Verso la liberazione interiore



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V – Dialoghi e collowui

Esiste un dio?


Domanda: Vorrei veramente sapere se c’è un Dio. Se non c’è, la vita non ha senso. Non conoscendo Dio, l’uomo lo ha inventato in mille credenze e immagini. La divisione e la paura generate da tutte queste credenze lo hanno separato dai suoi simili. Per evitare il dolore e il danno di tale divisione, egli ha creato anco­ra più credenze, e l’infelicità e la confusione crescenti lo hanno inghiottito. Non conoscendo, crediamo. Posso conoscere Dio? Ho fatto questa domanda a molti santi, sia in India sia qui, e tutti hanno dato rilievo alla fede: «Credi e allora conoscerai; senza fede non puoi mai conoscere». Che ne pensa?

KRISHNAMURTI: È necessaria la fede per scoprire? Apprendere è di gran lunga più importante che conoscere. Apprendere sulla fede è la fine della fede. Quando la mente è priva della fede, al­lora può guardare. E la fede, o l’incredulità, che vincola; poiché incredulità e fede sono uguali: sono le facce opposte della stessa medaglia. Perciò possiamo accantonare del tutto la fede positi­va o negativa: il credente e il noncredente sono uguali. Quando ciò avviene realmente, allora la domanda «Esiste un Dio?» ha un significato del tutto differente. La parola «Dio», con tutta la sua tradizione, la sua memoria, le sue connotazioni intellettuali e sentimentali – tutto questo non è Dio. La parola non è il reale. Perciò, può la mente liberarsi della parola?

Replica: Non so che cosa ciò significhi.

KRISHNAMURTI: La parola è la tradizione, la speranza, il desi­derio di scoprire l’assoluto, lo sforzarsi di raggiungere il «mas­simo», il movimento che dà vitalità all’esistenza. Cosicché la parola stessa diventa il «massimo» e, tuttavia, siamo in grado di vedere che la parola non è la cosa. La mente è la parola e la parola è pensiero.

Replica: E lei mi sta chiedendo di disfarmi della parola? Come posso farlo? La parola è il passato; è ricordo. La moglie è la pa­rola, la casa è la parola. In principio era la parola. Inoltre la pa­rola è mezzo di comunicazione, d’identificazione. Lei non è il suo nome e, tuttavia, senza il suo nome non posso informarmi sul suo conto. E mi sta chiedendo se la mente possa liberarsi della parola – ossia, se possa liberarsi della sua propria attività?

KRISHNAMURTI: Nel caso dell’albero, l’oggetto è davanti ai no­stri occhi e la parola si riferisce all’albero per convenzione universale. Ora, nel caso della parola «Dio» non c’è nulla a cui essa si riferisca, così ciascun uomo può creare la propria immagine di ciò per cui non esiste alcun riferimento. Il teolo­go lo fa in un modo, l’intellettuale in un altro, il credente e il noncredente nei loro modi differenti. La speranza genera questa fede e poi il ricercare. Tale speranza è la conseguenza della disperazione – la disperazione di tutto quel che vediamo intorno a noi nel mondo. Dalla disperazione nasce la speran­za: anche queste sono le due facce della stessa medaglia. Quando non c’è speranza alcuna c’è inferno e questa paura dell’inferno ci dà la vitalità della speranza. E allora comincia l’illusione. Cosicché la parola ci ha portati all’illusione e mai a Dio. Dio è l’illusione che adoriamo e il noncredente crea l’il­lusione di un altro Dio che egli adora – lo Stato, o qualche utopia, o qualche libro che ritiene possedere ogni verità. Quindi le si chiede se possa liberarsi della parola con la sua il­lusione.

Replica: Devo meditarci su.

KRISHNAMURTI: Se non c’è nessuna illusione che cosa rimane?

Replica: Solo ciò che è.

KRISHNAMURTI: Quel «ciò che è» è il sommamente sacro.

Replica: Se il «ciò che è» è il sommamente sacro, allora la guerra è sommamente sacra, e lo sono odio, disordine, soffe­renza, cupidigia e rapina. Allora non dobbiamo parlare affatto di alcun cambiamento. Se «ciò che è» è sacro, allora ogni as­sassino, ogni rapinatore e ogni sfruttatore può dire: «Non toc­carmi. Quello che sto facendo è sacro».

KRISHNAMURTI: Proprio la semplicità di questa asserzione, «‘ciò che è’ è il sommamente sacro», porta a un grande malin­teso, perché non se ne vede la verità. Se vedi che «ciò che è» è sacro, non uccidi, non fai la guerra, non speri, non sfrutti. Perché se hai fatto queste cose non puoi pretendere l’immunità da una verità che hai violato. L’uomo bianco che dice al rivoltoso nero «‘ciò che è’ è sacro; non immischiarti, non bruciare», non ha visto, perché, se così fosse, per lui il Negro sarebbe sacro e non ci sarebbe alcun bisogno di bruciare. Così, se ciascuno di noi vede questa verità, non può non esserci cambiamento. La visione della verità è cambiamento.

Replica: Sono venuto qui per scoprire se esiste Dio e lei mi ha completamente confuso.

KRISHNAMURTI: Lei è venuto a domandare se Dio esiste. È stato detto: la parola conduce all’illusione che noi adoriamo e per questa illusione ci distruggiamo l’un l’altro di buon grado. Quando non c’è illusione alcuna, il «ciò che è» è sommamente sacro. Ora consideriamo ciò che realmente è. In un dato mo­mento il «ciò che è» può essere paura, o disperazione estrema, o una gioia passeggera. Queste cose mutano di continuo. E c’è anche l’osservatore che dice «Queste cose cambiano tutte attorno a me, ma io resto permanente». È un fatto questo? È ciò che veramente è? Non sta forse anch’egli cambiando, aggiun­gendo a sé, togliendo da sé, modificandosi, adattandosi, dive­nendo o non divenendo? Così, sia l’osservatore sia l’osservato sono in costante cambiamento. «Ciò che è» è cambiamento. Questo è un fatto. Questo è «ciò che è».

Replica: Allora, l’amore è mutevole? Se tutto è un movimento di cambiamento, non è forse parte di quel cambiamento anche l’amore? E se l’amore è mutevole, allora io posso amare una donna oggi e andare a letto con un’altra domani.

KRISHNAMURTI: È amore quello? O sta dicendo che l’amore è diverso dalla sua espressione? O sta dando all’espressione un’importanza maggiore che all’amore e creando, pertanto, una contraddizione e un conflitto? L’amore può mai essere im­prigionato nell’ingranaggio del cambiamento? Se sì, allora può anche essere odio; dunque l’amore è odio. E solo quando non c’è alcuna illusione che «ciò che è» è sommamente sacro. Quando non c’è alcuna illusione, «ciò che è» è Dio, o qualun­que altro nome possa essere usato. Così Dio, o qualsiasi nome gli si dia, è quando tu non sei. Quando tu sei, esso non è. Quando tu non sei, l’amore è. Quando tu sei, l’amore non è.



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