V'è una specie di filosofia che recide ogni speranza di successo in un simile tentativo, e mette in evidenza l'impossibilità di raggiungere qualsiasi regola del gu­sto



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HUME

È naturale che noi cerchiamo una «regola del gu­sto»: una regola mediante la quale possano venire accordati i vari sentimenti degli uomini, o almeno una decisione che, quando venga espressa, confermi un sentimento e ne condanni un altro.

V'è una specie di filosofia che recide ogni speranza di successo in un simile tentativo, e mette in evidenza l'impossibilità di raggiungere qualsiasi regola del gu­sto. Fra giudizio e sentimento, si dice, v'è una grande differenza. Tutti i sentimenti sono giusti, perché il sentimento non si riferisce a nulla oltre se stesso, ed è sempre reale ogniqualvolta se ne abbia consape­volezza. Invece non tutte le determinazioni dell'intel­letto sono giuste, perché si riferiscono a qualcosa che è al di là di loro stesse, cioè a cose di fatto reali, le quali costituiscono un paradigma cui non sempre i giu­dizi sono conformi: ma fra le mille differenti opinioni che gli uomini possono avere intorno ad uno stesso sog­getto, ve n'è una, e solo una, che è giusta e vera, e l'unica difficoltà è quella di fìssar1a e di scoprirla. Al contrario, mille sentimenti diversi, suscitati dallo stesso oggetto, sono tutti giusti, perché nessun sentimento rappresenta quello che vi è realmente nell'oggetto. Esso indica soltanto una certa conformità o relazione fra l'oggetto e gli organi o facoltà dello spirito, e se questa conformità non esistesse realmente il senti­mento stesso non sarebbe mai possibile.

La bellezza non è una qualità delle cose stesse: essa esiste soltanto nella mente che le contempla, ed ogni mente percepisce una diversa bellezza. È persino possibile che una persona percepisca una bruttezza là dove un'altra prova un senso di bellezza: ogni indivi­duo dovrebbe accontentarsi del suo sentimento per­sonale, senza pretendere di regolare quello degli al­tri. La ricerca della bellezza reale o della bruttezza reale è altrettanto feconda quanto la pretesa di deter­minare ciò che è realmente dolce o ciò che è real­mente amaro. Secondo la disposizione degli organi lo stesso oggetto può essere tanto dolce che amaro; e la sentenza ha giustamente stabilito che è inutile di­sputare sui gusti. È naturalissimo, e persino necessa­rio, l'estendere questo assioma al gusto dello spirito, oltre che al gusto corporeo. Così il senso comune, il quale così spesso è in disaccordo con la filosofia, e specialmente con la filosofia scettica, si è ritrovato, una volta tanto, in accordo con essa nel pronunciare la stessa sentenza.

Ma, sebbene questo assioma, fissato in una sen­tenza, sembri aver ottenuto la sanzione del senso co­mune, vi è certamente una specie di senso comune che gli si oppone, o almeno vale a modificarlo e a restringerne la portata. Se qualcuno affermasse che Ogilby e Milton, oppure Bunyan ed Addison hanno lo stesso genio o la stessa perfezione, si direbbe che sostiene un'assurdità non minore che se sostenesse che un cunicolo di talpa è alto quanto Teneriffa oppure che uno stagno è vasto quanto l'oceano. Sebbene ci possano essere delle persone che dànno la preferenza a quei primi autori, nessuno prende sul serio un si­mile gusto, e si dice senza esitazione che il sentimento di questi pretesi critici è assurdo e ridicolo. In questo caso il principio dell'uguaglianza naturale dei gusti è completamente trascurato, e mentre lo ammettiamo in quelle occasioni in cui gli oggetti sembrano pressoché equivalenti, ci sembra un paradosso stravagante, o addirittura un’assurdità evidente, quando sono messi a confronto oggetti così sproporzionati. […]

Il fermare i ghiribizzi dell'imma­ginazione e il ridurre ogni espressione alla verità e all'esattezza geometriche sarebbe la cosa più contra­na alle leggi dell'estetica, perché produrrebbe un'opera che, per esperienza universale, si è ritrovata essere la più insipida e sgradevole.[…]

Sebbene tutte le regole generali dell'arte siano fon­date soltanto sull'esperienza e sull'osservazione dei sentimenti comuni della natura umana, non dobbiamo però immaginare che, in ogni occasione, i sentimenti degli uomini debbano essere conformi a queste regole. Sono fra le emozioni più sottili dello spirito, e di natura molto tenera e delicata; esse richiedono il con­corso di molte circostanze favorevoli per poter agire, con facilità ed esattezza, in conformità dei loro prin­cipi generali stabiliti. Il minimo impedimento este­riore che queste piccole cause incontrino, o il minimo disordine interno, ne disturba il movimento e confonde l'operazione di tutta quanta la macchina. Se volessimo fare un esperimento di questo genere, e vo­lessimo provare la forza di qualche bellezza o brut­tezza, dovremmo scegliere con cura momento e luogo adatti, e portare la fantasia in una situazione e in una disposizione adatta. La perfetta serenità di spirito, la concentrazione della mente, la debita attenzione all'oggetto: se manca qualcuna di queste circostanze, il nostro esperimento sarà fallace e non potremo giudi­care della bellezza ortodossa e universale. La relazione che la natura ha posto fra la forma e il sentimento sarà per lo meno più oscura e richiederà una mag­giore attenzione per rintracciarla e discernerla.

(D. Hume, La regola del gusto, a cura di G. Preti, Roma-Bari 1981, pp. 30-33)


VICO

[Metafisica poetica]

Da sì fatti primi uomini, stupidi, insensati ed orribili bestioni, tutti i filosofi e filologi dovevan incominciar a ragionare la sapienza degli antichi gentili, cioè da' giganti. […]

Adunque la sapienza poetica, che fu la prima sapienza della gentilità, dovette incominciare da una metafisica, non ragionata ed astratta qual è questa or degli addottrinati, ma sentita ed immaginata quale dovett'essere di tai primi uomini, siccome quelli ch'erano di niuno raziocinio e tutti robusti sensi e vigorosissime fantasie […] Questa fu la loro propia poesia, la qual in essi fu una facultà loro connaturale (perch'erano di tali sensi e di sì fatte fantasie naturalmente forniti), nata da ignoranza di cagioni, la qual fu loro madre di maraviglia di tutte le cose, che quelli, ignoranti di tutte le cose, fortemente ammiravano, come si è accennato nelle Degnità. Tal poesia incominciò in essi divina, perché nello stesso tempo ch'essi immaginavano le cagioni delle cose, che sentivano ed ammiravano, essere dèi. […] Nello stesso tempo, diciamo, alle cose ammirate davano l'essere di sostanze dalla propia lor idea, ch'è appunto la natura de' fanciulli, che, come se n'è proposta una degnità, osserviamo prendere tra mani cose inanimate e trastullarsi e favellarvi come fusser, quelle, persone vive.

In cotal guisa i primi uomini delle nazioni gentili, come fanciulli del nascente gener umano, quali gli abbiamo pur nelle Degnità divisato, dalla lor idea criavan essi le cose, ma con infinita differenza però dal criare che fa Iddio: perocché Iddio, nel suo purissimo intendimento, conosce e, conoscendole, cria le cose; essi, per la loro robusta ignoranza, il facevano in forza d'una corpolentissima fantasia, e, perch'era corpolentissima, il facevano con una maravigliosa sublimità, tal e tanta che perturbava all'eccesso essi medesimi che fingendo le si criavano, onde furon detti «poeti», che lo stesso in greco suona che «criatori». Che sono gli tre lavori che deve fare la poesia grande, cioè di ritruovare favole sublimi confacenti all'intendimento popolaresco, e che perturbi all'eccesso, per conseguir il fine, ch'ella si ha proposto, d'insegnar il volgo a virtuosamente operare, com'essi l'insegnarono a se medesimi. […]

Quivi pochi giganti […] spaventati ed attoniti dal grand'effetto di che non sapevano la cagione, alzarono gli occhi ed avvertirono il cielo. E perché in tal caso la natura della mente umana porta ch'ella attribuisca all'effetto la sua natura […] e la natura loro era, in tale stato, d'uomini tutti robuste forze di corpo, che, urlando, brontolando, spiegavano le loro violentissime passioni; si finsero il cielo esser un gran corpo animato, che per tal aspetto chiamarono Giove, il primo dio delle genti dette «maggiori», che col fischio de' fulmini e col fragore de' tuoni volesse dir loro qualche cosa […] e sì fanno di tutta la natura un vasto corpo animato che senta passioni ed affetti […]

Ma, siccome ora (per la natura delle nostre umane menti, troppo ritirata da' sensi nel medesimo volgo con le tante astrazioni di quante sono piene le lingue con tanti vocaboli astratti, e di troppo assottigliata con l'arte dello scrivere, e quasi spiritualezzata con la pratica de' numeri, ché volgarmente sanno di conto e ragione) ci è naturalmente niegato di poter formare la vasta immagine di cotal donna che dicono «Natura simpatetica» [..] così ora ci è naturalmente niegato di poter entrare nella vasta immaginativa di que' primi uomini, le menti de' quali di nulla erano astratte, di nulla erano assottigliate, di nulla spiritualezzate, perch'erano tutte immerse ne' sensi, tutte rintuzzate dalle passioni, tutte seppellite ne' corpi. […]

In tal guisa i primi poeti teologi si finsero la prima favola divina […], tutto ciò che vedevano, immaginavano ed anco essi stessi facevano, credettero esser Giove, ed a tutto l'universo di cui potevan esser capaci ed a tutte le parti dell'universo diedero l'essere di sostanza animata. […]

Giove nacque in poesia naturalmente carattere divino, ovvero un universale fantastico, a cui riducevano tutte le cose degli auspìci tutte le antiche nazioni gentili, che tutte perciò dovetter essere per natura poetiche; che incominciarono la sapienza poetica da questa poetica metafisica di contemplare Dio per l'attributo della sua provvedenza; e se ne dissero «poeti teologi», ovvero sappienti che s'intendevano del parlar degli dèi conceputo con gli auspìci di Giove, e ne furono detti propiamente «divini», in senso d'«indovinatori» […]

Tal generazione della poesia ci è finalmente confermata da questa sua eterna propietà: che la di lei propia materia è l'impossibile credibile, quanto egli è impossibile ch'i corpi sieno menti (e fu creduto che 'l cielo tonante si fusse Giove); onde i poeti non altrove maggiormente si esercitano che nel cantare le maraviglie fatte dalle maghe per opera d'incantesimi […] E in cotal guisa i poeti fondarono le religioni a' gentili.

E per tutte le finora qui ragionate cose si rovescia tutto ciò che dell'origine della poesia si è detto prima da Platone, poi da Aristotile, infin a' nostri Patrizi, Scaligeri, Castelvetri […] Per la quale discoverta de' princìpi della poesia si è dileguata l'oppenione della sapienza innarrivabile degli antichi […], la quale fu sapienza volgare di legislatori che fondarono il gener umano, non già sapienza riposta di sommi e rari filosofi. Onde, come si è incominciato quinci a fare da Giove, si truoveranno tanto importuni tutti i sensi mistici d'altissima filosofia dati dai dotti alle greche favole ed a' geroglifici egizi, quanto naturali usciranno i sensi storici che quelle e questi naturalmente dovevano contenere. […]

[Logica poetica] Siccome la poesia è stata sopra da noi considerata per una metafisica poetica, per la quale i poeti teologi immaginarono i corpi essere per lo più divine sostanze, così la stessa poesia or si considera come logica poetica, per la qual le significa. […]

Tal prima lingua ne' primi tempi mutoli delle nazioni […] dovette cominciare con cenni o atti o corpi ch'avessero naturali rapporti all'idee […] Cotal primo parlare, che fu de' poeti teologi, non fu un parlare secondo la natura di esse cose (quale dovett'esser la lingua santa ritruovata da Adamo, a cui Iddio concedette la divina onomathesia ovvero imposizione de' nomi alle cose secondo la natura di ciascheduna), ma fu un parlare fantastico per sostanze animate, la maggior parte immaginate divine. […] Ma essi poeti teologi, non potendo far uso dell'intendimento, con uno più sublime lavoro tutto contrario, diedero sensi e passioni, come testé si è veduto, a' corpi, e vastissimi corpi quanti sono cielo, terra, mare; che poi, impicciolendosi così vaste fantasie e invigorendo l'astrazioni, furono presi per piccioli loro segni. E la metonimia spose in comparsa di dottrina l'ignoranza di queste finor seppolte origini di cose umane […]

[Corollari] Di questa logica poetica sono corollari tutti i primi tropi, de' quali la più luminosa e, perché più luminosa, più necessaria e più spessa è la metafora, ch'allora è vieppiù lodata quando alle cose insensate ella dà senso e passione, per la metafisica sopra qui ragionata: ch'i primi poeti dieder a' corpi l'essere di sostanze animate, sol di tanto capaci di quanto essi potevano, cioè di senso e di passione, e sì ne fecero le favole; talché ogni metafora sì fatta vien ad essere una picciola favoletta. Quindi se ne dà questa critica d'intorno al tempo che nacquero nelle lingue: che tutte le metafore portate con simiglianze prese da' corpi a significare lavori di menti astratte debbon essere de' tempi ne' quali s'eran incominciate a dirozzar le filosofie […]

Quello è degno d'osservazione: che 'n tutte le lingue la maggior parte dell'espressioni d'intorno a cose inanimate sono fatte con trasporti del corpo umano e delle sue parti e degli umani sensi e dell'umane passioni. Come «capo», per cima o principio; «fronte», «spalle», avanti e dietro; «occhi» delle viti e quelli che si dicono «lumi» ingredienti delle case; «bocca», ogni apertura; «labro», orlo di vaso o d'altro; «dente» d'aratro, di rastello, di serra, di pettine; «barbe», le radici; «lingua» di mare; «fauce» o foce di fiumi o monti; «collo» di terra; «braccio» di fiume; mano, per picciol numero; «seno» di mare, il golfo; fianchi e lati, i canti; «costiera» di mare; «cuore», per lo mezzo (ch'«umbilicus» dicesi da' latini); «gamba» o «piede» di paesi, e «piede» per fine; «pianta» per base o sia fondamento; «carne», «ossa» di frutte; «vena» d'acqua, pietra, miniera; «sangue» della vite, il vino; «viscere» della terra; «ride» il cielo, il mare; «fischia il vento»; «mormora» l'onda; «geme» un corpo sotto un gran peso […] «L'uomo ignorante si fa regola dell'universo», siccome negli esempli arrecati egli di se stesso ha fatto un intiero mondo. Perché come la metafisica ragionata insegna che «homo intelligendo fit omnia», così questa metafisica fantasticata dimostra che «homo non intelligendo fit omnia»; e forse con più di verità detto questo che quello, perché l'uomo con l'intendere spiega la sua mente e comprende esse cose, ma col non intendere egli di sé fa esse cose e, col transformandovisi, lo diventa.

Per cotal medesima logica, parto di tal metafisica, dovettero i primi poeti dar i nomi alle cose dall'idee più particolari e sensibili; che sono i due fonti, questo della metonimia e quello della sineddoche. Perocché la metonimia degli autori per l'opere nacque perché gli autori erano più nominati che l'opere; quella de' subbietti per le loro forme ed aggiunti nacque perché […] non sapevano astrarre le forme e la qualità da' subbietti; certamente quella delle cagioni per gli di lor effetti sono tante picciole favole […]

La sineddoche passò in trasporto poi con l'alzarsi i particolari agli universali o comporsi le parti con le altre con le quali facessero i lor intieri. […]

L'ironia certamente non poté cominciare che da' tempi della riflessione, perch'ella è formata dal falso in forza d'una riflessione che prende maschera di verità. E qui esce un gran principio di cose umane, che conferma l'origine della poesia qui scoverta: che i primi uomini della gentilità essendo stati semplicissimi quanto fanciulli, i quali per natura son veritieri, le prime favole non poterono fingere nulla di falso; per lo che dovettero necessariamente essere, quali sopra ci vennero diffinite, vere narrazioni.

Per tutto ciò si è dimostrato che tutti i tropi (che tutti si riducono a questi quattro), i quali si sono finora creduti ingegnosi ritruovati degli scrittori, sono stati necessari modi di spiegarsi [di] tutte le prime nazioni poetiche, e nella lor origine aver avuto tutta la loro natia propietà: ma, poi che, col più spiegarsi la mente umana, si ritruovarono le voci che significano forme astratte, o generi comprendenti le loro spezie, o componenti le parti co' loro intieri, tai parlari delle prime nazioni sono divenuti trasporti. E quindi s'incomincian a convellere que' due comuni errori de' gramatici: che 'l parlare de' prosatori è propio, impropio quel de' poeti; e che prima fu il parlare da prosa, dopoi del verso.

I mostri e le trasformazioni poetiche provennero per necessità di tal prima natura umana.

(G. Vico, La scienza nuova. Giusta l’edizione del 1744, Roma-Bari 1974, I, pp. 171-195)

BAUMGARTEN

§ 1. L'estetica (teoria delle arti liberali, gnoseologia inferiore, arte del pensare in modo bello, arte dell'analogo della ragione) è la scien­za della conoscenza sensibile.

§ 2. Il grado naturale delle facoltà conoscitive inferiori, sviluppato con la sola pratica senza alcuna conoscenza disciplinare, può essere detto estetica naturale, ed esser distinto, come è d'uso anche per la logica, in estetica innata (l'ingegno bello innato) e acquisita; questa a sua volta la si può distinguere in dottrinale e applicata.

§ 3. Fra le applicazioni principali dell'estetica artificiale (cfr. § 1), che si aggiunge a quella naturale, ci sarà: (1) preparare la materia adat­ta per le scienze che devono essere conosciute in modo preminente con l'intelletto, (2) adattare alla comprensione comune le conoscenze scientifiche, (3) estendere l'affinamento della conoscenza anche al di là dei limiti di ciò che possiamo conoscere in modo distinto, (4) fornire buoni principi a tutti gli studi più gentili e alle arti liberali, (5) nella vita comune, a parità di condizioni, eccellere nella condotta.

§ 4. Da ciò le applicazioni speciali: (1) filologica, (2) ermeneutica, (3) esegetica, (4) retorica, (5) omiletica, (6) poetica, (7) musicale, ecce­tera.

§ 5. Alla nostra scienza (cfr. § 1) si potrebbe obiettare: (1) che essa sia troppo ampia perché la si possa esaurire in un solo libretto, in un unico compendio accademico. Rispondo ammettendolo, ma è meglio qualcosa che nulla; (2) che coincida con la retorica e la poetica. Ri­spondo: (a) è qualcosa di più ampio, (b) comprende cose fra loro si­mili e comuni a queste e altre arti. Ogni arte, una volta considerati tali elementi in questa appropriata sede estetica, potrà coltivare più felice­mente il proprio campo senza inutili ripetizioni; (3) che coincida con la critica. Rispondo: (a) esiste anche una critica logica, (b) una certa specie della critica fa parte dell'estetica, (c) a questa specie è quasi in­dispensabile una qualche precognizione del resto dell'estetica, se essa non vuole limitarsi a disputare sui meri gusti nel giudicare di ciò che è stato pensato, detto e scritto in modo bello.

§ 6. Alla nostra scienza si potrebbe obiettare: (4) che le cose sensibili, le immagini fantastiche, le favole, le passioni e così via, siano in­degne dei filosofi e poste al di sotto del loro orizzonte. Rispondo: (a) il filosofo è uomo fra gli uomini, e non fa bene se ritiene estranea a sé una parte tanto grande della conoscenza umana, (b) si confonde la teoria generale di ciò che è pensato in modo bello con la prassi e con l'esecuzione singola.

§ 7. Obiezione: (5) la confusione è madre dell'errore. Rispondo: (a) ma è condizione indispensabile per la scoperta della verità, dal mo­mento che la natura non fa un salto dall'oscurità alla distinzione. Dalla notte, attraverso l'aurora, si arriva al pieno mezzogiorno; (b) bisogna aver cura della confusione appunto perché non ne nascano i tanti e tanto grandi errori che sono abituali in chi non se ne cura; (c) non si raccomanda la confusione, ma si corregge la conoscenza, nella misura in cui una qualche confusione è necessariamente mescolata ad essa.

§ 8. Obiezione: (6) la conoscenza distinta è superiore. Rispondo: (a) presso uno spirito finito lo è solo negli affari più importanti; (b) porre una cosa non esclude l'altra; (c) proprio per questo innanzitutto pro­cediamo a dirigere secondo regole conosciute distintamente ciò che deve essere conosciuto in modo bello, augurandoci che da questa pos­sa sorgere in futuro una distinzione tanto più perfetta (cfr. § § 3, 7).

§ 9. Obiezione: (7) c'è da temere che, coltivando l'analogo della ragione, il territorio della solidità razionale riceva un qualche danno. Rispondo: (a) questo argomento è una prova a maggior ragione, per­ché lo stesso pericolo, presente tutte le volte che si ricerca una perfe­zione composta, incita alla cautela, non persuade certo a trascurare la vera perfezione; (b) un analogo della ragione non coltivato e piuttosto corrotto non nuoce di meno alla solidità razionale più rigorosa.

§ l0. Obiezione: (8) l'estetica è arte, non scienza. Rispondo: (a) queste non sono attitudini contrapposte. Quante di quelle che un tem­po erano solo arti non sono ora anche scienze? (b) Che la nostra arte possa essere oggetto di dimostrazione lo proverà l'esperienza, ed è evi­dente a priori, perché la psicologia e altre scienze filosofiche forniscono principi certi; che meriti di essere elevata a scienza lo insegnano alcune delle applicazioni dell'estetica ricordate, fra le altre, nei §§ 3-4.

§ 11. Obiezione: (9) estetici, così come poeti, si nasce, non si di­venta. Rispondono Orazio, Cicerone, Bilfinger, Breitinger. A un estetico nato giova una teoria più completa, più raccomandabile per l'autorità della ragione, più esatta, meno confusa, più certa, meno tra­ballante (cfr. § 3).

§ 12. Obiezione: (l0) le facoltà inferiori, la carne, devono piuttosto esser debellate che eccitate e rafforzate. Rispondo: (a) si richiede do­minio, non tirannide, sulle facoltà inferiori; (b) a tale scopo, fino a quel punto che è possibile ottenere per via naturale, l'estetica condurrà quasi per mano; (c) le facoltà inferiori, nella misura in cui sono corrotte, non devono essere eccitate e rafforzate dagli estetici, ma piuttosto da essi guidate perché non si corrompano ancor di più con attività sbagliate oppure, col pigro pretesto di evitarne l'abuso, non ci si pri­vi dell'uso di un talento concesso da Dio.

§ 13. La nostra estetica (cfr. § 1), come la logica, sua sorella mag­giore, si divide in (Il teoretica, dottrinale, generale, e dà insegnamenti: (1) in maniera euristica sulle cose e su ciò che è da pen­sare; (2) sull'ordine lucente, ossia la metodologia; (3) sui segni propri di ciò che è stato pensato e disposto in modo bello, ossia la semiotica; (Il) pratica, applicata, particolare. Per entrambe: a chi avrà scelto un oggetto secondo le proprie capacità non verranno mai meno né l'abbondanza dell'eloquio né l'ordine lucente. L'oggetto sia la tua prima cura, la seconda sia l'or­dine lucente, e infine la terza i segni.

I - La bellezza della conoscenza

§ 14. Fine dell'estetica è la perfezione della conoscenza sensibile, in quanto tale (cfr. § 1). E questa è la bellezza. Occorre invece guar­darsi dall'imperfezione di questa conoscenza, in quanto tale (cfr. § 1). E questa è la bruttezza.

§ 15. L'estetico, in quanto tale (cfr. § 14), non si occupa degli ele­menti di perfezione della conoscenza sensibile tanto nascosti da restar­ci del tutto oscuri o da poter essere conosciuti soltanto per via dell'in­telletto.

§ 16. L'estetico, in quanto tale, (cfr. § 14), non si occupa degli ele­menti di imperfezione della conoscenza sensibile tanto nascosti da re­starci del tutto oscuri o da poter essere svelati solo per mezzo del giu­dizio intellettuale.

(A. G. Baumgarten, L’estetica, a cura di S. Tedesco, tr. di F. Caparrotta, A. Li Vigni e S. Tedesco, consulenza scientifica e revisione di E. Romano, Palermo 2000, pp. 27-29)
KANT

PRIMO MOMENTO DEL GIUDIZIO DI GUSTO, SECONDO LA QUALITÀ



1. Il giudizio di gusto è estetico. Per discernere se una cosa è bella o no, noi non riferiamo la rappresentazione all'oggetto mediante l'intelletto, in vista della conoscenza; ma, mediante l'immaginazione (forse congiunta con l'intelletto), la riferiamo al soggetto, e al suo sentimento di piacere o dispiacere. Il giudizio di gusto non è dunque un giudizio di conoscenza, cioè logico, ma è estetico; il che significa che il suo fondamento ncm può essere se non soggettivo. Ma ogni rapporto delle rappresentazioni, ed anche delle sensazioni, può essere oggettivo (e allora esso indica ciò che è reale in una rappresen­tazione empirica); e non è tale soltanto il rapporto al sentimento di piacere e dispiacere, col quale non vien designato nulla nell'oggetto, e nel quale il soggetto sente se stesso, secondo la rappresentazione da cui è affetto.

Il rappresentarsi con la facoltà conoscitiva (in una rappresenta­zione chiara o confusa) un edifizio regolare ed appropriato al suo scopo, è una cosa del tutto diversa dall'esser cosciente di questa rappresentazione col sentimento di piacere. In quest'ultimo caso la rappresentazione è riferita interamente al soggetto, e, veramente al suo senso vitale, sotto il nome di piacere o dispiacere; la qual cosa dà luogo ad una facoltà interamente distinta di discernere e di giudicare, che non porta alcun contributo alla conoscenza, ma pone soltanto in rapporto, nel soggetto, la rappresentazione data con la facoltà rappresentativa nella sua totalità; di che l’animo ha coscienza nel sentimento del proprio stato. Le rappresentazioni date in un giudizio possono essere empiriche (e quindi estetiche); ma il giu­dizio che risulta da esse è logico, se esse sono riferite soltanto nel giudizio all'oggetto. E viceversa, se anche le rappresentazioni date siano razionali, qualora vengano riferite in un giudizio unicamente al soggetto (al suo sentimento), il giudizio resterà sempre estetico.



2. Il piacere che determina il giudizio di gusto è scevro di ogni interesse. È detto interesse il piacere, che noi congiungiamo con la rappresentazione dell'esistenza di un oggetto. Questo piacere perciò ha sempre relazione con la facoltà di desiderare, o in quanto movente di essa, o in quanto necessariamente connesso col movente stesso. Ma, quando si tratta di giudicare se una cosa è bella, non si vuol sapere se a noi o a chiunque altro importi, o anche soltanto possa im­portare, della sua esistenza; ma come la giudichiamo contemplandola semplicemente (nell'intuizione o nella riflessione). […] Si vuol sapere soltanto se questa semplice rappresentazione dell'oggetto è accompagnata in me da piacere, per quanto, d'altra parte, io possa essere indifferente circa l'esistenza del suo oggetto. […] Ognuno deve riconoscere che quel giudizio sulla bellezza, nel quale si mescola il minimo interesse, è molto parziale e non è un puro giudizio di gusto. Non bisogna essere menomamente preoccupato dall'esistenza della cosa, ma del tutto indifferente sotto questo riguardo, per essere giudice in fatto di gusto. [Un giudizio sopra un oggetto del piacere può essere del tutto disinteres­sato ed insieme molto interessante, vale a dire che esso può non fondarsi sopra alcun interesse, ma produrne uno esso stesso; tali sono i giudizii morali. Ma i giudizii di gusto non fondano per se stessi alcun interesse. Solo nella società diventa interessante l'aver gusto, di che la ragione sarà data in sèguito.]

3. Il piacere del piacevole è legato ad un interesse. Piacevole è ciò che piace ai sensi nella sensazione. […] Quando si chiama sensazione una determinazione del sentimento di piacere o dispiacere, la parola ha un significato del tutto diverso da quando viene adoperata ad esprimere la rappresentazione di una cosa (mediante i sensi, in quanto ricettività inerente alla facoltà di conoscere). Perché in quest'ultimo caso la rappresentazione è riferita all'oggetto, mentre nel primo è riferita unicamente al soggetto, e non serve ad alcuna conoscenza: nemmeno a quella con cui il soggetto conosce se stesso.

Ma, nella definizione data, intendiamo con la parola sensazione una rappresentazione oggettiva dei sensi; e, per non correre sempre il rischio di esser fraintesi, chiameremo col nome, del resto usato, di sentimento ciò che deve restar sempre puramente soggettivo e non può asso­lutamente costituire una rappresentazione di un oggetto. Il color verde dei prati appartiene alla sensazione ogget­tiva, in quanto percezione d'un oggetto del senso; il piacere, che esso produce, si riferisce invece alla sensa­zione soggettiva, con la quale nessun oggetto è rap­presentato: vale a dire al sentimento, nel quale l'oggetto è considerato come termine del piacere (che non dà di esso alcuna conoscenza).

Ora è chiaro che il giudizio, col quale io dichiaro pia­cevole un oggetto, esprime un interesse nei suoi riguardi, perché il giudizio stesso, mediante la sensazione, suscita il desiderio di oggetti simili, e per conseguenza il piacere non presuppone il semplice giudizio sull'oggetto, ma il rapporto della sua esistenza col mio stato, in quanto sono affetto da un tal oggetto. Perciò del piacevole non si dice semplicemente che esso piace, ma che esso diletta. Non è una semplice approvazione che io ad esso concedo, ma in me si produce un'inclinazione […].

4.Il piacere che dà il buono è legato all’interesse.Buono è ciò che, mediante la ragione, piace pura­mente pel suo concetto. Chiamamo qualche cosa buona (utile), quando essa ci piace soltanto come mezzo; un'al­tra invece, che ci piace per se stessa, la diciamo buona in sé. In entrambe è sempre contenuto il concetto di uno scopo, il rapporto della ragione con la volantà (al­meno possibile), e per conseguenza un piacere legato all’esistenza di un oggetto o di un'azione, vale a dire un interesse.

Per trovar buono un oggetto, io debbo sempre sapere che specie di cosa è, cioè averne un concetto. Per trovare in esso la bellezza non ho bisogno di ciò. I fiori, i disegni liberi, quelle linee intrecciate senza scopo che vanno sotto il nome di fogliami, non significano niente, non dipendono da alcun concetto determinato e tuttavia piacciono. Il pia­cere, che dà il bello, deve dipendere dalla riflessione su di un oggetto, la quale conduce a qualche concetto (non importa quale); e si distingue perciò anche dal piacevole, che riposa interamente sulla sensazione. […]

Pel buono sussiste sempre la domanda, se esso sia buono mediatamente o immediatamente (utile o buono in sé); mentre pel piacevole la domanda non ha ragion d'essere, poiché la parola significa in ogni caso qualche cosa che piace immediatamente. (Ѐ così anche per ciò che io chiamo bello). […]

Ma, malgrado tutte queste differenze, il piacevole e il buono si accordano in ciò, che entrambi son legati sempre con un interesse pel loro oggetto: non solo il piacevole (§ 3) e il buono mediato (l'utile), che piace come mezzo per ottenere il piacevole; ma anche ciò ch'è buono assolutamente e sotto ogni riguardo, il buono mo­rale, che include il più alto interesse. Giacché il buono è l'oggetto della volontà (vale a dire di una facoltà di desiderare determinata dalla ragione). Ma volere qualche cosa ed aver piacere della sua esistenza, cioè prendervi interesse, sono la stessa cosa.

5. Comparazione dei tre modi specificamente diversi del piacere.

Il piacevole ed il buono si riferiscono entrambi alla facoltà di desiderare e producono quindi, il primo un piacere condizionato patologicamente (da eccitazioni, sti­muli), il secondo un piacere pratico puro; cioè un piacere che è determinato in entrambi i casi non semplicemente dalla rappresentazione dell'oggetto, ma anche da quella del rapporto del soggetto con l'esistenza dell'oggetto stesso. Non è soltanto l'oggetto che piace, ma anche la sua esistenza. Perciò il giudizio di gusto è puramente contemplativo, è un giudizio, cioè, che, indiffe­rente riguardo all'esistenza dell'oggetto, ne mette solo a riscontro i caratteri con il sentimento di piacere e di dispiacere. Ma questa contemplazione a sua volta non è diretta a concetti; perché il giudizio di gusto non è un giudizio di conoscenza (né teorico né pratico), e per con­seguenza non è fondato sopra concetti, né se ne p ro­pone alcuno.

Il piacevole, il bello, il buono designano dunque tre diversi rapporti delle rappresentazioni verso il sentimento di piacere e dispiacere […] Ognuno chiama p iace­vole ciò che lo diletta; bello ciò che gli piace senz'altro; buono ciò che apprezza, approva, vale a dire ciò cui dà un valore oggettivo. Il piacevole

vale anche per gli animali irragionevoli; la bellezza solo per gli uomini, nella loro qualità di esseri animali, ma ragionevoli, e non soltanto in quanto essi sono semplice­mente ragionevoli (come sono, per esempio, gli spiriti), ma in quanto sono nello stesso tempo animali; il buono invece ha valore per ogni essere ragionevole in generale. […] Si può dire che di questi tre modi del piacere, unico e solo quello del gusto del bello è un piacere disinteressato e 1ibero; perché in esso l'approvazione non è imposta da alcun interesse, né dai sensi, né dalla ragione. Del piacere quindi si potrebbe dire che esso si riferisce nei tre casi esaminati all' inc1i­naz ione, al favore o alla stima. Perché il fa­vore è l'unico piacere libero. L'oggetto di un'inclinazione e quello che è imposto da una legge della ragione al nostro desiderio, non ci lasciano alcuna libertà di farcene noi stessi un oggetto del piacere. Ogni interesse presup­pone o produce un bisogno, e, come motivo dell'appro­vazione, non lascia libertà al giudizio sopra l'oggetto.

Definizione del bello desunta dal primo momento

Il gusto è la facoltà di giudicare un oggetto o un tipo di rappresentazione mediante un piacere, o un dispiacere, senza alcun interesse. L’oggetto di un piacere simile si dice bello.

SECONDO MOMENTO DEL GIUDIZIO DI GUSTO, SECONDO LA QUANTITÀ

6. Il bello è ciò che è rappresentato, senza concetti, come l'oggetto di un piacere u n i v e r s a le.

Questa definizione del bello può esser dedotta dalla precedente, per la quale esso è l'oggetto di un piacere senza alcun interesse. Difatti colui che ha coscienza di esser disinteressato nel piacere che prova di qualche cosa, non può giudicare la cosa medesima se non come contenente un motivo di piacere, che sia valevole per ognuno. Non essendo il piacere fondato su qualche inclinazione del soggetto (o su qualche altro interesse consapevole), e sentendosi invece colui che giudica completamente 1ibero rispetto al piacere che dedica all’oggetto; egli non potrà trovare alcuna condizione particolare, esclusiva del suo soggetto, come fondamento del piacere, e dovrà quindi considerarlo come fondato su qualcosa, che si possa preesupporre anche in ogni altro; per conseguenza, dovrà credere di aver ragione di pretendere dagli altri lo stesso piacere. Egli parlerà così del bello come se la bellezza fosse una qualità dell'oggetto, e il suo giudizio fosse logico (un giudizio che dà una conoscenza dell'oggetto mediante il suo concetto), sebbene sia soltanto estetico e non implichi che un rapporto della rappresentazione dell'oggetto col soggetto; perché, infatti, esso è simile in questo al giudizio logico, che si può presupporre la sua validità per ognuno. […] Al giudizio di gusto, per conseguenza, poiché in esso v'è la coscienza del disinteresse, deve unirsi l'esigenza della validità per ognuno, sebbene tale validità non si tenga connessa agli oggetti; in altri termini, il giudizio di gusto deve pretendere all'universalità soggettiva.



7. Comparazione del bello col piacevole e col buono mediante l'osservazione precedente.

Per ciò che riguarda il p i a c e voI e, ognuno ricoonosce che il giudizio che egli fonda su di un sentimento particolare, e col quale dichiara che un oggetto gli piace, non ha valore se non per la sua persona. […] Perciò sarebbe da stolto litigare in tali casi per riprovare come errore il giudizio altrui, quando differisce dal nostro, quasi che tali giudizii fossero opposti logicamente; sicché in fatto di piacevole vale il principio: ognuno ha il proprio gusto (dei sensi).

Per il bello la cosa è del tutto diversa. […] Perché egli non deve chiamarlo bello, se gli piace semplicemente. Molte cose possono avere per lui attrattiva e vaghezza; questo non importa a nessuno; ma quando egli dà per bella una cosa, pretende dagli altri lo stesso piacere; non giudica solo per sé, ma per tutti, e parla quindi della bellezza come se essa fosse una qualità della cosa. Egli dice perciò: - la cosa è bella; - e non fa assegnamento sul consenso altrui nel proprio giudizio di piacere, sol perché molte altre volte quel consenso vi è stato; egli lo esige. Biasima gli altri se giudicano altrimenti, e nega loro il gusto, pur pretendendo che debbano averlo; e per conseguenza qui non si può dire: - ognuno ha il suo gusto particolare.-Varrebbe quanto dire che il gusto non esiste […]

8. L'universalità del piacere in un giudizio estetico è rappresentata solo come soggettiva.

Questa particolare determinazione dell'universalità di un giudizio estetico, che si rinviene in un giudizio di gusto, è un fatto degno di nota, non veramente per il logico, bensì pel fìlosofo trascendentale, che spende non poca fatica per scopnre la sua origine, ma con essa viene anche a scoprire una proprietà della nostra facoltà di conoscere che senza questa ricerca sarebbe rimasta ignota […]

Col giudizio di gusto (sul bello) si pretende da ognuno il piacere riguardo ad un oggetto, senza fondarsi però su qualche concetto (perché allora si tratterebbe del buono) […]

Qui è innanzi tutto da notare che una universalità, che non abbia fondamento nei concetti dell'oggetto (quand'anche soltanto empirici), non è punto logica, ma estetica, cioè non include una quantità oggettiva del giudizio, sibbene soltanto una quantità soggettiva; per la quale io adopero l'espressione validità comune, che indica la validità non del rapporto di una rappresentazione con la facoltà di conoscere, ma della rappresentazione medesima col sentimento di piacere o dispiacere in ogni soggetto. […]

Ma da una universalità soggettiva, cioè quella estetica, che non ha fondamento in alcun concetto, non si può concludere alla universalità logica; perché quella specie di giudizii non si rapporta all'oggetto. Ma appunto perciò l'universalità estetica, che è attribuita ad un giudizio, dev'essere di una specie particolare, perché essa non lega il predicato della bellezza col concetto dell'oggetto considerato nella sua intera sfera logica, e tuttavia lo estende all’intera sfera dei giudicanti.

Rispetto alla quantità logica ogni giudizio di gusto è singolare. […] Così, per esempio, la rosa, che io guardo, la dichiaro bella con un giudizio di gusto; e invece il giudizio che corrisponde al paragone di molti giudizii singolari - le rose in generale son belle - non esprime più un semplice giudizio estetico, ma un giudizio logico fondato su di un giudizio estetico. Ora il giudizio - la rosa è piacevole (all'odorato) - è bensì un giudizio estetico singolare, ma non è un giudizio di gusto, sibbene un giudizio dei sensi. E si distingue dall'altro per questo, che il giudizio di gusto implica la quantità estetica dell'universalità, cioè la validità per ognuno, che nel giudizio del piacevole non si può trovare. […]

Quando si giudicano gli oggetti semplicemente secondo concetti, ogni rappresentazione della bellezza va perduta. […]

Ora qui è da notare che nel giudizio di gusto non vien postulato altro che tale voce universale, riguardo al piacere senza mediazione di concetti, e quindi la possibilità di un giudizio estetico, che possa esssere nello stesso tempo considerato valevole per ognuno. Il giudizio di gusto, per se stesso, non postula il consenso di tutti (perché ciò può farlo solo un giudizio logico, che fornisce ragioni); esso esige soltanto il consenso da ognuno, come un caso della· regola, rispetto al quale esso attende la conferma non da concetti, ma dalla adesione altrui. La voce universale è così soltanto una idea […]



9. Esame della questione, se nel giudizio di gusto il sentimento di piacere preceda il giudizio sull' oggetto, o viceversa.

La soluzione di questo quesito è la chiave della critica del gusto, e perciò degna di ogni attenzione.

Se ci fosse prima il piacere per l'oggetto dato, e al giudizio di gusto spettasse soltanto il compito di attribuire alla rappresentazione dell'oggetto la comunicabilità universale di quel piacere, si avrebbe un procedimento intimamente contradittorio. Perché allora quel piacere non sarebbe che il semplice piacevole della sensazione, e, quindi, per sua natura, potrebbe avere soltanto una validità particolare, perché dipenderebbe immediatamente dalla rappresentazione, con la quale l'oggetto è dato.

È quindi la possibilità di comunicare universalmente lo stato d'animo, prodottosi rispetto alla rappresentazione data, che deve stare a fondamento del giudizio di gusto, come sua condizione soggettiva, e avere come conseguenza il piacere per l'oggetto. Ma nulla può essere comunicato universalmente se non la conoscenza e la rappresentazione in quanto è conoscenza. Perché la rappresentazione solo allora è puramente oggettiva, e ha perciò un punto universale di riferimento, col quale la facoltà rappresentativa di tutti è obbligata ad accordarsi. Ora se deve essere pensato come puramente soggettivo il fondamento del giudizio su questa comunicabilità universale della rappresentazione, cioè senza un concetto dell'oggetto, essa non può essere altro che lo stato d'animo che risulta dal rapporto delle facoltà rappresentative tra loro, in quanto queste riferiscono una rappresentazione data alla conoscenza in generale.

Le facoltà conoscitive, messe in giuoco da questa rapppresentazione, son qui in un giuoco libero, perché nessun concetto determinato le costringe a una particolare regola di conoscenza.[..] Ora, ad una rappresentazione con cui è dato un oggetto, affinché ne nasca in generale una conoscenza, appartengono la fantasia, per l'unione del molteplice dell'intuizione e, l'intelletto, per l'unità del conncetto che unisce le rappresentazioni. Questo stato di libero giuoco delle facoltà conoscitive in una rapppresentazione con cui è dato un oggetto, deve poter essere universalmente comunicato […]

La comunicabilità soggettiva universale del modo di rappresentazione propria del giudizio di gusto, poiché deve sussistere senza presupporre un concetto determinato, non può essere altro che lo stato d'animo del libero giuoco della fantasia e dell'intelletto (in quanto essi si accordano tra loro come deve avvenire per una conoscenza in generale) […]

Ora, questo giudizio puramente soggettivo (estetico) dell'oggetto, o della rappresentazione con cui esso è dato, precede il piacere per l'oggetto, ed è il fondamento di questo piacere per l'armonia delle facoltà di conoscere […]

Il piacere che noi sentiamo, lo esigiamo come necessario da ognuno nel giudizio di gusto, quando diciamo bella qualche cosa, proprio come se esso fosse da considerarsi come una proprietà dell'oggetto […]

L'animazione di entrambe le facoltà (l'intelletto e l'immaginazione) in vista di un'attività determinata, e purtuttavia concorde grazie allo stimolo della rappresentazione data […] è la sensazione, la cui comunicabilità universale è postulata dal giudizio di gusto. Un rapporto oggettivo può essere soltanto pensato; ma in quanto esso, secondo le sue condizioni, è soggettivo, può essere anche sentito nel suo effetto sull'animo: e di un rapporto che non abbia a fondamento alcun concetto (come quello delle facoltà rappresentative con una facoltà di conoscere in generale) non vi è altra coscienza che la sensazione dell'effetto che consiste nel facile giuoco delle due facoltà dell'animo (intelletto ed immaginazione), avvivate da un accordo reciproco.

Definizione del bello desunta dal secondo momento

Ѐ bello ciò che piace universalmente senza concetto

TERZO MOMENTO DEI GIUDIZII DI GUSTO, SECONDO LA RELAZIONE CON LO SCOPO, CHE IN ESSI È PRESA IN CONSIDERAZIONE […]

Quando non si pensa semplicemente la conoscenza d'un oggetto, ma l'oggetto stesso (la sua forma o la sua esistenza) come un effetto, possibile solo mediante un concetto dell'effetto medesimo, allora si pensa uno scopo. […]

La facoltà di desiderare, in quanto può esser determinata ad agire solo mediante concetti, cioè secondo la rappresentazione di uno scopo, sarebbe la volontà. Ma un oggetto, uno stato d'animo o anche un'azione, è detto finalistico anche se la sua possibilità non presuppone necessariamente la rappresentazione di uno scopo, e pel semplice fatto che la sua possibilità non può essere spiegata e concepita da noi, se non ammettendo come principio di essa una causalità secondo fini, cioè una volontà, che l'abbia così ordinata secondo la rappresentazione di una certa regola. La finalità dunque può essere senza scopo, quando non possiamo porre in una volontà la causa di quella forma, e tuttavia non possiamo concepire la spiegazione della sua possibilità se non derivandola da una volontà. […] Sicché possiamo almeno osservare una finalità secondo la forma, senza porre a fondamento di essa uno scopo (come materia del nexus finalis), e scorgerla negli oggetti, sebbene non altrimenti che con la riflessione.



11. Il giudizio di gusto non ha a fondamento se non la forma della finalità di un oggetto (o della sua rappresentazione).

Ogni scopo, quando è considerato come fondamento del piacere, implica sempre un interesse, come fondamento della determinazione del giudizio sull'oggetto che suscita il piacere. Sicché non può esservi nessuno scopo soggettivo a fondamento del giudizio di gusto. Il giudizio di gusto però, non può essere nemmeno determinato dalla rappresentazione di uno scopo oggettivo, cioè della possibilità dell'oggetto stesso secondo principii della relazione con un fine, e quindi da un concetto del buono; poiché esso è un giudizio estetico, non un giudizio di conoscenza, e quindi, come tale, non concerne alcun concetto della qualità o della possibilità interna od esterna dell'oggetto, derivante da questa o quella causa, ma soltanto il rapporto delle facoltà conoscitive tra loro, in quanto sono determinate da una rappresentazione. […]

Non altro dunque che la finalità soggettiva nella rappresentazione di un oggetto, senza nessun fine (né oggettivo, né soggettivo), e quindi la semplice forma della finalità nella rappresentazione con cui un oggetto ci è dato, può, in quanto ne siamo coscienti, costituire il piacere che giudichiamo, senza concetto, come universalmente comunicabile, e per conseguenza la causa determiinante del giudizio di gusto.

12. Il giudizio di gusto riposa su fondamenti a priori. […]

La coscienza della finalità puramente formale nel giuoco delle facoltà conoscitive del soggetto, nspetto a una rappresentazione con cui un oggetto è dato, è il piacere stesso, perché essa implica un fondamento della determinazione dell'attività del soggetto, diretto a vivificare le sue facoltà conoscitive. […] Questo piacere non è in nessun modo pratico, né come quello del piacevole che ha fondamento patologico, né come quello che ha a fondamento intellettuale la rappresentazione del bene. Esso ha però una causalità in se stesso, che consiste nel conservare, senza uno scopo ulteriore lo stato della rappresentazione stessa e l'attività delle facoltà conoscitive. Noi indugiamo nella contemplazione del bello, perché essa si rinforza e si riproduce da sé. […]

Definizione del bello desunta da questo terzo momento

La bellezza è la forma della finalità di un oggetto, in quanto questa viene percepita senza la rappresentazione di uno scopo.

QUARTO MOMENTO DEL GIUDIZIO DI GUSTO, SECONDO LA MODALITÀ DEL PIACERE CHE DANNO I SUOI OGGETTI

18. Che cosa è la modalità d'un giudizio di gusto. […]

Ma del bello si pensa che abbia una relazione necessaria col piacere. Questa necessità però è di una specie particolare; non è una necessità teoretica oggettiva, per la quale possa esser riconosciuto a priori che ognuno sentirà lo stesso piacere dall'oggetto, che io ho chiamato bello; non è nemmeno una necessità pratica, per cui, mediante concetti di un puro volere razionale, che serve di regola ad un essere libero, il piacere sia la necessaria conseguenza di una legge oggettiva, e non significhi altro se non che bisogni operare assolutamente in un certo modo (senz'altro scopo). Ma, in quanto necessità che è pensata in un giudizio estetico, essa può esser chiamata soltanto esemplare, ed è la necessità dell'accordo di tutti in un giudizio considerato come esempio d'una regola universale, che però non si può addurre. […]



20. La condizione della necessità, che presenta un giudizio di gusto, è l'idea di un senso comune.

Se i giudizii di gusto (come i giudizii di conoscenza) avessero un principio oggettivo determinato, colui che giudica pretenderebbe ad una necessità incondizionata del suo giudizio. Se essi invece fossero senza alcun principio, come quelli del semplice gusto del senso, nessuno penserebbe mai ad una loro necessità. Sicché essi debbono avere un principio soggettivo, che solo mediante il sentimento e non mediante concetti, ma universalmente, determini ciò che piace e ciò che dispiace. Un tale principio però non potrebbe esser riguardato che come un senso comune […]

Soltanto dunque nell'ipotesi che ci sia un senso comune (col quale non intendiamo nessun senso esterno, ma solo l'effetto del libero giuoco delle nostre facoltà conoscitive), soltanto nell'ipotesi, dico, di un tal senso comune, può esser pronunziato il giudizio di gusto.

21. Se si possa presupporre con ragione un senso comune.

Le conoscenze e i giudizii, con la convinzione che li accompagna, debbono poter essere comunicati universalmente, altrimenti non si acccorderebbero per nulla con l'oggetto; sarebbero tutti un giuoco puramente soggettivo delle facoltà rappresentative, proprio come vorrebbe lo scetticismo. Ma se le conoscenze debbono esser comunicabili, si deve poter comunicare universalmente anche quello stato d'animo che consiste nella disposizione delle facoltà conoscitive rispetto ad una conoscenza in generale, e quella proporzione che conviene ad una rappresentazione (con cui è dato un oggetto), affinché essa diventi una conoscenza; altrimenti, senza questa proporzione, come condizione soggettiva del conoscere, la conoscenza, come effetto, non potrebbe nascere. Ciò avviene effettivamente sempre quando un oggetto dato, per mezzo dei sensi, eccita l'immaginazione alla composizione del molteplice, e l'immaginazione a sua volta eccita l'intelletto all'unificazione in concetti del molteplice stesso. Ma questa disposizione delle facoltà conoscitive ha una diversa proporzione, secondo la diversita degli oggetti dati. Tuttavia ve ne deve essere una nella quale questo rapporto interno al ravvivamento (dell'una mediante l’altra) sia il piti favorevole per entrambe le facoltà dell'animo, relativamente alla conoscenza (di oggetti dati) in generale; e questa disposizione non può essere determinata altrimenti che dal sentiimento (non da concetti). […]

Definizione del bello desunta dal quarto momento

Il bello è ciò che, senza concetto, è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario.

L’ANALITICA DEL SUBLIME

23. Passaggio dalla facoltà del giudizio del bello a quella del sublime.

Il bello si accorda col sublime in questo, che entrambi piacciono per se stessi. […] Entrambi i giudizii sono singolari, ma si danno come giudizii universali rispetto ad ogni soggetto, sebbene pretendano solo al sentimento di piacere e non alla conoscenza dell'oggetto.

Ma saltano agli occhi anche delle differenze considerevoli. Il bello della natura riguarda la forma dell'oggetto, la quale consiste nella limitazione; il sublime invece, si può trovare anche in un oggetto privo di forma, in quanto implichi o provochi la rappresentazione dell'illimitatezza, pensata per di più nella sua totalità […] Nel primo caso il piacere è quindi legato con la rappresentazione della qualità, nel secondo invece con quella della quantità. Tra i due tipi di piacere c'è inoltre una notevole differenza quanto alla specie: mentre il bello implica direttamente un sentimento di agevolazione e intensificazione della vita, e perciò si può conciliare con le attrattive e con il gioco dell'immaginazione, il sentimento del sublime invece è un piacere che sorge solo indirettamente, e cioè viene prodotto dal senso di un momentaneo impedimento, seguito da una più forte effusione, delle forze vitali, e perciò, in quanto emozione, non si presenta affatto come un gioco, ma come qua1cosa di serio nell'impiego dell'immaginazione. Quindi il sublime non si può unire ad attrattive; e, poiché l'animo non è semplicemente attratto dall'oggetto, ma alternativamente attratto e respinto, il piacere del sublime non è tanto una gioia positiva, ma piuttosto contiene meraviglia e stima, cioè merita di essere chiamato un piacere negativo.

Ma ecco la più importante ed intima differenza tra il sublime il bello: se, com'è giusto, prendiamo qui in considerazione prima di tutto soltanto il sublime degli oggetti naturali (quello dell'arte è limitato sempre dalla condizione dell'accordo con la natura), troveremo che la bellezza naturale (per sé stante) include una finalità nella sua forma, per cui l'oggetto sembra come predisposto pel nostro Giudizio, e perciò costituisce essa stessa un oggetto di piacere; mentre ciò che, senza ragionamento, nella semplice apprensione, produce in noi il sentimento del sublime, può apparire, riguardo alla forma, contrario alla finalità per il nostro Giudizio, inadeguato alla nostra facoltà d'esibizione e quasi come violento contro l'immaginazione stessa, nondimeno però soltanto per esser giudicato tanto più sublime, quanto maggiore è tale violenza.[…]

Non possiamo dire se non questo, che cioè l'oggetto è capace dell'esibizione di una sublimità che si può cogliere nel nostro animo; poiché il vero sublime non può essere contenuto in alcuna forma sensibile, ma riguarda solo le idee della ragione, le quali, sebbene nessuna esibizione possa esser loro adeguata, anzi appunto per tale sproporzione che si può esibire sensibilmente, sono svegliate ed evocate nell'animo nostro. Così l'immenso oceano sollevato dalla tempesta non può esser chiamato sublime. La sua vista è terribile; e bisogna che l'animo sia stato già riempito da parecchie idee, se mediante tale intuizione deve esser determinato ad un sentimento, che è esso stesso sublime, in quanto l'animo è sospinto ad abbandonare la sensibilità e ad occuparsi di idee che contengono una finalità superiore.

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45. L’arte bella è un’arte in quanto ha l'apparenza della natura.

Davanti a un prodotto dell'arte bella bisogna aver la coscienza che esso è arte e non natura; ma la finalità della sua forma deve apparire libera da ogni costrizione di regole volontarie, come se fosse un proodotto semplicemente della natura. […] Vedemmo che la natura è bella quando ha l'apparenza dell'arte; l'arte, a sua volta, non può esser chiamata bella se non quando noi, pur essendo coscienti che essa sia arte, la riguardiamo come natura. […]

Sicché la finalità nei prodotti delle arti belle, sebbene sia voluta, deve apparire spontanea; vale a dire, l'arte bella deve presentarsi come natura, sebbene si sappia che è arte. Ma un prodotto dell'arte ha l'apparenza della natura quando sia stata puntualmente ottenuta la conformità alle regole secondo cui soltanto esso può essere ciò che dev'essere, ma senza sforzo, senza che trasparisca la forma scolastica, vale a dire senza che per alcuna traccia si veda che l'artista ebbe la regola sotto gli occhi e le facoltà del suo animo furono inceppate.



46. L'arte bella è arte del genio.

Il genio è il talento (dono naturale), che dà la regola all'arte. Poiché il talento, come facoltà produttrice innata dell'artista, appartiene anche alla natura, ci si potrebbe esprimere anche cosi: il genio è la disposizione innata dell'animo (ingenium) per mezzo della quale la natura dà la regola dell'arte. […]

Sicché l'arte bella non può trovare da se stessa la regola secondo cui deve realizzare i suoi prodotti. E poiché senza una regola anteriore un prodotto non può mai chiamarsi arte, bisogna che la natura dia la regola all'arte nel soggetto (mediante la disposizione delle sue facoltà), vale a dire l'arte bella è possibile soltanto come prodotto del genio.

Da ciò si vede quanto segue: 1. Il genio è il talento di produrre ciò di cui non si può dare una regola determinata, non un'attitudine particolare a ciò che può essere appreso mediante una regola; per conseguenza, l'originalità è la sua prima proprietà. 2. Poiché vi possono essere anche stravaganze originali, i suoi prodotti debbono essere insieme modelli, cioè esemplari; quindi, benché essi stessi non nati da imitazione, devono tuttavia servire per gli altri a ciò, vale a dire come misura e regola del giudizio. 3. Il genio stesso non può mostrare scientificamente come compie la sua produzione, ma dare la regola in quanto natura; perciò l'autore di un prodotto, che egli deve al proprio genio, non sa esso stesso come le idee se ne trovino in lui, né ha la facoltà di trovarne a suo piacere o metodicamente delle altre, e di fornire agli altri precetti che li mettano in condizione di eseguire gli stessi prodotti. (È perciò, probabilmente, che la parola genio è stata derivata da genius, che significa lo spirito proprio di un uomo, quello che gli è stato dato con la nascita, lo protegge, lo dirige, e dalla cui ispirazione provengono quelle idee originali). 4. La natura mediante il genio non dà la regola alla scienza, ma all'arte, e a questa soltanto in quanto dev'essere arte bella.

(I. Kant, Critica del Giudizio, tr. di A. Gargiulo, riveduta da V. Verra, Roma-Bari 1974, pp. 43-66, 81-86, 91-94, 164-167).



Horkheimer/adorno



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