Verso la liberazione interiore


– Amsterdam, 26 Maggio 1955



Scaricare 1.17 Mb.
Pagina27/48
28.03.2019
Dimensione del file1.17 Mb.
1   ...   23   24   25   26   27   28   29   30   ...   48

19 – Amsterdam, 26 Maggio 1955


Domanda: La prego di spiegare che cosa intende per consapevo­lezza.

KRISHNAMURTI: Nient’altro che consapevolezza! La consape­volezza dei vostri giudizi, dei vostri pregiudizi, delle vostre simpatie e antipatie. Quando vedete qualcosa, quel vedere è il frutto del vostro confronto, della vostra condanna, del vostro giudizio, della vostra valutazione, vero? Quando leggete qualcosa, state giudicando, state criticando, state condannando o approvando. Essere consapevoli è vedere, all’istante, tutto questo processo di giudizio, di valutazione, vedere le conclu­sioni, il conformismo, le accettazioni, i rifiuti.
Ora, si può essere consapevoli senza tutto ciò? Per il momen­to, tutto quello che conosciamo è un processo di valutazione, e quella valutazione è il frutto del nostro condizionamento, del nostro bagaglio di esperienze, dei nostri influssi religiosi, mo­rali ed educativi. Questa cosiddetta consapevolezza è il risultato della nostra memoria – memoria intesa come il «me», l’olandese, l’hindú, il buddhista, il cattolico, o quel che si vo­glia. È il «me» – i miei ricordi, la mia famiglia, la mia pro­prietà, le mie qualità – che guarda, giudica, valuta. Ora, ci può essere consapevolezza senza tutto ciò, senza il sé? È possibile guardare soltanto, senza condanna, osservare soltanto il movi­mento della mente, della propria mente, senza giudicare, senza valutare, senza dire: «È bene» o «È male»?
La consapevolezza che scaturisce dal sé, che è la consapevolez­za della valutazione e del giudizio, fa sorgere sempre la dualità, il conflitto degli opposti – quel «ciò che è» e quel «ciò che do­vrebbe essere». In quella consapevolezza c’è giudizio, c’è pau­ra, c’è valutazione, condanna, identificazione. Non è che la consapevolezza del «me», del sé, dell’«Io», con tutte le sue tradizioni, i suoi ricordi, e via dicendo. Una simile consapevolezza suscita sempre conflitto tra l’osservatore e l’osservato, tra ciò che sono e ciò che dovrei essere. Ora, è possibile essere consapevoli senza questo processo di condanna, di giudizio, di valutazione? È possibile che io mi guardi, quali che siano i miei pensieri, e non condanni, non giudichi, non valuti? Non so se ci abbiate mai provato. È veramente arduo, perché tutta la nostra formazione dall’infanzia ci conduce a condannare o ad approvare. E nel processo di condanna o di approvazione c’è frustrazione, c’è paura, c’è un tormentoso dolore, c’è an­sietà, il che è il processo stesso del «me», il sé.
Allora, sapendo tutto ciò, può la mente, senza sforzo, senza cer­care di non condannare – giacché nel momento in cui dice: «Non devo condannare», è già intrappolata nel processo di condanna – può la mente essere consapevole, senza giudizio? Può limitarsi a guardare spassionatamente e, quindi, osservare quegli stessi pensieri, quelle stesse sensazioni nello specchio del rapporto – rapporto con le cose, con la gente e con le idee? Questa tacita osservazione non provoca freddezza, un gelido intellettualismo – al contrario. Se comprendo qualcosa, non deve, ovviamente, esserci condanna, confronto alcuno – è sempli­ce, non vi pare? Ma noi pensiamo che la comprensione scaturi­sca dal confronto, e in questo modo aumentiamo i confronti. La nostra educazione è di tipo comparativo, e tutta la nostra struttura morale, religiosa è fatta per confrontare e condannare.
Quindi, la consapevolezza di cui sto parlando è la consapevo­lezza dell’intero processo di condanna, e ne è la fine. In essa c’è osservazione senza alcun giudizio – cosa che è estremamen­te difficile; implica la cessazione, la fine completa del definire, del denominare. Quando mi rendo conto di essere bramoso, avido, stizzoso, passionale, o quel che si voglia, non è possibile osservarlo soltanto, esserne consapevole, senza condannare? – il che significa proprio smettere di attribuire un nome alla sen­sazione. Infatti, quando do un nome, per esempio «avidità», l’attribuzione stessa del nome è il processo di condanna. Per noi, neurologicamente, la parola stessa «avidità» è già una condanna. Liberare la mente da ogni condanna significa cessare di attribuire dei nomi. Dopo tutto, il nominare è il processo di chi pensa. E il pensante che separa se stesso dal pensiero – il che è un processo del tutto artificiale, è irreale. Esiste solo il pensare; non c’è alcuna entità pensante; c’è solo una condizio­ne d’esperienza, non l’entità che esperisce.

Così, tutto questo processo di consapevolezza, di osservazione è il processo di meditazione. È, in altri termini, la propensione a sollecitare il pensiero. Per la maggior parte di noi, i pensieri sopraggiungono senza sollecitazione – un pensiero dopo l’al­tro. Il pensare è incessante; la mente è schiava di ogni sorta di pensiero errabondo. Se ve ne rendete conto, allora vedrete che può esservi una sollecitazione al pensiero – una sollecitazione del pensiero – e allora un perseguire ogni pensiero che abbia a sorgere. Per la maggior parte di noi, il pensiero giunge non sollecitato; in qualsiasi maniera. Comprendere quel processo e sollecitare, allora, il pensiero e perseguire quel pensiero fino alla fine è l’intero processo che ho descritto come consapevo­lezza; e in ciò non c’è un denominare. Allora vedrete che la mente si fa straordinariamente quieta – non con fatica, non attraverso la disciplina, non attraverso una qualsiasi forma di tortura inflitta a se stessi e di controllo. Mediante la consape­volezza delle proprie attività, la mente diventa sorprendentemente quieta, calma, creativa – priva dell’azione di qualsiasi disciplina o di qualsiasi imposizione.


Allora, in quella calma della mente, si presenta il vero, senza sollecitazione. Non potete sollecitare la verità; essa è l’ignoto. E in quel silenzio colui che sperimenta è assente. Perciò, ciò che è sperimentato non viene accumulato, non viene ricordato come «la mia esperienza della verità». Allora ha vita qualcosa che è al di fuori del tempo – che non può essere misurato da chi lo sperimenti, o da chi meramente ricordi un’esperienza passata. La verità è qualcosa che giunge di momento in momento. Non va coltivata, non va accumulata, immagazzinata e trattenuta nel ricordo. Giunge soltanto quando c’è una consa­pevolezza in cui colui che sperimenta è assente.



Condividi con i tuoi amici:
1   ...   23   24   25   26   27   28   29   30   ...   48


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale