Uno, nessuno e centomila luigi Pirandello indice libro I


IV. Medico? Avvocato? Professore? Deputato?



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IV. Medico? Avvocato? Professore? Deputato?

Senza dubbio era mio suocero la cagione dell'insperato risveglio del mio estro, per quella (sí, Dio mio) forse irrispettosa realtà che io finora gli avevo dato, di stupidissimo uomo sempre soddisfatto di sé. Molto curato, non pur nei panni, anche nell'acconciatura dei capelli e dei baffi fino all'ultimo pelo; biondo biondo, e d'aspetto, non dirò volgare ma comune a ogni modo; tutte quelle cure avrebbe potuto risparmiarsele, perché gli abiti addosso a lui, di fattura inappuntabile, restavano come non suoi, del sarto che glieli aveva cuciti; e anche quella sua testa cosí ben ravviata e quelle sue mani cosí tornite e levigate, anziché attaccate vive e di carne al suo solino e alle sue maniche, potevano figurare senza alcuno scapito esposte mozze e di cera nelle vetrine d'un parrucchiere e d'un guantaio. Sentirlo parlare, vedergli socchiudere gli occhi cilestri smaltati nella beatitudine d'un perenne sorriso per tutto ciò che gli usciva dalle labbra coralline; vedergli poi riaprire quegli occhi e la palpebra del destro restargli un pò tirata e appiccicata, quasi non riuscisse a distaccarsi cosí presto dal prelibato sapore di un'intima soddisfazione che nessuno avrebbe mai supposto in lui; non poteva non fare una stranissima impressione, tanto pareva finto, ripeto: fantoccio da sarto e testa da vetrina di barbiere. Ora, mentre me l'aspettavo cosí, la sorpresa di trovarmelo davanti tutto scomposto e agitato serví soltanto a stuzzicare in me d'improvviso il desiderio di provare quel rischio squisito con cui uno muove inerme e sorridente contro un nemico che lo minacci armato, dopo avergli intimato di non muoversi d'un passo. L'estro riacceso in me m'imponeva difatti sulle labbra un sorriso di sfida e sulla fronte un'aria di smemorataggine per il giuoco che voleva seguitare, pericolosissimo, mentre erano in ballo cosí gravi interessi e per quell'uomo là e per tanti altri: le sorti della banca; le sorti della mia famiglia: avere altre prove di quella terribile cosa che già sapevo: cioè, che sarei inevitabilmente sembrato pazzo, ancora e piú di prima, coi discorsi che mi disponevo a fare, giú a rotta di collo per la china di quell'incredibile e inverosimile ingenuità che aveva fatto strabiliare Quantorzo e buttar via dalle risa mia moglie.

Difatti, anche per me ormai, se consideravo bene a fondo le cose non poteva esser valida scusa la coscienza a cui volevo appigliarmi. Potevo sentirmi rimordere sul serio di quell'usura che non m'ero mai inteso di esercitare? Avevo sí firmato per formalità gli atti di quella banca; ero vissuto fino a quel momento dei guadagni di essa senza mai pensarci; ma ora che finalmente me ne rendevo conto, avrei ritirato i danari dalla banca, e presto, permettermi del tutto a posto, me ne sarei liberato come che fosse, istituendo un'opera di carità o qualcosa di simile. «Come! E ti par niente tutto questo? Ma Dio mio, ma dunque è vero?»

«Vero, che cosa?»

«Che ti sei impazzito! E di mia figlia che vorresti farne? Come vorresti vivere? di che?»

«Ecco, questo sí: questo mi pare importante. Da studiare.»

«Rovinare per sempre la tua posizione? Ciascuno ha sempre fatto i suoi affari da che mondo è mondo.»

«Benissimo. E dunque, d'ora in poi, anch’io i miei.»

«Ma come, i tuoi, se butti via i danari guadagnati da tuo padre in tanti anni di lavoro?»

«Ho sei anni d'Università.»

«Ah! Vorresti tornare all'Università?»

«Potrei.»

Accennò d'alzarsi. Lo trattenni, domandandogli: «Scusi: prima di venire alla liquidazione della banca, ci sarà tempo, non è vero?» S’alzò furente, con le braccia per aria. «Ma che liquidazione! che liquidazione! che liquidazione!»

«Se non vuol lasciarmi dire...» Si voltò di scatto. «Ma che vuoi dire. Tu farnetichi!»

«Sono calmissimo,» gli feci notare. «Le volevo dire che ho tante materie di studio già a buon punto e lasciate lí.» Mi guardò stordito. «Materie di studio? Che significa?»

«Che potrei, anche presto, prendere una laurea di medico, per esempio, o di dottore in lettere e filosofia.»

«Tu?»

«Non crede? Sí. M'ero messo anche per medico. Tre anni. E mi piaceva. Domandi, domandi a Dida come vedrebbe meglio il suo Gengè. Se medico o professore. Ho la parola facile: potrei anche, volendo, far l'avvocato.» Si scrollò violentemente. «Ma se non hai voluto fare mai niente!»



«Già. Ma non per leggerezza, veda. Anzi, al contrario! Mi ci affondavo troppo. E non si riesce a nulla, creda, affondandosi troppo in qualsiasi cosa. Si vengono a fare certe scoperte! Leggermente però, le assicuro che il medico, l'avvocato o, se Dida preferisce, il professore, potrei farlo benissimo. Basta che mi ci metta.» Paonazzo dalla violenza che faceva su sé stesso per starmi a sentire, a questo punto scappò via. O schiattava. Gli corsi dietro, gridando: «Ma no, ma senta, ma dando via i danari di mio padre ma sa che popolarità! Mi potrebbero anche eleggere deputato: ci pensi! Se a Dida piacesse, e anche a lei: il genero deputato... Non mi ci vede? non mi ci vede?» Se n'era già scappato via, urlando a ogni mia parola: «Pazzo! Pazzo! Pazzo!»




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