Uno, nessuno e centomila luigi Pirandello indice libro I



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VIII. Aspettando

Non mi restava per il momento che Anna Rosa, la compagnia ch’ella voleva le tenessi durante la sua infermità. Se ne stava a letto, col piede fasciato; e diceva che non se ne sarebbe alzata piú, se, come ancora i medici temevano, fosse rimasta zoppa. Il pallore e il languore della lunga degenza le avevano conferito una grazia nuova, in contrasto con quella di prima. La luce degli occhi le si era fatta piú intensa, quasi cupa. Diceva di non poter dormire. L'odore dei suoi capelli densi, neri, un pò ricciuti e aridi, quando la mattina se li trovava sciolti e arruffati sul guanciale, la soffocava. Se non era per il ribrezzo delle mani d'un parrucchiere sul suo capo, se li sarebbe fatti tagliare. Mi domandò, una mattina, se io non avrei saputo tagliarglieli. Rise del mio imbarazzo nel risponderle, poi si tirò sul viso la rimboccatura del lenzuolo e rimase cosí un gran pezzo col viso nascosto, in silenzio. Sotto le coperte s'indovinavano procaci le formosità del suo corpo di vergine matura. Sapevo da Dida che ella aveva già venticinque anni. Certo, standosene cosí col viso nascosto pensava ch’io non avrei potuto fare a meno di guardare il suo corpo come si disegnava sotto le coperte. Mi tentava. Nella penombra della cameretta rosea in disordine, il silenzio pareva consapevole dell'attesa vana d'una vita che i desideri momentanei di quella bizzarra creatura non avrebbero potuto mai far nascere né consistere in qualche modo. Avevo indovinato in lei l'insofferenza assoluta d'ogni cosa che accennasse a durare e stabilirsi. Tutto ciò che faceva, ogni desiderio o pensiero che le sorgevano per un momento, un momento dopo erano già come lontanissimi da lei; e se le avveniva di sentirsene ancora trattenuta, erano smanie rabbiose, scatti d'ira e perfino scomposte escandescenze.

Solo del suo corpo pareva si compiacesse sempre, per quanto a volte non se ne mostrasse per nulla contenta, anzi dicesse di odiarselo. Ma se lo stava a mirare continuamente allo specchio, in ogni parte o tratto; a provarne tutti gli atteggiamenti, tutte le espressioni di cui i suoi occhi cosí intensi lucidi e vivaci, le sue narici frementi, la sua bocca rossa sdegnosa, la mandibola mobilissima, potevano essere capaci. Cosí, come per un gusto d'attrice; non perché pensasse che per sé, nella vita, potessero servirle se non per giuoco: per un giuoco momentaneo di civetteria o provocazione.

Una mattina le vidi provare e studiare a lungo nello specchietto a mano che teneva con sé sul letto un sorriso pietoso e tenero, pur con un brillío negli occhi di malizia quasi puerile. Vedermelo poi rifare tal quale, quel sorriso, vivo, proprio come se le nascesse or ora spontaneo per me, mi provocò un moto di ribellione. Le dissi che non ero il suo specchio. Ma non s’offese. Mi domandò se quel sorriso, come ora gliel'avevo visto, era

quello stesso che lei s’era veduto e studiato nello specchio dianzi. Le risposi, seccato di quell'insistenza: «Che vuole che ne sappia io? Non posso mica sapere come lei se l'è veduto. Si faccia fare una fotografia con quel sorriso. «Ce l'ho,» mi disse. «Una, grande. Là nel cassetto di sotto dell'armadio. Me la prenda, per favore.» Quel cassetto era pieno di sue fotografie. Me ne mostrò tante, di antiche e di recenti. «Tutte morte,» le dissi. Si voltò di scatto a guardarmi. «Morte?»

«Per quanto vogliano parer vive.»

«Anche questa col sorriso?»

«E codesta, pensierosa; e codesta, con gli occhi bassi.»

«Ma come morta, se sono qua viva?»

«Ah, lei sí; perché ora non si vede. Ma quando sta davanti allo specchio, nell'attimo che si rimira, lei non è piú.»

«E perché?»

«Perché bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti a una macchina fotografica. Lei s’atteggia. E atteggiarsi è come diventare statua per un momento. La vita si muove di continuo, e non può mai veramente vedere se stessa»

«E allora io, viva, non mi sono mai veduta?»

«Mai, come posso vederla io. Ma io vedo un'immagine di lei che è mia soltanto; non è certo la sua. Lei la sua, viva, avrà forse potuto intravederla appena in qualche fotografia

istantanea che le avranno fatta. Ma ne avrà certo provato un'ingrata sorpresa. Avrà fors’anche stentato a riconoscersi, lí scomposta, in movimento.»

«È vero.»

«Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Lei sta tanto a mirarsi in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non vive; non sa, non può o non vuol vivere. Vuole troppo conoscersi, e non vive.»

«Ma nient'affatto! Non riesco anzi a tenermi mai ferma un momento, io.»

«Ma vuole vedersi sempre. In ogni atto della sua vita. E come se avesse davanti, sempre, l’immagine di sé, in ogni atto, in ogni mossa. E la sua insofferenza proviene forse da questo. Lei non vuole che il suo sentimento sia cieco. Lo obbliga ad aprir gli occhi e a vedersi in uno specchio che gli mette sempre davanti. E il sentimento, subito come si vede le si gela. Non si può vivere davanti a uno specchio. Procuri di non vedersi mai. Perché, tanto, non riuscirà mai a conoscersi per come la vedono gli altri. E allora che vale che si conosca solo per sé? Le può avvenire di non comprendere piú perché lei debba avere quell'immagine che lo specchio le ridà.

Rimase a lungo con gli occhi fissi a pensare. Sono certo che anche a lei, come a me, dopo quel discorso e dopo quanto le avevo già detto di tutto il tormento del mio spirito, s’aprí davanti in quel momento sconfinata, e tanto piú spaventosa quanto piú lucida, la visione dell'irrimediabile nostra solitudine. L'apparenza d'ogni oggetto vi s’isolava paurosamente. E forse ella non vide piú la ragione di portare la sua faccia, se in quella solitudine neanche lei avrebbe potuto vedersela viva, mentre gli altri da fuori, isolandola, chi sa come gliela vedevano.



Cadeva ogni orgoglio. Vedere le cose con occhi che non potevano sapere come gli altri occhi intanto le vedevano.

Parlare per non intendersi. Non valeva piú nulla essere per sé qualche cosa. E nulla piú era vero, se nessuna cosa per sé era vera. Ciascuno per suo conto l'assumeva come tale e se ne appropriava per riempire comunque la sua solitudine e far consistere in qualche modo, giorno per giorno, la sua vita. Ai piedi del suo letto, con un aspetto a me ignoto, e a lei impenetrabile, io stavo lí, naufrago nella sua solitudine; e lei nella mia, là davanti a me, sul suo letto, con quegli occhi immobili e lontanissimi, pallida, un gomito puntato sul guanciale e il capo arruffato sorretto dalla mano. Sentiva verso tutto ciò ch’io le dicevo un'invincibile attrazione e insieme una specie di ribrezzo; a volte, quasi odio: glielo vedevo lampeggiare negli occhi, mentre con la piú avida attenzione ascoltava le mie parole. Voleva tuttavia che seguitassi a parlare, a dirle tutto quello che mi passava per la mente: immagini, pensieri. E io parlavo quasi senza pensare, o piuttosto, il mio pensiero parlava da sé, come per un bisogno di rilasciare la sua spasimosa tensione. «Lei s’affaccia a una finestra, guarda il mondo, crede che sia come le sembra. Vede giú per via passare la gente, piccola nella sua visione ch’è grande, cosí dall'alto della finestra a cui è affacciata. Non può non sentirla in sé questa grandezza, perché se un amico ora passa giú per la via e lei lo riconosce, guardato cosí dall'alto, non le sembra piú grande d'un suo dito. Ah, se le venisse in mente di chiamarlo e di domandargli: "Mi dica un pò, come le sembro io, affacciata qua a questa finestra? ". Non le viene in mente, perché non pensa all'immagine che quelli che passano per via hanno intanto della finestra e di lei che vi sta affacciata a guardare. Dovrebbe fare lo sforzo di staccare da sé le condizioni che pone alla realtà degli altri che passano giú e che vivono per un momento nella sua vasta visione, piccoli transitanti per una via. Non lo fa questo sforzo, perché non le sorge nessun sospetto dell'immagine che essi hanno di lei e della sua finestra, una tra tante, piccola, cosí alta, e di lei piccola piccola là affacciata con quel braccino che si muove in aria. Si vedeva nella mia descrizione, piccola piccola a una finestra alta, col braccino che si moveva in aria, e rideva. Erano lampi, guizzi; poi nella cameretta si rifaceva il silenzio. Ogni tanto compariva, come un'ombra, la vecchia zia con cui Anna Rosa abitava: grassa, apatica, con gli enormi occhi biavi orribilmente strabi. Stava un pò sulla soglia, nella penombra liquida della cameretta, con le mani gonfie e pallide sul ventre; pareva un mostro d'acquario, non diceva nulla e se n'andava. Con quella zia ella non scambiava che pochissime parole durante tutto il giorno. Viveva con sé, di sé; leggeva, fantasticava, ma sempre insofferente, cosí delle letture come delle sue stesse fantasticherie; usciva a far compere, a trovar questa o quella amica; ma le sembravano tutte sciocche e vane; provava piacere a sbalordirle; poi, rincasando, si sentiva stanca e seccata di tutto. Certi invincibili disgusti, che si potevano indovinare in lei da uno scatto o da un verso improvviso per qualche allusione, forse li doveva alla lettura di libri di medicina trovati nella biblioteca del padre, ch’era stato medico. Diceva che non avrebbe mai preso marito. Io non posso sapere che idea si fosse fatta di me. Mi considerava certo con uno straordinario interesse smarrito come in quei giorni le apparivo nei miei stessi pensieri e nell'incertezza di tutto. Quest'incertezza che in me rifuggiva da ogni limite, da ogni sostegno, e ormai quasi istintivamente si ritraeva da ogni forma consistente come il mare si ritrae dalla riva; quest'incerteza, vaneggiandomi negli occhi, senza dubbio la attraeva, ma a volte, guardandola, avevo pure la strana impressione che le paresse un pò divertente; una cosa infine un pò anche da ridere, avere lí ai piedi del letto un uomo in quelle incredibili condizioni di spirito, cosí tutto scisso e che non sapeva come avrebbe fatto a vivere domani, quando, riavuto per mezzo dello Sclepis il danaro della banca, si sarebbe spogliato e liberato di tutto. Perché ella era certa che io sarei ormai arrivato alle ultime conseguenze, come un perfettissimo pazzo. E questo la divertiva enormemente, con un certo orgoglio, anche, d'avere indovinato, nelle discussioni con mia moglie, non propriamente questo, ma ch’io fossi ad ogni modo un uomo non comune, singolare dall'altra gente; da cui ci si poteva aspettare, un giorno o l’altro, qualcosa di straordinario. Come per dare subito agli altri, e specialmente a mia moglie, la prova ch’ella aveva avuto ragione nel pensare cosí di me, s’ era affrettata a chiamarmi, a informarmi delle intenzioni che si avevano contro di me, a spingermi ad andare da Monsignore; e adesso era di me contentissima, vedendomi là ai piedi del suo letto, come mi vedeva, fermo e placido in attesa di quanto doveva necessariamente avvenire, senza piú cura di nulla né di nessuno. Eppure fu proprio lei a volermi uccidere, e proprio quando da questa soddisfazione ch’io le davo, e che la faceva un pò ridere, passò a una grande pietà di me, per rispondere, come affascinata, a quella che, certo, io dovevo avere negli occhi, mentre la guardavo come dall'infinita lontananza d'un tempo che avesse perduto ogni età.

Non so precisamente come avvenne. Quand'io, guardandola da quella lontananza, le dissi parole che piú non ricordo, parole in cui ella dovette sentire la brama che mi struggeva di donare tutta la vita ch’era in me, tutto quello che io potevo essere, per diventare uno come lei avrebbe potuto volermi e per me veramente nessuno, nessuno. So che dal letto mi tese le braccia; so che m'attrasse a sé. Da quel letto poco dopo rotolai, cieco, ferito al petto mortalmente dalla piccola rivoltella ch’ ella teneva sotto il guanciale. Devono esser vere le ragioni ch’ella poi disse in sua discolpa: cioè che fu spinta ad uccidermi dall'orrore istintivo, improvviso, dell'atto a cui stava per sentirsi trascinata dal fascino strano di tutto quanto in quei giorni io le avevo detto.

LIBRO OTTAVO





Ii. e il vostro naso?
Iii. bel modo di essere soli
Iv. com’io volevo esser solo
V. inseguimento dell’estraneo
Vi. finalmente
Vii. filo d’aria
Viii. e dunque?
Ii. e allora?
Iii. con permesso
Iv.italcasse ancora
V. fissazioni
Vi. anzi ve lo dico adesso
Vii. che c’entra la casa?
Viii. fuori all’aperto
Ix. nuvole e vento
X. l’uccellino
Xi. rientrando in città
Xii. quel caro gengè
I. pazzie per forza
Ii. scoperte
Iii. le radici
Iv. il seme
V. traduzione d’un titolo
Vi. il buon figliolo feroce
Vii. parentesi necessaria, una per tutti
Viii. caliamo un poco
Ix. chiudiamo la parentesi
X. due visite
I. com'erano per me marco di dio e sua moglie diamante
Ii. ma fu totale
Iii. atto notarile
Iv. la strada maestra
V. sopraffazione
Vi. il furto
Vii. lo scoppio
I. con la coda fra le gambe
Ii. il riso di dida
Iii. parlo con bibì
Iv. la vista degli altri
V. il bel giuoco
Vi. moltiplicazione e sottrazione
Vii. ma io intanto dicevo tra me
Viii. il punto vivo
I. a tu per tu
Ii. nel vuoto
Iii. seguito a compromettermi
Iv. medico? avvocato? professore? deputato?
V. io dico, poi, perché?
Vi. vincendo il riso
I. complicazione
Ii. primo avvertimento
Iii. la rivoltella tra i fiori
Iv. la spiegazione
V. il dio di dentro e il dio di fuori
Vi. un vescovo non comodo
Vii. un colloquio con monsignore
I. il giudice vuole il suo tempo
Ii. la coperta di lana verde
Iii. remissione



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