Verso la liberazione interiore


Krishnamurti: la formazione di un Maestro



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Krishnamurti: la formazione di un Maestro


– di Radhika Herzberger

Durante l’impero della regina Vittoria sull’India, in una delle più remote province di Sua Maestà nacque un fanciullo. L’an­no era il 1895, il luogo Madanapalle – una città nel Distretto di Cuddappah della Presidenza di Madras. Il padre del fanciullo, un brahmano di lingua telugu chiamato Jiddu Narayaniah, oc­cupava una modesta posizione nel District Revenue Department. Il bambino venne chiamato Krishnamurti (Krsna in forma umana).


Cinquant’anni prima, Thomas Babbington Macaulay aveva condotto un dibattito pubblico sul futuro dell’educazione in India. La sua decisa propensione per l’inglese come strumento di istruzione era basata su ideali di progresso. Paragonando l’India del XIX secolo all’Europa medievale, Macaulay si do­mandava retoricamente se i fondi pubblici dovessero essere usati per insegnare una tradizione morente in una lingua mor­ta. Per Macaulay, qualsiasi discussione di politica educativa per l’India si risolveva in un’unica grande alternativa: Inglese o Sanscrito; Newton o Tolomeo; Adam Smith o i Veda; Milton o il Mahabharata; la medicina moderna o quella medievale; la terra in moto o il sole orbitante intorno a una terra immobile.
C.E. Trevelyan, architetto dell’Indian Civil Service e cognato di Macaulay, stese i dettagli di un quiproquo imperiale:

Gli inglesi non avevano nulla da dare agli indiani salvo la loro superiore conoscenza: tutto il resto – redditi, titoli, emolumen­ti privati – fu loro sottratto ma, alla fine, la proporzione mag­giore dei vantaggi che gli inglesi ricavarono sarebbe stata am­piamente ripagata.

L’India avrebbe rinunciato alla libertà e alle risorse materiali in cambio dei benefici futuri della cultura e della conoscenza eu­ropee.
Questi vittoriani, uomini dal temperamento liberale, si erano votati agli ideali della ragione, del progresso, della libertà e della perfettibilità umana. La loro nazione era stata all’avan­guardia nell’evoluzione del pensiero scientifico e aveva giocato un ruolo di primo piano nella rivoluzione industriale. In un ta­le contesto, essi potevano scorgere nelle tradizioni indiane ben poco o nulla che valesse la pena salvare. Macaulay vedeva nel­la storia della Gran Bretagna dagli inizi del XVII secolo un «progresso fisico, morale e intellettuale», e non ravvisava nulla di comparabile in India. Trevelyan ammetteva che il passato dell’India andasse «certamente» studiato, ma unicamente «per ragioni antiquarie». Questi custodi dell’Impero erano mossi da un senso del destino che Alfred Tennyson, poeta ufficiale della corte di Vittoria, colse nel suo verso travolgente:
Non invano il remoto ci chiama

Avanti, avanti, senza posa

Che l’universo il suo moto non arresti

sin che all’eccelso vertice pervenga


Non tutti concordavano con chi auspicava l’educazione occi­dentale e la lingua inglese per l’India. Alcuni, come l’eminente orientalista H.H. Wilson, fondatore del Sanskrit College di Calcutta, erano convinti che la materia prima per un’India nuova andasse trovata nel passato stesso del paese. Wilson era dell’opinione che la scienza e la cultura europee potessero aiu­tare l’India a ricostruire il proprio passato e a recuperare, in questo modo, le proprie fonti di «progresso intellettuale e mo­rale». Tanto i favorevoli quanto i contrari concordavano sui meriti del metodo scientifico e della razionalità occidentali per il progresso della società. Tale convinzione condivisa era implicita sia nel modo in cui Macaulay contrapponeva scienza contemporanea e dottrina medievale, sia nella decisione di Wilson di introdurre meccanica, idraulica e ottica nel pro­gramma del Sanskrit College.
Questa disputa impari tra cultura europea e cultura indiana aveva luogo all’interno di un contesto coloniale, con tutte le ambiguità e le tensioni inerenti ai rapporti tra un potere domi­nante e le popolazioni asservite. Ma la scelta della modernità sulla tradizione operata da Macaulay persuase gli intellettuali indiani quali Raja Ram Mohan Roy che la cultura europea fos­se indispensabile per l’India.
I genitori di Krishnamurti erano ben lontani da tale dibattito di largo respiro sull’India. Come brahmani, rappresentavano una lunga tradizione di cultura letteraria e sacerdotale, ma il nonno e il bisnonno, rispondendo al mutamento dei tempi, si erano avventurati al di fuori dei modelli tradizionali della vita indiana, trovando impiego ai margini del più vasto e ancora alieno mondo di lingua inglese. Ciò nonostante, conservarono le proprie radici di osservanti e restarono fedeli ai cicli rituali che uniscono la vita quotidiana di un brahmano alla famiglia, alla comunità e al cosmo.
La vita domestica di una tipica famiglia di brahmani nel XIX secolo era un mondo chiuso, autosufficiente e completo nei suoi ritmi ciclici. I figli, in particolare, erano circondati di pro­tezione: le cerimonie rituali, presiedute da dei e dee, offrivano loro un rifugio da ignoti terrori. Di rado si permetteva che i fi­gli restassero delusi. Si narra che per redigere l’oroscopo di Krishnamurti, il giorno seguente alla sua nascita, venne convo­cato un astrologo, il quale gli predisse un grande futuro.

A tempo debito, in accordo con le antiche tradizioni, Krishna­murti venne iniziato alla vita di studente, tracciando ritual­mente il simbolo AUM su un vassoio d’argento coperto di riso per l’occasione.


In qualità di funzionario del Revenue Department, il padre di Krishnamurti restava a lungo lontano da casa. Sanjivamma, la madre, una donna religiosa dall’indole dolce e generosa, era tutta dedita alla famiglia e al culto del Signore Krsna. Con l’aiuto della figlia maggiore, creò un ambiente domestico caldo e devoto per i suoi molti bambini, alcuni nati dopo Krishna­murti: tra questi c’era Nityananda.
Il rituale e un diritto di nascita, ma l’indole religiosa e un dono distribuito in modo diseguale tra i membri di una famiglia. Nitya era destinato agli studi gia prima che fosse grande abba­stanza per essere iscritto a scuola, mentre Krishnamurti, che la malaria aveva tenuto lontano da scuola, venne attratto all’inter­no di una comunità che condivideva una sensibilità religiosa creata dalla pia madre. Lei gli leggeva le storie tratte dal Mahabharata e dal Ramaayana. Salivano insieme sino a un picco­lo santuario sulla cima di un colle e insieme avevano visioni del Signore Krsna.

Molto più tardi, Krishnamurti avrebbe respinto tali visioni, ritenendole frutto del condizionamento – se fosse nato cristiano avrebbe avuto visioni di Gesù. Tuttavia, nella ge­nerosità di spirito di Sanjivamma c’era una lezione che Krishna­murti, pur non imparando interamente, non dimenticò mai del tutto. Narayaniah descrisse l’incerto avvio di Krishnamurti al ri­to quotidiano dell’elemosina praticato dagli osservanti:

«Di mattina, quando i mendicanti giungono alla nostra casa, e consuetudine portar loro una tazza o una ciotola di riso non bollito, e distribuirlo a turno alle mani tese, sino a vuotare la tazza. Mia moglie soleva mandare fuori Krishna a portare l’ele­mosina e il ragazzino ritornava a prenderne ancora, dicendo che l’aveva versata tutta nella sacca di un solo uomo. Allora sua madre lo accompagnava e gli insegnava come distribuirla a cia­scuno di loro.»

Una fotografia di Krishnamurti all’età di due anni mostra un bambino estroverso, dagli occhi chiari, che guarda nella macchina fotografica con sguardo affettuoso.

Il bambino crebbe e divenne un ragazzo delicato e generoso, frequentemente am­malato di malaria, che aveva difficoltà con le lezioni scolasti­che. Non riusciva a seguire le lezioni o a stare al passo con la classe e veniva spesso maltrattato dai suoi insegnanti.

I ricordi più lieti dell’infanzia di Krishnamurti si concentra­no sulla madre. Ma quel periodo di tranquilla vita domestica terminò con la perdita della madre e dell’amata sorella quando egli aveva appena dieci anni.

«La morte di mia madre nel 1905 privò i miei fratelli e me di chi più ci amava e si prendeva cura di noi, e mio padre era troppo occupato per dedicarci la sua attenzione», scriveva Krishnamurti otto anni dopo l’avvenimento, aggiungendo: «non c’era davvero nessuno che badasse a noi.»
La religione è uno degli impulsi umani più misteriosi. Etimologicamente, la parola deriva da una radice che significa «lega­re». A un livello, la religione lega gli uomini e le donne a una comunità più vasta. A un altro livello, li lega a un principio divino, dal momento che i riti sacri segnano i grandi avvenimen­ti della vita, la nascita, l’ingresso nell’età adulta, il matrimonio e la morte. Le emozioni provate in tali occasioni possono esse­re condivise dalla comunità, esternate, e nei momenti critici della vita, un’unità di sentimenti condivisi può sconfiggere il senso di isolamento personale. I canti religiosi, i miti e i riti possono esprimere le memorie collettive di inquietudini, trion­fi, paure e speranze. Sacerdoti, poeti e artisti sconosciuti han­no contribuito a questa tradizione. La fede e le credenze codi­ficate caratterizzano uno stadio di evoluzione religiosa in quanto cercano di estendere i propri confini e di condurre nuovi proseliti nel gregge.
Vent’anni prima della nascita di Krishnamurti, in America era sorto, in uno spirito di reazione al materialismo e all’umanesi­mo scientifico contemporaneo, un movimento chiamato Teo­sofia. La fondatrice, una chiaroveggente russa il cui nome era Helena Petrovna Blavatsky, negava recisamente l’evoluzione degli esseri umani dalle scimmie antropomorfe e accusava il Cristianesimo di distorcere il messaggio di Cristo. Ella pro­metteva «una sintesi di scienza, religione e filosofia» basata sull’utilizzazione dei poteri della chiaroveggenza nell’esplora­zione dei «reconditi misteri della natura e dei poteri segreti dell’uomo».
Sebbene alla Blavatsky la versione di Darwin dell’evoluzione non piacesse affatto, l’idea di un progresso evolutivo, cosi cen­trale nel tardo XIX secolo, echeggiava in tutto il suo pensiero, che ella esprimeva nel suo vocabolario di sapore scientifico. La chiaroveggente riteneva che la vita umana fosse uno stadio in una progressione «verso l’alto», da un piano «terrestre» a un piano «celeste», e confidava nel fatto che la verità scientifica, il passato e il futuro fossero completamente dischiusi all’indagi­ne chiaroveggente. Con le parole di un seguace:

«Riteniamo che, come vi sono stadi definiti nell’evoluzione primi­tiva – il vegetale al di sopra del minerale, l’animale al di sopra del vegetale e l’umano al di sopra dell’ animale – allo stesso modo, il regno umano abbia un limite definito, una linea di confine oltre la quale esso passa in un regno decisamente superiore a se stesso, e che al di là degli uomini vi siano i Superuomini.»

La Blavatsky attinse assai liberamente da buddhismo, indui­smo e da molte altre fonti. Karman, rinascita e liberazione dalla schiavitù fanno la loro comparsa nei suoi scritti, assieme a guide spirituali che mostrano la via verso la libertà. Un’auten­tica guida spirituale, secondo la sua dottrina, doveva essere:

«Un uomo dalla profonda conoscenza, essoterica ed esoterica, in special modo quest’ultima, che abbia posto la sua conoscen­za mondana sotto il dominio della volontà; che abbia sviluppa­to in sé sia il potere (siddhi) di controllare le forze della Natura, sia la capacità di scandagliarne i segreti con l’aiuto dei poteri, precedentemente latenti ma ora attivi, del suo essere.»

– ossia, una persona fornita dei mezzi per sfidare, con l’eserci­zio della volontà e con l’ausilio di forze occulte, l’autorità sia della religione dogmatica sia della scienza materialistica, nei loro rispettivi campi.
Nel 1882 la Blavatsky trasferì il quartier generale della Società Teosofica in India perché, nella dottrina teosofica, lo Himalaya era stato la dimora di potenti Maestri. Venne scelta una vasta te­nuta alla periferia della città di Madras. I suoi terreni lussureg­gianti di fronde di palme da cocco e di venerabili alberi di ba­niano erano delimitati dal fiume Adyar, da un lato, e dal Golfo del Bengala, dall’altro. Col passare del tempo, molti santuari, templi, chiese e moschee, forgiati dall’eclettica matrice teosofi­ca, vennero costruiti all’interno della tenuta di Adyar.
La presenza della Società sul suolo indiano fu come una fine­stra dalle molte prospettive. Le classi alte indiane, asservite a un mondo parzialmente anglicizzato, che avevano visto di­sprezzare la loro religione e le loro arti e avevano imparato a giudicare la propria cultura secondo metri stranieri, scopriro­no nelle dottrine della Società una visione affascinante del pro­prio passato spirituale, affrancato dai suoi elementi arcaici e provinciali, reso cosmopolita, contemporaneo e, quindi, completo. In molti vennero attratti all’ovile della Società. I missio­nari cristiani restarono sconcertati nel vedere come degli euro­pei fossero attirati dalle credenze di quegli stessi indigeni che essi cercavano di convertire. Il governo, sospettoso di tutto quel che potesse incoraggiare sentimenti nazionalistici, condi­videva i timori dei missionari. Anche gli hindu osservanti di­sapprovavano il nuovo movimento, ritenendo che svilisse la lo­ro antica tradizione.
Costruire un nuovo movimento religioso implica un vasto in­sieme di miti, riti e un senso della comunità che non sono faci­li da mobilitare a breve termine. Ciò nonostante, verso gli ulti­mi anni del XIX secolo, quando un’Europa rinascente aveva posto sotto il proprio ombrello coloniale tanti popoli diversi, si era aperto uno spiraglio per un movimento in grado di stabi­lire legami tra culture separate – orientale e occidentale – e tra scienza e religione. Il programma teosofico volto a convogliare queste diverse sfere in una fratellanza unificata e pacifica at­trasse un vasto numero di aderenti da tutto il mondo.
Annie Besant era tra quelli che, nel perseguimento di tali idea furono tratti alla Teosofia. Prima di aderire a essa, in Inghil­terra la Besant si era adoperata praticamente per ogni movi­mento sociale radicale: si era battuta a favore dei diritti delle donne, per la libertà di pensiero e per i sindacati e, per qual­che tempo, era stata un membro attivo del London School Board.

Quando, nel 1879, restò affascinata dalla figura di He­lena Blavatsky, la sua attenzione si volse all’India e partì, infi­ne, alla volta di Benares, il grande centro della tradizione reli­giosa e della cultura hindu – uno spostamento coraggioso per una donna europea prossima ai sessant’anni. A Benares cominciò a spendere le sue notevoli energie per ricreare una nuova cultura dai tesori del passato dell’India. Con l’aiuto di alcuni sanscritisti, fece pubblicare una traduzione della Bhaga­vad Gita, e fondò scuole e istituti in diverse parti del paese.


La Besant era presidente della Società Teosofica («S.T.») quan­do Narayaniah, il padre di Krishnamurti, messo di recente in congedo dal servizio governativo, si offrì di lavorare per lei come segretario, in cambio di vitto e alloggio. Nel 1909 Naraya­niah portò i suoi tre figli, un nipote e un’anziana zia a vivere in una piccolissima casa di campagna, poco lontano dalla ST. Iscrisse Krishnamurti e il fratello più giovane Nitya a una scuola di Mylapore che si trovava a una certa distanza.
A Adyar, i due ragazzi attirarono, un giorno, l’attenzione di L.W. Leadbeater («CWL»), un collaboratore della Besant nel­la Società Teosofica. Leadbeater percepì qualcosa di insoli­to nel giovane Krishnamurti, che più tardi descrisse come «un’aura priva di qualsiasi traccia di egoismo». Scrisse alla Be­sant, che all’epoca si trovava in Europa, raccontandole di Na­rayaniah e della sua famiglia di ragazzi educati, e riferendole di aver intravisto in Krishnamurti, dopo averlo sottoposto a esa­me, «un passato di grandissimo valore, denotante un progres­so di gran lunga superiore a quello del padre o, per meglio dire, di quanti sono attualmente al quartier generale – una serie di vite addirittura migliori di quelle di Hubert.». Si trattava di un paragone sorprendente, perché i teosofi erano in vigile at­tesa di un Messia e Hubert (van Hook) era un ragazzo ameri­cano che all’epoca era gia stato designato come candidato fa­vorito per quella posizione.
La venuta di un Messia è stata profetizzata da diverse tradizio­ni religiose. In uno dei passi più famosi della Bhagavad Gita, il Signore Krsna si serve di queste parole per annunciare la sua riapparizione in ogni epoca del mondo:

«Ogni volta che c’è un declino

dell’ordine e un’ascesa del disordine

allora io mi manifesto.

Al fine di proteggere i buoni,

di distruggere i malvagi,

di ristabilire l’ordine.»

Giudaismo, Buddhismo, Cristianesimo e alcune sette dell’Islam hanno insegnato che un giorno sarebbe apparso un Messia a sal­vare il mondo dalle tenebre. Sotto la direzione della Besant, la Teosofia sviluppò la propria dottrina messianica e, non molto tempo dopo, il giovane Krishnamurti venne scelto come poten­ziale «veicolo» per la sua realizzazione.


La dottrina teosofica, formatasi ecletticamente da svariate tra­dizioni religiose, a tempo debito si fissò sulla credenza che, se Krishnamurti fosse stato opportunamente preparato, il Signore Maitreya oil futuro Buddha si sarebbe manifestato nel suo cor­po, e la Società si accingeva a preparare il mondo all’evento.
In Leadbeater, l’interesse per il misticismo orientale coesisteva con una natura dispotica e con forti sfumature colonialistiche. L’amore per la nobile avventura e una spiccata attitudine all’immaginazione colorivano la sua memoria, cosicche le vi­cende della sua vita parevano farsi sempre più incredibili ogni volta che venivano raccontate. Era ritenuto un esperto di pratiche esoteriche, incluse la lettura delle “aure” e la rivelazione delle “vite passate”.
Poco dopo il loro primo incontro, CWL chiese a Narayaniah di condurre Krishnamurti nel suo bungalow. Quando il ragaz­zo si fu seduto accanto a lui su un divano, egli pose drammati­camente una mano sul suo capo e prese a raccontare una serie di storie d’avventura e di abnegazione di se, elaborate in modo complesso, nelle quali la figura centrale era Alcyone – nome in codice per Krishnamurti. Questa intricata narrazione venne più tardi trascritta e pubblicata come “Le vite di Alcyone”. La Besant e altri teosofi comparivano in questi racconti in forme modificate per adattarsi a vari periodi della storia, sulla terra e su diversi altri pianeti. Leadbeater organizzò una lettura delle Vite su un terrazzo all’aperto, per un uditorio emozionato e stupefatto.
Avendo investito Krishnamurti di un’intera serie di vite prece­denti, CWL fece ogni sforzo per sottrarre il ragazzo all’am­biente in cui era nato, alla sua famiglia e alla loro casa fatiscente all’esterno del complesso della Società Teosofica. Co­minciò col persuadere Narayaniah a ritirare i figli dalla scuola di Mylapore «dove vengono picchiati da un insegnante che starebbe meglio a vendere stringhe per scarpe», e ad affidarli a un ristretto gruppo di insegnanti europei sotto la sua personale supervisione. Ai ragazzi vennero fatti indossare abiti nuovi e furono alimentati in un modo che il padre, con la sua misera pensione, non poteva permettersi. I loro ciuffi di brahmani vennero tagliati e i capelli lasciati crescere all’altezza delle spal­le. spazzolati all’indietro e divisi nel mezzo. Venne loro inse­gnato ad andare in bicicletta e a fare dei giochi. Ogni mattina Leadbeater avrebbe domandato loro: «Bene, che cosa ricorda­te delle nostre attività durante la notte?» Timidamente, in un inglese stentato, gli avrebbero fatto un resoconto, e CWL avrebbe aggiunto particolari interessanti «dal piano astrale».
La Besant venne presentata a Krishnamurti nel novembre del 1909. Meno di un mese dopo, iniziò lui e Nityananda alla Sezio­ne Esoterica, un gruppo segreto nell’ambito della ST riservato agli eletti, i quali dovevano profferire un giuramento di obbe­dienza a lei e impegnarsi incondizionatamente per la Venuta del Maestro del Mondo. Chi non accettava l’idea – ed erano in mol­ti a non accettarla – veniva destinato a una classe di prova. Con­temporaneamente, la Besant impose l’idea di un Sentiero Spirituale con cinque stadi fondamentali, dall’Iniziato all’Adepto, in base ai quali i membri dovevano essere classificati. L’autorità per decidere in merito a chi dovesse occupare ciascun livello del Sentiero sarebbe stata di competenza sua e di CWL.
Su richiesta di Leadbeater, la Besant convinse Narayaniah ad accordare ai due ragazzi il permesso di stare in una stanza accanto alla sua, dove avrebbe letto per loro ad alta voce e dato lezioni di conversazione inglese. Dili a poco, CWL predispose una «grande udienza con le Forze Occulte», durante la quale Kuthumi, uno dei Maestri della Teosofia, presentò Krishna­murti al Signore Maitreya in qualità di «candidato che chiede di essere ammesso alla Grande Fratellanza». Con Kuthumi quale Maestro e con Leadbeater e la Besant come guide lungo il «cammino ascendente», Krishnamurti divenne un novizio sul sentiero spirituale. Egli descrisse la sua introduzione a que­sti misteri in una lettera alla Besant:

«Allora il Signore mi parlò per la prima volta: «Da parte tua, ami questi due Confratelli tanto da sottometterti di buon grado alla loro guida?» E io, senza alcun dubbio, risposi: «Li amo vera­mente con tutto il cuore». Egli mi domandò: «Desideri, allora, unirti alla Fratellanza che esiste dall’eternità e per l’eternità?»

E io dissi: «È mio desiderio unirmi a essa quando io sia pronto a farlo». Egli chiese: «Conosci l’oggetto di questa Fratellanza?»

E io risposi: «Compiere l’opera del Logos nell’aiutare il mon­do». Egli disse allora: «D’ora innanzi, ti impegnerai a dedicare tutta la tua vita e la tua energia a quest’opera, scordandoti com­pletamente di te stesso per il bene del mondo, facendo della tua vita assoluto amore, proprio come Lui e assoluto amore?»

E io risposi: «Lo farò, con l’aiuto del Maestro. Egli continuò: «Prometti di mantenere il segreto sulle cose che ti si chiederà di tenere segrete?» E io dissi: «Lo prometto».

In questa cerimonia, Krishnamurti, il sostenitore della libertà e dell’indagine, si impegnò a ciò che, in pratica, era l’opposto – sottomissione e segretezza. L’anno seguente, fu messo a capo di un gruppo di studio che presto diventò un’organizzazione internazionale, l’Ordine della Stella d’Oriente, il posto d’ono­re di un ricco contesto che la Besant e CWL stavano costruen­do intorno a lui. George Arundale descrisse il loro nuovo cul­to messianico in termini entusiastici:

«Siete a conoscenza del livello raggiunto dal nostro Capo – poi­che i membri del nostro Gruppo, lei e il signor Leadbeater, rappresentano per noi gli ideali di vita nel mondo, e più confi­diamo in loro e li seguiamo più celere sarà il nostro progresso e migliore il servizio reso... Ci troviamo di fronte all’epoca del mondo più entusiasmante, un’epoca che ricorre soltanto una volta ogni qualche migliaio di anni; noi viviamo in mezzo – nel mezzo per quel che riguarda il Gruppo – a tutti i preparativi che debbono precedere il punto centrale del periodo; noi in­contriamo davvero nei membri in carne e ossa della Confrater­nita coloro i quali, duemila anni fa, avremmo chiamato Apo­stoli; abbiamo Giovanni il Battista e altri discepoli degli amati Rt.»

Tutta questa stravaganza non ebbe alcun effetto apparente su Krishnamurti. Secondo Wodehouse:

«Eravamo persone più anziane, dei pedagoghi, con una certa esperienza della gioventù. Se vi fosse stata in lui una qualche traccia di presunzione o di affettazione, o un atteggiarsi a «fan­ciullo santo», o una posa da saccente, avremmo certamente espresso un verdetto contrario.»

Nel complesso, Krishnamurti era uno studente docile, deside­roso di compiacere, ma c’era in lui una specie di distacco, una certa vaghezza – la sua aria assente – che faceva infuriare Leadbeater. Una volta, mentre Krishnamurti, con la bocca spalanca­ta, teneva lo sguardo fisso nel vuoto, CWL perse il controllo e lo picchiò. Per il giovane ragazzo si trattò della svolta decisiva e il suo rapporto con Leadbeater non fu più lo stesso. Non si permi­se più di stare con la bocca aperta e, cosa ancor più importante, sorse in lui una coscienza critica e riflessiva. Nella vecchiaia, ri­cordando i suoi quattordici anni, Krishnamurti descriveva se stesso come un ragazzo con una personalità svuotata, assorta nella contemplazione del mondo: «Era tutto la: la spiaggia, le conchiglie, i catamarani; lui era quello». Egli pensava che CWL, difettando della sensibilità di una persona autenticamente reli­giosa, non avesse colto qualcosa d’importante in quel ragazzo; forse la chiave della sua unicità era da ricercarsi proprio in quel­la caratteristica di vaghezza – uno spazio entro la sua coscienza, un vuoto che più tardi sarebbe diventato famoso come «la men­te quieta».


Narayaniah si oppose ai tentativi di CWL di coinvolgere i due ragazzi nelle pratiche esoteriche e di strapparli alla propria fa­miglia e alle proprie radici culturali. Il fatto che alcuni anni prima CWL era stato accusato di cattiva condotta e, nello scal­pore che ne seguì, costretto a dimettersi per qualche tempo dalla Società Teosofica non era un segreto. Ora, con l’aiuto de­gli hindu osservanti di Madras, Narayaniah intentò una causa, risollevando quelle vecchie accuse e reclamando la custodia dei due figli, sulla base del fatto che la Besant, permettendo che i due ragazzi venissero affidati alla tutela di CWL, non aveva rispettato il loro accordo.
La Besant sostenne con eloquenza la propria difesa, ma perse la causa di custodia, sebbene le accuse nei confronti di Leadbeater non fossero riconosciute fondate. Ricorse in appello presso il Privy Council e, successivamente, fece trasferire i due ragazzi in Inghilterra, prima che potesse essere formulato un nuovo verdetto. Terminava, così, la prima fase della vita di Krishnamurti – una fase in cui un bambino confuso, privo di un centro d’attenzione e di una ben definita consapevolezza di sé, venne allontanato dal suo ambiente tradizionale e prepara­to a essere il Maestro del Mondo.
A questo punto, può essere utile mettere a confronto l’atteg­giamento della Besant verso Krishnamurti, e il suo culto del Maestro del Mondo con quelli di Leadbeater. Sebbene la Be­sant si fidasse di CWL e vi fosse tra loro scarsissima divisione in pubblico, i due vedevano il ruolo di Krishnamurti sotto una luce diversa.
Leadbeater era un uomo che si era fatto dal nulla, nel senso che il XIX secolo dava a questo concetto. Come John James Audubon e Henry Stanley, uomini dalla grande energia ma dalla modesta posizione sociale, egli aveva ricostruito la pro­pria vita con molta inventiva e con un intuito non indifferente. Nell’Europa del tardo XIX secolo, inventarsi una vita era diventata una forma d’arte estremamente sviluppata. CWL era notevolmente specializzato in questo genere, e Krishnamurti, come Messia, era il suo capolavoro.
La Besant era un personaggio pubblico, impegnato sul vasto fronte politico del movimento di liberazione dell’India, un per­sonaggio che annoverava tra i suoi amici Bernard Shaw, H.G. Wells e il Mahatma Gandhi. Non ricercava l’appagamento per­sonale attraverso la Teosofia. Se Krishnamurti doveva essere il Maestro del Mondo, lei avrebbe fatto tutto il possibile per pro­teggerlo, educarlo e fornirgli le capacità intellettuali e una gra­zia nel contegno che avrebbero ispirato rispetto. La sua preoc­cupazione assillante era di circondarlo di degni discepoli, che lo proteggessero e vegliassero su di lui. Benché Krishnamurti si trovasse a dissentire dalla Besant, non mise mai in dubbio la sua autenticità o la genuinità dei sentimenti da lei provati nei suoi confronti.
Leadbeater faceva derivare l’autorità per gran parte della sua attività da «istruzioni» precise e spesso inverosimilmente det­tagliate «ricevute dai Maestri». Dall’autorità del Maestro Kuthumi, gli fu «ingiunto» di:

«civilizzarli; insegnar loro a usare cucchiai e forchette, spazzolini da unghie e da denti, a sedersi comodamente sulle sedie, invece di accovacciarsi a terra, a dormire sensatamente su un letto, non in un angolo come cani.»



Queste istruzioni identificavano il comportamento civile con le maniere europee, in particolare con lo stile e i modi dell’al­ta Società inglese. Anche se la comunità degli studiosi di re­cente ha messo in dubbio il rango sociale rivendicato da Leadbeater, in molti – indiani, americani e membri dell’aristocrazia russa dell’epoca – avrebbero condiviso tale apprezza­mento del fior fiore della Società inglese. E CWL esortava la Besant a mandare i due ragazzi in Inghilterra ancor prima che la battaglia per la custodia fornisse loro le motivazioni per quel trasferimento.
Con questo modello colonialistico in mente, venne approntato per i due ragazzi un adeguato corso di studi. Dovevano essere seguiti per poter accedere alle grandi università dell’Inghilter­ra. I fori ai lobi delle loro orecchie si dovevano rimarginare. Impararono a calzare delle scarpe che avrebbero reso i loro piedi doloranti, a fare delle gite in campagna, e a consumare a colazione porridge e uova che avrebbero trovato indigesti. Avrebbero preso lezioni di equitazione, navigato in barca a ve­la nei giardini di Kensington e giocato a croquet su prati rasati all’inglese, durante le lunghe sere estive e nel tardo tramon­to.Venivano accompagnati a teatro, ai tornei di cricket e al giardino zoologico di Londra. Provavano abiti eleganti nelle sartorie di Savile Row. La moglie di un conte e la figlia di un viceré contribuivano a prendersi cura dei due ragazzi e a intro­durli nella Società aristocratica.
L’Inghilterra in cui Krishnamurti venne introdotto stava sfug­gendo alla mediocrità compiaciuta di sé della vita vittoriana. Il diffondersi della prosperità era servito a stimolare una cultura liberale, progressista e brillante dal punto di vista intellettuale. Quantunque le forze barbariche della distruzione fossero prossime a scatenarsi nella Prima guerra mondiale, la sensazio­ne che «gli esseri umani potessero davvero essere sul punto di diventare civili» era nell’aria. Queste speranze per «una so­cietà libera, razionale, civile, volta alla ricerca della verità e della bellezza» erano in parte ispirate dagli ideali socialisti di uguaglianza e giustizia, e alimentate dagli scritti politici di Ber­nard Shaw, H.G. Wells, Sidney e Beatrice Webb, membri della Fabian Society e amici della Besant. I filosofi Bertrand Russell e G.E. Moore, gli scrittori Virginia e Leonard Woolf, T.S. Eliot e E.M. Forster, tutti costoro sfidavano quelle che ritenevano essere convenzioni vittoriane ormai svuotate di significato. Altrove, in Europa, la passione che precedentemente era conflui­ta nel prepararsi a un aldilà cominciò ora a essere diretta con­tro la struttura sociale.
Benché Krishnamurti trascorresse i successivi nove anni in Eu­ropa, non venne trascinato in questi nuovi movimenti intellet­tuali, né fu attratto dai movimenti contemporanei dell’arte e della letteratura. A differenza dei romantici studenti rivoluzio­nari di allora, Krishnamurti rimase uno spettatore che assiste­va agli orrori della Prima guerra mondiale, alla pericolosa promessa della rivoluzione russa e all’euforia della pace con il costituirsi della Società delle Nazioni, in termini umani piutto­sto che ideologici.
Il mondo di Krishnamurti, in un primo momento, sembrò ruotare attorno ai suoi precettori, C. Jinarajadasa e George Arundale, teosofi più anziani e stretti collaboratori della Be­sant e di CWL, che vennero indotti a interrompere il proprio lavoro accademico al fine di guidare Krishnamurti per tutta la durata degli esami d’ammissione all’Università di Oxford. I due vennero più tardi rimpiazzati con una serie di altri precet­tori che invano si sforzarono d’interessare Krishnamurti alla matematica, alla storia delle idee, o alla teoria politica – tutti tentativi senza speranza. Il loro giovane studente non aveva as­solutamente alcuna attitudine per gli esami. Il fermento creativo in Europa e le questioni che impegnavano le menti migliori del tempo non esercitavano alcun influsso su di lui. Nulla pa­reva attecchire nella sua mente. Ma aveva un buon orecchio per le lingue e amava la poesia.

Quando Oxford divenne per lui una meta ormai irraggiungibile, venne mandato a Parigi a imparare il francese e a studiare musica.


Krishnamurti era un giovane cordiale, elegantemente vestito, riservato, ma pieno di gaiezza fanciullesca quando si sentiva a proprio agio. Dietro a questo attraente aspetto esteriore, egli era un giovane osservatore della condizione umana che mette­va in dubbio molte cose, compreso il ruolo che gli era stato as­segnato e la pompa e il cerimoniale che si accompagnavano a esso. Il suo ritratto mostra un giovane dall’aria estremamente romantica, con lo sguardo fisso in lontananza – distaccato, leg­germente smarrito, come se quello non fosse il suo posto; pri­vo tanto della presunzione quanto dell’egoismo tipici di una persona che conosce il proprio posto nel mondo.
L’opposizione di Krishnamurti a Leadbeater e ai suoi progetti si palesò intorno ai diciott’anni, proprio mentre era in corso la causa del padre per la custodia. In una lettera a CWL scrisse:

«Penso sia giunto il momento che sia io stesso a occuparmi dei miei doveri. Sento che sarei in grado di eseguire molto meglio le istruzioni del Maestro se non mi venissero imposte e rese spiacevoli come sono state per alcuni anni... Non mi e stata da­ta alcuna opportunità di essere conscio delle mie responsabilità e sono stato trascinato di qua e di là come un bambino.»

Intorno al 1920, Krishnamurti ebbe dei dubbi circa l’applica­zione della Teosofia ai problemi umani. Accennando a una gio­vane conoscente che aveva perduto una persona cara, scrisse:

«Quando sopraggiunge un momento estremamente critico, la Teosofia, con i suoi innumerevoli libri, non e d’aiuto. Lei vuole vedere, fisicamente o mentalmente, i Maestri e non crede a cio che A.B. e C.W.L. hanno detto; prova, infatti, quello che noi (Nitya e io) abbiamo provato negli ultimi due o tre anni... Ho tentato di convincerla a non evocare forze occulte e tutto quel genere di cose, ma lei lo desidera ardentemente.»

Dopo un decennio di formazione per essere il Maestro del Mondo, Krishnamurti si rese conto che le dottrine esoteriche e le forze occulte della Teosofia non avevano da offrire alcun sollievo a quella giovane donna «nel momento per lei più criti­co» – paralizzata dalla precedente sfortuna e ora affranta dalla recente perdita. Non essendo, a quel tempo, in grado di offrire un’alternativa efficace, Krishnamurti si sentiva desolato. Ma maturava una convinzione: che la religione dovesse rivolgersi direttamente alla condizione umana sofferente. Tale convin­zione non si basava su un’ideologia o su un orientamento filo­sofico, bensì su una consapevolezza intuitiva che egli portò in sé come pietra di paragone.
Dopo nove anni in Europa, Krishnamurti aveva perduto il contatto con le tradizioni native, senza trovare in Occidente ciò che potesse rimpiazzarle in modo soddisfacente. E il mondo occulto non esercitava su di lui alcun fascino. Nell’inverno del 1921, allora ventiseienne, ritornò in India per una breve sosta durante il lungo viaggio verso l’Australia. Lo accompa­gnava Nitya, che versava in cattive condizioni di salute per una tubercolosi in stato avanzante.
Giunto a Madras per tenere un discorso all’annuale Assemblea Teosofica, Krishnamurti fece quella che doveva essere l’ultima visita alla casa paterna. L’incontro non fu un successo. Vi sono versioni discordanti di cio che di fatto avvenne e comunque, dopo essersi prostrato, secondo la consuetudine, ai piedi del padre, Krishnamurti se ne andò convinto del fatto che Naraya­niah si fosse sentito contaminato dal contatto coi «figli stranie­ri».

Essendo diventato un uomo senza storia e senza direzione, agli inizi del 1922 cercò asilo a Ojai, in California, in una remota valle dal clima secco, in un’atmosfera tranquilla in cui Nitya po­tesse ristabilirsi e lui studiare e meditare.


Iniziò, così, un anno importante per la sua vita. La persona che sedeva all’ombra di una pianta di pepe a Ojai, «felice oltre ogni umana felicità», era completamente diversa dall’annoiato gio­vane trascinato attraverso l’Europa, e respinto a un esame dopo l’altro. Può darsi che nel corso degli anni precedenti avesse avu­to sentore del suo destino, ma da quel momento in poi fu certo della direzione della sua vita e la seguì senza esitazioni.
Un anno prima aveva scritto a un amico:

«Non conosco la filo­sofia della mia vita, ma ne avrò una... Devo trovare me stesso, solo allora potrò aiutare gli altrv.»

Eppure, molto tempo dopo la grande esperienza che di lì a poco l’avrebbe travolto, molto tempo dopo il pieno sviluppo della sua filosofia, egli serbò la sensazione che la vita fosse un mistero e il posto di ciascuno in essa una scoperta da rinnovare.
La nostra conoscenza di ciò che accadde a Ojai tra l’agosto del 1922 e il marzo del 1923 si basa in gran parte sugli appun­ti di Nitya e sulle lettere che i due fratelli scrissero alla Besant e a CWL. Nitya aveva l’impressione di essere testimone di riti sacri, in cui forze invisibili stavano preparando il corpo del fratello a ricevere il Signore Maitreya – come se cio che Leadbeater aveva predetto nel 1909 stesse finalmente per realizzar­si.
Non e molto semplice per i lettori moderni comprendere la trasformazione che ebbe luogo a Ojai. Come lo sconcertato Nitya, noi, incapaci di cogliere questi avvenimenti attraverso la nostra esperienza, potremmo, istintivamente, tentare di espri­merli nel nostro vocabolario tradizionale mutuato dallo Yoga o dal Buddhismo Mahayana. Tuttavia, nel presente contesto sembra più conveniente sospendere il giudizio sul significato metafisico di quegli eventi, e concentrarsi sul peso che essi ebbero nella vita di Krishnamurti.
Il «processo», come lo chiamò Nitya, ebbe luogo in fasi che si protrassero per diversi mesi nel corso del 1922 e 1923. Quel che aveva l’aria di essere una prova dolorosa dal punto di vista fisi­co fu costellato di visioni di grande bellezza e di momenti di trasparente chiarezza.

Poco dopo esser giunto a Ojai Valley, Krishnamurti comincio a meditare assiduamente e senza difficoltà. Si manifestò, allora, un dolore lungo la nuca che nel corso delle settimane successi­ve si fece molto più intenso, diffondendosi in altre parti del corpo. Si concentrava principalmente lungo la colonna verte­brale, dietro gli occhi e alla sommità del capo.


Nitya vedeva il fratello tremare, contorcersi nell’agonia e spes­so svenire. Lo udiva parlare con voci diverse. Talvolta, udiva la voce di un bambino nervoso che esprimeva il timore che «Kri­shna» se ne andasse e non tornasse più. In altre occasioni, Nitya sentiva la voce di «uno sconosciuto protettivo», e i suoi appunti riferiscono parte di una conversazione «con forze in­visibili». Talora Nitya udiva queste voci farsi incoerenti; altre volte Krishnamurti pareva rivivere eventi passati. Lo vedeva riassistere alla scena della morte della madre, osservare Na­rayaniah coprirsi il volto con la dhoti e piangere. Poi la voce diventava personale – un bambino che si lamentava nella ma­dre lingua da lungo dimenticata.
Krishnamurti non era in grado di spiegare cio che gli stava ca­pitando; spesso, durante il «processo» perdeva conoscenza e in seguito non ricordava l’accaduto. Eppure, una sua diretta testimonianza allude chiaramente al modo in cui la sua co­scienza ne uscì trasformata. In una lettera alla Besant, esordi­sce semplicemente dicendo: «Ebbi la più straordinaria delle esperienze». La lettera continua:

«C’era un uomo che riparava la strada; quell’uomo ero io stesso; il piccone che stringeva ero io stesso; la pietra stessa che egli frantumava era parte di me; il tenero filo d’erba era il mio stes­so essere e l’albero accanto all’uomo ero io stesso. Potevo quasi sentire e pensare come lo stradino e percepire il vento spirare tra gli alberi, e la piccola formica sul filo d’erba, anch’essa po­tevo sentire. Gli uccelli, la polvere e il rumore stesso erano parte di me... Ero in tutto, o meglio, tutto era in me, tanto l’inani­mato come l’animato, la montagna, il verme e tutte le creature che respirano.»

Questo passo descrive una personalità che si dissolve nella co­munione con cio che è «là fuori». Una profonda empatia, ove soggetto e oggetto si fondono, era una costante del carattere di Krishnamurti, gia implicita in quel suo «vuoto» dell’infanzia.
Tra questa innata empatia e la sua piena articolazione nell’affermazione: «Tu sei il mondo», si inserisce lo sviluppo delle ri­flessioni mature di Krishnamurti. Egli doveva sapere perché la sua profonda e costante empatia non fosse parte essenziale della quotidiana coscienza umana, e doveva trovare una rispo­sta effettiva a tale realtà. La lettera di Krishnamurti continua col descrivere una pervadente tranquillità.

«Era in me la calma delle profondità di un lago impenetrabile. Sentivo che, come il lago, il mio corpo fisico, con mente ed emozioni, poteva incresparsi in superficie, ma nulla, proprio nulla, poteva turbare la quiete della mia anima.»

Vi sono indizi di una crescente fiducia che, in un certo senso, egli ha vissuto secondo le aspettative della Besant.

«Ho visto la Luce. Ho sfiorato la compassione che guarisce ogni afflizione, ogni sofferenza; non e per me stesso, ma per il mon­do... Non posso piu trovarmi nell’oscurità, ho veduto la glorio­sa Luce risanatrice... Ho bevuto alla sorgente della gioia e della Bellezza eterna. Sono ebbro di Dio.»

All’incirca nello stesso periodo, scrisse una lettera di scusa a CWL, garantendo il suo rinnovato impegno per la Teosofia e dichiarando che servire «i Maestri e il Signore» sarebbe stato il suo futuro compito.
Nonostante questa dichiarazione di obbedienza, Krishnamurti non permise mai che la sua esperienza spirituale costituisse la chiave di volta di una qualche ortodossia religiosa. E non la visse neppure come un ricordo dissonante, che mal si accor­dasse con la vita quotidiana. Il residuo di essa, nella sua co­scienza, era quello « spazio silente» in cui tutto cio che era indifferente alla verità poteva esser preso ed esaminato, dove tutto cio che era indifferente all’amore poteva placarsi. Quel silenzio trovava applicazione nella vita quotidiana, non in qualche altro mondo; esso stimolava una comprensione mani­festa e non il potere occulto.
Nel frattempo, il «processo», con il tormento fisico, il disturbo della personalità, le visioni beatifiche e le pacate illuminazioni, continuò per molti mesi: attraverso oceani e continenti, men­tre i due fratelli viaggiavano in lungo e in largo nel mondo. Nitya non riusciva a capire che cosa stesse accadendo al fratel­lo, e nemmeno Krishnamurti comprendeva le implicazioni a lungo termine dei mutamenti che si realizzavano nella sua co­scienza. In termini teosofici, il loro primo pensiero fu che il processo potesse condurre a un’espansione della chiaroveg­genza, o «a una conoscenza di prima mano» delle verità occul­te. Ma questo non avvenne. Ciò che accadde fu un approfon­dirsi di quello «spazio silente», apertosi ora a un’illuminazione che non era un avvenimento, bensì uno stato in cui Krishna­murti «sprofondò» spontaneamente.
Spaventato dalla sofferenza del fratello, Nitya si consultò con Leadbeater – e lo trovò stranamente evasivo, addirittura scetti­co.

Dall’Australia CWL scrisse che Krishnamurti aveva dun­que superato la sua «terza iniziazione», ma che lui stesso aveva precedentemente superato la quarta iniziazione senza che si manifestasse nessuno degli effetti fisici collaterali del «proces­so» di Ojai. Preoccupato per questi sviluppi, forse col sospetto che «forze occulte» potessero aver posseduto il suo pupillo di un tempo, CWL mandò in segreto uno dei suoi medici teosofi a Ojai per un referto. Sfortunatamente, di esso non ci e giunta alcuna attestazione.


CWL pubblicò I Maestri e il Sentiero nel 1925. La metafora centrale del libro, il sentiero spirituale, figura in molte delle reli­gioni del mondo. Una delle sue piu belle rappresentazioni si trova nel grande stupa di Borobudur, in cui un sentiero fisico gradualmente ascendente si volge verso l’alto a simboleggiare il lungo percorso spirituale della vita e della rinascita. Fregi scol­piti lungo tale sentiero illustrano il lungo viaggio di Subandhu verso l’illuminazione. A imitazione di quell’antico viaggio, i pel­legrini sono condotti sino al culmine da scene della vita del Buddha e delle sue molteplici azioni virtuose; e lungo il cammi­no oltrepassano immagini di Bodhisattva, loro guide lungo il sentiero spirituale della sofferenza e della liberazione.
Le scuole tradizionali di pensiero dell’India possono essere classificate in base alla loro concezione dell’illuminazione come evento subitaneo oppure come progresso graduale. Nagarjuna, da un lato,, fu un filosofo «del salto» , mentre negli Yoga Sutra di Patanjali si ricerca l’illuminazione lungo un percorso graduale. I quattro stadi di progresso riconosciuti da Leadbeater colloca­no la sua versione della Teosofia da qualche parte tra queste due alternative tradizionali.
L’immagine sfumata che abbiamo del giovane Krishnamurti in Europa, impegnato nell’insegnamento spirituale a stretto con­tatto con piccoli gruppi, lo mostra gia in fase di allontanamen­to da una filosofia «del sentiero» verso una «filosofia del salto», più adatta al suo temperamento e alla sua visione della condizione umana. Egli esorta i suoi giovani discepoli ad aver cari altruismo, amore e comprensione, a «fare un salto nel buio... a vivere pericolosamente... era “cosi facile” e “talmente divertente cambiare”».

Mentre la Teosofia aveva promesso un’evoluzione dello spirito, l’insegnamento di Krishnamurti, anche in questo primo periodo, mirava a qualcosa che era più simile a una rivoluzione.


Una nuova generazione di teosofi divenne maggiorenne, an­siosa di rivendicare il proprio posto nella gerarchia. A un Ra­duno della Stella a Huizen in Olanda, George Arundale prese il comando e nel corso di una settimana decisiva nell’agosto del 1925 fece «da tramite» per una serie di messaggi astrali, per far progredire se stesso e i suoi collaboratori lungo il Sen­tiero. Sino a quel momento, soltanto la Besant e CWL avevano superato la «Quarta Iniziazione»; orbene, Arundale annuncia­va che a lui e alla sua giovane sposa Rukmini Devi era stato ri­conosciuto quel rango, insieme a Krishnamurti; e anche che il Signore Maitreya aveva scelto dodici Apostoli e ne avrebbe ri­velato seduta stante i nomi.
La Besant, allora quasi settantenne, si lasciò affascinare dal ra­pido corso di tali sviluppi. Durante un Congresso della Stella in Olanda, lesse ad alta voce una lista di sette Apostoli: Wedgwood, Leadbeater, Jinarajadasa, Arundale, Rukmini Devi, Oscar Kollerstrom e lei stessa. Aggiunse che, per celebrare la Venuta del Signore, sarebbe stata fondata un’Università Mondiale, di cui lei sarebbe stata il Rettore, Arundale il Presi­de e James Wedgwood il Direttore Didattico. Lontano, a Ojai, Krishnamurti era scettico. Stava assistendo Nitya, allora molto malato, e non ricordava di aver preso parte a nessuno degli eventi annunciati «sul piano astrale». Non avrebbe conferma­to l’avanzamento di Arundale e degli altri, e non era disposto ad accettarli come Apostoli.
Nel novembre del 1925, Nitya perse la sua battaglia contro la tubercolosi e morì a Ojai. In quel mentre, Krishnamurti era a bordo di una nave in rotta per Adyar, per le celebrazioni del Giubileo Aureo della Società Teosofica. Mentre si avvicinavano al Canale di Suez gli arrivarono dei telegrammi che annunciava­no l’aggravarsi delle condizioni di Nitya e, piu tardi, la sua mor­te. Krishnamurti aveva acconsentito a presenziare all Giubileo Aureo solo dopo essersi convinto che a Nitya sarebbe stata risparmiata la parte di lavoro che restava da fare. In un sogno fatto precedentemente quell’anno, Krishnamurti aveva chiesto che fosse concesso a Nitya di vivere e, in quel sogno, il Grande Maestro Mahachohan aveva proclamato: «Egli vivrà». Le espe­rienze mistiche del 1922 avevano unito i due fratelli in uno sco­po comune e, nella sua innocenza, Krishnamurti accolse la pro­messa fattagli in un sogno. Il suo dolore fu dunque profondo. Aveva amato Nitya con quella serenità che deriva dal condivi­dere un’esperienza comune in perfetto accordo. Fin dall’infan­zia le loro vite si erano intrecciate; insieme avevano condiviso la perdita della famiglia e della propria cultura; insieme si erano adattati ad ambienti estranei. Mentre la sua nave procedeva ver­so Madras, Krishnamurti scrisse un pensiero traboccante d’in­tenso dolore, il cui placarsi doveva dargli nuova forza.

«Un vecchio sogno è morto e ne nasce uno nuovo. Una nuova visione si origina e una nuova coscienza si dispiega. Ho pianto, ma non voglio che altri piangano.»

B. Shiva Rao, che accompagnò Krishnamurti nel suo fatidico viaggio per Adyar, riteneva che la morte di Nitya avesse segna­to l’inizio dell’allontanamento di Krishnamurti dalla Teosofia:

«Tutta la sua filosofia di vita – la fede incondizionata nel futuro tracciato dalla signora Besant e dal signor Leadbeater, il ruolo essenziale di Nitya in cio – venne infranta.»

Sebbene in tutto cio vi fosse del vero – la morte di Nitya fu innegabilmente un avvenimento sconvolgente – Krishnamurti covava del malcontento nei confronti della Teosofia da molti anni; e i fatti olandesi, seguiti dalla morte di Nitya, avevano fatto sì che la situazione si facesse critica. Nel 1927, avrebbe scritto:

«Quando cominciai a pensare per conto mio, il che e accaduto da qualche anno fino a oggi, mi scoprii in rivolta. Nessuna dot­trina, nessuna autorità mi convinceva.»

Si trattava di una rivolta cominciata molti anni prima della morte di Nitya; alimentata dall’innata avversione di Krishna­murti per l’autoritàrismo, e dal ruolo rivendicato tenacemente da Leadbeater di arbitro del progresso spirituale nell’ambito della ST.
La morte di Nitya fece affiorare appieno l’insoddisfazione di Krishnamurti nei riguardi della Teosofia. Quando la Besant cercò di ristabilire i rapporti, tendendogli la mano e doman­dandogli di nuovo di accettare Leadbeater, Arundale e gli altri come Apostoli, Krishnamurti rifiutò per la seconda volta. In seguito, all’ombra di un antico albero di baniano, al Convegno della Stella, Krishnamurti disse al suo pubblico che il Maestro del Mondo sarebbe giunto solo per «quelli che vogliono, che anelano, che desiderano ardentemente».

«Per quelli che vogliono l’armonia, che vogliono la felicità, che desiderano ardentemente essere liberati e trovare la felicità in tutte le cose... Io non vengo per distruggere, ma per costruire.»

Nell’eccitazione per la venuta del Maestro del Mondo, gli ascoltatori di Krishnamurti non si sarebbero resi conto del fatto che dinnanzi a loro il maestro stava inaspettatamente rivol­gendosi a interessi del tutto nuovi, e forse addirittura cercando attivamente di creare un nuovo uditorio. I teosofi della vecchia generazione, collocati ai posti loro assegnati sul Sentiero, erano abituati ad ascoltare relazioni su vite precedenti e altri mondi. Krishnamurti era ora deciso a focalizzare questioni ri­guardanti questa vita e questo mondo, e a sollevare degli inter­rogativi, piuttosto che dare delle risposte – una svolta radicale a cui i suoi ascoltatori non erano pronti.
Krishnamurti cominciò, così, a tracciare un percorso chiara­mente distante da qualsiasi aspetto della dottrina teosofica. Nella sua filosofia matura, nei suoi discorsi, dialoghi e scritti, Krishnamurti trovò svariati modi per risvegliare la mente del suo uditorio. Difese il dubitare e il porre delle domande come metodi per l’indagine spirituale:

«Il dubbio e una cosa preziosa. Pulisce, purifica la mente. Pro­prio il domandare, il fatto stesso che in una persona dimori il seme del dubbio, serve a chiarire le nostre indagini.»

L’apertura del cuore, non meno preziosa in tale insegnamento, comincia con un senso di bellezza destato dalle meraviglie della vita e dei colori della natura, godute alla presenza di «coloro i quali hanno bevuto alla sorgente».
L’opposizione ai nuovi insegnamenti di Krishnamurti si fece sentire presto all’interno della ST e si accrebbe costantemente. La Besant fece il coraggioso tentativo di gettare un ponte tra questi insegnamenti e il Sentiero del Maestro del Discepolato. Sospese perfino la Sezione Esoterica, ma Krishnamurti, ora apertamente contro ogni forma di autorità spirituale, non sa­rebbe sceso a compromessi per salvare le apparenze. Nel 1929, a un Raduno della Stella in Olanda, fece il passo decisi­vo, sciogliendo l’Ordine della Stella dopo aver proclamato: «La verità è una terra senza sentieri».
Gli scritti di Krishnamurti nei sei anni che precedettero il 1929 rivelano che il fascio di luce si proiettava interiormente, a illu­minare una comprensione in via di maturazione. La prima opera, intitolata Il Sentiero, era uno sconnesso, appena abboz­zato poema in prosa, rapsodico e astratto, che descriveva l’ascesa di uno stanco cercatore lungo un elusivo sentiero ver­so la perfezione – solo, senza aiuto, sotto il peso di molte vite. Il suo mutevole protagonista dalle molte sfaccettature comprendeva in sé le numerose vite di Alcyone. In un’altra composizione semiautobiografica, intitolata La Ricerca, compari­vano tre figure: Io, Tu e Il Mondo in cerca di redenzione. Ci si puo rendere conto del tema dominante e dello stile di questo scritto in una stanza tratta dal Canto della Vita:
«Intrappolato nell’agonia del Tempo,

Mutilato dall’interiore tensione della crescita, o Diletto.

Il Sé di cui tu sei il tutto,

è in cerca della via dell’estasi illuminata.»


Egli parve «seppellire» Alcyone quando dichiarò nel 1925 che «il giusto pensiero e la giusta azione in una vita, valgono più di mille incarnazioni di vite inutili». Dopo il 1929, la voce astratta e l’arcaico vocabolario di Alcyone fecero posto a un vero mae­stro, compassionevolmente partecipe della sofferenza degli al­tri esseri umani. Un senso di particolarità pervade questi ultimi incontri, anche se riguardano problematiche umane universali. Uno spazio silente dissolve le barriere tra i partecipanti e da sostanza al detto di Krishnamurti: «Tu sei il mondo».
Gli insegnamenti maturi di Krishnamurti infondono nuova vita al precetto del Buddha: «Sii Luce a te stesso». Per lui queste parole recano un messaggio rivolto a tutti gli esseri umani: prendete in considerazione tutto cio che dirige la condotta della vostra vita, esaminate l’immagine che avete di voi stessi, abbandonate il pregiudizio, prestate attenzione ai vostri rapporti. E Krishnamurti non esitò a trarne l’implica­zione che nessuna autorità puo esser valida nella vita spiri­tuale: nessuna scrittura, nessun guru, nessun arbitro del Pro­gresso spirituale, nessuna gerarchia. Ogni essere umano deve riscoprire la libertà daccapo. Il Maestro del Mondo era solo un passante.
Krishnamurti estese la sua critica dell’evoluzione spirituale mettendo in discussione l’idealismo utopistico in campo spiri­tuale. Nel 1933 ammonì i suoi ascoltatori a non proiettare re­moti «ideali» nella vana speranza di evolversi in un qualche fu­turo migliore e a resistere all’impulso di proiettare i suoi insegnamenti in un «nuovo ideale secondo cui doversi plasmare». Sapeva quanto la proiezione di ideali fosse spesso una tat­tica diversiva, il sistema utilizzato dalla mente per sottrarsi alla responsabilità.

«Se sei prigioniero, non e mio interesse descrivere che cos’e la libertà. Il mio primo interesse e mostrare cio che crea la prigione e come tu puoi abbatterla.»

Abbattere la prigione significava affrontare una spesso doloro­sa immediatezza di «ciò che e» piuttosto che rincorrere una spesso illusoria promessa di «ciò che dovrebbe essere» in un qualche lontano futuro.
Per i successivi cinquantacinque anni dopo lo scioglimento dell’Ordine della Stella d’Oriente, Krishnamurti viaggiò in diverse parti del mondo, tenendo discorsi sulla sua visione della vita. Le Fondazioni che creò nel corso di quegli anni servirono a organizzare i suoi discorsi, a pubblicare i suoi scritti, a dirige­re delle scuole e a offrire occasioni di studio e di meditazione.

Egli restò fedele alla sua convinzione che l’individuo è sia l’in­segnante sia colui al quale viene insegnato – senza lasciare de­gli eredi, senza conferire a qualcuno l’autorità per giudicare l’altrui stadio religioso.


Krishnamurti sosteneva che i suoi insegnamenti potevano por­re le basi per un nuovo genere di educazione, e fondò diverse scuole in India, in Inghilterra e in America. Tutte queste scuo­le sono situate in scenari stupendi, in cui ci si dedica a stimola­re l’amore per la natura, l’interesse per gli altri esseri umani e un approccio critico alla vita.
Secondo quanto dichiarato da Krishnamurti stesso, la chiave per comprendere il suo sviluppo, giace nello «spazio silente» che era innato in lui. Fu questo spazio a liberarlo dalla rigida ortodossia in cui era nato, a permettergli di uscire integro dalla sua educazione surreale nell’ambito della ST e ad aiutarlo ad affrontare il fallimento come studente in Inghilterra. Il silenzio, nel cuore del suo insegnamento, dissolve l’identità per­sonale:

«Tu non sei americano, russo, hindu, o musulmano. Tu sei indipendentemente da queste etichette e da queste parole, tu sei il resto dell’umanità perché la tua coscienza, le tue reazioni, la tua fede, le tue credenze, le tue ideologie, le tue paure, inquie­tudini, solitudine, dolore o piacere, sono simili a quelle del re­sto del genere umano. Se tu cambi, cio riguarderà il resto dell’umanità.»

Quello spazio silente, nutrito e riempito nel corso di molti anni, divenne una vasta distesa che fluì attraverso la sua lunga vita.
L’idea di progresso, così profondamente radicata nella menta­lità del XIX secolo, estese l’evoluzione darwiniana ben al di là del suo luogo d’origine nella biologia e la rese una delle me­taforeguida dell’epoca. Venne ampiamente sfruttata per riven­dicare la supremazia umana sul resto della natura – rivendica­zione che ha attualmente perso la sua credibilità – e, in seguito, venne utilizzata al servizio della nota dottrina di una razza superiore. Per i riformatori sociali della Sinistra politica essa servì a ispirare gli ideali utopistici del comunismo, e per quelli di Destra diede man forte alle ideologie che ritenevano che la «sopravvivenza del più adatto» fosse una scusa plausibi­le per le iniquità dello status quo. La Teosofia, così come essa venne conosciuta da Krishnamurti, e nell’ambito della quale egli visse i suoi anni formativi, aveva portato la nozione di un progresso evolutivo alle sue estreme conseguenze, col ricerca­re un progresso spirituale al di sopra e al di la della condizione umana, in una mitica «razza di base».
Ormai, alla fine del XX secolo, l’idea del progresso evolutivo si e completamente esaurita. Nelle parole sfrontate di Stephen Jay Gould, un eminente biologo evolutivo:

«Quella di progresso e un’idea dannosa, culturalmente radicata, insostenibile, non funzionale, non gestibile, che deve essere rimpiazzata se vogliamo capire la struttura della storia.»

La critica di Krishnamurti nei confronti del progresso evoluti­vo in campo spirituale fu vigorosa, fondata e approfondita. Si basò sull’osservazione diretta della condizione umana, molto prima che i limiti del progresso evolutivo venissero compresi in biologia, nell’ambito della riforma sociale e dell’economia politica. Si profilò ampiamente nella sua rivolta contro l’edu­cazione teosofica e divenne un elemento duraturo della sua filosofia di vita.

Note


Per una sintesi del primo periodo coloniale in India si veda TRE­VELYAN e KOPE. I dettagli del dibattito tra i sostenitori dell’inglese e gli orientalisti sono forniti in EMBREE. Si puo trovare una esposizione completa del concetto di progresso in BURY. «Gli inglesi non avevano nulla da dare...» e tratta da TREVELYAN, e «Non invano il remoto ci chiama...» da Locksley Hall di Tennyson.
Diversi dettagli dei primi anni di vita di Krishnamurti sono tratti da KRISHNAMURTI 1913, un’«autobiografia» scritta all’età di diciott’anni. Un dattiloscritto di essa, di appena sei pagine, e stato scoperto tra le carte e i do­cumenti lasciati da B. Shiva Rao, insieme a un documento dettato dal padre di Krishnamurti, che fornisce un vivace resoconto dell’infanzia del figlio come membro della famiglia di un brahmano osservante di lingua telugu. BALFOURCLARKE e una fonte primaria supplementare che contiene i ricordi degli anni in cui Dick Clarke fu precettore di Krishnamurti e di Nityananda nello stesso periodo.
Le citazioni provengono da LEADBEATER. Materiale ag­giuntivo su Madame Blavatsky e stato tratto da MEADE.
TAYLOR offre un esame esauriente dei molti stadi della variegata vi­ta politica della Besant, e WESSINGER è una valida fonte per le sue idee religiose. TILLETT fornisce una traccia accurata della commistione di realtà e finzione nella storia personale di Leadbeater. Il passo che si riferisce alla manifestazione del Signore Krsna e tratto da Bhagavad Gita IV.7.
Gli appunti inediti di B. Shiva Rao su questi primi avvenimenti nella vita di Krishnamurti sono fonti importanti sulle quali LUTYENS e JAYAKAR hanno basato buona parte della loro storia di questo periodo.
La descrizione fatta da Krishnamurti di se stesso a quattordici anni mi e stata raccontata dal dott. S. Balasundaram, che l’aveva raccolta. Simili affermazioni di Krishnamurti figurano in KRISHNAMURTI 1987, 1990. Egli parlò a lungo di CWL con membri del consiglio d’amministrazione della Fondazione Krishnamurti d’America a Ojai nel 1972. Il trauma di essere sta­to picchiato da CWL sembra aver distrutto il rispetto di Krishnamurti per lui e l’affetto che provava nei suoi confronti, a quanto pare, e andato gradualmente scemando nel corso di un lungo periodo di tempo, per poi trasformarsi in disprezzo. Si veda TILLETT.

Si può trovare un’ampia trattazione della causa intentata da Narayaniah in NETHERCOT.

Per un saggio delle lette­re affettuose della Besant a Krishnamurti si veda JAYAKAR.
Il XIX secolo generò altre figure carismatiche con una simile ten­denza a ricreare le proprie vite. L’esploratore britannico Stanley, nato John Rowlands nel 1844, assunse un nuovo nome e uno sfondo familiare completamente nuovo, insieme a una personalità pittoresca che s’inventò al fine di infiorare la sua ricerca delle fonti del Nilo. Audubon, il più famoso naturali­sta dei suoi tempi, nacque da madre creola e da padre francese, capitano di nave, ma preferì far credere ai suoi compatrioti americani di essere lo Scom­parso Delfino di Francia.
In una sua autobiografia, Leonard Woolf ricrea l’atmosfera dell’Inghilterra anteriore alla Prima guerra mondiale; le parole su verità e bellezza sono tratte da WOOLF.
Dick Clarke, che fu assistente di Arundale in qualità di precet­tore di Krishnamurti durante questi anni, notò uno «spirito di tacita rivolta» che cresceva in lui fin dal 1912, quando venne sottoposto alla routine quoti­diana della «magnetizzazione» di centinaia di nastri blu e stelle d’argento per i membri dell’Ordine della Stella; si veda BALFOURCLARKE. Le lettere di Krishnamurti sono tratte da LUTYENS (cap. 13).

Sull’ultimo incontro di Krishnamurti col padre si veda KRISHNAMURTI 1982. (p. 36 e sg.) per la sua successiva reminiscenza dell’avvenimento e JAYAKAR (p. 43 e sg.) per il ricordo molto diverso della nuora di Narayaniah, che era presente in quell’occasione.


Il «processo» è descritto profusamente in LUTYENS e in JAYAKAR. Per la lettera di Krishnamurti alla Besant si veda JAYAKAR i p. 47 e sg.).
Per lo scambio tra Krishnamurti e Leadbeater si veda Li’TZEN .

La terminologia di filosofia «graduale» e «del salto» si deve a POTTER che sviluppa questa classificazione dettagliatamente. Il suggerimento dato da Krishnamurti di «fare un salto nel buio» e tratto da LUTYENS. Diversi aspetti degli avvenimenti di Huizen in Olanda sono trattati in NETHERCOT, LUTYENS e TILLETT.


Krishnamurti descrive il suo sogno su Mahachohan in una lettera alla Besant scritta da Adyar il 10 Febbraio 1925; si veda JAYAKAR.

«Quando cominciai a pensare per conto mio...» e tratto da KRISHNAMUR­TI 1927. «Per quelli che vogliono l’armonia...» da L’Araldo della Stella, 1926.


«Il dubbio e una cosa preziosa...» proviene da KRISHNAMURTI 1988. Il Sentiero, La Ricerca e Il Canto della Vita sono pubblicati in KRISHNAMURTI 1981.
«Se sei prigioniero...» è tratto da KRISHNAMURTI 1991.

«Tu non sei americano, russo...» è tratto da KRISHNAMURTI 1988.

Tra i numerosi testi di Gould sulla biologia evolutiva, la paleontologia e la storia della scienza, troviamo in Gould un’ampia critica della nozione di progresso evolutivo.




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