Uomini per gli altri



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UOMINI PER GLI ALTRI


Pedro Arrupe, S.J.

Il problema dell'educazione alla giustizia è di­ventato negli ultimi anni una delle maggiori preoc­cupazioni della Chiesa. La Chiesa ha preso più viva coscienza che operare per la promozione della giu­stizia e la liberazione degli oppressi è parte costitu­tiva della sua missione nel mondo. Il Signore la spin­ge a uno sforzo più deciso di educazione —o me-glio di rieducazione, di se stessa, dei suoi figli e di tutti gli uomini —«tale da insegnare a condurre la vita nella sua realtà globale e secondo i principi evangelici della morale individuale e sociale, che si esprima in una vitale testimonianza cristiana» (Si­nodo dei Vescovi 1971, La giustizia nel mondo, Tipo­grafia Vaticana, pag. 19).


Scopo del nostro lavoro educativo è di formare uomini-per-gli-altri; uomini che non vivano per se stessi, ma per Dio e il suo Cristo, l'Uomo-Dio che ha dato la vita per tutti; uomini che intendano l'amo­re di Dio non separato dall'amore per l'uomo, con­vinti che l'amore di Dio diventa una farsa, se non si traduce in giustizia per gli uomini.
Tuttavia il sistema educativo vigente nel mondo —scuola e mezzi di comunicazione sociale— non forma uomini dotati di senso sociale. La scuola rap­presenta troppo spesso un centro di apprendimento di tecniche per la conquista di posti, per far denaro, per scavalcare gli altri. Inoltre, l'ordine —o disor­dine— stabilito influisce sulle istituzioni educa­tive e sui mezzi di comunicazione sociale, perché diano vita non a un «uomo nuovo», ma a «un uomo come lo vuole quello stesso ordine» incapa­ce di trasformazioni veramente rinnovatrici (lb.).
Ma noi Gesuiti vi abbiamo educato alla giustizia? E voi Ex-alunni siete stati educati alla giustizia? Se al termine «giustizia» e all'espressione «edu­care alla giustizia» diamo tutto il significato che oggi hanno acquistato nella Chiesa, credo che con tutta sincerità e umiltà dobbiamo rispondere di no: non vi abbiamo educato alla giustizia. E credo che anche voi con la stessa sincerità e umiltà dovete ri­conoscere di non essere stati educati a operare per la giustizia, a dare la testimonianza di giustizia che oggi ci domanda la Chiesa.
Ciò vuol dire che dobbiamo lavorare insieme per colmare questa lacuna e soprattutto perché l'educa­zione che si dà nelle nostre scuole sia pari alle esi­genze di giustizia del mondo di oggi.
Non sarà cosa facile, ma possiamo riuscirci. E lo possiamo perché, malgrado le nostre deficiente e limitazioni storiche, c'è qualcosa nella Compagnia —e spero che vi sia stata trasmessa e la conservia­te— che ci rende capaci di rinnovarci continuamente e di adattarci alle nuove situazioni: e cioè quello spirito di continua ricerca della volontà di Dio, che costituisce la stessa essenza della spiritua­lità ignaziana, un'acuta sensibilità spirituale per captare la voce dello Spirito, che ci dice come Dio vuole che viviamo il cristianesimo nelle varie epo­che della storia.
Non si tratta di una dote di superiore intelligen­za o intuizione. É la nostra eredità, che ci viene dagli Esercizi Spirituali di Sant'Ignazio. Gli Eser­cizi sono un metodo per prendere delle decisioni concrete in conformità con la volontà di Dio, per ­fare delle scelte tra più alternative, senza vincolarci ad alcuna in particolare, ma aprendoci su tutte, per­ché sia lo stesso Dio con la sua tremenda origina­lità e indicarci la scelta da fare.
Questo «pluralismo potenziale», o in termini ignaziani questa «indifferenza», nel senso di non essere determinata «ad unum», questo non essere legata ad alcuna cosa che non sia la volontà di Dio, dà alla Compagnia e a quelli che ha avuto il privi­legio di educare una piena disponibilità a qualsiasi scelta, a qualsiasi servizio che Dio richiedesse, attra­verso i canali con cui suole manifestare la sua vo­lontà: il Vangelo, la voce della Chiesa e i «segni dei tempi».
L'educazione dei Gesuiti ha avuto in passato le sue limitazioni, dipendenti in gran parte dalle cir­costanze di tempo e di luogo. Ma questo non signi­fica un fallimento completo. Se vi abbiamo comuni­cato questo spirito di apertura alle nuove situazio­ni, questa disponibilità al cambiamento, questa buona volontà di operare in voi —lo dico in ter­mini scritturistici— una conversione, la nostra ope­ra non è stata vana.
La nostra speranza è che vi abbiamo educato all'ascolto del Dio vivente; a leggere il Vangelo co­me luce che illumina la storia e a leggere la storia in modo da scoprire alla luce di essa nuovi aspetti del Vangelo; a «sentire con la Chiesa», nella qua­le la parola di Dio, sempre antica e sempre nuova, risuona con un timbro particolare secondo i biso­gni di ciascuna epoca. Questo è ciò che conta, e in questo si fonda la nostra fiducia per l'avvenire.
Non vi parlo come padre a figli, ma come sem­plice compagno, come un Ex-alunno parla ai suoi compagni di collegio. Siamo tutti discepoli del Si­gnore, seduti agli stessi banchi, per ascoltare in­sieme Lui, che è il solo Maestro.
Mi limito a due serie di considerazioni. Con la prima Mi propongo di approfondire lo stesso con­cetto di giustizia, come si va precisando sempre più chiaramente alla luce congiunta del Vangelo e dei «segni dei tempi». La seconda riguarda il tipo di uomo che occorre formare e a cui dobbiamo conver­tirci, se vogliamo servire l'ideale evangelico della giustizia.

LA CHIESA IN ASCOLTO DI DIO
La prima serie di considerazioni si richiamano all'introduzione del documento conclusivo del Si­nodo dei Vescovi 1971 su «La giustizia nel mondo».
Convenuti da ogni parte del mondo, in comu­nione con tutti i credenti in Cristo e con l'intera famiglia umana, e aprendo il cuore al soffio del­lo Spirito che tutto rinnova, ci siamo interrogati circa la missione del Popolo di Dio per la promo­zione della giustizia nel mondo.
Scrutando i "segni dei tempi" e cercando di scoprire il senso del divenire della storia... inten­diamo ascoltare la parola di Dio per convertirci al­l'adempimento del disegno divino per la salvezza del mondo.
Abbiamo potuto cogliere le gravi ingiustizie che intrecciano su questa terra degli uomini una rete di dominazioni, di oppressioni e di abusi, che sof­focano la libertà e impediscono alla maggior parte del genere umano di partecipare all'edificazione e al godimento di un mondo più giusto e più fra­terno.
Nel contempo abbiamo avvertito un intimo movimento che scuote il mondo dalle sue profon­dità... (che rappresenta) un contributo per la pro­mozione della giustizia. Si sviluppa nei raggruppa­menti umani... una nuova consapevolezza, che li scuote da un rassegnato fatalismo e li invita a vo­lere la propria liberazione e la responsabilità del proprio destino» (Ib. pag. 5).
Queste affermazioni del Sinodo non sono una semplice ripetizione e neppure costituiscono un pro­gresso dottrinale di ciò che è stato finora insegna­to nella Chiesa. Sono piuttosto l'espressione di una pressante interpellanza del Dio vivente, che dice alla Chiesa e a tutti gli uomini di buona volontà di prendere chiara posizione e di intervenire efficace­mente in favore dell'umanità sofferente ed oppressa.
L'atteggiamento di ascolto della parola di Dio da parte della Chiesa, alla luce dei «segni dei tem­pi», non ha avuto origine col Sinodo, ma è comin­ciato col Vaticano II e si è esteso con più vigore al problema della giustizia con la Populorum Progres­sio, diffondendosi dal centro alla periferia della cri­stianità, soprattutto nelle regioni del Terzo Mon­do. Di qui le riunioni dei Vescovi dell'America La­tina (Medellin 1968), dell'Africa (Kampala 1969) e dell'Asia (Manila 1970) sotto la presidenza del Papa. Nel 1971, poco prima del Sinodo, le voci dell'epi­scopato vengono raccolte da Paolo VI nella Octo­gesima Adveniens, che lancia un forte appello a tut­ta la Chiesa per un'azione efficace in favore della giustizia.
Dopo il preambolo sopra citato, i Vescovi del Sinodo fanno un passo avanti, affermando con estre­ma chiarezza che:

l'agire per la giustizia e il partecipare alla tra­sformazione del mondo ci appaiono chiaramente co­me una dimensione costitutiva del Vangelo, cioè della missione della Chiesa per la redenzione del genere umano e la liberazione da ogni stato di co­se oppressivo (Ib. pag. 6).
In altre parole, non è possibile separare l'azio­ne per la giustizia e la liberazione degli oppressi dall'annuncio della parola di Dio.
Non è un mistero che oggi esistono nella Chiesa, e molto più nelle società di ispirazione cristiana, dub­bi, controversie ed anche gravi tensioni riguardo al­l'azione in favore della giustizia, con affermazioni a volte contraddittorie o almeno contrastanti. Tali affermazioni cercherò di conciliare in una più pro­fonda unità, nello spirito dell'Anno Santo già ini­ziato, che è spirito di conciliazione.
Noto anzitutto che la causa dei contrasti non è tanto nella divergenza delle idee, quanto nella dif­ferenza di accento sull'una o sull'altra delle tesi che si contrappongono. E sono convinto che, ri­guardo all'azione della giustizia, certe affermazioni sono vere e certi atteggiamento corretti, solo se vi­sti in una visione più approfondita e comprensiva della verità.
Cito le principali di queste apparenti contraddi­zioni:
1) Giustizia tra gli uomini e giustizia con Dio

2) Amore di Dio e amore degli uomini

3) Amore cristiano e giustizia umana

4) Conversione personale e riforma di strutture

5) Liberazione in questa vita e salvezza nell'altra

6) Valori cristiani e tecnologie e ideologie sociali nell'azione per la giustizia.



1. Giustizia con gli uomini e giustizia con Dio
Nell'Antico Testamento oggetto fondamentale del­l'Alleanza di Jahvé col popolo eletto era anche la pratica della giustizia tra gli uomini, violando la quale veniva a rompersi l'alleanza con Dio. Il Mes­sia promesso e sperato è il liberatore che farà giu­stizia ai poveri e agli oppressi. Cristo non rinnega questa immagine, bensì dilata i confini della sua missione in una prospettiva di salvezza ultrater­rena nel regno dei cieli. Cristo è colui che adempie la volontà del Padre celeste annunciando la buona novella ai poveri, la liberazione degli oppressi. Si­milmente la missione della Chiesa non si esaurisce nella promozione della giustizia in terra, anche se è uno dei suoi elementi costitutivi.

2. Amore di Dio e amore degli uomini
Amare Dio e amare il prossimo non sono due comandamenti distinti, ma, come ha detto Cristo, il secondo è simile al primo, tanto da formare un unico comandamento, nel quale si compendia tutta la legge. Nel giudizio finale Cristo dirà: «Quanto avete fatto all'ultimo dei miei fratelli lo avete fat­to a me» (Mt. 25, 40). «Essere ammessi o esclusi dal Regno annunciato da Gesù, scrive il P. Alfaro (Cristianismo y justicia, p. 24), dipende dall'atteg­giamento dell'uomo verso i poveri e gli oppressi; quegli stessi che Isaia (58, 1-2) indica come vittime dell'ingiustizia umana e sui quali Dio vuole mo­strare la sua giustizia. Tuttavia la grande novità sta in questo: che Gesù fa di questi uomini disprezzati e emarginati "i suoi fratelli", solidarizza con tutti i poveri e i diseredati, con tutti quelli che soffrono la fame e la miseria. Ogni uomo che s'incon­tra in tale situazione è "fratello" di Cristo. Perciò quel che si fa ad essi lo si fa allo stesso Cristo. Chi aiuta efficacemente questi "fratelli" di Gesù fa parte del suo regno; chi li abbandona al loro stato di miseria esclude se stesso dal regno ».

3. Amore cristiano e giustizia umana
Come l'amore di Dio e l'amore degli uomini si fondano insieme nell'insegnamento di Cristo, così anche si fondono e praticamente si identificano l'amore e la giustizia. «L'amore, dice il Sinodo, im­plica un'assoluta esigenza di giustizia, ossia il ri­conoscimento della dignità e dei diritti del pros­simo» (Ib. pag. 14). Come si può amare ed insieme essere ingiusti con la persona che si ama? Sottrarre la giustizia all'amore significa distruggere quest'ul­timo nella sua stessa essenza. Non c'è amore, se non si considera e non si riconosce l'amato come persona, rispettandolo nella sua dignità con tutto ciò che essa esige. Anche applicando il concetto romano di giustizia, di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto, un cristiano non può non dirsi debitore di amore verso tutti gli uomini, compresi i nemici. «Non abbiate verso alcuno debito di sorta, scrive San Paolo (Rom. 13, 10), eccetto quello di un mu­tuo amore».
Come non possiamo dire che amiamo Dio, se non amiamo l'uomo, così neppure possiamo dire che amiamo gli uomini, se il nostro amore non si trasforma in giustizia. E per giustizia si intende non il semplice «adempimento» di un dovere indi­viduale, ma anzitutto un atteggiamento costante di rispetto per tutti gli uomini, non trattandoli da stru­menti a proprio vantaggio; inoltre un impegno deciso di non profittare di situazioni di potere e di privilegio —a cui corrispondono altrettante for­me di oppressione— ricordando che anche profittandone passivamente si diventa taciti complici dell’ingiustizia; e infine un comportamento non solo di condanna, ma anche di opposizione contro l'ingiustizia, pronti a collaborare per lo smantellamento toma delle strutture ingiuste, prendendo partito per i deboli, gli oppressi e gli emarginati.
Questa giustizia attiva e liberatrice, che spinge a eliminare l'ingiustizia anzitutto dalla propria vi­ta, non ha nulla che vedere con l'odio vendicativo di chi, sentendosi oppresso, reagisce contro l'op­pressore. Chi pratica questo tipo di giustizia non ha nulla da guadagnare in questa vita, perché da una parte egli per primo dovrà privarsi dai vantag­gi che permettono le strutture ingiuste, e dall'altra la sua solidarietà coi deboli gli attirerà, come a Cristo, la persecuzione dei potenti. É chiaro che nessuno può fare tutto questo, se non è sostenuto dall'amore, amore verso gli uomini e amore —tan­te volte anonimo— verso Dio.

4. Conversione personale e riforma di strutture
Il peccato è non solo un atto personale, che in­veste la parte più intima della nostra personalità, rendendoci colpevoli, ma si riflette anche nella sfe­ra meno profonda e più esterna del nostro essere, corrompendo le nostre abitudini, i nostri costumi, le reazioni spontanee, i criteri e modi di pensare, l'immaginazione e la volontà. Influiscono in qual­che modo nello stesso senso anche i peccati degli altri. Inoltre tutti nasciamo con un'inclinazione na­turale al male, frutto del peccato originale. Tutti questi «effetti del peccato» originale e personali propri altrui, combinati insieme, prendono in linguaggio teologico il nome di «concupiscenza».
L'uomo, quando si converte, si rivolge a Dio e ai fratelli con la parte più intima della sua perso­nalità, dalla quale per conseguenza il peccato scom­pare, operando lo stesso Dio la meraviglia della giu­stificazione. Tuttavia gli «effetti del peccato» o «concupiscenza» continuano a esercitare il loro malefico influsso su quella che abbiamo chiamato la parte meno profonda e più esterna. Questi effetti che rimangono anche dopo la giustificazione, San Paolo li chiama «peccato», quasi oggettivazione del peccato vero e proprio. A sua volta il Concilio di Trento ci dice che la «concupiscenza» può essere definita «peccato», in quanto «deriva dal peccato e inclina al peccato» (Denz. 792). La «concupi­scenza» è quindi anch'essa un «peccato» da com­battere e da eliminare nel limite del possibile, per non cadere di nuovo, colpevolmente, nel peccato ve­ro e proprio.
Cristo è venuto a liberarci non soltanto da que­sto peccato, ma anche dagli «effetti del peccato», orientando tutto il nostro essere a Dio; è venuto non solo a comunicarci la grazia della giustificazio­ne, ma anche la pienezza della grazia, operando nel­l'uomo una profonda trasformazione, destinata non già a rimanere chiusa nel segreto del cuore, ma a manifestarsi all'esterno in pienezza di opere di amo­re per Dio e per gli uomini.
Non basta pertanto una conversione personale, che avvenga solo nel fondo più intimo della nostra personalità; bisogna che si estenda anche alla par­te più esterna, ossia alle nostre strutture individua­li. Negare ciò sarebbe minimizzare l'ascetica cristia­na.
Orbene, nel combattere gli «effetti del peccato» siamo soliti restringerci a quelli che ci riguardano personalmente nelle nostre strutture individuali. Ma perché non considerare anche quelli che ci riguar­dano nelle nostre strutture sociali? Ossia i sistemi economici, sociali e politici, le leggi, i costumi, i rapporti di scambio e in genere le forme concrete di rapporto umano, frutto in gran parte della li­bertà dell'uomo, e quindi del peccato, e spesso fon­te di nuovi peccati?
Un altro concetto biblico che serve a illustrare questa verità è il concetto di «mondo» nel signi­ficato negativo dell'apostolo Giovanni. Anche qui, come per la «concupiscenza», occorre superare una concezione semplicemente individualistica. Il «mon­do» è nella vita sociale ciò che la «concupiscenza» è nella vita individuale. Potremmo chiamarlo la «concupiscenza» della vita sociale; qualcosa che, come la «concupiscenza», «deriva dal peccato e inclina al peccato», e come tale deve diventare og­getto dei nostri sforzi di purificazione e di una nuo­va ascetica, o meglio un drastico ampliamento sul piano sociale di quello che è stato finora il campo tradizionale dell'ascetica cristiana. «Il dinamismo del Vangelo», ha detto il Sinodo, non solo «libera gli uomini dal peccato personale», ma anche «dal­le sue conseguenze nella vita sociale» (ib. pag. 6).
Abbiamo detto che non basta la conversione in­teriore, ma gradatamente bisogna perfezionare e ricondurre a Dio tutto il nostro essere. Ora ci ren­diamo conto che dobbiamo riformare e riportare nell'ordine voluto da Dio tutto il nostro mondo, o in altre parole che non si possono separare la con­versione personale e la riforma delle strutture. La prima è senza dubbio fondamentale, in quanto solo con una conversione personale è possibile rimuove­re le oggettivazioni del peccato. Però è anche vero che le oggettivazioni del peccato, soprattutto se di carattere generale, quali sono le strutture ingiuste della società, una volta stabilite, dominano talmen­te la vita degli uomini, da rendere per così dire impossibile, salvo ad eliminarle, la conversione per­sonale.

5. Liberazione in questa vita e salvezza nell'altra
Questo sforzo di purificazione e di ascetica so­ciale, per una liberazione terrena dalle ingiustizie che esistono nel mondo, è al centro dell'atteggia­mento cristiano. Chi rinuncia alla lotta per la giu­stizia per ciò stesso si chiude all'amore degli uo­mini e per conseguenza all'amore di Dio. D'altra parte la lotta per la giustizia non finirà mai. I nostri sforzi non saranno mai coronati da un pieno suc­cesso in questa vita. Ciò però non significa che non raggiungano alcun successo. Saranno successi par­ziali graditi a Dio, primizie dei frutti della salvezza portata da Gesù, segno che il suo regno è venuto, anticipazioni imperfette di questo regno.
Parziali successi è sinonimo di parziali fallimen­ti: quei dolorosi fallimenti di quanti soccombono nella lotta contro il «mondo». Perché il «mondo» non cesserà mai di perseguitare e cercherà di an­nientare quelli che gli si oppongono. Ma si tratta di fallimenti apparenti, perché coloro che muoiono in croce per la giustizia, come Cristo, sono anche quelli che, come Cristo, passano per il mondo «facendo del bene e sanando tutti» (Atti, 10, 38). «Beati coloro che soffrono persecuzioni a causa della giustizia». Essi sono nelle mani di Dio, fe­deli fino alla morte nell'alleanza per la liberazione dei poveri e degli oppressi.

6. Valori cristiani e tecnologie e ideologie sociali nell'azione per la giustizia
Non basta costatare in generale l'esistenza delle ingiustizie del mondo. Occorre anche studiare il tessuto concreto del mondo, per scoprirvi i punti nevralgici —geografici, sociologici, culturali— in cui il peccato e l'ingiustizia si annidano. E per que­sto sono necessarie delle tecnologie, come strumen­ti di analisi e di azione; come pure sono necessa­rie delle ideologie per programmare tali analisi e azioni, dirette a demolire l'ingiustizia e a rimuo­verla efficacemente dalle sue posizioni.
Quale è la funzione dei valori cristiani, della morale cristiana, rispetto a questi strumenti tec­nici e ideologici necessari per passare dai principi generali a un'azione efficace per la giustizia? Non bisogna dimenticare che tecnologie e ideologie, per quanto necessarie, hanno anch'esse storicamente ori­gine da un misto di bene e di male e che anche in esse, qualunque sia il loro segno, può insinuarsi l'ingiustizia. Sono strumenti e strumenti imperfet­ti. La morale cristiana, la visione cristiana dei valori deve giudicarli, e soprattutto deve fare in mo­do che rimangano nell'ambito dei valori relativi, quali sono difatti, non permettendo che diventino valori assoluti e tenendo presente che senza di essi non è possibile costruire un mondo più giusto.
Detto questo, nella scelta dei mezzi per un'azio­ne in favore della giustizia ogni cristiano deve de­cidere sotto la sua responsabilità. «I membri del­la Chiesa, dice il Sinodo, (assumendosi) le pro­prie responsabilità in tutto questo campo... ren­dono testimonianza alla potenza dello Spirito San­to con la loro azione a servizio degli uomini in tutto ciò che decide dell'esistenza e del futuro del­l'umanità» (lb. pag. 15).

Formazione permanente cristiana
Ed ora la seconda serie delle mie considerazioni riguardo alla formazione dell'uomo che voglia se­riamente operare per la causa della giustizia. Si tratta di una formazione permanente, che dovrà perfezionare quella ricevuta, sia da noi anziani, che da voi giovani, se volete prendere in mano le leve per un'azione efficace per la giustizia nel mondo.
Oggi si parla molto di formazione permanente nel senso di aggiornamento tecnico e professionale, per proseguire con successo nella propria vita di lavoro; oppure nel senso di rieducazione dell'uomo di ieri, per inserirsi nella società di oggi totalmen­te diversa. Ma questo non è che un aspetto della formazione permanente; un aspetto, oltre tutto, «neutro» dal punto di vista dei valori cristiani, che potrebbe anche diventare negativo. Tutto di­pende dall'orientamento di base che si è data alla propria esistenza: sarà positivo nella misura in cui la nostra esistenza è a servizio degli altri e della giustizia; negativo nella misura in cui è orientata a servizio dei nostri egoismi individuali o di grup­po. In ogni caso l'espressione «formazione perma­nente», come viene intesa ordinariamente, non di­ce ciò che ha di specifico la vocazione cristiana, ossia l'invito alla conversione e oggi, in concreto, alla conversione per una testimonianza di giustizia.
Le Associazioni Ex-alunni sono, a mio avviso, il luogo ideale per tale formazione e dovrebbero con­siderarla come loro scopo primario. Lascio a voi lo studio delle forme concrete e dei mezzi organiz­zativi per realizzarla con l'assistenza dei Padri che si dedicano a voi. Da parte mia cercherò di descri­vere brevemente il tipo di uomo a cui dovrà ten­dere la formazione permanente di un cristiano alla altezza dei nostri tempi, ossia di un «uomo-per-gli-altri».

Egoismo disumanizzante
In una prima approssimazione l'uomo si carat­terizza come un «essere-per-sé», un essere dotato di intelligenza e di potere per dominare il mondo. Ma è anche un essere chiamato a uscire di se stes­so, a proiettarsi e a darsi agli altri per amore. L'amore è la dimensione ultima e comprensiva dello uomo, quella che dà un significato, un valore o un non-valore, a tutte le altre dimensioni. Solo chi ama si realizza pienamente come uomo. L'uomo è tan­to più persona, quanto più si apre agli altri col «sapere » e con l'«avere», ossia con le cose che può procurarsi con l'intelligenza e il «potere». Solo chi accresce il «sapere» e l'«avere» di questo mon­do a servizio dell'umanità umanizza se stesso e uma­nizza il mondo.
L'uomo che si chiude in se stesso, che non vive che per i propri interessi, non solo nulla apporta per i fratelli, ma diventa meno uomo, diventa cat­tivo. Accumulando in maniera esclusiva sempre mag­giori porzioni di «sapere», di «avere», e per con­seguenza di «potere», tende ad escludere i più de­boli dalla parte di beni creati da Dio necessari per il loro sviluppo umano. L'egoista non solo non uma­nizza le cose del mondo, ma tratta gli stessi uomini come cose, facendone oggetto di sfruttamento e di dominio.
Più radicalmente, l'uomo che non vive per gli al­tri disumanizza se stesso. Infatti tutti tentiamo a valutare noi stessi col criterio con cui ci valuta la società in cui viviamo; e la società di oggi apprezza l'uomo non per quel che è, e neppure per quel che sa, ma soltanto per quel che ha o può avere. Va­liamo agli occhi degli altri e ai nostri stessi occhi per ciò che vale la ricchezza che possediamo.
Tuttavia c'è nel nostro essere qualcosa che si ribella ogni volta che consumiamo contro noi stessi questa identificazione dell'uomo con le cose. Ci sentiamo frustrati. In fondo sappiamo che siamo e valiamo ben più di quel che possediamo. Voglia­mo essere noi stessi, ma non osiamo rompere il circolo vizioso e pretendiamo superare la frustra­zione cercando di avere sempre di più, o meglio avere più degli altri, facendo della nostra vita una competizione priva di senso. La spirale dell'ambi­zione e della competitività si ritorce in definitiva contro se stessa, in cerchi sempre più ampi, che ci legano sempre più fortemente a un'esistenza fru­strata e disumana. Vogliamo sempre più aumentare il nostro potere e l'efficienza dei nostri meccanismi di lucro e di oppressione. In questo modo il com­portamento disumanizzante contro noi stessi torna a ripercuotersi sugli altri.
Infine il comportamento egoistico è disumaniz­zante anche nei confronti delle strutture sociali. É uno degli esempi più evidenti di ciò che ho defi­nito «oggettivazioni del peccato». Il peccato di egoismo, disumanizzante nel doppio significato di essere sfruttatore degli altri e distruttore della no­stra umanità personale, si consolida in idee, strut­ture, organizzazioni anonime, che sfuggono al no­stro controllo, impiantandosi nel mondo come for­za tirannica che tutti attanaglia.
Come uscire da questo circolo vizioso? Avvertiamo chiaramente che alla radice di tutto questo processo c'è una carenza di amore, l'egoismo personale, o una somma di egoismi personali. Come si può vivere l'amore e la giustizia in un mondo in cui gli altri, o la grande maggioranza, sono egoisti ingiusti e dove l'ingiustizia e l'egoismo si sono impiantati strutturalmente? Non sembra un'impresa suicida, o quanto meno inutile?
Tuttavia il messaggio cristiano ci spinge chiaramente a questa impresa, che costituisce la sintesi e l'essenza della vocazione a cui Cristo ci chiama. C'è una frase di San Paolo che esprime con incisività il pensiero che desidero esporre. Dice così: «No farti vincere dal male, ma piuttosto vinci il male col bene» (Rom. 12, 12). Questo insegnamento, che coincide con quello di Cristo dell'amore ai nemici è la pietra di paragone di tutto il cristianesimo. Tutti desideriamo essere buoni con gli altri e tutti, o la maggior parte, saremmo relativamente buoni in un mondo buono. Il difficile è essere buoni in un mondo cattivo, in un mondo in cui l'egoismo degli altri e l'egoismo strutturale ci aggrediscono e mi­nacciano di sopraffarci.
In questo caso sembrerebbe che l'unica reazione possibile è di opporre male a male, egoismo a egoi­smo, odio a odio, fino a sopraffare, se possibile, l'aggressore con le stesse armi. Ma proprio allora il male ci vince nella maniera più intima e più pro­fonda, non solo corrompendoci nella nostra con­dotta esteriore ma pervertendoci e disumanizzandoci interiormente, inoculandoci il suo stesso veleno, rendendoci cattivi, ciò che San Paolo chiama esser vinti dal male.
Il male si vince solo col bene, l'odio con l'amore, l'egoismo con la generosità. Ciò è necessario per istaurare concretamente la giustizia in questonostro mondo. Per essere giusti non basta non aumentare col proprio contributo la riserva già enorme dell'ingiustizia; occorre inoltre opporsi con la ge­nerosità all'ingiustizia, rifiutandosi di entrare nel suo giuoco, e soprattutto sostituire alla dinamica dell'ingiustizia la dinamica dell'amore.

Disposizioni per operare per la giustizia
Tutto questo è molto bello, ma sembra estrema­mente utopistico. Come fare per attuare la giustizia mediante l'amore nella realtà della vita, nella vita di tutti i giorni? Ecco: coltivando in voi queste tre disposizioni:
Primo: un sincero proposito di dare alla nostra vita individuale, familiare e sociale un tono di mag­giore semplicità, mettendo un freno alla spirale del lusso e della competitività sociale. Bisogna non es­sere schiavi della società dei consumi. Invece di sentirsi obbligati a procurarsi ogni cosa che vedia­mo nei nostri amici, bisogna saper rinunciare a molte cose superflue, ma ritenute necessarie al nostro livello sociale, mentre ne è priva la maggior parte dell'umanità. E se questa rinunzia comporterà un soprappiù di mezzi disponibili, che si diano a quelli per i quali perfino le cose necessarie alla vi­ta costituiscono un lusso non sempre consentito.
Secondo: una decisa volontà di non profittare di entrate provenienti da strutture chiaramente in­giuste e, andando più avanti, di ridurre progressi­vamente la nostra partecipazione ai benefici di un sistema economico e sociale, in cui lo sviluppo della produzione ridonda a vantaggio dei ricchi, mentre il costo di essa ricade pesantemente sui po­veri. Occorrono uomini e donne che, invece di con­solidare le loro posizioni di privilegio, sappiano attenuarle in favore dei meno privilegiati. Non dite troppo presto che tutto ciò non vi riguarda, che non fate parte dei pochi privilegiati della società in cui vivete. Poiché è cosa che, almeno sotto certi aspet­ti, riguarda chiunque si trovi in posizioni sociali di un certo grado, anche se si ritiene ingiustamente discriminato rispetto ad altri più favoriti. E non dimentichiamo che il punto di riferimento sono i ve­ramente poveri dei nostri paesi e di quelli del Ter­zo Mondo.
La terza disposizione, molto più difficile delle precedenti, consiste nel voler essere realmente ope­ratori di cambiamenti nella società, non solo rifiu­tandosi di sfruttare a nostro vantaggio situazioni e strutture ingiuste, ma anche impegnandoci a riformarle. Se vogliamo veramente non profittare dei benefici provenienti da tali strutture, non c'è al­tro mezzo che trasformarle. Un rimedio molto fa­cile sarebbe di rinunciare a ogni posizione di po­tere, e in qualche caso tale soluzione potrebbe es­sere adottata. Ma ordinariamente servirebbe solo a mettere tutte le strutture della società in ma­no di egoisti. Di qui la grande difficoltà della lotta contro l'ingiustizia e insieme la necessità, a cui ho accennato, di mezzi tecnici e ideologici per istau­rare più giuste strutture nella società. Ed è che qui la collaborazione degli Ex-alunni e l'apporto delle loro Associazioni diventano non solo utili, ma an­che necessarie.

CONCLUSIONE

L'uomo spirituale
Per contribuire a una vera trasformazione del mondo, eliminandone le strutture del peccato, l'uomo-per-gli-altri deve essere un uomo spirituale, «pneumaticos», guidato e sostenuto dal «Pneuma», lo Spirito di Dio. La prima caratteristica di que­st'uomo è infatti l'amore. Però non basta amare, bisogna amare con discernimento. E il discernimen­to, come l'amore, sono doni dello Spirito.
Il mondo in cui viviamo è il prodotto dello Spi­rito Santo e del peccato. Nella lotta per la giusti­zia, abbiamo bisogno soprattutto del dono del di­scernimento, sia per scoprire dove si trova e si annida il peccato sia per comprendere i «segni dei tempi», che ci mostrano come dobbiamo ope­rare per eliminarlo. Ne è da escludere che lo Spiri­to ci si manifesti direttamente per indicarci nuove vie e nuove soluzioni. Ma solo chi possiede lo Spirito è capace di percepire la voce dello Spirito.
L'ideale dell'uomo a cui tende il nostro lavoro educativo è l'uomo «spirituale». Non già l'«homo faber », l'uomo abile e operoso che agli albori del­la storia cominciò a differenziarsi radicalmente da­gli animali dominando il mondo; né il semplice «homo sapiens», che con l'intelligenza e saggezza si eleva al vertice del creato ed è capace di cono­scerlo e di spiegarlo; neppure l'«uomo prome­teico» che partecipa del potere creativo di Dio trasformando il mondo; e nemmeno l'«homo poli­ticus», che conosce la complessità di questo mon­do e sa trovare i punti nevralgici da cui dipendono le grandi trasformazioni sociali. Tutti questi aspetti dell'uomo rimangono nella sfera dell'«homo psy­chicus» di San Paolo, cioè l'uomo semplicemente naturale, dotato di spirito o psiche umana. Questo uomo in concreto non esiste, se non come possibi­lità astratta e ambivalente; di fatto sarà in mag­giore o minor misura umano o disumano, fino a diventare l'«homo lupus», rapinatore dei suoi fra­telli, o al contrario l'uomo «concors», «philan­thropus», amante della pace e degli uomini. Di solito quest'uomo sarà anche «homo religiosus», aperto alla trascendenza, e se la sua religiosità è autentica, fonderà in unità inscindibile l'amore de­gli uomini con l'amore di Dio. Però questo ideale non è possibile raggiungere, senza l'aiuto di Dio, che ci trasforma nell'«homo novus», in una nuova creatura, il cui principio vitale ultimo è lo Spirito Santo.
Ma questo Spirito è lo Spirito di Cristo, per il quale siamo cristiani. Anche nel lavoro di promo­zione della giustizia Cristo è tutto: Via, Verità e Vita. Cristo, il Dio-fatto-uomo, che dando la vita per la liberazione e la salvezza del mondo è diven­tato, più di tutti, l'Uomo-per-gli-altri.

(Valencia, 31 luglio, 1973)







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