Verso la liberazione interiore



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5 – Londra, 15 Aprile 1952


Domanda: Mia moglie e io litighiamo. A quanto pare ci piaccia­mo, eppure questo litigare continua. Abbiamo cercato in vari mo­di di porre fine a questa brutta cosa, ma sembriamo incapaci di essere psicologicamente liberi l’uno dall’altra. Che cosa suggerisce?

KRISHNAMURTI: Finché c’è dipendenza, c’è necessariamente tensione. Se dipendo da voi come uditorio per appagare me stesso, allo scopo di sentirmi qualcuno parlando a un gran numero di persone, allora io dipendo da voi, vi strumentalizzo, mi siete psicologicamente necessari. Questa dipendenza è chiamata amore, e tutte le nostre relazioni si basano su di essa. Psicologicamente ho bisogno di voi, e psicologicamente voi avete bisogno di me. Psicologicamente diventate importanti nel mio rapporto con voi, perché soddisfate le mie esigenze – non solo psicologicamente, ma anche interiormente. Senza di voi sono perduto, sono insicuro, dipendo da voi; vi amo. Ogniqualvolta quella dipendenza viene messa in discussione, c’è insicurezza – e allora ho paura. E per nascondere quella paura, ricorro a ogni sorta di stratagemmi, i quali mi aiuteranno a scappare da essa. Sappiamo tutto ciò – usiamo proprietà, co­noscenza, dèi, illusioni, rapporti, come mezzi per coprire la nostra vacuità, la nostra solitudine e, dunque, queste cose diventano molto importanti. Le cose che sono diventate le no­stre fughe si fanno straordinariamente preziose.
Così, finché c’è dipendenza, c’è necessariamente paura. Essa non è amore. Potete chiamarla amore; potete nasconderla con qualsiasi parola dal suono gradevole. Ma, in realtà, al di sotto di essa c’è un vuoto; c’è la ferita che non può essere curata in nessun modo, che può giungere alla fine solo quando ne siete consci, consapevoli, solo quando l’avete compresa. E può es­serci comprensione solo quando non cercate una spiegazione. Vedete, chi pone la domanda vuole una spiegazione; vuole da me delle parole. Ci accontentiamo di parole. La nuova spiega­zione – se è nuova – voi la ripeterete. Ma il problema è ancora lì; ci sarà ancora litigio.
Ma, non appena comprendiamo questo processo di dipenden­za – quella esteriore come quella interiore, le dipendenze na­scoste, le impellenze psicologiche, l’esigenza del «di più» – quando comprendiamo queste cose, solo allora, sicuramente, c’è una possibilità di amore. L’amore non è né personale né impersonale; è uno stato. Non è della mente; la mente non può ottenerlo. Non potete mettere in pratica l’amore, o acquisirlo attraverso la meditazione. Sorge solo quando non c’è paura, quando questo senso di ansia, di solitudine è cessato, quando non c’è alcuna dipendenza o acquisizione. E ciò avviene solo quando comprendiamo noi stessi, quando siamo pienamente consci dei nostri moventi reconditi, quando la mente è in gra­do di scavare nelle profondità di se stessa senza cercare una ri­sposta, una spiegazione, quando non si danno più nomi. Sicu­ramente, una delle nostre difficoltà è che la maggior parte di noi si accontenta di ciò che nella vita è superficiale – soprattut­to di spiegazioni, giusto? E pensiamo di aver risolto ogni cosa con lo spiegarla – che è l’attività della mente. Finché possiamo dare un nome, riconoscere, pensiamo di aver ottenuto qualcosa; non appena si ha l’impressione che manchi il riconoscimen­to, il nominare, la spiegazione, la mente si fa confusa. Ma solo laddove non ci siano spiegazioni, quando la mente non si invi­schi nelle parole, l’amore può sorgere.



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