Uno, nessuno e centomila luigi Pirandello indice libro I



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III. Remissione

Mi consolavo con la riflessione che tutto questo avrebbe facilitato l'assoluzione d`Anna Rosa. Ma d'altra parte c'era lo Sclepis che piú volte con un gran tremore di tutte le sue cartilagini era accorso a dirmi ch’io gli avevo reso e seguitavo a rendergli piú che mai difficile il compito della mia salvazione. Possibile che non mi rendessi conto dello scandalo enorme suscitato con quella mia avventura, proprio nel momento che avrei dovuto dar prova d'avere piú di tutti la testa a segno? E non avevo, invece, dimostrato che aveva avuto ragione mia moglie a scapparsene in casa del padre per l'indegnità del mio comportamento verso di lei? Io la tradivo; e solo per farmi bello agli occhi di quella ragazza esaltata avevo protestato di non volere piú che in paese mi si chiamasse usuraio! E tanto era il mio accecamento per quella passione colpevole, che avevo voluto e m'ostinavo a voler rovinare me e gli altri, con tutto che per poco non m'era costata la vita, questa colpevole passione!

Ormai allo Sclepis, di fronte alla sollevazione di tutti, non restava che riconoscere le mie deplorevoli colpe, e per salvarmi non vedeva piú altro scampo che nella confessione aperta di esse da parte mia. Bisognava però, perché questa confessione non fosse pericolosa, che io dimostrassi nello stesso tempo cosí viva e urgente per la mia anima la necessità d'un eroico ravvedimento, da ridare a lui l'animo e la forza di chiedere agli altri il sacrifizio dei proprii interessi. Io non facevo che dir di sí col capo a tutto quello che lui mi diceva, senza forzarmi a scrutare quanto e fin dove quella che era soltanto argomentazione dialettica, prendendo a mano a mano calore, diventasse in lui realmente sincera convinzione. Certo appariva sempre piú soddisfatto; ma dentro di sé, forse, un pò perplesso, se quella sua soddisfazione fosse per vero sentimento di carità o per l'accorgimento del suo intelletto.

Si venne alla decisione chè io avrei dato un esemplare e solennissimo esempio di pentimento e d'abnegazione, facendo dono di tutto, anche della casa e d'ogni altro mio avere, per fondare con quanto mi sarebbe toccato dalla liquidazione della banca un ospizio di mendicità con annessa cucina economica aperta tutto l'anno, non solo a beneficio dei ricoverati, ma anche di tutti i poveri che potessero averne bisogno; e annesso anche un vestiario per ambo i sessi e per ogni età, di tanti capi all'anno; e che io stesso vi avrei preso stanza, dormendo senz'alcuna distinzione, come ogni altro mendico, in una branda, mangiando come tutti gli altri la minestra in una ciotola di legno, e indossando l'abito della comunità destinato a uno della mia età e del mio sesso.

Quel che piú mi coceva era che questa mia totale remissione fosse interpretata come vero pentimento, mentre io davo tutto, non m'opponevo a nulla, perché remotissimo ormai da ogni cosa che potesse avere un qualche senso o valore per gli altri, e non solo alienato assolutamente da me stesso e da ogni cosa mia, ma con l'orrore di rimanere comunque qualcuno, in possesso di qualche cosa. Non volendo piú nulla, sapevo di non poter piú parlare. E stavo zitto, guardando e ammirando quel vecchio diafano prelato che sapeva voler tanto e la volontà esercitare con arte cosí fina, e non per un utile suo particolare, né tanto forse per fare un bene agli altri, quanto per il merito che ne sarebbe venuto a quella casa di Dio, di cui era fedelissimo e zelantissimo servitore. Ecco: per sé, nessuno. Era questa, forse, la via che conduceva a diventare uno per tutti. Ma c'era in quel prete troppo orgoglio del suo potere e del suo sapere. Pur vivendo per gli altri, voleva ancora essere uno per sé, da distinguere bene dagli altri per la sua sapienza e la sua potenza, e anche per la piú provata fedeltà e il maggior zelo.

Ragion per cui, guardandolo - sí, seguitavo ad ammirarlo - ma mi faceva anche pena.


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