Verso la liberazione interiore


– Nuova Delhi, 14 Novembre 1948



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10 – Nuova Delhi, 14 Novembre 1948


Domanda: Sono in conflitto e soffro. Per migliaia di anni ci hanno parlato delle cause della sofferenza e del modo in cui farla cessare; eppure, ci troviamo al punto in cui siamo oggi. È possibi­le porre fine a questa sofferenza?

KRISHNAMURTI: Mi chiedo in che modo molti di noi siano con­sapevoli che stiamo soffrendo. Siete consapevoli, non teoricamente ma realmente, di essere in conflitto? E se lo siete, che cosa fate? Cercate di fuggire da esso, giusto? Nel momento in cui si è consapevoli di questo conflitto e di questa sofferenza, si cer­ca di dimenticarli con attività intellettuali, col lavoro, oppure ri­cercando il godimento, il piacere. Si cerca una fuga dalla soffe­renza, e tutte le fughe sono uguali – giusto? – che siano colte o rozze. Che cosa intendiamo per conflitto? Quando siete consa­pevoli di essere in conflitto? Il conflitto, naturalmente, sorge quando esiste la coscienza del «me». C’è consapevolezza del conflitto solo quando il «me» diventa improvvisamente conscio di se stesso; in caso contrario voi conducete una vita monotona, superficiale, scialba, di routine, non è vero? Sei consapevole di te stesso solo quando vi è conflitto, e finché tutto fila liscio, sen­za una contraddizione, senza una frustrazione, non c’è alcuna coscienza di te stesso in atto. Finché non vengo intimorito, finché ottengo ciò che voglio, non sono in conflitto, ma nel mo­mento in cui vengo ostacolato, sono consapevole di me stesso e mi avvilisco. In altre parole, il conflitto sorge solo quando ho la sensazione di «me stesso» di fronte a una frustrazione in atto. Che cosa vogliamo, dunque? Vogliamo avere un’azione che sia costantemente appagante, senza frustrazione; vogliamo, cioè, vivere senza essere ostacolati. In altre parole, vogliamo la realiz­zazione dei nostri desideri e, finché quei desideri non vengono esauditi, c’è conflitto, contraddizione. Il nostro problema, dun­que, è come attingere, come conseguire la realizzazione perso­nale senza frustrazione.Voglio possedere qualcosa – proprietà, una persona, un titolo, o qualsivoglia cosa – e se riesco a otte­nerlo e a continuare a ottenere ciò che voglio, allora sono felice, non c’è contraddizione. Così, ciò che cerchiamo è la nostra rea­lizzazione e, finché possiamo conseguirla, non c’è attrito.
Ora, la domanda è: c’è qualcosa come la realizzazione di sé? Ossia, posso conseguire qualcosa, diventare qualcosa, realizzare qualcosa? E in quel desiderio non c’è forse una costante battaglia? Finché bramo diventare qualcosa, conseguire qualcosa, realizzarmi, la frustrazione è inevitabile, la paura è inevi­tabile, il conflitto è inevitabile; c’è, quindi, qualcosa come la realizzazione di sé? Cosa intendiamo per realizzazione di sé? Per realizzazione di sé noi intendiamo espansione del sé – il farsi più ampio del «me», il suo farsi più importante; il suo di­ventare il governatore, il dirigente, il direttore di banca, e via dicendo. Ora, se lo esaminate un po’ più a fondo, vedrete che, finché c’è quest’azione del sé, cioè, finché l’autocoscienza è in atto, frustrazione e quindi sofferenza sono inevitabili. Perciò, il nostro problema non è come superare la sofferenza, come accantonare il conflitto, ma come comprendere la natura del sé, il «me». Spero di non avere reso la cosa troppo complicata. Se cerchiamo meramente di superare il conflitto, di metter da parte il dolore, non comprendiamo la natura del creatore del dolore.
Finché il pensiero è interessato al proprio miglioramento, alla propria trasformazione, al proprio progresso, conflitto e con­traddizione sono inevitabili. Così, ritorniamo al fatto evidente che il conflitto, la sofferenza esisteranno finché non compren­derò me stesso. Comprendersi, dunque, è più importante che sapere come superare il dolore e il conflitto. Possiamo ap­profondire tutto ciò più tardi. Ma sottrarsi al dolore per mezzo dei riti, degli svaghi, delle credenze, o di qualsiasi altra forma di distrazione, significa allontanare sempre più il vostro pensiero dalla questione centrale, che è comprendervi. Per com­prendere la sofferenza occorre la cessazione di ogni fuga, perché solo allora sarete in grado di riconoscere voi stessi in atto; e nel comprendervi in atto – vale a dire in rapporto – troverete un modo per liberare del tutto il pensiero da ogni conflitto e per vivere in una condizione di felicità, di realtà.



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