Uno, nessuno e centomila luigi Pirandello indice libro I



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III. Parlo con Bibì

E mi vedo, rasente ai muri, per via, che non so piú come né dove guardare, con quella cagnolina dietro, che pare me lo faccia apposta di dare a vedere che, com'io non vorrei andare, cosí non vorrebbe venire con me neanche lei, e si fa tirare pontando le zampine, finché stizzito non le do uno strattone, a rischio di spezzare quel laccetto rosso.

Vado a nascondermi a pochi passi da casa, dentro il recinto d'un terreno venduto per una casa che vi doveva sorgere, grande e chi sa come brutta, a giudicare dalle altre vicine. Il terreno è scavato in parte per le fondamenta; ma i mucchi di terra non sono stati portati via; e qua e là sono sparse tra l'erba ricresciuta folta, le pietre per la fabbrica, come crollate e vecchie prima d'essere usate. Seggo su una di queste pietre; guardo il muro che para, alto, bianco, stagliato nell'azzurro, della casa accanto. Rimasto scoperto, senza una finestra, tutto cosí bianco e liscio, quel muro, col sole che ci batte sopra, acceca. Abbasso gli occhi qua nell'ombra di quest'erba vana, che respira grassa e calda nel silenzio immobile, tra un brusío d'insetti minuti; c'è un moscone fosco che mi dà addosso, ronzando, irritato dalla mia presenza; vedo Bibí che mi s’è acculata davanti con le orecchie ritte, delusa e sorpresa, come per domandarmi perché siamo venuti qua, in un luogo che non s’aspettava, ove tra l'altro... ma sí, di notte, qualcuno, passando... «Sí, Bibí,» le dico. «Questo puzzo... Lo sento. Ma mi pare il meno, sai? che possa ormai venirmi dagli uomini. E di corpo. Peggio, quello che esala dai bisogni dell'anima, Bibí. E veramente sei da invidiare, tu che non puoi averne sentore.

La tiro a me per le due zampine davanti, e seguito a parlare cosí. «Vuoi sapere perché sia venuto a nascondermi qua? Eh, Bibí, perché la gente mi guarda. Ha questo vizio, la gente, e non se lo può levare. Ci dovremmo allora levare tutti quelli di portarci per via, a spasso, un corpo soggetto a essere guardato. Ah, Bibí, Bibí, come faccio? Io non posso piú vedermi guardato neanche da te. Nessuno dubita di quel che vede, e va ciascuno tra le cose, sicuro ch’esse appaiano agli altri quali sono per lui; figuriamoci poi se c'è chi pensa che ci siete anche voi bestie che guardate uomini e cose con codesti occhi silenziosi e chi sa come li vedete, e che ve ne pare. Io ho perduto, perduto per sempre la realtà mia e quella di tutte le cose negli occhi degli altri, Bibí! Appena mi tocco, mi manco. Perché sotto il mio stesso tatto suppongo la realtà che gli altri mi danno e ch’io non so né potrò mai sapere. Cosicché, vedi? io - questo che ora ti parla ­questo che ora ti tiene cosí sollevate da terra queste due zampine - le parole che ti dico, non so, non so proprio, Bibí, chi te le dica.» Ebbe a questo punto un soprassalto improvviso, la povera bestiolina, e volle sguizzarmi dalle mani che le reggevano le due zampine. Senza indugiarmi a riflettere se quel soprassalto fosse per lo spavento di quel che le avevo detto, per non spezzargliele, gliele lasciai, e subito allora essa si sfogò abbaiando contro un gatto bianco intravisto tra l'erba in fondo al recinto: se non che il laccetto rosso trascinato tra i piedi in corsa a un tratto le s’ impigliò in uno sterpo e le diede un tale strappo, che la fece arrovesciare all'indietro e rotolare come un batuffolo. Friggendo di rabbia si raddrizzò, ma restò puntata su le quattro zampe, non sapendo piú dove avventare la sua furia interrotta: guardò di qua, di là: il gatto non c'era piú. Starnutò.

Io potei ridere di quella sua corsa, prima, poi di quel capitombolo all'indietro, e ora divederla restar cosí; tentennai il capo e la richiamai a me. Se ne venne leggera leggera, quasi ballando sulle esili zampine; quando mi fu davanti, levò da sé le due anteriori per appoggiarsi a un mio ginocchio, quasi volesse seguitare il discorso rimasto a mezzo, che invece le piaceva. Eh sí, perché, parlando, io le grattavo la testa dietro le orecchie. «No no, basta, Bibí» le dissi. «Chiudiamo gli occhi piuttosto.» E le presi tra le mani la testina. Ma la bestiola si scrollò, per liberarsi; e la lasciai.

Poco dopo, sdraiata ai miei piedi, col musino allungato sulle due zampette davanti, la udii sospirare forte, come se non ne potesse piú dalla stanchezza e dalla noia, che pesavano tanto anche sulla sua vita di povera cagnetta bellina e vezzeggiata.






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