Venezia – 1° parte



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VENEZIA – 1° parte

LA RIAPERTURA DI PALAZZO GRASSI


WHERE ARE WE GOING?”

OPERE SCELTE DELLA COLLEZIONE FRANCOIS PINAULT
Palazzo Grassi è un nobile edificio veneziano affacciato sul Canal Grande, in prossimità del ponte dell’Accademia. Negli anni ’80 fu acquistato da Gianni Agnelli, che volle farne il simbolo di un potere che, dal campo industriale, si riverberava anche in quello artistico e culturale. Agnelli chiamò uno degli architetti più famosi del momento, Gae Aulenti, artefice della risistemazione museale della Gare d’Orsay, per realizzarne la ristrutturazione, che fece dell’interno una bomboniera, con le pareti giocate sui colori rosa cipria e verde tenue. Chiamò poi lo svedese Pontus Hulten, già direttore del Centro Pompidou, per curare le mostre. Si susseguirono esposizioni che hanno fatto storia, dal Futurismo agli Etruschi, che attirarono migliaia di visitatori, con lunghe file per poter entrare.

Poi, con la crisi dell’industria dell’auto, Palazzo Grassi divenne un qualcosa di superfluo, troppo costoso per poter essere mantenuto. Invece di vendere la Juventus si decise che era più opportuno sbarazzarsi di un contenitore culturale che, in tempi di crisi, si riteneva non portasse grandi ritorni di immagine.

Fu così che, dopo alterne vicende, si arrivò ad un trapasso con forti connotazioni simboliche. In Occidente decadono le grandi industrie, tornano a crescere le differenze sociali tra lavoratori dipendenti e ricchi: finanzieri, managers, liberi professionisti, industriali delle telecomunicazioni, dei servizi, operatori immobiliari. Uno dei settori economici che maggiormente tirano, ai nostri tempi, è quello detto dei beni di lusso. Così a Palazzo Grassi, dopo un magnate dell’industria meccanica, arriva un signore che possiede una delle più importanti case d’asta del mondo, Christie’s, e marchi come Gucci, Yves Sant Laurent, Sergio Rossi, nonché i vini Chateau Latour e così via. Il signore francese, Francois Pinault, si è insediato nella storica dimora e, come prima cosa, ha voluto mutarne il volto affidandone la nuova ristrutturazione interna all’architetto giapponese Tadao Ando, che l’ha resa più astratta, eliminando le tinte pastello dell’intervento dell’85 di Gae Aulenti e immergendola in una luce lattiginosa, rendendo visibili soffitti affrescati e a cassettoni e mettendo in atto un sistema di illuminazione delle opere basato su faretti scorrevoli su lunghi binari grigio chiaro che assicurano, oltre a grande eleganza, ottima duttilità di impiego.

La prima mostra Monsieur Pinault l’ha voluta dedicare alla sua collezione di arte contemporanea, presentando circa 200 opere delle otre 2000 che ne fanno parte. Si tratta di lavori che coprono un arco temporale che va dai primi anni ’50 ai giorni nostri e che sono presentate secondo una successione non strettamente cronologica, ma per aree tematiche, suddividendola in un prologo e quattro capitoli. Visitandola si ha un’idea, sicuramente non esaustiva ma molto significativa, dei percorsi dell’arte negli ultimi cinquant’anni dove, alla fama consolidata degli autori, si accompagnano loro opere tra le più significative.

Il curatore della mostra si diverte ad usare citazioni in modo ironico e post moderno, a partire dal titolo : “Where are we going?”, mutuato da un’opera di Gauguin e ripreso dal giovane e scandaloso Damien Hirst, una delle star di Palazzo Grassi. In realtà credo che, dopo aver percorso le varie stanze e viste le opere, uno non si possa fare alcuna idea su dove stiamo andando, se non avvertire un gusto amaro di pericolo e disorientamento.

Si inizia, ovviamente, col Prologo, con opere nel cortile colonnato coperto subito dopo l’entrata al Palazzo. Qui si incontra, per primo, un esponente del Minimalismo, movimento nato negli USA negli anni Settanta, anche come reazione agli eccessi figurativi e decorativi della Pop Art. I minimalisti rifiutavano assolutamente la funzione mimetica, illustrativa dell’arte. Ritenevano che il lavoro artistico dovesse confrontersi con l’ambiente e che da questo fosse condizionato, ma che potesse a sua volta trasformarlo. Rifiutavano qualsiasi forma di coinvolgimento emotivo, riprendendo l’idea di Mondrian di un’arte che potesse costruire un mondo migliore, ordinato e fondato sulla ragione. Così, Carl André riveste il pavimento dell’ingresso con 1296 mattonelle quadrate di vari metalli, tutte delle stesse dimensioni, disposte nell’ordine alfabetico del materiale che le compone. Queste mattonelle ridefiniscono e ordinano lo spazio e, ovviamente, vanno calpestate. Si evidenzia anche un altro aspetto di quest’arte, profondamente connaturato alla propria origine americana, e cioè le grandi dimensioni che richiamano i grandi spazi urbani e paesaggistici di quella nazione.

Ancora nell’ingresso incontriamo due artisti che rifuggono risolutamente dal rigore formale di André e assumono il kitch delle tante immagini che ci assediano a oggetto del loro lavoro, riprendendo così suggestioni della Pop Art degli anni ’60. L’americano Jeff Koons realizza sculture in metallo vivacemente dipinte con colori industriali, come il grande cuore che ci accoglie all’entrata o il cane davanti alla facciata esterna del Palazzo sul Canal Grande, dove il giapponese Murakami espone, a sua volta, due sculture di personaggi derivati dai fumetti manga. Questi due artisti rientrano nella cosiddetta tendenza New Pop e il loro lavoro, dietro l’aspetto giocoso e colorato, fa emergere un sottile senso di angoscia, come se fosse la rappresentazione di un mondo sempre più lontano da quello in cui drammaticamente ci è dato di vivere.

Un’altra star dell’arte presente, a sua volta, con poetica completamente diversa, è il danese Olafur Eliasson. Egli utilizza la tecnologia più avanzata per realizzare progetti che coinvolgono grandi spazi, intervenendo per modificarne illusionisticamente la percezione. Come quando, nell’enorme sala delle turbine della Tate Modern di Londra, installò un grande sole artificiale trasformando un luogo chiuso di una fredda città in un effimero spazio tropicale. A Venezia egli ha rivestito la facciata sul Canal Grande di Palazzo Grassi con una rete di filo metallico che, di notte, emana una luminescenza azzurrognola, modificando così la percezione di questo antico edificio e rendendolo una specie di spazio alieno.

L’altro coup de theatre all’ingresso è una installazione del giovane svizzero Urs Fischer, che ha sospeso a migliaia di fili trasparenti altrettante sculture colorate a forma di goccia d’acqua, che rimangono come solidificate e sospese a mezz’aria, accompagnando il visitatore lungo lo scalone che porta al primo piano. Questa mi sembra l’opera più giocosa e che scioglie un po’ la severità dell’allestimento dell’architetto giapponese.

La prima sezione si intitola “Immagini della vita moderna”, citando, in questo caso, un’opera di Baudelaire. Si tratta di artisti che, in qualche modo, si confrontano con la realtà, adottando un linguaggio figurativo. Il primo che si incontra è l’italiano di maggior successo internazionale: Maurizio Cattelan. Entrando nella stanza si vede una figura in abito grigio, inginocchiata verso un angolo, con la corporatura di un bambino. Avvicinandoci e girandole attorno si vede che la statua, in modo sorprendentemente realistico, ha il volto di Adolf Hitler. Ognuno può interpretare a suo modo l’opera: è ancora tra noi? Sta aspettando di crescere per ritornare? E’ dentro di noi?

L’americano Raymond Pettibon ha rivestito la sua stanza di disegni e graffiti col suo stile di derivazione fumettistica, dove spesso immagini e frasi si riferiscono all’attualità storica. Anche il tedesco Gerard Richter e il belga Luc Tuymans si confrontano direttamente col reale, il primo riportando su tela foto tratte da quotidiani o riviste, volutamente scadenti o insignificanti, per portare l’attenzione su momenti di quotidianità; il secondo, invece, dipingendo immagini, sempre tratte da giornali, attente all’attualità. Molto interessante il lavoro del canadese Jeff Wall, che realizza fotografie apparentemente realistiche, ma dove tutto deriva da una messa in scena con figuranti e pose tratte da opere d’arte del passato. Le foto sono poi montate su grandi lightbox che conferiscono alle immagini grande forza di impatto, in un gioco ambiguo con la realtà. Il francese Pierre Huyghe presenta un video dove la videocamera fissa inquadra in notturna due edifici a torre le cui molte finestre, spegnendosi e accendendosi, compongono una specie di spartito musicale, con ovvio omaggio al film di Andy Warhol sull’Empire State Building.

La seconda sezione si intitola “Materiale come metafora”. Si parla di ricerche iniziate nel dopoguerra in Europa sull’uso di materiali diversi nella composizione del lavoro artistico. Si parte da artisti come Tapies o Manzoni, che inserivano sabbia, caolino ed altro nella tela per passare a Fontana che, tagliandola, inserisce nella stessa lo spazio, a quelli che, avendo come precursore Francesco Lo Savio, non utilizzano più la tela, ma i materiali più diversi nella realizzazione delle proprie opere. Sono presenti i principali rappresentanti del movimento detto “Arte Povera” che, nato alla fine degli anni ’60, si è caratterizzato per l’uso di materiali non convenzionali e per la grande libertà con cui ciascuno li combinava inseguendo la propria personale poetica, che variava dall’attenzione alle forze primarie della natura (Anselmo, Merz) alle dinamiche di trasformazione della materia minerale (Zorio) o vegetale (Penone) o di entrambe (Kounellis). Fabro e Paolini, pur essendo inseriti nel movimento, appaiono più raffinati, più colti, col secondo che avvia, fin dall’inizio, una profonda analisi sul farsi dell’opera, sulla sua natura e il rapporto tra essa, come si forma e appare, e chi la guarda. Poetico e ironico, a partire dal titolo del lavoro in mostra: “Oroscopo come progetto della mia vita”, il bolognese Pier Paolo Calzolari ama il piombo e le serpentine ghiacciate dei frigoriferi. Anche Claudio Parmiggiani, pur non facendo parte del movimento, svolge ricerche analoghe, mantenendosi sul versante colto e poetico di un Paolini. Infine, Alighiero Boetti, il più leggero e spiazzante, il più infantile, il meno catalogabile e il più amato dai giovani artisti d’oggi, che faceva tessere i suoi disegni e le sue parole da donne afgane, che presenta come opera d’arte la lista dei mille fiumi più lunghi del mondo, e Michelangelo Pistoletto, con i famosi quadri specchianti, che attirano lo spettatore dentro l’opera.

La terza sezione, “L’impulso minimalista”, è dedicata al movimento americano del Minimalismo, che già è rappresentato dalle mattonelle metalliche di Carl André nel cortile coperto del Palazzo. Il Minimalismo nacque come reazione alla Pop Art ed al profluvio di immagini della civiltà dei consumi. In pittura questa reazione portò all’azzeramento dell’immagine sul quadro che giunse, nei casi più radicali, alla pittura monocroma. Il rappresentante più significativo di questa tendenza è l’americano Robert Ryman, a cui è dedicata una bella sala, che arrivò a dipingere utilizzando il solo colore bianco. I suoi quadri, però, non sono mai uguali, mostrano le imperfezioni della stesura pittorica, angoli non dipinti e, quindi, la fatica di questa battaglia alla ricerca della purezza. Agnes Martin, invece, sovrappone alla pittura bianca una griglia di linee disegnate a matita, che conferiscono ai quadri una particolare luminosità. Anche Cy Twonbly, americano che vive a Roma da decenni, predilige le stesure bianche, sovrapponendo poi sulla superficie del quadro segni o parole, riportate con grafia incerta, volutamente esitante, che formano però composizioni di grande equilibrio e raffinatezza. Non si può non sottolineare, all’interno di questa sezione, la presenza di quadri tra i più belli di tutta la mostra. Si tratta di tre tele dell’americano, di origine lituana, Mark Rothko, risalenti ai primi anni cinquanta (sono le opere più vecchie esposte). Le tele, di grandi dimensioni sono attraversate da campiture di colore sviluppate verticalmente. Questi quadri andrebbero guardati a lungo, perché chiamano alla meditazione, all’introspezione. Dietro l’apparente semplicità delle forme emanano un’aura mistica, una spiritualità che non possono non coinvolgere.

Sul versante della scultura appartengono al Minimalismo Donald Judd, ossessionato dall’ordine: presenta sequenze di scatole e oggetti metallici disposti sempre secondo una rigorosa sequenza. Richard Serra combina materiali pesanti, ferro, acciaio, sempre inseguendo una grande semplicità delle forme e il rapporto tra queste e l’ambiente. Affascinante Dan Flavin, che usa i tubi industriali al neon per realizzare composizioni apparentemente semplici ma in realtà fortemente evocative, che richiamano artisti del passato o, come in Rothko, ricerche mistiche e spirituali. Non hanno molto senso, in questa sezione, i lavori concettuali, video e sculture, di Bruce Nauman e un artista come il cubano Felix Gonzalez-Torres che, malato di Aids, realizza opere che sono sempre in bilica tra desiderio di gioia, amore per la vita e senso della morte imminente. Poco chiara anche la stanza di Rudolf Stingel, che non ha niente a che fare con poetiche minimaliste.






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