Verso la liberazione interiore



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2 – “Meeting Life”


Domanda: Ci troviamo a vivere con la paura della guerra, di per­dere il lavoro, se ne abbiamo uno; con la paura del terrorismo, della violenza dei nostri figli, di essere del tutto alla mercè di po­litici inetti. Come andare incontro alla vita quale essa è oggi?

KRISHNAMURTI: Come andarle incontro? Si deve dare per scon­tato che il mondo sta diventando sempre più violento – è evidente. Anche le minacce di guerra sono molto evidenti e così lo stranissimo fenomeno che i nostri figli stanno diventando vio­lenti. Viene in mente il caso di una madre venuta a incontrarci in India qualche tempo fa. Nella’tradizione indiana le madri sono tenute in grandissimo rispetto, e questa madre era sconvolta perché, diceva, i suoi figli l’avevano picchiata– una cosa inaudi­ta in questo paese. Così questa violenza si sta diffondendo in ogni parte del mondo. E c’è la paura di perdere il lavoro, come dice chi pone la domanda. Riconoscendo tutto ciò, sapendo tutto ciò, come andare incontro alla vita, quale essa è oggi?
Non lo so. So come lo faccio io, ma non si sa come lo farete voi. Anzitutto, che cos’è la vita, che cos’è questa cosa chiamata esistenza, piena di dolore, di sovrappopolazione, di politici inetti, d’ogni truffa, di disonestà, di corruzione che persiste nel mondo? Come andarle incontro? Di certo, ci si deve dapprima domandare che cosa significa vivere? Che cosa significa vivere in questo mondo, quale esso è? Come viviamo la nostra vita quotidiana, realmente, non teoricamente, non filosoficamente o idealisticamente, come la viviamo realmente? Se la esaminia­mo o ne siamo consapevoli seriamente, è una battaglia costan­te, un costante lottare, uno sforzo dopo l’altro. Doversi alzare al mattino è uno sforzo. Che cosa dobbiamo fare? Non possia­mo assolutamente sfuggirla. Una volta si sapeva di diverse per­sone che dicevano che era impossibile vivere nel mondo e che si ritiravano su qualche montagna dello Himalaya e scomparivano. Si tratta di un mero evitare, di una fuga dalla realtà, come lo è perdersi in una comunità, o unirsi a un qualche guru dal considerevole patrimonio e smarrirsi in ciò. Ovviamente, quelle persone non risolvono i problemi della vita quotidiana, né indagano sul cambiamento, sulla rivoluzione psicologica della società. Fuggono da tutto ciò. E noi, se non fuggiamo e viviamo davvero in questo mondo, quale esso è, che cosa dob­biamo fare? Possiamo cambiare la nostra vita? Non avere il minimo conflitto in essa, perché il conflitto fa parte della vio­lenza – è possibile? Questa lotta costante per essere qualcosa è il fondamento della nostra vita, lottare, lottare.
Possiamo, come esseri umani che vivono in questo mondo, cambiare noi stessi? Questo è davvero il problema – trasformarci radicalmente, psicologicamente, non «alla fine», non concedendoci tempo. Per un uomo serio, un uomo veramente religioso, non c’è domani. È alquanto difficile dire che non c’è un domani; c’è solo l’intenso culto dell’oggi. Possiamo vivere questa vita interamente e realmente, quotidianamente, trasfor­mando le nostre reciproche relazioni? Ecco il problema, non ciò che il mondo è, dato che noi siamo il mondo. Rendetevene conto, per favore: il mondo è voi e voi siete il mondo. Questa è una terribile evidenza, una sfida che deve essere totalmente raccolta – ovvero, rendersi conto che noi siamo il mondo con tutta la sua bruttezza, che noi abbiamo contribuito a tutto ciò, che noi siamo responsabili di tutto ciò, di ciò che accade in Medio Oriente, in Africa, e di tutta la follia che persiste in questo mondo; ne siamo responsabili. Possiamo non essere re­sponsabili delle azioni dei nostri nonni e bisnonni – schiavi­smo, migliaia di guerre, la brutalità degli imperi – ma ne fac­ciamo parte. Se non sentiamo la nostra responsabilità, il che significa essere del tutto responsabili di noi stessi, di ciò che facciamo, di ciò che pensiamo, di come ci comportiamo, allora non c’è quasi più speranza, essendo a conoscenza di ciò che il mondo è, sapendo che non possiamo individualmente, separa­tamente, risolvere il problema del terrorismo. Questo è il pro­blema dei governi, accertarsi che i propri cittadini siano al sicuro, protetti, e tuttavia essi non sembrano preoccuparsene. Se ciascun governo si preoccupasse davvero di proteggere il suo popolo, non ci sarebbero guerre. Ma, a quanto pare, i governi hanno perduto anche il buon senso; sono interessati soltanto ai partiti politici, al proprio potere, alla propria posizio­ne, al proprio prestigio – conoscete tutto ciò, tutto il gioco. Possiamo, dunque, senza concederci tempo, ossia domani, il futuro, vivere in modo tale che l’oggi sia estremamente importante? Il che significa che dobbiamo diventare straordinariamente vigili riguardo alle nostre reazioni, alla nostra confusio­ne – lavorare con accanimento su di noi. A quanto pare questa è l’unica cosa che possiamo fare. E se non lo facciamo, non c’è davvero alcun futuro per l’uomo. Non so se avete seguito qualche titolo nei giornali – tutto questo prepararsi alla guerra. E se vi preparate a qualcosa, l’avrete – come preparare un buon piatto. La gente comune nel mondo apparentemente sembra non preoccuparsi. Non si preoccupano quelli che sono intellettualmente, scientificamente coinvolti nella produzione di armamenti. Sono solo interessati alle loro carriere, al loro la­voro, alla loro ricerca; e noi, che siamo del tutto delle persone comuni, la cosiddetta borghesia, se non ci preoccupiamo mini­mamente, allora gettiamo davvero la spugna. La tragedia è che non sembriamo preoccuparci. Non ci riuniamo, non pensiamo insieme, non lavoriamo insieme. Siamo soltanto estremamente disposti a legarci a istituzioni, a organizzazioni, sperando che esse fermino le guerre, ci fermino dal massacrarci l’un l’altro. Non lo hanno mai fatto. Le istituzioni, le organizzazioni non fermeranno mai nulla di tutto ciò. È il cuore umano, la mente umana che è coinvolta. Per favore, non stiamo parlando retoricamente; stiamo affrontando qualcosa che è davvero molto pe­ricoloso. Abbiamo incontrato alcune delle persone importanti che sono coinvolte in tutto ciò, e costoro non se ne preoccupano. Ma se noi ci preoccupiamo e se la nostra vita quotidiana viene vissuta rettamente, se ciascuno di noi è consapevole di ciò che fa ogni giorno, allora io penso che ci sia qualche speranza per il futuro.



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