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Università degli studi di Trieste

Facoltà di Scienze della Formazione



Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione

Insegnamento di Sociolinguistica



(prof. Augusto CARLI)

A.A. 1997/98

Lorenzo Medos

LA RELATIVITÀ LINGUISTICA:

SOLO UN’IPOTESI?
Le opere di B.L. Whorf e le loro

conseguenze in sociolinguistica

RICERCA INDIVIDUALE SUL TEMA :



IN COSA CONSISTE LA DIVERSITÀ DELLE LINGUE
Testo base:

J.A. LUCY, Language diversity and thought, CUP 1992
La parola” libero” esisteva ancora in Neolingua, ma poteva essere usata solo in frasi come “Questo cane è libero da pulci” ovvero “Questo campo è libero da erbacce”. Ma non poteva essere usata nell’antico significato di “politicamente libero” o “intellettualmente libero”dal momento che la libertà politica e intellettuale non esisteva più, nemmeno come concetto, ed era quindi, di necessità, priva di una parola per esprimerla...

Innumerevoli altre parole come “onore”, “giustizia”, “morale”, “internazionalismo”, “scienza” e “religione” avevano semplicemente cessato del tutto di esistere. Poche parole avevano la funzione di ricoprirle e ricoprendole le abolivano. Tutte le parole che si raggruppavano attorno ai concetti di libertà e di uguaglianza, per esempio, erano contenute nella semplice parola “psicoreato”, mentre tutte le parole che si raggruppavano attorno ai concetti di obbiettività e razionalismo erano contenute nell’unica parola “archepensare”.
George Orwell (da “1984”)

(tratto da ROBERTSON (1988), pag. 73)



INTRODUZIONE
Supponiamo di dover tradurre la parola italiana ‘occhiali’ in francese, sloveno, inglese, tedesco e russo.




Figura A - Traduzione di 'occhiali' in varie lingue
Domandiamoci ora perché gli occhiali si chiamano così. Noi italiani intuitivamente risponderemmo che hanno questo nome perché si indossano vicino agli occhi.

Se presentiamo a 6 soggetti parlanti le suddette lingue un paio di occhiali e chiediamo loro di produrre un’etichetta lessicale per questo oggetto, essi sicuramente produrranno le etichette della figura 1, ma sicuramente forniranno spiegazioni diverse sull’origine della rispettiva etichetta. Infatti:



  • un italiano e uno sloveno si riferiranno al fatto che vengono usati vicino agli occhi;

  • un francese si riferirà alla forma delle lenti;

  • un tedesco si riferirà alla loro brillantezza;

  • un inglese si riferirà al vetro con cui sono costituite le lenti;

  • un russo si riferirà alla loro funzione depuratrice della vista.

Emerge allora come le varie lingue siano in grado di denotare un oggetto con un’etichetta, ma anche come queste etichette enfatizzino particolarmente diverse connotazioni dello stesso oggetto.
Questa situazione può essere spiegata in due modi:

  1. sono le lingue a guidare l’attività mentale dell’individuo (relativismo linguistico);

  2. è l’esperienza a modellare le strutture cognitive, di cui la lingua riflette gli aspetti (relativismo cognitivo).

Questa ricerca ha come argomento l’ipotesi della relatività linguistica, meglio conosciuta come “ipotesi di Sapir-Whorf”, dal nome degli studiosi che la postularono. Vediamone le definizioni di alcuni importanti studiosi.

Per il semiologo Umberto Eco,




secondo [l’ipotesi di Sapir-Whorf] non solo il repertorio lessicale ma la stessa struttura sintattica di una lingua determinano la visione del mondo propria di una data civiltà.

Secondo gli psicologi Remo Job e Rino Rumiati, l’ipotesi di Sapir-Whorf sostiene che


il sistema linguistico di sfondo (in altre parole la grammatica) di ciascuna lingua non è soltanto uno strumento di riproduzione per esprimere idee, ma esso stesso dà forma alle idee, è il programma e la guida dell’attività mentale dell’individuo.

Infine, secondo il sociologo Ian Robertson


l’ipotesi della relatività linguistica sostiene che chi parla una determinata lingua deve necessariamente interpretare il mondo attraverso le specifiche forme e categorie grammaticali che la sua lingua gli offre.

L’intera ricerca verterà sull’opera di John Lucy, “Language diversity and thought”, che esamina questa ipotesi in maniera approfondita dal punto di vista linguistico.

Lucy, nell’introduzione alla sua opera, definisce l’ipotesi della relatività linguistica come


the proposal that diverse languages influence the thought of those who speak them.

Nel capitolo 1 presenta le posizioni teoriche di Franz Boas e Edward Sapir, che gettarono le basi teoriche per definire l’ipotesi.

Nel capitolo 2 presenta l’opera di Benjamin Whorf, che studiò a fondo l’argomento e postulò effettivamente l’ipotesi.

Nei capitoli 3 e 4 vengono presentati gli approcci in linguistica antropologica, con studi sul campo e con ipotesi teoriche e metodologiche, favorevoli o contrari all’ipotesi.

Nei capitoli 5 e 6 vengono invece presentati gli approcci in psicolinguistica comparata, con vari esperimenti sulla codificazione lessicale dei colori e sulle categorie grammaticali.


La ricerca, che vuole approfondire in particolare la posizione teorica di Benjamin Whorf, si presenterà come segue:

  • il capitolo “I predecessori” tratterà brevemente delle opere di F. Boas ed E. Sapir, che forniscono le basi teoriche necessarie per poter comprendere l’opera di Whorf;

  • il capitolo “B.L. Whorf e la sua posizione teorica”, descriverà nei dettagli l’ipotesi della relatività linguistica che Whorf ha postulato;

  • il capitolo “La ricerca post-whorfiana” fornirà una breve panoramica sui principali studi che hanno avuto origine da quest’ipotesi, soprattutto su quelli che hanno prodotto osservazioni importanti per la conferma o la disconferma dell’ipotesi whorfiana;

  • il capitolo “Un’ipotesi anche sociolinguistica?” conterrà delle riflessioni sulla rilevanza sociolinguistica di quest’ipotesi.


Capitolo 1

I PREDECESSORI

Introduzione alle opere di Franz Boas ed Edward Sapir
FRANZ BOAS (1858-1942)

Nato ed educato in Germania, antropologo, concentrò i propri studi sull’evoluzione umana. Egli infatti voleva dimostrare l’assurdità di una teoria razzista dell’evoluzione umana e culturale, affermando l’esistenza di una struttura psichica comune a tutti gli uomini, che poi si sviluppa autonomamente a seconda della cultura.

Fra gli altri argomenti, anche il linguaggio fu analizzato da Boas nelle sue opere.

Egli afferma che il linguaggio funge da classificatore dell’esperienza.




Since the total range of personal experience which language serves to express is infinitely varied, and its whole scope must be expressed by a limited number of phonetic groups, it is obvious that an extended classification of experiences must underlie all articulate speech.

Lingue differenti classificano l’esperienza diversamente, e quindi hanno fondamentalmente differenti poteri esplicativi. Infatti


many of the categories which we are inclined to consider as essential may be absent in foreign languages, and ... other categories may occur as substitutes.

I parlanti considerano la lingua come qualcosa di naturale ed automatico sia in fase attiva che in fase passiva, ai limiti dell’inconsapevolezza; questo perché il linguaggio fa parte di un continuum con il resto della cultura, che è accettata acriticamente dopo la socializzazione.

Boas può quindi concludere che le classificazioni linguistiche riflettono, ma non dettano, il pensiero. Questa posizione teorica gli permette di giustificare la sua teoria generale di partenza, ovvero l’esistenza di una struttura psichica comune a tutti gli uomini. Infatti il sistema di classificazione linguistica trarrebbe origine da funzioni psicologiche elementari e dalle esperienze specifiche che il gruppo sociale nel suo complesso vive: il gruppo intero quindi sarebbe portato a vedere e concettualizzare il mondo e l’esperienza di esso nella stessa maniera. Le differenze fra i vari sistemi di classificazione linguistica sono imputabili alla diversa maniera con cui i vari gruppi sociali hanno esperito il mondo. Esiste quindi secondo Boas una relazione fra lingua e cultura, le quali possono covariare liberamente.


EDWARD SAPIR (1884-1939)

Sapir fu il primo studioso che seguì le tracce di Boas nell’area degli studi linguistici. Produsse una grande quantità di studi di indubbio valore scientifico sul rapporto fra linguaggio e pensiero.

La sua affermazione basilare è che il linguaggio è un sistema simbolico, cioè stabilisce dei legami referenziali con la realtà riconosciuti dalla comunità dei parlanti; sotto questa accezione, diventa il mezzo sociale di interpretazione della realtà, oltre che di comunicazione del pensiero. Egli, infatti, sostiene che


the single experience ... is, strictly speaking, incommunicable. To be communicated it needs to be referred to a class which is tacitly accepted by the community as an identity.

Poiché le categorie linguistiche sono interrelate in un sistema coerente di forme, per estensione lo sono anche le varie esperienze che rappresentano.

Le ricerche di Sapir quindi pongono l’accento soprattutto sulla diversità formale che esiste fra le lingue, con particolare attenzione alla natura sistemica della lingua. Infatti la lingua non sfrutta solo la semantica dei singoli lemmi, ma anche quella legata all’interazione fra essi.

L’insieme di questi fenomeni permette a Sapir di rovesciare l’approccio di Boas, affermando che le classificazioni linguistiche organizzate incanalano il pensiero.

Difatti, sia o no il pensiero un dominio naturale separato dal linguaggio, è solamente tramite il linguaggio che l’uomo riesce a trasformare il pensiero in un oggetto definito (cioè un’etichetta linguistica)..


The instrument makes possible the product, the product refines the instrument.

Inoltre, Sapir afferma che


language is ... a self-contained, creative symbolic organization, which not only refers to experience largely acquired without its help but actually defines experience for us by reason of its formal completeness and because of our unconscious projection of its implicit expectations into the field of experience... [Language] categories ... are, of course, derivative of experience at last analysis, but, once abstracted from experience, they are systematically elaborated in language and are not so much discovered in experience as imposed upon it because of the tyrannical hold that linguistic form has upon our orientation in the world.

Da questa lunga citazione, emerge che la lingua, pur mantenendo la sua origine nell’esperienza del gruppo sociale, esercita sull’individuo un’influenza psicologica quasi “tirannica”, cioè incanala il pensiero in strutture linguistico-cognitive ben precise. Infatti la cultura, di cui la lingua fa parte, non si forma liberamente nell’individuo, ma viene per lo più calata su di esso dagli agenti di socializzazione.

Da questa posizione non si può inferire un relativismo cognitivo, ovvero che la lingua produce delle strutture cognitive differenti che permettono o meno la percezione e l’elaborazione dei concetti. Infatti l’influenza psicologica della lingua non viene esercitata a livello della percezione, ma a livello dell’interpretazione degli stimoli percepiti.

In questo senso le idee di Sapir sono compatibili all’approccio della psicologa Treisman, la quale, teorizzava l’esistenza di una gerarchia delle componenti degli stimoli. Secondo Treisman


l’analisi dello stimolo procederebbe in modo sistematico attraverso una gerarchia che inizia dell’analisi di componenti fisiche, pattern sillabici e parole specifiche e prosegue poi con un’analisi basata su parole individuali, strutture grammaticali e significati. Se non è possibile effettuare un’analisi completa dello stimolo, la cima della gerarchia non viene raggiunta. Inoltre, gli stimoli a cui si presta attenzione vengono trattati in modo diverso dagli altri, in quanto i sistemi di analisi sono pre-indirizzati nei loro confronti.

La lingua potrebbe quindi fornire l’organizzazione strutturale di questa gerarchia di stimoli a cui si presta più o meno attenzione nell’elaborazione cognitiva. Diventa quindi fondamentale per verificare le ipotesi uno studio comparato delle lingue.
Capitolo 2

B.L. WHORF E LA SUA POSIZIONE TEORICA

L’ipotesi della relatività linguistica
Dobbiamo all’ingegnere chimico Benjamin Lee Whorf (1897-1941) il più completo approccio sulla questione della relazione fra linguaggio e pensiero. Egli, infatti, partendo dalle fondamenta gettate da Boas e Sapir, costruì l’”ipotesi di relatività linguistica”, analizzando la struttura profonda del linguaggio e comparando la struttura linguistica inglese con quella delle lingue delle popolazioni Hopi e Nahuatl (Azteco).

L’approccio teorico di Whorf è sicuramente più complesso di quello di Sapir, sia dal punto di vista della formulazione teorica dell’ipotesi che delle evidenze empiriche che lo corredano.

Egli sostiene sostanzialmente che la lingua influenza il pensiero abituale e, di riflesso, il comportamento. Se la concezione della lingua proposta da Sapir era quella di un “limitatore” della concezione dell’esperienza, cioè del pensiero, l’innovazione portata da Whorf non è da poco conto, perché, pur riaffermando una potente influenza della lingua sul pensiero, conferisce al pensiero una grande potenza, che in certi casi è in grado di andare oltre la “tirannia” della lingua affermata da Sapir. Nella restante maggior parte dei casi, il pensiero si basa sulla cosiddetta Weltanschauung, ovvero su tutto quel corredo di concetti che una lingua e una cultura portano con sè.

Ma vediamo nei dettagli come Whorf riesce a costruire questo approccio.


ESPERIENZA E LINGUA

Come già visto con Boas, la lingua trae le sue origini nell’esperienza che la società fa del mondo, e le lingue classificano le varie esperienze in maniera diversa le une dalle altre. Il più famoso degli esempi di questa diversità è il confronto del concetto di ‘neve’ fra l’inglese e la lingua Eskimo: mentre l’inglese possiede un solo lemma (‘snow’), gli eschimesi possiedono diversi lemmi per designare i vari tipi di neve (es.: . Bisogna notare che gli eschimesi concepiscono come “cose diverse”, e non come “tipi di una stessa cosa”.

Whorf, però, nota che anche gli inglesi, nonostante non possiedano lemmi specifici, sono in grado di definire tramite combinazioni di lemmi anche i concetti eschimesi di . E, talvolta, in certi contesti gli inglesi, pur usando il lemma ‘snow’, riescono a connotare determinate tipologie di neve.

Partendo da queste considerazioni, Whorf afferma che le lingue possiedono due tipi di categorie grammaticali: le categorie manifeste e le categorie nascoste.

Una categoria manifesta è una categoria grammaticale che è marcata nel linguaggio da suffissi, declinazioni o altri espedienti grammaticali, in ogni occasione in cui si presenta.

Una categoria nascosta è una categoria grammaticale che non è sempre marcata nel linguaggio (emerge solo in alcuni contesti d’uso), e può presentarsi sotto diverse forme.


This distinctive treatment we may call the REACTANCE of the category.


Facciamo un esempio.



Studio tedesco da 5 anni. I have been studying German for 5 years.

Una forma italiana perfettamente corrispondente alla “duration form” inglese non esiste, ma, anche se un italiano usa un presente semplice, non si può dire che non sia in grado di capire che il soggetto della frase ha cominciato a studiare tedesco nel passato, che l’azione si è protratta fino ad oggi e continua ancora. Quindi la cosiddetta “duration form” è una categoria manifesta per l’inglese, ma nascosta per l’italiano. Ci sono anche occasioni in cui questa forma trova espressione diretta.



Sto mescolando il risotto da un’ora. I have been mixing rices for an hour.

La forma “stare + [gerundio]” in italiano indica la ripetitività continuata di un’azione nel tempo (analoga alla forma progressiva inglese), ma non si può usare sempre.



Sto andando VADO all’università da 2 anni I have been going go to the University for 2 years
La categoria nascosta spesso è portatrice di connotazioni oscure al parlante. Infatti


A covert linguistic class ... may have a very subtle meaning, and it may have no overt mark other than certain distincitve “reactances” with certain overtly marked forms.

Whorf dimostrò, come nel precedente esempio, che una data classificazione può essere manifesta in una lingua e nascosta in un’altra, senza che ciò possa inficiare la valenza semantica della categoria. Infatti, come verrà dimostrato nel corso della ricerca, le categorie manifeste e quelle nascoste operano insieme per costruire il significato globale del testo.

Partendo dall’assunzione che ogni agente di semplificazione assorbe in sè una quantità di complessità dell’esterno, si può dire che le lingue con un basso numero di categorie manifeste (e quindi apparentemente semplici) sono quelle che hanno il maggior numero di categorie nascoste; per fare un esempio, l’italiano non ha nessun caso di declinazione, il tedesco ne ha 4, il latino 6, il finlandese 15 e l’estone addirittura 24, senza che ciò implichi deficienze semantiche di qualsiasi tipo da parte delle varie comunità parlanti.

In pratica, Whorf ridefinisce la lingua come soggetto di influenza sul pensiero: non più solo la lingua “superficiale”, cioè morfologia e sintassi, ma anche le categorie nascoste e il modo in cui esse emergono nella lingua influenzano il pensiero abituale.

The covert classes may have a far-reaching connection with the type of thinking, the “philosophy” or “implicit metaphysics” of a [language] ... The manifestation of these class-distinctions in thinking and the character of the sometimes rather deeply-hidden and seldom appearing reactances suggest the phenomena associated with the unconscious, subconscious, or foreconscious in psychology, though on a more socialized and less purely personal plane, and may connect in a significant manner therewith. 1


Di conseguenza, uno studio approfondito della natura delle lingue deve prevedere un alto grado di comparazione fra esse, perché le classificazioni linguistiche variano moltissimo fra le varie lingue, ma questo metodo pone scottanti problematiche sui tavoli dei ricercatori; infatti

to compare ways in which different languages differently “segment” the same situation or experience, it is desirable to be able to analyze or “segment” the experience first in a way independent of any one language or linguistic stock, a way which will be the same for all observers. 2

Whorf era dell’opinione che ci si dovesse riferire ai principi della Gestaltpsychologie, perché, essendo la lingua un continuum di interrelazioni fra categorie manifeste e nascoste, una qualsiasi segmentazione nell’analisi linguistica avrebbe sicuramente portato alla perdita di alcune porzioni di significato. Emerge quindi come la lingua sia portatrice di una certa Weltanschauung determinata culturalmente, che non consiste in differenze nelle capacità cognitive, ma nella differente segmentazione della materia semantica e nei differenti sistemi di relazioni che si instaurano fra le unità segmentate.

Questo gli permise di mettere in crisi tutta la scienza occidentale, accusata di considerarsi una sicura guida verso la verità nonostante la sua totale dipendenza dai concetti tipici delle lingue indoeuropee, e dalla tendenza dei linguaggi specifici di costruire punti di vista che impediscono l’accettazione di visioni alternative.

Whorf conferma anche l’affermazione di Boas che i parlanti usano le varie classificazioni linguistiche in maniera automatica e quasi inconsapevole. Infatti

we cut nature up, organize it into concepts, and ascribe significances as we do, largely because we are parties to an agreement to organize it in this way ... The agreement is, of course, an implicit and unstated one, but its terms are absolutely obligatory; we cannot talk at all except by subscribing to the organization and classification of data which the agreement decrees.3

E il fatto che i parlanti vedano il linguaggio come uno strumento funzionale all’espressione del pensiero, le cui forme sono per lo più irrilevanti allontana sempre più la ricerca da una possibile classificazione oggettiva dei vari sistemi linguistici.

Whorf aggiunge che questo principio non è valido in assoluto: infatti, nei casi di alta pianificazione linguistica, anche la forma diventa rilevante, e perciò le classificazioni linguistiche rientrano nella sfera della consapevolezza.


LINGUA E PENSIERO

A partire da queste considerazioni, Whorf può definire con completezza il principio di relatività linguistica come

[the fact] that users of markedly different grammars are pointed by the grammars toward different types of observations and different evaluations of externally similar acts of observation, and hence are not equivalent as observers but must arrive at somewhat different views of the world.4

Come i suoi predecessori, afferma che il rapporto di influenza fra lingua e pensiero si esplica nella direzione

Lingua ---> Pensiero.

Anche se talvolta sembra che la direzione sia inversa, ci ricorda che

The world is presented in a kaleidoscopic flux of impressions which has to be organized by our minds - and this means largely by the linguistic systems in our minds. We cut nature up, organize it into concepts, and ascribe significances as we do, largely because we are parties to an agreement to organize it in this way, an agreement that holds throughout our speech community and is codified in the patterns of our language.5

Anche Whorf concorda sulla natura di dispositivo classificatorio dell’esperienza che la lingua assume: infatti la lingua ha un qualche ruolo nella costruzione dei concetti.




I concetti sono le unità di base della memoria semantica... Essi non solo costituiscono, singolarmente presi, un’unità di conoscenza, ma possono combinarsi per creare nuove conoscenze... Sono strumenti cognitivi che rendono possibile l’esecuzione di operazioni mentali e di risposte comportamentali riferite a una classe di oggetti cognitivamente equivalenti piuttosto che ai singoli oggetti della classe stessa... Esiste una fitta rete di relazioni fra ogni concetto e molti altri concetti.

I concetti sono quindi le unità discrete sulle quali il nostro intelletto è in grado di lavorare. Secondo Whorf, la lingua costruisce un inconsapevole sistema di concetti basilari che permette all’individuo di gestire le situazioni quotidiane in una situazione di economia cognitiva. La lingua non blocca il pensiero in tutte le direzioni; piuttosto costituisce una guida per il pensiero quotidiano che permette di evitare un sovraccarico cognitivo dovuto ad un’analisi costante e continua di ogni aspetto della realtà. E’ chiaro che i concetti formati dalla lingua traggono la loro origine dall’esperienza sociale, per cui è pensabile che l’esistenza di un concetto se non uguale per lo meno analogo in più di una lingua fa presupporre un livello sottostante di esperienza fondamentale comune alle comunità di parlanti.

Whorf argomenta questa sua ipotesi con il concetto di analogia linguistica. Egli infatti sostiene che una lingua può unire aspetti differenti della realtà conferendo loro il medesimo trattamento linguistico-grammaticale. Le categorie create possono essere manifeste o nascoste, o anche parzialmente manifeste e parzialmente nascoste, variano a seconda della lingua e sono potenzialmente distintive da altri tipi di analisi esperienziale. Inoltre queste analogie linguistiche sono usate nel pensiero come guida all’interpretazione e alla reazione comportamentale alla realtà esperita.

In questo senso Whorf sembra essere d’accordo più con l’approccio della selezione tardiva di Deutsch e Deutsch (1963) che con quello della Treisman (v. Sapir); Deutsch e Deutsch


hanno proposto che tutti gli stimoli in arrivo siano analizzati completamente, ma un solo input determina la risposta, sulla base della sua importanza e rilevanza nella situazione in atto. La loro teoria assomiglia a [...] quella di Treisman nel postulare l’esistenza di una strettoia nell’elaborazione dell’informazione, ma se ne differenzia nel localizzare la strettoia nel sistema di elaborazione, molto più vicino alla risposta. Numerose teorie successive seguono linee simili.

Anche se fu in grado di anticipare una riflessione che ebbe poi grande seguito nella psicologia cognitiva, purtroppo Whorf non seppe riconoscere l’origine di queste analogie, ovvero se dipendono da processi cognitivi universali o dai contesti culturali ampi ed immediati in cui il pensiero si trova ad operare.





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