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Università della Calabria

Facoltà di Scienze Politiche

Corso di Laurea in Scienze del Servizio Sociale – sede di Rende



A.A. 2008/09 – II periodo didattico




COMUNICAZIONE SOCIALE



Docente: prof. ssa Giuseppina Pellegrino

Dispensa introduttiva

Dalla socialità della comunicazione alla comunicazione sociale:



uno sguardo d’assieme su processi comunicativi e interazione sociale”

(A cura della docente)

Introduzione
Prima di affrontare la comunicazione sociale come oggetto specifico e privilegiato di questo corso, è importante chiarire che cos’è la comunicazione in generale, e in che senso essa può essere definita, in senso lato e in senso proprio, come processo sociale.

La comunicazione sociale è, innanzitutto, uno specifico ambito/processo comunicativo, che condivide alcune caratteristiche e presupposti con la comunicazione in generale.

Ecco perché occorre interrogarsi, e provare a definire prima separatamente, poi congiuntamente, i termini “comunicazione” e “sociale”, prima di arrivare ad analizzare la “comunicazione sociale” come specifico ambito comunicativo.

Nelle pagine che seguiranno si cercherà di analizzare etimologicamente il termine “comunicazione”, proponendone e discutendone alcune definizioni per circoscrivere il “campo di azione” della comunicazione stessa.

Si presenteranno quindi alcuni modelli dei processi comunicativi (quello della “trasmissione”, quello della “trasformazione”) analizzandone limiti e peculiarità.

Successivamente, saranno analizzati termini fondamentali associati alla comunicazione (es. “interazione” e “media”) per arrivare ad una distinzione e stratificazione di ambiti di comunicazione, o “sfere comunicative” tra loro interagenti e sovrapposte: la comunicazione interpersonale, sia essa faccia-a-faccia e/o mediata; la comunicazione pubblica, istituzionale, d’impresa, e quindi la cosiddetta comunicazione sociale, alla quale sarà dedicata la maggior parte dell’attenzione nel corso delle lezioni.

Obiettivo di queste pagine è quello di consentire agli studenti e alle studentesse di collocare la comunicazione sociale in un più ampio quadro, quello dei processi di comunicazione come processi legati alla azione e alla interazione sociale, ma anche e soprattutto quello dei processi di comunicazione come fenomeni socialmente costruiti, orientati alla condivisione di simboli significativi, sempre situati entro contesti storici, culturali e sociali specifici.

Queste pagine, infine, rappresentano una sintesi parziale e anch’essa situata di un campo eterogeneo e vastissimo che non può essere qui analizzato in profondità, quello delle scienze e delle discipline della comunicazione: un ambito in divenire, relativamente giovane e meno strutturato rispetto ad altre discipline e campi del sapere, ma indubbiamente cruciale per comprendere la società contemporanea ed esserne attori consapevoli.


Circoscrivere il campo: segni e linguaggio
Le parole non sono mai “neutre”: in quanto segni simbolici, rinviano sempre “convenzionalmente” a qualcosa d’altro. Usare una parola piuttosto che un’altra, ad esempio, può avere rilevanti conseguenze in certi contesti.

Un simbolo è un particolare tipo di segno che rinvia, per convenzione appunto, a qualcos’altro. Questo qualcosa è ciò che chiamiamo significato.

Esistono vari tipi di segni, ovvero di fenomeni che rappresentano o alludono a qualcosa di differente dal fenomeno stesso. Tutti i segni hanno un significato, ma la specificità dei simboli è che essi intrattengono un rapporto “convenzionale” ed “arbitrario” con i fenomeni cui rinviano (non c’è alcun rapporto di somiglianza o di causalità, ad esempio, tra la parola “cane” e l’animale a quattro zampe cui essa è associata, tanto che lingue diverse hanno un segno verbale diverso per designarlo).

Altri tipi di segni, oltre ai simboli, sono le icone, i sintomi, gli indici. L'icona è un segno che è simile a ciò che rappresenta (così come, ad esempio, il disegno di una casa è simile in qualche modo a una casa): esso "significa" qualcosa nella misura in cui le somiglia (si tratta dunque di un segno di tipo "analogico").

I segni che rimandano a fenomeni a cui non somigliano, ma che a questi appaiono collegati strettamente, quasi come ne fossero diretta espressione, sono chiamati sintomi (così come uno sbadiglio può essere sintomo della fame) o indici (come un filo di fumo può essere indice dell’esistenza di un fuoco). Sintomi e indici "significano" qualcosa nel senso che vi rimandano come alla causa della propria presenza.

Il linguaggio in quanto sistema organizzato di associazioni tra segni e significati (ciò che si definisce codice), è ciò che permette di veicolare e condividere significati. Si può immaginare che le parole siano sistemi stratificati di significati, accumulati nel corso della storia, significati che non sono mai separati, né separabili, dalla cultura nella quale vengono elaborati e condivisi.

Il termine “comunicazione” non fa, in questo senso, eccezione: esso rinvia ad un insieme variegato di significati e di definizioni.

Per orientarsi in questo campo spesso ricco di sovrapposizioni e contraddizioni, si farà ricorso ad una breve analisi etimologica del termine. L’origine delle parole è interna al linguaggio, nel senso che ogni parola rinvia ed è associata ad altre parole. Queste ultime ci dicono cose interessanti sui modi in cui un termine specifico (nel nostro caso, “comunicazione”) viene usato ed interpretato entro specifici contesti, ovvero che cosa esso significa.

Nel tempo, certi usi (certi significati) delle parole “decadono”, e ne vengono introdotti di nuovi: l’etimologia delle parole è la storia del loro uso (originario) e dei modi in cui esse se ne sono distanziate.


Dentro il termine comunicazione: etimologia e definizioni
Ci sono almeno due interpretazioni importanti, per i nostri scopi, dell’origine del termine “comunicazione”: in primo luogo, esso può essere ricondotto a communis (ciò che è o viene messo in comune, o anche condiviso), che è la stessa radice del termine “comunità”.

Questa analogia tra comunicazione e comunità è interessante in quanto riconduce entrambi i termini ad una serie di accezioni che hanno a che fare con “l’avere rapporti, essere in relazione con qualcuno”, quindi con un senso di partecipazione (Giacomarra, 2000, pp. 12-13).

L’altra interpretazione del termine (Giaccardi, 2005, pp. 14-15) lo scompone in cum (dal latino: con) e munus (dono, o anche obbligazione, talvolta associato a moenia, ovvero mura, barriere, confine). Anche qui la catena di associazioni significative è interessante, in quanto sottolinea l’ambivalenza della comunicazione come dono (onore) ed onere, e come superamento di barriere o confini (moenia appunto).

“La comunicazione è quindi un atto di compartecipazione, in cui tutti i partecipanti condividono una stessa comune condizione e hanno, per così dire, obblighi e doni, oneri ed onori. E’ un processo attraverso il quale i partecipanti creano e condividono informazioni (ma, oltre a questo, creano e condividono un mondo comune), utilizzando uno o più codici che siano comuni (o che vanno costruiti per intendersi)” (Giaccardi, 2005: 14).

La storia e l’origine della parola “comunicazione”, dunque, enfatizzano concetti che, nel tempo, sono passati in secondo piano a favore di una accezione che si è consolidata nel senso comune, quella di “trasmettere, trasferire informazioni da un mittente ad un destinatario”. Questa accezione deriva dalla cosiddetta “teoria matematica della comunicazione” di Shannon e Weaver, elaborata sul finire degli anni quaranta, e che esporremo brevemente nel corso di queste pagine.

I limiti di questo modello, evidenti nello studio della comunicazione interpersonale, hanno riportato in primo piano le accezioni originarie del termine comunicazione, legate alla condivisione/partecipazione, e alla socialità intrinseca al processo comunicativo.

Diverse definizioni della comunicazione, come stiamo incominciando a mostrare, ne “ritagliano” significati differenti, pongono l’accento su aspetti diversi. In ogni caso, il punto di partenza qui proposto, comune a tutte le definizioni selezionate, è che la comunicazione è un processo complesso, un fenomeno dinamico e un tipo particolare di azione e di comportamento sociale.

Seguendo ad esempio la Scuola di Palo Alto ed i suoi principali autori Watzlawick, Beavin e Jackson, fondatori dell’approccio pragmatico alla comunicazione, quest’ultima si configura come un vero e proprio comportamento, tanto che questi studiosi coniano un fondamentale “assioma della comunicazione”, secondo il quale “non si può non comunicare”. L’inevitabilità della comunicazione è, in questo senso, strettamente connessa al suo essere uno specifico comportamento, una forma di azione sociale.

Una delle conseguenze di questo assioma è che la comunicazione non è solo quella che passa attraverso il linguaggio verbale (le parole) ma anche quella veicolata attraverso gesti, mimica facciale, postura del corpo, persino attraverso il silenzio. Anche il silenzio, le pause, e persino l’immobilità del corpo comunicano qualcosa. Questa dimensione della comunicazione interpersonale, detta comunicazione non verbale, costituisce un campo affascinante quanto complesso, estremamente interessante per l’operatore dei servizi sociali. Questo operatore, essendo immerso in un rapporto faccia-a-faccia con i suoi interlocutori, deve essere consapevole che la comunicazione faccia-a-faccia, legata alla compresenza dei partecipanti alla comunicazione, è un continuo intreccio tra il livello verbale e il livello non verbale. Lo spazio stesso viene usato per comunicare (la disciplina che studia questo aspetto è la prossemica).

La comunicazione non verbale è costituita dalla mimica facciale e corporea (cinesica), dai tratti paralinguistici (ritmo, tono di voce, uso delle pause nel discorso), dalle posture, dalle distanze fisiche tra i soggetti etc.

E’ importante sottolineare che tra il livello non verbale e quello verbale può esserci tanto convergenza (un livello rafforza l’altro) quanto divergenza (un livello contraddice l’altro, creando effetti di spiazzamento o di menzogna).

La centralità della comunicazione non verbale, inoltre, è importante in quanto (Giaccardi, 2005, pp. 58-59):



  • non può essere evitata;

  • di solito precede quella verbale;

  • è ritenuta particolarmente affidabile (in quanto meno controllabile rispetto a quella verbale, nel caso ad esempio il soggetto stia mentendo);

  • può essere fonte di profonde incomprensioni, specialmente quando i partecipanti alla comunicazione provengono da contesti culturali differenti.

Infine, la comunicazione non verbale può assumere una funzione metacomunicativa, ovvero di “commento” alla comunicazione verbale. In generale, “metacomunicazione” è una comunicazione “sulla comunicazione”, un messaggio che consente di interpretarne un altro. Ad esempio, si pensi a qualcuno che affermi qualcosa strizzando contemporaneamente e deliberatamente l’occhio al suo interlocutore: il gesto, in quel caso, è un’istruzione che consente di interpretare ciò che si è detto (il contenuto del messaggio).

In ogni comunicazione, dunque, vi è un piano del contenuto e un piano della relazione che accompagna il contenuto, e che costituisce la metacomunicazione.

Dunque la comunicazione è un comportamento, ma questo non esaurisce ancora le specificità della comunicazione rispetto ad altri comportamenti e ad altre forme di agire sociale. Queste specificità, come vedremo, sono legate al modo in cui la comunicazione produce significati condivisi e collettivi, facendo uso di particolari mezzi (i mezzi di comunicazione, o media).

L’enfasi attribuita ai media, in particolare ai mass media ovvero mezzi di comunicazione di massa (giornali, radio, tv) ha fatto sì che la maggior parte degli studi sulla comunicazione si concentrasse sulla trasmissione di contenuti attraverso tali media, e sugli effetti di tale trasmissione rispetto ad un insieme di destinatari considerati passivi. Tuttavia, vi sono diversi modi per rappresentare il processo di comunicazione. La definizione che permette di cogliere meglio la complessità di tale processo, riteniamo che sia la seguente:

la comunicazione è costruzione collettiva e condivisa del significato, un processo dotato di livelli diversi di formalizzazione, consapevolezza e intenzionalità” (Paccagnella, 2004, p. 27).



Tale definizione ha il pregio di tenere insieme diversi elementi, utili anche, come vedremo, alla definizione di comunicazione sociale.

In primo luogo, essa identifica nella comunicazione una costruzione collettiva e condivisa del significato, ponendo quindi l’accento sul carattere assolutamente sociale (“collettivo e condiviso”) della comunicazione in quanto processo orientato a costruire significati, a dare senso al mondo, anzi a costruire mondi. Inoltre, la definizione ricomprende gli aspetti non solo intenzionali e razionali della comunicazione come azione dotata di intenzionalità, situata in un certo contesto e radicata in una situazione, in cui l’attore sociale è un comunicatore razionale (Livolsi, 2004) ma anche quelli meno intenzionali e consapevoli (la comunicazione non verbale). Per quanto riguarda la formalizzazione, inoltre, tenere presente i diversi livelli di strutturazione della comunicazione significa riconoscere che si ha comunicazione sia quando si è immersi in una conversazione tra amici, sia quando si guarda un programma televisivo, sia quando si naviga in Internet. Ciò che accomuna queste diverse situazioni/esempi, al di là delle differenze che vedremo tra qualche paragrafo, è la presenza di una qualche forma di interazione (più o meno mediata da mezzi tecnici) che coinvolge i partecipanti alla comunicazione.


Trasmissione, trasformazione, dialogo: modelli della comunicazione
La definizione proposta sopra permette di evitare equivalenze riduttive del processo di comunicazione, ad esempio l’uso dei termini “comunicazione” e “informazione” come fossero la stessa cosa. Tale equivalenza, che pure deriva da un modello tanto resistente quanto, oggi, messo in discussione (il modello della comunicazione come “trasmissione”) non consente di cogliere le sfumature e le consistenze sociali del processo comunicativo, riducendolo al passaggio di una quantità specifica di informazione da una fonte emittente ad una ricevente.

Questo modello, schematizzato come segue, articola la comunicazione come processo trasmissivo unidirezionale che procede da una fonte emittente ad una fonte ricevente, da un mittente ad un destinatario del messaggio. Il messaggio, secondo il modello, viene codificato e decodificato in maniera “automatica” e non problematica (non è un caso che questo modello, elaborato da Shannon e Weaver, abbia origine nell’ambito degli studi matematico-ingegneristici della comunicazione tra macchine).

Secondo Claude Shannon (1916-2001), matematico statunitense attivo presso i Laboratori Telefonici Bell, il problema fondamentale della comunicazione era “quello di riprodurre esattamente o approssimativamente in un dato punto un messaggio selezionato in un altro punto” (Shannon, 1948 cit. in Gensini, 2006, p. 19).

Nella teoria matematica della comunicazione, che prende il titolo da un omonimo articolo firmato da Shannon nel 1948, “l’informazione va allora intesa come una categoria di tipo statistico che ci dice quanto, in un dato contesto, è probabile che si verifichi un dato evento” (Gensini, 2006, p. 19).

In questo senso, il termine “informazione” assume un significato tecnico, diverso da quello comunemente attribuito di “comunicazione giornalistica” (sia essa cartacea, radiofonica o televisiva).

Nel modello matematico della comunicazione (quello che si applica all’informazione trasmessa elaborata attraverso il computer e trasmessa in rete, ad esempio, in cui l’unità dell’informazione è il bit: unità binaria che vale 0/1) la semantica dell’informazione (i significati dei segni) non hanno alcuna rilevanza.


Fig. 1 – Il modello della “trasmissione” e la sua variante ad opera di Jakobson


Messaggio

(formulato)

Codice

(Jakobson)


Contatto



(Jakobson)

Contesto

(Jakobson)

Nonostante i suoi limiti, questo modello costituirà a lungo un riferimento negli studi della comunicazione, anche per il suo utilizzo (con adattamenti) ad opera del linguista Roman Jakobson, che nella sua conferenza su “Linguistica e poetica”, nel 1958 teorizzava il seguente funzionamento per la comunicazione verbale:

“Il mittente invia un messaggio al destinatario. Per essere operante, il messaggio richiede in primo luogo il riferimento a un contesto (…) che possa essere afferrato dal destinatario (…); in secondo luogo esige un codice interamente, o almeno parzialmente, comune al mittente e al destinatario (in altri termini, al codificatore e al decodificatore del messaggio); infine un contatto, un canale fisico e una connessione psicologica fra il mittente e il destinatario, che consenta loro di stabilire e di mantenere la comunicazione” (Jakobson, 1972, cit. in Gensini, 2006, p. 20).

Occorre precisare che lo schema della teoria matematica della comunicazione – anche nei suoi successivi adattamenti nell’ambito della linguistica ad opera di Roman Jakobson - è molto riduttivo rispetto ad una serie di variabili che intervengono ad arricchire (e a complicare) il processo di comunicazione, prima fra tutte il contesto in cui il messaggio viene codificato e decodificato, emesso e ricevuto. Spesso si tratta di contesti differenti, che comunque hanno un ruolo decisivo nell’attribuzione di significato ad un messaggio da parte di emittenti e destinatari.

Il modello di Jakobson resta unilineare ed unidimensionale, in quanto assimila la comunicazione verbale ad uno scambio di lettere; lo stesso codice è inteso come sistema elementare e lineare di corrispondenze tra una lista di significanti (segni) e di significati.

Ma nella comunicazione ci sono molte complessità, e non poche ambiguità. In effetti, quando ciascuno di noi comunica qualcosa a qualcuno, non c’è mai nulla di totalmente simile ad una mera trasmissione di una certa quantità di bit (unità di misura dell’informazione) da una fonte ad un’altra. La comunicazione presuppone sempre (ed è basata su) una continua interazione tra soggetti che compiono azioni dotate di senso ed orientate all’agire altrui.

L’interazione (che può essere mediata o faccia-a-faccia, come vedremo più avanti) presuppone un certo interscambio dei ruoli di emittente e ricevente, una serie c di feed-back (particolari tipi di risposte, dette di “retroazione”) tra gli interlocutori, una visione non meramente passiva del destinatario della comunicazione, un insieme di significati, aspettative e atteggiamenti condivisi e reciprocamente orientati tra autore e fruitore del messaggio.

Tutto ciò somiglia non più ad una trasmissione (come nella teoria matematica della comunicazione di Shannon e Weaver, che ha a lungo influenzato gli studi sulla comunicazione) ma piuttosto ad una trasformazione, ad un dialogo.

Qui l’etimologia ci viene di nuovo in aiuto: dal greco, dialogo significa “legare insieme (ciò che è separato, o diverso)”, ovvero “Il dialogo presuppone l’incontro di alterità, e uno sforzo di relazione che passa per l’ascolto e il riconoscimento dell’altro come interlocutore (l’elemento della reciprocità). Senza questo riconoscimento non c’è dialogo, ma solo monologhi (...) Attraverso il dialogo è possibile non soltanto lo scambio di informazioni che arricchiscono la conoscenza, ma anche la costruzione cooperativa di un mondo comune attraverso lo scambio di simboli” (Giaccardi, 2005, p. 15). Dunque, la comunicazione come dialogo va oltre la mera trasmissione unidirezionale di segnali da un emittente a un ricevente, in quanto essa è uno scambio paritetico tra emittenti e riceventi (che sono spesso individui e soggetti concreti, ma possono essere anche organizzazioni, soggetti collettivi, gruppi sociali etc.).

Paritetico non significa privo di conflitti o di problemi: la comunicazione è un processo di negoziazione in cui i partecipanti hanno (ed esercitano) spesso un potere diverso di codificare e decodificare messaggi, così come diverse competenze, capacità e possibilità di accedere ed utilizzare le risorse necessarie per comunicare.

Queste risorse sono innanzitutto la padronanza dei codici linguistici, ma anche l’accesso ad una serie di mezzi (i mezzi di comunicazione appunto) che sono cruciali per comunicare, apprendere e conoscere nella società contemporanea. Sebbene nel corso della storia la comunicazione sia stata per lo più interpersonale, ovvero faccia-a-faccia, le innovazioni tecnologiche e sociali hanno portato a condividere forme simboliche e messaggi in molti modi diversi, attraverso quella che definiremo “comunicazione mediata”.
La comunicazione mediata
Secondo lo studioso dei media J.B. Thompson, la comunicazione “è un genere particolare di attività sociale che comporta la produzione, la trasmissione e la ricezione di forme simboliche e presuppone l’utilizzo di risorse di vario tipo” (Thompson, 1998: 32-33). Tra queste risorse, un ruolo particolare è svolto dai media, o mezzi di comunicazione, che secondo Thompson sono innanzitutto mezzi tecnici che supportano materialmente le forme simboliche, consentendo di fissarle con diversi gradi di resistenza nel tempo (si pensi alla pietra delle prime iscrizioni piuttosto che all’altoparlante o al telefono); di immagazzinarle, conservarle e modificarle; di riprodurle su una scala più o meno vasta (si pensi alla stampa); di trasformarle in “merci” scambiate sul mercato (il libro o il cd che acquistiamo in libreria). Ma, oltre a consentire tutto ciò, i mezzi tecnici hanno cambiato la comunicazione in un modo decisivo, consentendo di separare, a differenza della comunicazione faccia-a-faccia che avviene nella compresenza degli interlocutori, la forma simbolica dal contesto in cui essa viene prodotta.

La distanziazione spazio-temporale fa sì che le forme simboliche prodotte in un certo tempo e spazio possano essere fruite a distanza, in molti contesti differenti, lontani nel tempo e nello spazio sia dal contesto di produzione sia tra di loro (si pensi ad un programma televisivo prodotto negli Stati Uniti e poi trasmesso in vari paesi caratterizzati da culture diverse).

I mezzi tecnici aumentano l’accessibilità delle forme simboliche (siano esse espressioni verbali, testi, immagini etc.) nel tempo e nello spazio, dando luogo alla comunicazione mediata, di cui la forma principale è la cosiddetta “comunicazione di massa”. Tale espressione, che indica un insieme di prodotti e di istituzioni (es. libri, film, programmi televisivi e radiofonici, ma anche le industrie e le istituzioni che sono sorte intorno a specifici mezzi tecnici, es. stampa, cinema, radio- tv) evoca l’immagine di un pubblico disperso e atomizzato (il pubblico “di massa”), ma soprattutto, per definizione, passivo e facilmente manipolabile.

Questa connotazione negativa del termine “massa” ha segnato profondamente gli studi sulla comunicazione mediata, rappresentandola, appunto, come un processo di trasmissione unidirezionale da emittenti dotati di un forte potere a destinatari deboli e quasi inermi. Studi successivi, tuttavia, hanno evidenziato come i destinatari costituiscano pubblici diversamente competenti, situati ed immersi entro specifici contesti socio-culturali, e capaci di decodificare creativamente ed autonomamente i contenuti (“i messaggi”) della comunicazione (anche quelli della comunicazione cosiddetta “di massa”).

Tuttavia, ci sono alcune differenze fondamentali tra la comunicazione “faccia a faccia” (una conversazione tra amici, o una lezione frontale, entrambe in compresenza ma diverse per i presupposti e le aspettative chiamati in causa) e quella mediata. Ancora Thompson riassume queste differenze nella seguente tabella, distinguendo i vari tipi di interazione (Thompson, 1998, p. 26):

Fig. 2 – Lo schema dell’interazione di Thompson


Caratteristiche dell’interazione

Interazione

faccia a faccia



Interazione mediata

(telefono, posta)



Quasi-interazione mediata (tv)

Struttura spazio-temporale

Compresenza; spazio e tempo condivisi

Separazione dei contesti, accessibilità estesa nel tempo e nello spazio

Separazione dei contesti, accessibilità estesa nel tempo e nello spazio

Insieme degli indizi simbolici

Indizi simbolici di molti tipi (es. voce, mimica facciale etc.)

Contrazione dell’insieme degli indizi simbolici (verbale vs non verbale)

Contrazione dell’insieme degli indizi simbolici

Comunicazione dialogica/a una direzione

Dialogica

Dialogica

(Prevalentemente) a una direzione

E’ opportuno evidenziare che questa tabella, e le distinzioni che essa evidenzia, sono una astrazione concettuale che non si ritrova nelle interazioni quotidiane. Ci troviamo, infatti, ad interagire e comunicare in modi “ibridi”, che mescolano allo stesso tempo l’interazione faccia a faccia, quella mediata e quella che Thompson definisce “quasi-nterazione mediata” (il tipo di interazione di cui facciamo esperienza guardando la televisione, che mescola caratteristiche tipiche del faccia a faccia e della comunicazione mediata, pur essendo meno dialogica di queste ultime).

Ci capita così di guardare la tv e contemporaneamente conversare con qualcuno, o di parlare al telefono e navigare in Internet e così via. Le distinzioni tra le tre forme di interazione, inoltre, sono sempre più sfumate proprio per la crescente diffusione dei cosiddetti “nuovi media”, di cui Internet è archetipo: vecchi e nuovi mezzi tecnici, vecchie e nuove forme di interazione si mescolano e si confondono, attenuando differenze tra forme dialogiche e unidirezionali (si pensi alla cosiddetta “tv interattiva”), espandendo gli indizi simbolici anche nella comunicazione mediata (es. videotelefono, video chat), riproducendo la sensazione di una compresenza ed attenuando le distanze di spazio e di tempo (comunicazione sincrona in rete, es. chat).
Ambiti di comunicazione: dalla socialità della comunicazione alla comunicazione sociale
In che modo quanto detto sinora è pertinente ed importante per comprendere che cos’è la comunicazione sociale?

Se, come abbiamo detto, la comunicazione è un processo di costruzione collettiva e condivisa di significato, attraverso il quale si mettono in comune aspettative, competenze ed esperienze, si incontrano alterità e si interagisce facendo uso di una serie di codici e di media, la comunicazione sociale è a sua volta tutto questo, con in aggiunta delle peculiarità e specificità ulteriori, che vanno attentamente esaminate.

Abbiamo detto che vi è una comunicazione interpersonale (verbale e non verbale), che non si può non comunicare, che la comunicazione fa uso di mezzi tecnici che cambiano il modo di interagire, di trasmettere informazioni e di mettere in comune significati. Ancora, occorre evidenziare come comunicando i partecipanti al processo definiscano una situazione comune, che rimanda ad un contesto di significati condivisi: l’interpretazione è sempre situata, e il successo della interazione comunicativa dipende da quanto comune e condivisa sia la definizione della situazione dei partecipanti all’interazione.

“D'altro canto, è evidente anche che la definizione della situazione è il frutto di una cooperazione fra gli attori la cui realizzazione può dare luogo a conflitti, a negoziazioni o a revisioni che si realizzano nel corso della comunicazione stessa. Il significato di una semplice frase come “Sono felice di vederti” dipende dunque dalla situazione in cui viene pronunciata, da chi la pronuncia, dalla relazione che intercorre tra i due interlocutori. Definire una situazione è definire il ruolo degli interlocutori nella relazione, e stabilire dunque le attese reciproche, le regole a cui ci si dovrà attenere e, non ultimo, il significato stesso dei messaggi scambiati” (Jedlowski e Tota, 2003, p. 11).

Ancora, bisogna considerare il fatto che “emittente e destinatario non sono di norma delle entità astratte, ma dei soggetti concreti. In quanto soggetti concreti, essi dispongono di competenze comunicative e di conoscenze pregresse.

La competenza comunicativa corrisponde alla capacità del membro di una data società di utilizzare in modo appropriato ed efficacemente l’insieme degli strumenti comunicativi e metacomunicativi di cui dispone. Non è solo saper parlare una lingua: è saperla articolare secondo le varie situazioni, essendo capaci di interpretarle e di comportarsi in modo adeguato, ed è saper utilizzare tutte le risorse della comunicazione in modi adeguati agli scopi. Le differenze riguardanti le competenze comunicative possono generare delle asimmetrie di potere: chi è in grado di padroneggiare meglio di un altro un certo linguaggio ha maggiori possibilità di esprimersi, di articolare il proprio pensiero, di essere convincente o persuasivo, eccetera.

Emittenti e destinatari, inoltre, vanno considerati attori concreti anche per un altro aspetto: poichè ovviamente non possiamo immaginare che essi nascano nel momento di un atto comunicativo, dobbiamo tenere conto del fatto che essi hanno una storia, e che dunque in virtù delle loro precedenti esperienze sanno certe cose, e non ne sanno altre. Tali conoscenze pregresse contano: tanto la mia capacità e la mia volontà di emettere certi messaggi quanto la mia capacità e la mia volontà di interpretare quelli degli altri dipendono da ciò che ho vissuto e dai processi comunicativi in cui sono stato immerso in tutta la mia vita precedente e da ciò che in questo modo ho imparato” (Jedlowski e Tota, 2003, p. 12).

Resta da dire molto altro, ad esempio che gli emittenti, coloro che comunicano producendo forme simboliche, possono essere attori di livello molto diverso: da singoli individui, a gruppi di individui fino ad organizzazioni o istituzioni.

Altrimenti detto: la comunicazione è un genere di azione sociale i cui attori sono molteplici, in quanto sono attori sociali non soltanto i soggetti singoli individuabili concretamente, ma anche aggregazioni sociali super individuali (i gruppi, le associazioni, le istituzioni). La comunicazione è una attività trasversale, le cui caratteristiche si declinano diversamente a seconda dei soggetti emittenti, dei destinatari, dei messaggi, dei codici utilizzati e (più o meno) condivisi, dei mezzi tecnici, dei contesti di produzione e ricezione dei messaggi.

Utilizzando uno schema molto famoso della comunicazione di massa, ideato da Lasswell negli anni ’40, e detto delle “5W”, per analizzare un processo comunicativo occorre chiedersi dunque “chi (who) comunica cosa (what) a chi (whom) usando quale canale (where) e con quali effetti (what effects). Sebbene successivamente superato da altri approcci, questo schema è un punto di partenza efficace che ci consente di capire come, a seconda della risposta ad alcune delle “W”, possano essere individuati diversi ambiti di comunicazione.

La comunicazione istituzionale, quella politica, quella d’impresa e quella sociale, ad esempio, sono ambiti di comunicazione distinti e distinguibili in base ai soggetti emittenti (“i comunicatori”), ma congiuntamente, in base anche ai pubblici di riferimento, al contenuto e alla forma dei messaggi, ai codici e alle retoriche messe in gioco, agli obiettivi che si intende raggiungere attraverso la comunicazione (ovvero, i tipi di significati che si intende costruire e il loro livello di formalizzazione), ai media e alle tecniche utilizzate. In questo senso, la comunicazione resta un tipo particolare di azione sociale, ma diventa anche un insieme di tecniche e di strumenti, un insieme di discorsi significativi e di risorse decisive per la costruzione dell’identità dei partecipanti al processo comunicativo, che comunicando cercano e negoziano risposte alla domanda “chi siamo, cosa vogliamo, come veniamo a patti con noi stessi e il mondo?”.

Possiamo dunque concludere (per ora) dicendo che la comunicazione sociale concorre alla costruzione dell’identità di specifici soggetti attraverso specifici linguaggi, in particolari contesti sociali e organizzativi.



Riferimenti bibliografici

Gensini, S. (2006). Fare comunicazione. Teoria ed esercizi, Carocci, Roma.


Giaccardi, C. (2005). La comunicazione interculturale, il Mulino, Bologna.
Giacomarra, M. (2001). Al di qua dei media, Meltemi, Roma.
Jedlowski, P. e Tota, A.L. (2003), Dispensa complementare di Sociologia della Comunicazione, Università della Svizzera Italiana, Lugano, a.a. 2002-2003.
Livolsi, M. (2003). Manuale di sociologia della comunicazione, Editori Laterza, Roma.
Paccagnella, L. (2004). Sociologia della comunicazione, il Mulino, Bologna.
Thompson, J.B. (1998). Mezzi di comunicazione e modernità, il Mulino, Bologna.






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