Venti – ven – ti – vieni anche tu, la capacità di coinvolgere e coinvolgersi



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26.01.2018
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Venti – ven – ti – vieni anche tu, la capacità di coinvolgere e coinvolgersi
Che cosa ti coinvolge veramente? Che cosa ti appassiona? Ti senti spesso annoiato? Come passi il tuo tempo? Cosa ti accende dentro, ti fa sopportare fatica e sacrifici? Cosa ti entusiasma davvero? Per cosa investiresti tutto il tuo tempo, le tue risorse, ogni piccolo atomo di te?
Ciascuno potrebbe dare la sua risposta, forse molti di voi risponderebbero che non lo sanno, che non c’è una cosa o una situazione in particolare, ce ne sono diverse e nessuna è davvero così totalizzante. Per altri, invece, la risposta c’è ed è immediata: la squadra di calcio… pochi credo, la fidanzata o più probabilmente il fidanzato. Il lavoro a questa età è difficile, ma per qualcuno è così.
Abbiamo bisogno di qualche cosa che ci coinvolga così e così a fondo, è un bisogno quasi fisico. Ne sono una dimostrazione i tanti gruppi che si battono per le cause più disparate, e talvolta assurde – lasciamo perdere il movimento di liberazione dei nanetti da giardino. Ne sono una dimostrazione certi hobbies, collezionisti del di tutto di più e che trovano in edicola ampio sfogo. Certe attività di volontariato, poi, sono uno sfogo straordinario a questa esigenza ed hanno il vantaggio di farti sentire anche a posto con la coscienza – per chi ancora è capace di ascoltare la propria coscienza – e con gli altri perché hai qualche cosa di socialmente buono ed accettato da esibire.

Avete mai provato a chiedervi perché? Perché sentiamo così forte questa necessità, che poi decliniamo nei modi che abbiamo detto, o non decliniamo affatto perdendoci in mille rivoli, mille entusiasmi passeggeri – ho fatto collezioni di ogni genere, compresa la collezione di fidanzati?


Questo bisogno, amici, è segnato nel profondo della nostra umanità perché è una componente essenziale dell’amore, è una componente essenziale di Dio che chiama ciascuno a condividere la sua opera creatrice, è una componente essenziale del fatto che Dio si è fatto uomo per condividere con noi tutto, tutto di noi e tutto di Lui.
L’apatia, la noia, la svogliatezza, la mancanza di entusiasmo e di stimoli nell’essere, nel vivere, nel fare e nel dare sono il segno triste di questo tempo. C’è un sacco di gente che vede e vede anche bene, ad esempio le brutture di questo tempo. Viviamo in un mondo che sa fare diagnosi accurate, ma è un mondo che non si muove, che non si commuove. Combattiamo battaglie per un giorno, massimo due… il tempo del solito sms di beneficenza, dell’onda di servizi a Studio Aperto e poi più nulla. Tutti al funerale di questo o quello che ha fatto notizia… ed il nostro vicino di casa muore solo. Non si tratta amici di darsi una mossa, di cercare un certo attivismo che aumenta il fare al già molto fare di questo tempo. Si tratta di commuoversi, di compatire, di condividere il nostro essere umani. Ed a venti anni non può essere un optional.
La compassione è una parola che brucia e stordisce. Brucia perché inchioda il tuo cuore davanti all’ingiustizia, al dolore. E no siamo capaci di sopportare né l’una né l’altro, a maggior ragione se il dolore e l’ingiustizia è dell’altro. Molti tra voi si dedicano agli altri in tanti modi, alcuni lo fanno come lavoro – penso a quanti fra voi e siete tante, sono infermieri. Altri lo hanno fatto, animatori di oratorio. Altri ancora lavorano, molto semplicemente lavorano ogni giorno a contatto con la gente, tanta gente, gente distratta.
Mi piacerebbe che la compassione, questa parola abbastanza rara al giorno d'oggi, inebriasse la vostra intelligenza, bruciasse il vostro cuore, vi desse uno slancio che nulla può fermare. Mi piacerebbe che questa parola da sola facesse sorgere una famiglia immensa di cui sarete gli ambasciatori presso tutti i poveri, poveri di messi, poveri di vita, poveri di amore. Anche tra noi, anche tra noi qui in questo momento. Poveri di Dio.
Poveri di Dio e quindi poveri di compassione, di capacità di commuoverci, di muoverci con coloro che ci stanno accanto, e soffrono.
Coloro che, in effetti, sono bruciati dalla compassione, sono Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. E lo sono perché, dal momento che Dio è il primo a amare, è, in un certo senso, il primo a soffrire, egli è la prima vittima: «Dio che è a l’origine di tutti gli amori, ha scritto Maurice Zundel, che cito spesso, è raggiunto da tutti i dolori umani, e tutte le volte che la vita umana soffre, c'è una ferita nell'amore di Dio.» Dio è interdipendente dall’uomo.
Ed ancora: «La verità, è che Egli è la prima vittima, che Egli è il primo a portare tutti i nostri dolori, a subire tutte le nostre agonie, vivere tutta le nostre morti.» E se soffriamo, questo non dovuto ad un suo difetto. È lacerato dalle nostre sofferenze, e non ce le toglie, perché è impossibile. Tutto ciò che è al di fuori dell’amore è portato nel supplizio della croce, non fisicamente, ma alla croce dell’agonia di cui non possiamo avere idea. Ed infine, continua lo stesso autore: «Non ci è dato di capire le Persone divine;» nessuno come Dio porta la nostra agonia, è crocifisso dalla nostra morte; nessuna persona come Dio è umiliata dalla nostra debolezza; nessuna persona come Dio ha sete della nostra felicità.
L’uomo dovrebbe seguire Dio in questa avventura in cui si appassiona ai suoi simili, ne condivide la sorte, questa passione vera per l’umano, l’umano autentico… diventa passione per Dio, è la passione di Dio. Ed il mondo cambia.
La sofferenza può sembrare un fenomeno senza sorprese. Si conosce l’esistenza degli ospedali, degli orfanotrofi, dei campi di concentramento… Si conosce tutto il capitale di lacrime immagazzinato in questi luoghi. Già questo ci può sembrare mostruoso. Quello che lo è ancora di più è scoprire che la sofferenza non è un’entità anonima, distaccata, ma che essa ferisce un cuore, sfigura un volto. Incontrare un uomo che soffre, ascoltare fino in fondo i suoi silenzi, le sue grida, le sue ribellioni, colpisce di più che la meditazione che si può fare su tutta la sofferenza dell’umanità. Lo so bene da quando faccio il prete, da quando ascolto ogni giorno, vado a trovare nelel case, vedo e sento spesso impotente i vostri silenzi.
E quando ci si prende il tempo di curvarsi sulla sofferenza di un uomo e di portarla un po’ con lui, poi di un secondo uomo, la paura della croce – una croce ben palpabile, ben dura, una vera croce di legno, pesante, molto pesante che fa cadere e cadere di nuovo – ti prende al cuore, la senti sulla schiena, la misuri nelle tue mani.
Così come non ci sono peccati astratti, non ci sono sofferenze astratte. La sofferenza è sempre la sofferenza di una carne, di un cuore, di un’intelligenza. È la sofferenza di quel bimbo che ho incontrato tra gli scout di Pino, violentato fin dall’infanzia da un membro della famiglia, mandato via da casa sua, ancora violentato, incapace di dominare la incredibile violenza che è in lui… È la sofferenza di quella piccola romenaa di quattordici anni, già incinta, che aspetta sotto lo sguardo del suo protettore il nuovo cliente che abuserà del suo corpo già straziato… E si potrebbe descrivere in questo elenco l’esistenza di ogni uomo di ogni paese, perché nessuno sfugge a questa legge della sofferenza, anche chi ha, all’apparenza, una vita felice, senza dubbio conosce la sua parte di dolore intimo. La sofferenza di qualcuno di voi, qui ed ora, spesso segreta, segretissima, ma che dai vostri occhi è leggibile… perché le ferite del cuore devono sanguinare in qualche modo, se non altro dagli occhi, dallo sguardo.
Il corpo di Cristo è tutto intero sulla croce. Neppure un osso, neppure un arto è risparmiato. Il suo corpo è ridotto a brandelli, il suo spirito è annientato, il suo cuore trafitto. Il corpo dell’umanità è ugualmente tutto intero sulla croce. Nemmeno una delle membra sfugge al dolore. Ma, ai piedi della croce, il cuore di Maria si fa ricettacolo di quest’incredibile sacrificio. Il cuore della chiesa, il cuore di noi ragazzi che siamo qui a riflettere e provare ad amare. A cambiare. Dentro, a commuoverci, a coinvolgerci…
Chi o cosa ci libererà da un tale peso? Si spera in nuovi vaccini – nuove malattie appaiono continuamente! -, si attendono nuovi governi – e sono talvolta peggiori dei precedenti -, si sognano riforme sociali – in ogni caso non se ne hanno mai abbastanza! Certo, la vita è più facile quando si esce di prigione, dall’ospedale o dal campo di concentramento, ma lo stesso vuoto può permanere all’esterno come all’interno. I responsabili possono tappare i buchi. Le strutture possono meglio adattarsi alle esigenze di tutti, le povertà possono risolversi, ma rimane un’attesa. Quella di una soluzione più essenziale, più interiore. Un’attesa che, per molti, non ha nome, un’attesa che può esprimersi come il presentimento di una presenza salvatrice. Un’attesa che io traduco così: l’attesa di Natale, l’urgenza della risurrezione, l’attesa di Pasqua.
Molti vivono nella speranza di un avvenimento. Quelli la cui esperienza è limitata attendono ancora un avvenimento terreno. Coloro che hanno un’esperienza più ricca sanno che nulla quaggiù può arginare il male. Il suo peso è troppo grande e la storia degli uomini, da sola, incapace, in definitiva, di portare una salvezza. Occorre Qualcuno dall’esterno che agisca dall’interno. Non c’è bisogno di un “avvenimento – accidente” (rivolta, monarchia…), ma di un “avvenimento – persona”, un “avvenimento – presenza”, un “avvenimento – eternità”. C’è bisogno del Natale: un Dio nascosto che sorge nella notte degli uomini per condurli fino all’alba della risurrezione. Un Dio che conosce ciascun uomo per nome, che prende ogni ferita, che porta in sé il peso delle sofferenze intime e lo libera da queste nelle sua Pasqua, nel Suo sì totale e definitivo a Dio.

Una mano che ci conduca all’interno – nel più profondo della nostra intimità (esplorazione fiduciosa della nostra miseria) – e ci conduca al di là, là dove nessuna ideologia ci può portare: il Cuore misericordioso del Padre (scoperta stupita della misericordia). È questa l’opera del Natale: il Bambino, più piccolo e più grande di tutti i figli degli uomini, che offre la sua amicizia ai poveri, che tende loro la mano, che li nutre con una Parola eterna, che lava loro i piedi mettendosi più in basso di loro, che prende il loro peccato e li porta come il pastore porta l’agnellino più piccolo verso il Regno dove il male non può più raggiungerlo. Vi parlo di Natale in primavera…. Ma ora è Natale se qualche cosa nasce, se Dio nasce nel cuore di te che mi ascolti.


Ci si potrebbe meravigliare che un avvenimento che richiama oggi il cuore di ogni uomo sia già vecchio di venti secoli. Ci si domanda dov’è la rivoluzione che ha provocato. Ci si domanda in quale luce la Risurrezione abbia trascinato l’umanità. Natale, la Risurrezione sono oggi degli avvenimenti misteriosi. Li colgono coloro che leggono nella notte. Li scoprono coloro che sentono la “musica misteriosa”dell’amore.. li accolgono i poveri, i poveri di loro stessi. Natale ha bisogno di manifestarsi nel destino degli uomini, e Natale si manifesta, come la Risurrezione, ogni volta che un cuore apre il suo cuore spalancato alla Madre, affinché Ella vi deponga il suo Bambino di luce.

Niente cambia allora. E tutto cambia. La bidonville resta la bidonville. Il bambino morto non risuscita. La borsa non si riempie. Ma l’insopportabile diventa sopportabile perché è vissuto in presenza di una Presenza che gli dà significato. L’assurdo, il disgustoso, la miseria sfociano nel mistero, nell’adorazione, nella misericordia. Nacque il Bambino, risuscitò il Crocifisso e la speranza sollevò il mondo. Oggi è di moda parlare di sentimenti umanitari. E, in questo senso, spesso ci si può chiedere se la Chiesa, in molto di quello che fa, sia un’opera umanitaria. A dire il vero, io non lo so bene… Credo che ciò che la Chiesa fa sia un’opera umana, profondamente umana, in quanto essa cerca di mantenere gli occhi fissati su Gesù Cristo.


Nel farmi prete questo mi ha guidato, convinto a dire di sì alla chiamata di Dio. L’uomo - e soprattutto colui che è colpito dalla sofferenza – aveva bisogno al suo fianco di una presenza compassionevole: per questo ho scelto come parola che descrivesse il mio sacerdozio, il giorno dell’ordinazione «la mia vocazione è l’amore».
Mi potreste chiedere a cosa serve, mi potreste dire che qui siamo in pochi rispetto al numero enorme che è la fuori e che mai entrerà qui dentro. Le opere umanitarie, giustamente, sono molto preoccupate di un risultato, di una efficacia, di una produzione. È vero, ma non basta. La fecondità è in un altro ambito, che non può essere misurato in cifre, in bilanci, in risultati di esercizio. Così come gli apostoli non potevano quantificare il frutto di ogni incontro del loro Maestro, di ogni visita fatta nei villaggi che attraversava, così come è impossibile conoscere tutti gli effetti di una celebrazione o di una adorazione eucaristica su di una assemblea, è ugualmente impossibile conoscere l’esatto frutto di una visita ad un malato, di un gioco con i bambini, della presenza degli Amici dei bambini in un quartiere. C’è la grande parte di mistero, talvolta difficile da accettare: l’uomo ama talmente tanto valutare, misurare, conteggiare la propria azione per dimostrare a se stesso di essere qualcuno! Ma più ci si rivolge all’intimo dell’uomo, più si vuol raggiungere il suo cuore, più si vuol toccare quanto c’è di più umano nell’uomo, più bisogna rinunciarvi. Un’opera umana, profondamente umana sfugge ai conti umani: soltanto Dio ne conosce i frutti, perché rimane.

Scriveva S. Agostino: «Tu mostri ad una pecora un ramoscello verde e te la tiri dietro. Mostri ad un fanciullo delle noci, ed egli viene attratto e là corre dove si sente attratto: è attirato dall’amore, è attirato senza subire costrizione fisica; è attirato dal vincolo che lega il cuore. Se, dunque, queste delizie e piaceri terreni, presentati ai loro amatori, esercitano su di loro una forte attrattiva - perché rimane sempre vero che ciascuno è attratto dal proprio piacere - come non sarà capace di attrarci Cristo, che ci viene rivelato dal Padre? Che altro desidera più ardentemente l’anima, se non la verità? Di che cosa dovrà essere avido l’uomo, a qual fine dovrà desiderare che il suo interno palato sia sano nel giudicare il vero, se non saziarsi della sapienza, della giustizia, della verità, della vita immortale?».


Lasciatevi commuovere ragazzi, lasciatevi coinvolgere. Questi incontri a cui avete partecipato in tanti, e vi ringrazio, hanno avuto, avevano questo scopo. Muovere ciò che di grande e bello avete nel cuore perché andiate e portiate altri al cuore del mondo, al cuore dell’amore vero. Al cuore di Dio. Vi lascio con la testimonianza di un vescovo, Mons. Monari, di un incontro particolare.
La prima volta che incontrai Madre Teresa, fui colpito dal suo sguardo: mi guardò con due occhi limpidi e penetranti. Poi mi chiese: «Quante ore preghi al giorno?». Risposi sorpreso da una simile domanda e provai a difendermi dicendo: «Madre, da lei mi aspettavo un richiamo alla carità, un invito ad amare di più i poveri. Perché mi chiede quante ore prego?». Madre Teresa mi prese le mani e le strinse tra le sue quasi per trasmettermi ciò che aveva cuore; poi mi confidò: «Figlio mio, senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri! Ricordati: io sono soltanto una donna che prega. Pregando, Dio mi mette il Suo Amore nel cuore e così posso amare i poveri. Pregando!». Venne anche il premio Nobel per la pace, i giornalisti furono generosi in foto e domande. Una domanda un po’ birichina: «Madre, lei ha settant’anni! Quando lei morirà il mondo sarà come prima. Che cosa è cambiato dopo tanta fatica? Madre si riposi! Non vale la pena di fare tanta fatica: il mondo non cambia!». Madre Teresa avrebbe potuto reagire con un po’ di sdegno e invece fede un sorriso luminoso, come le avessero dato un bacio affettuosissimo. E aggiunse: «Vede, io non ho mai pensato di poter cambiare il mondo! Ho cercato soltanto di essere una goccia di acqua pulita nella quale potesse riflettersi l’amore di Dio. Le pare poco?». Il giornalista non riuscì a rispondere mentre intorno si era creato il silenzio dell’ascolto e della emozione. Madre Teresa riprese la parola e chiese al giornalista “sfacciatello”: «Cerchi di essere anche lei una goccia di acqua pulita e così saremo in due. È sposato?» «Si Madre».. »Lo dica anche a sua moglie e così saremo in tre. Ha dei figli?» «Tre figli Madre». «Lo dica anche ai suoi figli e così saremo in sei…».
Lo dico anche a voi… ditelo ai vostri amici, coinvolgeteli, coinvolgetevi. La mia vocazione è l’amore ho scritto, dietro ho messo anche “Attirami dietro a te, corriamo”. Lasciatevi attirare dal cuore di Cristo. E sarete felici. Ventenni, nel cuore, per sempre!








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