Uno scrittore contemporaneo per ragazzi marcello argilli



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, Firenze, La Nuova Italia, 1974. p. 45.

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do le linee generali tracciate da alcuni dei critici più eminenti di questo movimento colturale. prima ancora che letterario.


II.1.1. Una nuova cultura
Cessata la guerra e vinto il fascismo, agli italiani si presentano due grossi problemi: la ricostruzione e la ripresa democratica delle istituzioni. I neorealisti, antifascisti dichiarati, non possono sottrarsi al ‘comune’ impegno, ed innanzi tutto riflettono, alla luce delle recenti e tragiche esperienze, sul significato della cultura.

Si "esamina la letteratura precedente, quella degli anni '30; l'esercizio stilistico che spesso diventava cifra, il recupero memoriale che diventava elegia [… .]Tutta quella produzione appare esangue, pri­va di contatto con la realtà, lontana dalla vita dei singoli e della collettività, e, soprattutto appare


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come una letteratura che ha subito passivamente il fa­scismo". (22)

La rivista Il Politecnico fu la testimonianza più significativa della volontà di attuare la nuova cultu­ra, sin dall'inizio essa si pose al centro del movimento neorealista affrontando temi sia culturali che politici. La domanda di cambiamento viene formulata dallo stessa direttore della rivista Elio Vittorini in un artitolo apparso sul primo numero della rivista. L'auto­re dell'articolo auspica l'avvento di una cultura che

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22) Salvatore Guglielmino, Guida al Novecento, op. cit., p. 287/I; va tuttavia precisato il fatto che Elio Vittorini non respinge in blocco la letterature decadentista in quanto ne coglie l'inquietudine e la interna ansia di superamento discostandosi in ciò da cerca critica marxista.



Idem, p. I/288.

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sappia essere parte attiva nella società e che sappia prevenire le sofferenze anziché limitarsi a consolare: la vecchia cultura "ha predicato, ha insegnato, ha e­laborato principi e valori. ma non si è identificata con la società, non ha governato con la società, non ha condotto eserciti per la società... . Per questo suo modo di consolare in cui si è manifestata fino ad og­gi, la cultura non ha potuto impedire gli orrori del fascismo[].

La società non è cultura perché la cultura non è società. E la cultura non è società perché ha in sé l'eterna rinuncia del 'dare a Cesare- e perché i suoi principi sono soltanto consolatori [ ....]. Potremmo mai avere una cultura che sappia proteggere l'uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura che aiuti ad eliminare lo sfruttamento e la schiavitù”. (23)

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23) Elio Vittorini, "Una nuova cultura", in "I1 poli-


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II.1.2. " L'engagement "

I1 concetto di nuova cultura implica un nuovo mo­do di essere dell'intellettuale nelle società. Se pri­ma l'intellettuale appariva isolato dalla società ora si chiede che egli sia la parte attiva all'interno di essa. "Nelle prese di posizione dell'immediato dopo­guerra contro 'la letteratura del ventennio nero' c'è un momento fondamentale, storicamente ormai acquisito: la condanna del letterato tradizionale chiuso nella sua 'torre d'avorio' e sordo ai rumori del mondo, e di una concezione della letteratura aristocratica fe­licemente autosufficiente ed aliena da ogni compromis­sione con la società ed i suoi conflitti. E' un momen­to, peraltro, che si riallaccia a fermenti precedenti,

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tecnico', Antologia a cura dì Marco Forti e Sergio Pautasso. Milano, Rizzoli. 1975, p. 55.

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ben vivi nella cultura italiana anche prima del 1945, e che la resistenza fece maturare e precipitare con impetuosa evidenza". (24)

L'intellettuale, il letterato o l'artista sono fortemente impegnati, portatori di un messaggio, engagé, per i quali l'opera conta solo in quanto reca un apporto pratico alla trasformazione degli uomini e alla storia. Attività culturale ed azione politica appaiono come elementi di un processo storico innovato nel quale il nuovo intellettuale svolge un ruolo importante .


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24) Giancarlo Ferretti, “Bilancio del neorealismo", in AA .VV., 900 , op. cit.., pp. 6039-6040.

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II.1.3. La fame di realtà

Il neorealismo s1 caratterizza per un altro aspetto altre a quelli già accennati (la cultura nuova e l'engagement) e cioè per la sua 'fame di realtà'. "La scelta dei temi è caratterizzata da una vera e propria fame di realtà, di quella realtà che urge ed è sotto gli occhi di tutti: la guerra, la resistenza, la lotta per sbarcare il lunario giorno per giorno, le città devastate e la prostituzione, le grandi masse che, diventate protagoniste di storia, impegnano le loro lotte.

Guardare a questa realtà significa scoprire l’ Italia minore, l'Italia delle plebi urbane, i problemi del Sud, le sue plebi oppresse da secoli ed affamate di terra. Ma questa tematica che in certa letteratura d'opposizione [...] era già presente, ma mediata, por­tata ad un livello di evocazione memoriale, mitica o lirica ora irrompe nelle pagine, per così dire, in

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presa diretta: la registrazione, la cronaca diventano i più diffusi moduli di rappresentazione". (25)

II.1.4. la scoperta dell' opera di Gramsci

La pubblicazione, ad opera della casa editrice Einaudi, dei Quaderni del carcere di Gramsci, a partire dal 1947, fu un avvenimento importante. Alcuni concetti gramsciani incisero profondamente nella vita culturale di quegli anni, in particolare il concetto di letteratura nazional-popolare e quello di nuovo intellettuale.

La letteratura nazional-popolare deve rispondere alle esigenze del popolo, in essa, il pubblico popolare, deve rispecchiarsi, trovare espressi i propri sen-

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25) Salvatore Guglielmino, Guida al Novecento , op. cit., p. 295/I

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timenti. Lo scrittore deve pertanto elaborare questo sentire popolare dopo averlo rivissuto e fatto pro­prio, egli svolge una funzione educativa nazionale, cioè popolare. In Italia la letteratura passata è libresca ed astratta, non è nazionale nei senso che è lontana dalla nazione, ossia dal popolo. La nuova letteratura deve affondare le radici nell'humus del­la cultura popolare, così com'è con i suoi gusti e le sue tendenze. (26)

I1 nuovo intellettuale deve essere impegnato, attivamente mescolato alla vita pratica. Non deve più vivere separato dal popolo, ma profondamente inserito in esso; solo così potrà aiutare ogni uomo 'governato' a diventare un 'governante' (27).

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26) Cfr. Antonio Gramsci, Letteratura e vita naziona­le. Torino, Einaudi, 1950.

27) Cfr. Antonio Gramsci, Gli intellettuali e l'orga-

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II.1.5. Lo stile



I1 concetto di letteratura come azione, come par- tecipazione ad una condizione comune di rinnovamento sociale e morale, senza mediazioni e limitazioni formali, porta i neorealisti a scegliere un linguaggio antiletterario con cui poter avvicinare le classi il­letterate alla cultura. I1 primo impulso, la disposi­zione a scrivere dei neorealisti fu umana, piuttosto che artistico-culturale, "più pratica, etico-politica, che non estetica [...] una funzione più della volontà che non della fantasia o dell'intelletto. La cosa, del resto, era scoperta ed esplicitamente teorizzata [...] nella buona convinzione che lo scrittore debba fornire 'parole che anzitutto aiutino gli uomini a

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nizzazione della cultura, Torino, Einaudi, 1948.

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cui si rivolge”. (28)
La tendenza culturale e letteraria neorealista si opponeva alla prosa lirica, al frammento, alla evocazione poetico-nostalgica, all'impeccabile compiutezza formale della pagina rondesca, dunque con­tro tutto ciò, e a favore di uno scandaglio della realtà. "I1 ripudio della evocazione memoriale, la conseguente presa diretta con la realtà comportava­no il ripudio del linguaggio calligrafico e cifrato: la cronaca, la testimonianza esigevano un linguaggio anti-letterario, immediato, parlato[ .... ] . Da ciò un compiacimento antiformalistico, una sorta di calli­grafismo rovesciato". (29)

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28) G. Manacorda, Storia della letteratura contemporanea. (1940-1975), op. cit., p. 31

29) S. Guglielmino. Guida al Novecento, op. cit.. PP. 296-297/1.


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II.1.6. Un possibile bilancio

Possiamo dire che nel panorama critico attuale, sono più numerose le critiche che evidenziano i li­miti, le ingenuità del neorealismo che quelle che mettono in luce gli aspetti positivi. Significativo in tal senso ci sembra quanto rileva Gian Carlo Fer­retti: "Nel dopoguerra ci fu un momento in cui sem­brava che nessuno potesse 'non dirsi neorealista'; oggi invece si fa fatica a trovare qualcuno che sia disposto ad ammettere di aver preso il neorealismo sul serio". (30)

Un prima limite fondamentale che caratterizzò l'orizzonte del neorealismo concerne il carattere pratico della nuova narrativa neorealista, la sua

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30) Gian Carlo Ferretti, "Bilancio del neorealismo" in AA.VV. 900 , op. cit., p. 6034.

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istanza moralistica, volontaristica e polemica; la nuova letteratura doveva insomma assolvere un ruolo politico e sociale, e ciò "veniva a risolversi nel velleitarismo 'pedagogico' di una narrativa esteriormente 'a tesi', popolata di personaggi araldi, o nella rappresentazione piatta di un’ esistenza a livello fisiologico, primitivo, subumano nella tranche de vie ispirata ad un pauperismo insistito quanto patetico-retorico". (31)



Gli intenti etico-politici degli scrittori neo­realisti degenerano nella predica o nella denuncia enfatica. Talvolta si suona il 'piffero della rivolu­zione’.

Ciò che si imputa al neorealismo è appunto la mancanza di realismo. La realtà viene rappresentata

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33) Gian Carlo Ferretti, "Bilancio del neorelismo", in AA.VV., 900, op. cit., p. 6061.

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nei modi del bozzetto, con l'uso ai tinte più o me­no ad effetto. A1 neorealismo sembra mancare un ap­profondito studio della realtà italiana. "La querel­le del neorealismo accumula i facili punti di impu­tazione: la mancanza, anzitutto, di coscienza degli eventi, di chiarezza del giudizio, di 'cultura' in­tesa come strumento di conoscenza della situazione e dei suoi problemi, e delle strutture narrative necessarie per tradurli e scriverli nella parola" (32).



La concezione stessa dell'arte engagée appare come un limite nel momento in cui essa si traduce in arcadia o lirismo di partito, in azione immediata, in lotta prima che opera. L'impegno artistico così inteso appare come attività assoluta, volontaristi­ca più che metodologico-scientifica. Ed è forse

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32) G. Barbari Squarotti, "I1 neorealismo", in Fran­co Mollia, Nostro Novecento, op. cit., p. 142.

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la mancanza di analisi critica che al rifiuto della letteratura passata e della sua lingua aristocrati­ca non seguì una proposta alternativa sufficiente­mente valida sul piano artistico, ma ci si limitò a praticare l'accademia dell'anti-accademia: "Un lin­guaggio, in sostanza fermo alla superficie delle cose, all'astratta fisicità delle voci; un linguaggio inerte ed improvvisato, che restava perciò aperto a tutti i ritorni di suggestioni squisite a rovescio (l'estetismo del bercio, l'approccio vitalistico al dialetto come lingua vergine, il vezzo del vernaco­lo[ ...] ". (33)

A metà degli anni Cinquanta il dibattito sul neorealismo si fa quanto mai aspro e polemico. Si può dire che si assiste, pur con motivazioni diver­-

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33) Gian Carlo Ferretti, "Bilancio del neorealismo”, in AA. VV., 900 , op. cit., p. 6042.


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se e più o meno sfumate, alla liquidazione della poe­tica neorealista, alla dichiarazione del suo fallimento. Questo atteggiamento critico perdura per oltre un decennio. Sul finire degli anni Sessanta, invece, la critica al neorealismo si fa meno polemica, si cerca di valutare il fenomeno neorealista in termini più equilibrati, partendo dal 'suo interno', evidenziandone le lotte intraprese su vari fronti, i condiziona­menti più o meno gravi. (34)
II.2. L' intermezzo
I1 'decennio' degli anni Cinquanta, viene consi­derato un periodo di intermezzo nel quale si conclude il neorealismo e in cui si assiste alla prima fase di

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34) Salvatore Guglielmino, Guida al Novecento, op. cit., p. I/298.

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sperimentazione della neoavanguardia. "Il decennio 1950-1960 […] è contrassegnato dal punto di vista letterario dal definitivo esaurimento del neorealismo e dalla comparsa di nuove tendenze di gusto". (35)

La ricerca di nuovi moduli espressivi viene spiegata in modi vari. Possiamo comunque ritenere che questa periodizzazione caratterizzata dalla crisi, dalle revisioni e dalle sperimentazioni sia do­vuta al concorrere di diversi fattori di natura socio-politica, economica e culturale.

C'è una interpretazione storico-critica della crisi neorealista che tiene conto sia della sconfitta del Fronte popolare nel '48, sia della mancanza di una cultura neorealista alternativa al processo

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35) G. Manacoraa, Lettatura italiana contemporanea (1940-1975), op. cit, p. 225.

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di restaurazione in atto nel paese: "c'è un'interpre­tazione storica ormai largamente acquisita e circolante, che ricollega l' esaurimento (o accademizzazione del neorealismo alla restaurazione borghese e all'in­voluzione ai cui risentì tutta la vita italiana dopo il 18 aprile 1948, a un fatto oggettivo, cioè, diffi­cilmente confutabile. Ma questa è una tesi che bisogna cominciare a valutare con cautela; nel senso di togliere un certo carattere, più o meno implicito, di meccanica consequenzialità (involuzione politico -sociale = crisi del neorealismo come caduta della spinta unitaria che 1o aveva sorretto)" (36). Chi ac­cetta solo l'uguaglianza precedente non tiene conto che "l'involuzione trionfa per lo più quando un movi­mento culturale non ha la forza, e cioè l'interna coe-

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36) Gian Carlo Ferretti, " Bilancio del neorealìemo ", in AA.VV., 900 op. cit., pp. 6049-6050

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renza ideale, per resistere e contrastare e porsi co­me cultura alternativa". (37)

La battuta d'arresto del neorealismo, avvenuta negli anni Cinquanta, la sua crisi ed involuzione viene spiegata in termini abbastanza analoghi ai precedenti: " La ragione principale è facile da individuare: è l' involuzione stessa della società italiana, quella restaurazione capitalistica che ha tentato di annullare, disgregare ed avvilire non solo le conquiste rea­lizzate ma i valori scoperti dalla rivoluzione antifascista. Questa è la ragione oggettiva: ad essa, però, bisogna aggiungere una ragione soggettiva. L' incapacità di molti scrittori di approfondire le ragioni ideali della loro scelta, di cogliere le radici e le ten­denze più riposte della società, di ritrovare nella storia i valori della Resistenza proprio nel momento in

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37) Ibidem.


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cui essi non erano più affermati clamorosamente dalla cronaca". (38)

Va rilevato che in questo decennio a partire dal famoso 1956, si avvia all'interno della sinistra un importante processo critico del marxismo :°E un'altra ragione era pure stata il crollo del marxismo come fede, tutto sommato provvidenzialmente ai fini di una ripresa di uno studio più critico e approfondito, ma fortemente traumatico per la caduta di idoli che ave­va comportato, per il forte dubbio insinuato in tutti coloro che avevano creduto fino allora all'instaurazione in molti paesi europei di una vera società sociali­sta. E il dubbio e la delusione si ripercuotevano anche sulle aspettative che avevano animato i militanti di una politica di sinistra, i quali erano stati i na­turali fautori del neorealismo. La scossa fu violenta

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39) Carlo Salinari, "La 'crisi del neorealismo'”, in

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e spazzò via molte ingenuità in ogni sede, non esclu­sa quella estetica che aveva portato ad adagiarsi in una letteratura spesso solo apologetica; si fu più scontenti, più critici, e d'altra parte più disposti ad ascoltare voci ai diversa provenienza, che[...] avevano altri problemi specifici diversi da quelli del decennio precedente, dei lutti, delle distruzio­ni e della ricostruzione". (39)



Il fatto senza dubbio importante é che in questo decennio si assiste all'avvento e all'ascesa de1 capitalismo. Lo storico ed il critico notano come questo evento coincida con lo sperimentare neoavanguardistico. (40)

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AA.VV., 900, op. cit.. p. 8777.

39) G. Manacorda, Storia della letteratuta italiana contemporanea (1940-1975), op. cit., p. 226.

40) Gian Franco Vené, "Ipotesi Sociologica", in AA. VV.,

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La realtà, la società, il progressivo espandersi dei processi di industrializzazione, tutto insomma viene problematizzato ed analizzato in termini più complessi. Tutti i vari 'ismi' appaiono sistemi per ingabbiare in modo inadeguato la nuova realtà degli anni Cinquanta. L'indipendenza dalle ideologie preco­stituite viste come concezioni del mondo concluse, pare a molti l'unica possibilità per impostare in mo­do nuovo una ricerca sulla realtà, oppure una analisi della condizione umana intesa più nel suo aspetto ontologico che storico. Sembra quasi che gli uomini, superato il periodo dell'emergenza fascista e dell' immediato dopoguerra, cerchino di sondare più in profondità il senso del loro esistere. Le nuove istanze si manifestano in una duplice direzione: c'è chi si muove verso la sperimentazione di nuovi moduli espressivi,

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900, op. cit.. p. 9416.

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par restando all'interno “ di uno schieramento assai vicino alle istanze neorealistiche" (41): dall'altro la­to si manifesta "una tendenza che a differenza della prima - che restava pur sempre su un terreno storico e problematizzava ma non rifiatava l' impegno - evade dalla storia[ ...] e si volge ad una rappresentazione esistenziale, a presentare il dolore o la solitudine come modi di essere eterni dell'uomo. Si apriva la strada cioè[ ...] ad un'arte che si risolvesse in lamento sul­la condizione umana ontologicamente e non storicamente intesa". (42)

Queste due diverse direzioni, ora accennate, possono essere meglio chiarite se facciamo qualche considerazione connessa a due scrittori che in qualche modo le

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41) S. Guglielmino Guida al Novecento, op. cit.. p. 309jI.

62) Idem, pp. 309/I - I/310.

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rappresentano.

La tendenza di coloro che non evadono dalla sto­ria può essere rappresentata da Pasolini, il quale non ripudia la storia ma si accosta ad essa in termini più problematici a volte angosciati. In alcuni studi critici come Il neo-sperimentalismo (1956) e in La libertà stilistica (1957), egli svolge, su tre livel­li, un discorso critico sul neorealismo. Sul piano ideologico afferma l' autonomia dalle ideologie uffi­ciali e la mancanza di simpatia per il 'prospettivi­smo' marxista, cioè la 'rimozione, in nome di una sa­lute vista in prospettiva...dello stato di dolore, di crisi, di divisione'. A livello etico-politico, l'en­gagement proposta è volutamente contradditorio, oscilla tra libertà ed integrazione: la realtà appariva come oggettività e come angosciosa deformazione. Sul piano stilistico afferma la libertà stilistica come innovazione nello stile, opponendosi al disinteresse


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stilistico neorealista. (43)
La seconda tendenza può essere rappresentata da Cassola e si caratterizza per la sua evasione dalla storia. L'attenzione non è Posta sulla rappresentazione fenomenica del reale, bensì sugli elementi on­tologici dell'essere, in particolare su quelli che più condizionano l'esistenza umana, come la morte, il dolore, la solitudine. Si cerca di superare i da­ti della coscienza pratica, per arrivare a cogliere la vera realtà, quella che sta sotto il limite della analisi pratica e che emerge solo dalla coscienza 'subliminare' (44)

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43) Cfr. Pier Paolo Pasolini Passione e ideologia, Milano, Garzanti, 1960; questi studi sono ora raccolti in questo volume.

44) S. Guglielmino, Guida al Novecento, op. cit., pp. 309/I - I/310 e 325/I.

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In ambedue g1i itinerari, sia in quello 'pasoli­niano che in quello 'cassoliano' troviamo una comune consapevolezza: la realtà è assai problematica e quindi non subordinabile alle semplificazioni neorealiste, inoltre la condizione umana è profondamente segnata dal dolore, dal male e dalla morte.



II.3. I1 momento della neoavanguardia

Negli anni compresi fra il 1959 e il 1963, la società italiana attraversa una favorevole congiuntu­ra economica (è i1 periodo del boom economico) che determina in vaste aree industrializzate un accresciuto benessere. L'Italia entra nella fase del neocapitalismo caratterizzata del progressivo prevalere del fattore tecnologico e dall'affermarsi della 'società dei consumi '.


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II.3.1. Letteratura e industria

L'industria è in progressivo sviluppo e tende ad investire ogni settore della produzione, ivi compreso quello dell'arte.

"Anzitutto l'industrializzazione si è estesa con tutte le sue caratteristiche anche nel campo della produzione libraria, determinando un boom settoriale entro quello più generale. Il libro ha invaso, per co­sì dire, l'intero paese, con tirature dei best-sellers a cifre ancora pochi anni prima impensabili, ed è sta­to portato al più facile contatto con il pubblico at­traverso canali di distribuzione un tempo ignorati[.. ..]. Infine si registrava, secondo una logica economi­ca ben precisa, una sempre maggiore invadenza del pote­re industriale entro il campo dalle scelto dell'arte".(45)

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45) G. Manacorda, Storia della letteratura contempora-

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Il prodotto culturale viene reificato e mercificato­. Il problema del rapporto fra potere economico, industria, arte e letteratura, presenta non poche af­finità con quello di altri contesti internazionali. (46) L' industria editoriale opera a livello interna­zionale, ed anche in forza di questo fatto, le sugge­stioni e gli esempi stranieri si fanno sentire più che in passato. Oltre a ciò va riconosciuto lo straordinario potere di informazione e di persuasione dei nuovi mezzi di comunicazione di massa.

Tra gli esempi stranieri, alcuni esercitano un particolare influsso in campo italiano: il teatro del l'assurdo, che evidenzia la falsità, la incomunicabilità dei rapporti umani; il nouveau roman (o école du re­-



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nea (1940-1975), op. cit., pp. 413-414.

46) S. Guglielmino, Guida al Novecento, op. cit., p. 381/I.

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gard) che vuole che la realtà sia narrata così com'è senza interpretazione alcuna, senza antropomorfismi né linguaggi suggestivi; la letteratura della contestazione, sia quella del rifiuto urlato e viscerale, che si traduce in fuga dalla società, sia quella di opposizione che demistifica í falsi valori della so­cietà contemporanea. (47)

La fabbrica ed i processi ai industrializzazio­ne che in essa ed intorno ad essa si attuano, metto­no in evidenza l'alienazione dell'uomo, la sua cosificazione e la sua estraneità. La letteratura non sta indifferente a ciò, ma dibatte ed affronta questi problemi.



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