qualità” degli investitori internazionali che hanno trovato rifugio nell’acquisto dei buoni del Tesoro americano testimonia tuttavia quanto sia prematuro, ancora una volta, parlare di declino della supremazia geopolitica e geoeconomica degli Stati Uniti.

9 Si veda M.De Cecco (2007a) e (2007b, cap.3).

10 Per la teoria keynesiana “burro e cannoni” non sono obiettivi configgenti, si possono avere più burro e più cannoni allo stesso tempo, anzi l’obiettivo di più cannoni consente quello di più burro. Vedi la trattazione di Kalecki altrove in queste lezioni. Un caso in cui l’acquisto di armamenti può configgere con l’obiettivo economico è quello in cui essi sono importati con spreco di valuta pregiata altrimenti utilizzabile per importare tecnologia produttiva incorporata in attrezzature o scorporata (brevetti, licenze, know-how).




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