Verso la liberazione interiore



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16 – Ojai, 10 Agosto 1952


Domanda: Che io sappia, di tutti i maestri spirituali lei è l’unico a non offrire un sistema di meditazione per il raggiungimento della pace interiore. Concordiamo tutti sul fatto che la pace è ne­cessaria, ma come possiamo raggiungerla senza mettere in pratica una tecnica, sia essa dello yoga orientale o della psicologia oc­cidentale?

KRISHNAMURTI: Non è veramente un male che vi siano dei maestri, maestri spirituali e dei seguaci? Nel momento in cui avete un maestro e ne diventate il seguace, non avete forse distrutto quella fiamma che deve essere alimentata costantemente se dovete trovare, scoprire? Quando fate affidamento sull’aiuto di un maestro, questi non diventa forse più importante della verità che state cercando? Mettiamo, dunque, da parte l’atteggiamento maestro-discepolo; cerchiamo di dimen­ticarcene completamente e consideriamo il problema stesso poiché riguarda ciascuno di noi. È evidente che nessun inse­gnante può aiutarvi a trovare la verità; va scoperta in voi stes­si; occorre passare attraverso il dolore, la sofferenza, l’indagi­ne; occorre scoprire e comprendere le cose da soli. Ma facendovi seguaci di un determinato maestro, non avete forse coltivato l’inerzia, la pigrizia, non c’è forse un offuscamento della mente? E, senza alcun dubbio, i diversi insegnanti con i loro svariati gruppi sono in contraddizione, competendo gli uni con gli altri, facendo propaganda – conoscete tutta l’as­surdità della faccenda. Tutta quanta la questione dei seguaci e dei maestri è, dunque, ridicola e infantile. Il punto è: c’è un metodo, orientale od occidentale, per conseguire la pace? Se la pace viene conseguita praticando un qualche metodo, ciò che avete conseguito e che chiamate pace non è più una qua­lità vivente, è una cosa morta. Sapete in teoria che cosa do­vrebbe essere la pace, e avete fissato una linea di condotta da seguire in direzione di essa. In verità, quella pace è una proie­zione del vostro stesso desiderio, non è vero? Quindi, non si tratta più di pace. È ciò che volete, una cosa opposta a ciò che siete. Mi trovo in una condizione di conflitto, di miseria, di contraddizione; sono infelice, violento e voglio un rifugio, uno stato in cui io non sia disturbato. Mi reco, così, da diversi maestri, da diverse guide; leggo libri, pratico discipline che promettono ciò che voglio; mi reprimo, mi controllo, mi adat­to al fine di guadagnarmi la pace. Ed è pace quella? Di certo, la pace non è una cosa da ricercare – essa giunge. È un sottoprodotto, non è fine a se stessa. Essa giunge quando comincio a comprendere per intero il processo di me stesso, le mie con­traddizioni, i miei desideri, le mie ambizioni, il mio orgoglio. Ma se la rendo fine a se stessa, allora vivo in uno stato di rista­gno. Ed è pace quella?
Perciò, fino a quando cerco la pace con un sistema, con un metodo, con una tecnica, l’avrò, ma sarà la pace del conformi­smo, la pace della morte. Ed è ciò che la maggior parte di noi vuole. Ho avuto un barlume di qualcosa, un’esperienza che non può essere espressa a parole, e voglio vivere in tale stato, voglio che perduri, voglio una realtà assoluta. Può anche es­serci una realtà assoluta, oppure possono esserci delle espe­rienze dal significato sempre maggiore, ma se mi aggrappo all’una o alle altre, non coltivo forse una lenta morte? E la morte non è pace. Non mi riesce, dunque, d’immaginare che cosa sia la pace in questo stato di confusione, in questo stato di conflitto. Ciò che riesco a immaginare è l’opposto, e ciò che è opposto a quello che sono non è pace. Una tecnica, dunque, mi aiuta soltanto a ottenere qualcosa che è il contrario di ciò che sono, e senza comprendere ciò che sono – pene­trandolo interamente, non solo a livello conscio, ma anche inconscio – senza comprendere l’intero processo di me stesso, la mera ricerca della pace ha davvero poco significato.
Vedete, la maggior parte di noi è pigra. Siamo talmente inerti; vogliamo l’aiuto di maestri, di monasteri; non vogliamo scoprire da soli per mezzo della nostra costante consapevolezza, della nostra indagine, della nostra esperienza, per vaga, sottile, elusiva che sia. Ci uniamo a chiese, a gruppi, ci facciamo se­guaci di questo o di quello – il che significa che da un lato c’è lo sforzo, e dall’altro si coltiva l’inerzia. Ma se si desidera dav­vero scoprire, sperimentare direttamente – e possiamo discu­tere di ciò che è lo sperimentare in un altro momento – allora è veramente essenziale che si accantonino tutte queste cose e ci si comprenda. La conoscenza di sé è l’inizio della saggezza, e quella soltanto può arrecare la pace.



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