Verso la liberazione interiore


– Bombay, 15 Febbraio 1953



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9 – Bombay, 15 Febbraio 1953


Domanda: Il mio corpo e la mia mente sembrano fatti di stimoli profondamente radicati e di paure consce e inconsce. Vigilo sulla mente, ma spesso è come se queste paure di fondo mi soverchias­sero. Che cosa devo fare?

KRISHNAMURTI: Signore, scopriamo che cosa intendiamo per paura. Che cos’è la paura? La paura esiste solo in relazione a qualcosa. Non è una cosa in sé. È solo in relazione a qualcosa – a ciò che potreste dire di me, a ciò che il pubblico può pen­sare di me, alla perdita di un lavoro, all’avere sicurezza nella mia vecchiaia, oppure è paura della morte della madre o del padre, o Dio solo sa cosa. È la paura di qualcosa.
Ora, come devo fare per essere libero dalla paura? Un qualche tipo di disciplina disperderà forse la paura? La disciplina è re­sistenza, è il coltivare la resistenza ad apprendere. Libererà forse la mente dalla paura? Oppure la terrà soltanto lontana da essa – come costruendo un muro, che lascia sempre la pau­ra dall’altra parte? Ovviamente, non ci si può disfare della paura con la resistenza, coltivando il coraggio, perché la natu­ra stessa del coraggio è l’opposto della paura e, quando la mente è invischiata in paura e coraggio, non c’è alcuna solu­zione fuorché il coltivare la resistenza; così, non si supera la paura coltivando il coraggio.
Come devo fare per disfarmi della paura? Per favore, seguite, signori. Questo è il vostro problema, vostro e mio, di ogni essere umano che desideri liberarsi dalla paura perché, se posso liberarmene, allora il «me», il sé che crea tanto danno, tanta miseria nel mondo può scomparire. Non è forse il sé, per sua natura, la causa della paura? Siccome voglio sentirmi sicuro, se non lo sono economicamente, voglio esserlo politicamente, so­cialmente, nella reputazione; voglio esserlo nell’aldilà, voglio la garanzia che Dio mi dia una pacca sulla schiena e dica: «Avrai un’occasione migliore nella prossima vita»; voglio che qualcuno mi dica cosa fare, mi incoraggi, mi dia protezione, ri­paro. Così, finché cerco una qualsiasi forma di sicurezza, la paura, da cui scaturiscono tutti gli stimoli basilari, è inevitabi­le. Se sono, dunque, in grado di comprendere ciò che la paura è, forse allora può esserci una liberazione da quella costante al­ternativa.
Come devo fare per comprendere che cos’è la paura? Come devo fare – senza disciplinare, senza resistere, senza scappar via, senza creare altre illusioni, altri problemi, altri sistemi di guru, di filosofi – per affrontarla davvero, per comprenderla, per liberarmene e trascenderla? Posso comprendere la paura soltanto quando non sfuggo, quando non le resisto. Dobbia­mo, così, scoprire che cos’è quest’entità che resiste. Chi è l’«Io» che resiste alla paura? Lo capite, signori? Ossia, io ho paura; ho paura di ciò che il pubblico potrebbe dire di me, perché voglio essere una persona rispettabilissima; voglio aver successo nel mondo; voglio avere un nome, una posizione, l’autorità. Così, una parte di me insegue ciò e, interiormente, so che qualunque cosa io faccia condurrà alla frustrazione, so che ciò che voglio fare mi bloccherà. Ci sono, dunque, due processi che agiscono in me: uno, l’entità che vuole conseguire, diventare rispettabile, aver successo; l’altro, l’entità che teme sempre che io possa non farcela.
Così, in me stesso agiscono due processi, due desideri, due at­tività: uno che dice: «Voglio essere felice», e l’altro che sa che può non esserci felicità nel mondo. Voglio essere ricco e, allo stesso tempo, vedo milioni di persone povere; tuttavia la mia ambizione è quella di essere ricco. Finché il desiderio di sicu­rezza mi sta di fronte, mi guida, non c’è liberazione; al tempo stesso in me c’è compassione, amore, sensibilità. È una battaglia che continua incessantemente, e quella battaglia si proiet­ta, si fa antisociale, e così via. Cosa devo fare, dunque? Come devo fare per essere libero da questa battaglia, da questo con­flitto interno?
Se so osservare un processo soltanto e non coltivare il processo duale, allora ho una possibilità di occuparmene. Ossia, se so os­servare la paura in sé e non coltivare la virtù, il coraggio, allora posso occuparmi della paura. Vale a dire, se conosco «ciò che è» e non «ciò che dovrebbe essere», allora posso occuparmi di «ciò che è». La maggior parte di noi non conosce «ciò che è», perché è interessata a «ciò che dovrebbe essere». Questo «do­vrebbe essere» crea la dualità. «Ciò che è» non crea mai dualità. «Ciò che dovrebbe essere» causa il conflitto, la dualità.
Sono, quindi, in grado di osservare «ciò che è» senza il conflit­to dell’opposto, posso osservarlo senza alcuna resistenza? Poiché proprio la resistenza crea l’opposto, vero? Quando ho paura, posso guardarla senza creare resistenza? Perché, non appena creo resistenza a essa, ho già dato vita a un altro con­flitto. Posso guardare «ciò che è» senza alcuna resistenza? Se lo so fare, allora posso cominciare a occuparmi della paura.
Ora, che cos’è la paura? È una parola, un’idea, un pensiero, o una realtà? Si origina a causa della parola «paura», o è indipendente dalla parola? Per favore, signore, lo esamini con me. Non si stanchi. Non permetta alla sua mente di assopirsi. Perché, se è veramente interessato al problema della paura, cosa che lei è, che ogni essere umano è – paura della morte, paura che muoia il nonno o la nonna – dal momento che è oppresso da quell’oscurità straordinaria, non dovrebbe forse addentrarsi nel problema, anziché accantonarlo? Se ci addentriamo at­tentamente in questo problema, ci rendiamo conto che finché creiamo una qualsiasi resistenza alla paura, sfuggendo, co­struendo barriere contro di essa, come il coltivare il coraggio, e via dicendo, proprio quella resistenza causerà conflitto, il conflitto degli opposti. E a causa del conflitto degli opposti, noi non giungeremo mai alla comprensione.
L’idea che il conflitto fra tesi e antitesi determinerà una sintesi non è vera. Ciò che determina la comprensione è capire il fatto di «ciò che è», e non creare l’opposto. Posso, dunque, stare di fronte alla paura, guardarla senza resistere, senza sfuggire? Ora, che cos’è quest’entità che guarda la paura? Quando dico di aver paura, che cos’è l’«Io» e che cos’è la «paura»? Sono due stati differenti, due differenti processi? Sono diverso dalla paura che l’«io» prova? Se sono differente dalla paura, allora posso agire su di essa, posso cambiarla, posso resisterle o al­lontanarla. Ma se non sono differente da essa, non c’è, allora, un’azione completamente diversa?
È forse un po’ astratto e troppo difficile per voi, signori? Per fa­vore, esaminiamolo a fondo. Ascoltate solamente; non preoccu­patevi di argomentare, perché ascoltando, non sollevando argomenti, solamente ascoltando, potete capire ciò di cui parlo.
Finché resisto alla paura, non c’è libertà dalla paura, ma solo ulteriore conflitto, ulteriore infelicità. Quando non resisto, c’è solo la paura. La paura è, allora, diversa dall’osservatore, il «me» che dice: «Ho paura»? Che cos’è questo «me» che dice: «Ho paura»? Non è forse il «me» costituito di quella sensazio­ne che io chiamo paura? Il «me» non è forse la sensazione di paura? Se non ci fosse alcuna sensazione di paura, non ci sa­rebbe alcun «me». Così, il «me» e la paura sono tutt’uno. Non c’è un «me» separato dalla paura; la paura, dunque, è «me». Così, c’è solo la paura.
Ora, c’è la domanda: La paura è soltanto la parola? La parola «paura» – l’idea, il simbolo, la condizione – è creata dalla mente indipendentemente dal fatto? Ascoltate, per favore. La paura è «me»; non c’è un «Io» indipendente, separato da me. L’uomo, l’«Io»» dice: «Sono avido»; l’autorità è l’«Io». La qualità non è diversa dall’«Io». Così, finché l’«io» dice: «Devo disfarmi dell’avidità», sta facendo uno sforzo, sta lottando. Ma quello stesso «Io» è ancora avido, perché vuole essere nonavido. Ana­logamente, quando l’«Io» dice: «Devo sbarazzarmi della pau­ra», sta coltivando una resistenza, e così c’è conflitto, e non è mai libero dalla paura. C’è, quindi, libertà dalla paura solo quando riconosco il fatto, quando c’è una comprensione del fatto che la paura è l’«Io», e che l’«Io» non può fare nulla al ri­guardo. Per favore, vedete l’«Io» che dice: «Ho paura, devo fare qualcosa al riguardo». Finché esso agisce sulla paura, non crea che resistenza e sviluppa, perciò, ulteriore conflitto. Ma quando Io riconosco che la paura è me, allora non c’è azione dell’Io; è soltanto allora che c’è libertà dalla paura.
Vedete, siamo così abituati a fare qualcosa riguardo alla paura, a un impulso, a un impulso sessuale, che agiamo sempre su di esso come se quello stimolo fosse indipendente da «me». Quindi, finché consideriamo il desiderio come indipendente da «me», necessariamente c’è conflitto. Non c’è desiderio senza «me». Io sono il desiderio; le due cose non sono separate. Rendetevene conto, per favore. È veramente un’esperienza enorme quella che si ha quando c’è questa sensazione, che la paura sia «me», che l’avidità sia «me», che non sia separata da «me».
Non c’è pensiero senza il pensante. Finché c’è il pensiero c’è il pensante. Il pensante non è separato dal pensiero, ma il pensie­ro crea il pensante, lo separa, perché il pensiero è eternamente alla ricerca della permanenza e crea, così, l’«io» come entità permanente, l’«Io» che controlla il pensiero. Ma senza pensiero non c’è «Io»; quando non pensate, quando non riconoscete, quando non distinguete, c’è forse l’«Io»? C’è forse il «me»? Lo stesso processo del pensare crea il «me»; allora, il «me» opera sul pensiero. La lotta, dunque, va avanti indefinitamente.
Se si ha l’intenzione di essere completamente liberi dalla pau­ra, ci vuole, allora, il riconoscimento della verità che la paura è «me», che non c’è paura separata da «me». Questo è il fatto. Quando vi trovate di fronte a un fatto, c’è azione – un’azione che non è provocata dalla mente cosciente, un’azione che è la verità, non della scelta, non della resistenza. Soltanto allora c’è la possibilità di liberare la mente da ogni genere di paura.



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