Verso la liberazione interiore


Perché ci si affligge per la morte?



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Perché ci si affligge per la morte?


La meditazione è la rivelazione del nuovo. Il nuovo è al di là e al di sopra del passato ripetitivo – e la meditazione è la cessa­zione di questa ripetizione. La morte che scaturisce dalla me­ditazione è l’immortalità del nuovo. Il nuovo non appartiene al pensiero e la meditazione è il silenzio del pensiero.
La meditazione non è un conseguimento; non ha lo scopo di afferrare una visione, né di stimolare la sensazione. È come il fiume indomabile che scorre rapido e inonda le rive. È la musica priva di suono; non può essere ammansita e usata. È il si­lenzio in cui l’osservatore si è acquietato sin dall’inizio.
Il sole non era ancora sorto e attraverso gli alberi si vedeva la stella del mattino. C’era un silenzio straordinario. Non il silen­zio tra due rumori o tra due note, bensì quello che non ha cau­sa alcuna – il silenzio dei primordi del mondo. Permeava l’in­tera vallata e le alture, non rotto dai richiami di due grossi gufi e il lontano abbaiare di un cane alla tarda luna faceva parte di quell’immensità. La rugiada era particolarmente fitta e, quan­do il sole sorse sulla collina, emanò bagliori multicolori e quello splendore che s’accompagna ai primi raggi solari.
Sulle delicate foglie della jacaranda pesava la rugiada e gli uc­celli, convenuti per i loro bagni mattutini, battevano le ali af­finché le piume se ne impregnassero. I corvi continuavano a saltellare di ramo in ramo, insinuando le teste tra le foglie, sbattendo le ali e lisciandosi le penne: erano una mezza dozzi­na circa ad appesantire un unico ramo e molti altri erano gli uccelli intenti al bagno del mattino, sparpagliati sull’albero.

E quel silenzio si diffuse, sembrava estendersi oltre le colline. Si sentirono i consueti strilli di bambini e delle risate e la fattoria cominciò a svegliarsi.


S’annunciava una giornata fresca e sulle colline si diffondeva la luce del sole. Erano molto antiche – probabilmente le più antiche colline del mondo – dalle rocce stranamente modellate, che parevano scolpite con estrema cura, in equilibrio l’una sull’altra, senza che il vento o l’intervento umano potessero sbilanciarle.
La valle era assai distante dalla città e la strada accidentata che l’attraversava conduceva a un altro villaggio. Né automobili, né autobus turbavano l’antica quiete di quella vallata; solo car­ri trainati da buoi, il cui movimento era parte delle colline. C’era l’alveo secco di un fiume, in cui l’acqua scorreva solo do­po piogge abbondanti e il cui colore era una mescolanza di rosso, giallo e marrone, e anch’esso sembrava muoversi con le colline. E gli abitanti del villaggio che passavano silenziosamente a piedi erano come le rocce.
Il giorno si consumò lentamente e sul finire della sera, mentre il sole tramontava sulle colline occidentali, il silenzio soprag­giunse da lontano, sulle alture, attraverso gli alberi, avvolgen­do i piccoli cespugli e l’antico baniano. E come le stelle si fece­ro brillanti, così il silenzio diventò tanto grande da essere a stento tollerabile.
I piccoli lumi del villaggio furono spenti e, con il sonno, l’in­tensità di quel silenzio si approfondì, si ampliò, fino a diventare incredibilmente soverchiante. Pure le colline si fecero più quiete, giacché anch’esse avevano messo fine ai loro mormorii, al loro movimento, e parvero perdere il loro immenso peso.
Disse di avere quarantacinque anni. Aveva accuratamente in­dossato la veste da lutto e portava bracciali ai polsi. L’uomo più anziano che era con lei affermò di essere suo zio. Sedemmo tutti sulla piattaforma che dominava un vasto giardino con un baniano, alcuni alberi di mango, la splendida buganvillea e le giovani palme. Era tremendamente triste. Le sue mani non avevano pace e tentava di evitare di erompere in parole o, forse, di scoppiare a piangere. Lo zio disse: «Siamo venuti a parlarle di mia nipote. Suo marito morì qualche anno fa e, in seguito, anche suo figlio. Non riesce a smettere di piangere ed è terribil­mente invecchiata. Non sappiamo più che cosa fare. I soliti consigli dei medici sembrano inefficaci e pare che si stia allon­tanando dagli altri figli. Sta dimagrendo sempre di più; non sappiamo dove la porterà tutto ciò. Insisteva perché venissimo a trovarla».
«Persi mio marito quattro anni fa. Era un medico e morì di cancro. Deve avermelo tenuto nascosto e ne sono venuta a co­noscenza solo nell’ultimo anno circa. Soffriva, sebbene i dotto­ri gli somministrassero morfina e altri sedativi. Deperì sotto i miei occhi e spirò».
Tacque, quasi soffocata dalle lacrime. Una colomba appollaia­ta su un ramo tubava placidamente. Era brunogrigia, con una piccola testa e un grosso corpo – non troppo grosso, trattan­dosi di una colomba. Volò subito via e il ramo prese a oscillare per la pressione del suo volo.
«Non riesco a trovare il modo di sopportare questa solitudine, questa vita insensata senza di lui. Amavo i miei figli, ne avevo tre: un maschio e due femmine. Un giorno dello scorso anno il maschio mi scrisse da scuola, dicendo di non sentirsi bene e, qualche giorno più tardi, ricevetti la telefonata del direttore che mi comunicava la sua morte».
A questo punto scoppiò in un pianto dirotto. Mostrò subito una lettera del figlio, in cui egli le diceva di voler tornare a casa perché si sentiva male e si augurava che ella stesse bene. Spiegò quanto fosse stato preoccupato per lei, tanto da prefe­rire restarle accanto piuttosto che andare a scuola. Ella, inve­ce, lo aveva più o meno spinto ad andarsene, temendo di af­fliggerlo con la propria angoscia. Adesso era troppo tardi. Le due figlie, disse, non erano pienamente consapevoli dell’acca­duto a causa della loro giovane età. Di colpo esclamò: «Non so che cosa fare. Questo lutto ha scosso le fondamenta della mia vita. Come una casa, il nostro matrimonio era costruito con cura su quelle che ritenevamo essere basi profonde. Ora tutto è stato distrutto da questo enorme evento».
Lo zio doveva essere un credente, un tradizionalista, poiché aggiunse: «Dio le ha inflitto ciò. Ha compiuto tutti i riti neces­sari ma non le sono serviti. Io credo nella reincarnazione, mentre lei non vi trova alcun conforto. Non vuole neanche parlarne. Per lei è del tutto priva di senso e noi non siamo stati in grado di consolarla».
Restammo lì seduti in silenzio per qualche tempo. Il suo fazzo­letto era ora completamente inzuppato. Uno pulito, preso dal cassetto, servì ad asciugarle le lacrime sulle guance. La bugan­villea rossa faceva capolino dalla finestra e la vivida luce meri­dionale era su ogni foglia.
Vuole parlarne seriamente – andare alla radice di tutto ciò? O vuole essere confortata da spiegazioni, da argomenti ragionati ed essere distolta dalla sua afflizione con parole convincenti?
Rispose: «Vorrei andarne al fondo, ma non so se ho la capacità o l’energia per affrontare quel che dirà. Quando mio marito era vivo venivamo talvolta ad ascoltarla, ma adesso può darsi che mi sia difficile seguirla».
Perché è afflitta? Non dia una spiegazione, perché quella non sarà che una costruzione verbale della sua sensazione, e non la realtà effettiva. Quando le verrà posta una domanda, dunque, non risponda. Si limiti ad ascoltare e a trovare la risposta da sola. Perché ci si affligge per la morte? In ogni casa, dal ricco al povero, dal più potente sulla terra al mendicante? E lei perché è afflitta? È per suo marito – o per se stessa? Se piange per suo marito, possono forse le sue lacrime aiutarlo? Se n’è andato de­finitivamente. Faccia ciò che vuole ma non potrà mai riaverlo indietro. Nessuna lacrima, nessuna fede, nessun rito o dio potrà mai restituirglielo. È una realtà che deve accettare; non può farci nulla. Ma se sta piangendo per se stessa, a causa della sua solitudine, della sua esistenza vuota, dei piaceri sensuali e della compagnia di cui godette, allora, non lo sta forse facendo a mo­tivo della sua stessa vacuità, per autocommiserazione? Forse, per la prima volta, è conscia della sua miseria interiore. Non ha, forse, se è permesso farlo gentilmente notare, investito in suo marito, ricavandone agio, appagamento e piacere? Tutto quello che prova adesso – il senso di perdita, lo strazio della solitudine e dell’affanno – è una forma di autocommiserazione, non è così? Lo consideri. Non indurisca il suo cuore contro ciò e dica: «Amavo mio marito e non ho mai minimamente pensato a me stessa. Volevo proteggerlo, anche se cercavo spesso di dominarlo, ma lo facevo per il suo bene, senza mai avere un pensiero egoistico». Adesso che se n’è andato si sta rendendo conto della sua situazione effettiva, non è vero? La sua morte l’ha scossa e le ha mostrato la condizione reale della sua mente e del suo cuore. Può non essere disposta a considerarla, può rifiutarla per pau­ra; ma se riflette un po’ di più, si accorgerà che sta piangendo a causa della sua solitudine, della sua miseria interiore – in altre parole, per autocommiserazione.
«E piuttosto crudele, signore, non trova?» disse. «Sono venuta da lei per essere veramente confortata e che cosa mi sta dando?»
Una delle illusioni della maggior parte delle persone è quella di ritenere che vi sia qualcosa come la consolazione interiore, che qualcun altro possa donarla o che la si possa trovare in se stessi. Temo che non vi sia nulla del genere. Se sta cercando la consolazione è destinata a vivere nell’illusione e, quando quell’illusione si spezza, a rattristarsi perché la consolazione l’ha abbandonata. Per comprendere il dolore, o per superarlo, si deve, in effetti, essere veramente consapevoli di quel che av­viene interiormente e non nasconderlo. Fare rilevare tutto ciò non è crudeltà, non crede? Non si tratta di qualcosa di sgrade­vole da cui fuggire. Se lo comprende con estrema chiarezza, al­lora ne viene immediatamente fuori, senza un graffio, intatta, rinnovata, indifferente ai casi della vita. La morte è inevitabile per noi tutti. Non c’è scampo. Tentiamo di dare ogni tipo di spiegazione, aggrappandoci a ogni sorta di fede, nella speranza di trascenderla, ma qualunque cosa facciamo, è sempre là; domani, o girato l’angolo, o trascorsi molti anni, è sempre là. Si deve prendere atto di questa enorme realtà della vita.
«Ma», disse lo zio, palesando la credenza tradizionale nell’At­man, l’anima, la realtà permanente che perdura. Era sul suo terreno, adesso, ben fornito di sottili argomenti e di citazioni. Si alzò bruscamente in piedi e negli occhi gli si accese la vam­pa della battaglia, la battaglia delle parole. Compassione, amore e comprensione erano spariti. Stava sul suo sacro terreno di fede e tradizione, schiacciato dal pesante fardello dei condizionamenti. «Ma l’Atman risiede in tutti noi! Continua a rinascere fino a che non diviene consapevole di essere il Brahman. Dobbiamo passare attraverso la sofferenza per pervenire a quella realtà. Viviamo nell’illusione; il mondo è un’illusione. C’è solo una realtà».
E si interruppe! Ella mi guardò, senza prestargli troppa atten­zione, e un sorriso dolce accennò ad apparirle sul viso. Osser­vammo entrambi la colomba che era ritornata e la fiammeg­giante buganvillea.
Non c’è nulla di permanente sulla terra o in noi stessi. Il pensiero è in grado di dare continuità a ciò che esso pensa; può at­tribuire la permanenza a una parola, a un’idea, a una tradizio­ne. Il pensiero pensa se stesso come permanente, ma lo è davvero? Il pensiero è la risposta della memoria e la memoria è permanente? Può costruire un’immagine e conferirle una continuità, una permanenza, chiamandola Atman o come si vo­glia; può ricordare il volto del marito o della moglie e aggrap­parglisi. Questa è l’attività del pensiero che suscita la paura e, a causa di tale paura, sorge l’impulso alla permanenza – la pau­ra di non avere, domani, pasto o riparo – la paura della morte. Questa paura è il risultato del pensiero e anche il Brahman è il prodotto del pensiero.
Lo zio disse: «Memoria e pensiero sono come una candela: la si spegne e la si riaccende di nuovo; si dimentica e, in seguito, si torna a ricordare. Si muore e si nasce a nuova vita. La fiamma della candela è la stessa – e non è la stessa. Nella fiamma c’è, dunque, una certa continuità».
Ma la fiamma che è stata spenta e la nuova fiamma non sono la stessa cosa. Il vecchio finisce affinché vi sia il nuovo. Se vi fosse una costante continuità modificata non si avrebbe nulla di nuo­vo. I mille ieri non possono essere rinnovati; anche una candela si estingue. Tutto deve concludersi perché sorga il nuovo.
Lo zio, ora, non può ricorrere alle citazioni, o alle credenze, o alle massime altrui; così si chiude in sé e si calma, confuso e piuttosto stizzito, poiché è stato messo di fronte a se stesso e, come la nipote, non vuole affrontare la realtà.
«Tutto ciò non mi preoccupa», ella disse. «Sono del tutto infe­lice. Ho perso mio marito e mio figlio. Mi rimangono queste due figlie. Cosa devo fare?»
Se è preoccupata per loro, non può esserlo per se stessa e per la sua sofferenza. Deve badare a loro, educarle rettamente, crescerle al di fuori della solita mediocrità. Ma se si strugge nell’autocommiserazione, che lei definisce «amore per suo marito», e si chiude nell’isolamento, allora distruggerà anche lo­ro. Consapevolmente o inconsapevolmente siamo tutti totalmente egoisti. Fintanto che otteniamo quello che vogliamo, pensiamo che ogni cosa vada bene; ma, nel momento in cui si verifica un avvenimento che rovina tutto ciò, ci disperiamo, aspettandoci di trovare altre consolazioni, le quali, naturalmente, finiranno a loro volta per infrangersi. In tal modo que­sto processo continua e se lei vuole essere trascinata in esso, ben conoscendone tutte le implicazioni, faccia pure. Ma se ne vede l’assurdità, allora, smetterà spontaneamente di piangere e di isolarsi e vivrà con le bambine con una nuova luce e il sorri­so sul volto.



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