Verso la liberazione interiore



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28.03.2019
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La vita religiosa


Domanda: Vorrei sapere che cos’è una vita religiosa. Ho sog­giornato per diversi mesi in alcuni monasteri; ho meditato; ho condotto una vita disciplinata; ho letto moltissimo. Mi sono recato in svariati templi, chiese e moschee. Mi sono adoperato per condurre una vita semplicissima, innocua, cercando di non recare offesa a persone o ad animali. Non è tutto ciò che ci vuole per una vita religiosa? Ho praticato lo yoga, studiato lo Zen e seguito molte discipline religiose. Sono, e sono sem­pre stato, vegetariano. Come vede, ora sto invecchiando, e ho vissuto con alcuni uomini santi in diverse parti del mondo, ma chissà come, sento che tutto ciò è solo un approssimarsi alla cosa vera. Mi chiedo, quindi, se sia possibile discutere oggi di ciò che è per lei una vita religiosa.

KRISHNAMURTI: Un giorno venne da me un samnyàsin, ed era triste. Disse di aver fatto voto di castità e di aver abbandonato il mondo per diventare un mendicante, errante di villaggio in villaggio, e di esser giunto, un mattino, data l’imperiosità dei suoi desideri sessuali, alla decisione di farsi asportare chirurgi­camente gli organi sessuali. Per molti mesi aveva sofferto inin­terrottamente, ma in qualche modo era guarito e, dopo parec­chi anni, si era reso pienamente conto di ciò che aveva fatto. Così, venne da me e in quella piccola stanza mi domandò come fare, essendosi mutilato, per ritornare normale – naturalmente, non fisicamente, ma interiormente. L’aveva fatto perché l’attività sessuale era ritenuta contraria a una vita religiosa. Era considerata mondana, parte di un mondo di piacere che un vero samnyàsin deve evitare a tutti i costi. Disse: «Eccomi qui, con la sensazione di essere del tutto perduto, privato della mia virilità. Ho lottato così tenacemente contro i miei desideri sessuali, tentando di controllarli, e alla fine è accaduta questa cosa terribile. Che cosa devo fare adesso? So che quello che ho fatto era sbagliato. La mia energia se n’è quasi del tutto andata e mi sembra di stare concludendo la mia vita nell’oscurità». Mi prese la mano e restammo seduti in silenzio per un po’.
Questa è una vita religiosa? Il rifiuto del piacere o della bellez­za è la via che conduce a una vita religiosa? Rifiutare la bellez­za dei cieli, delle colline e dell’aspetto umano condurrà forse a una vita religiosa? Ma è ciò che la maggior parte dei santi e dei monaci crede. Si tormentano in quella credenza. Può mai una mente tormentata, contorta, distorta scoprire che cosa sia una vita religiosa? Eppure, ogni religione sostiene che l’unica via alla realtà o a Dio, o come lo vogliamo chiamare, passi attra­verso questa tortura, questa distorsione. Fanno tutti una di­stinzione tra quella che definiscono una vita spirituale o reli­giosa e ciò che chiamano vita mondana.
Un uomo che viva unicamente per il piacere, con sprazzi occa­sionali di afflizione e di pietà, la cui vita sia interamente dedi­cata allo svago e al divertimento, è naturalmente un uomo mondano, quantunque egli possa essere intelligentissimo, mol­to erudito, e riempire la sua vita dei pensieri altrui o propri. E un uomo che abbia una dote naturale e la usi a vantaggio della società, o per il proprio piacere, e che consegua la fama nella realizzazione di quella dote, ebbene, anche un simile uomo è mondano. Ma è anche mondano andare in chiesa, o al tempio, o alla moschea, pregare, permeati di pregiudizi, di fanatismo, totalmente inconsapevoli della brutalità che ciò implica. È mondano essere patrioti, nazionalisti, idealisti. Di certo, anche l’uomo che si rinchiude in un monastero – alzandosi a ore fisse con un libro in mano, leggendo e pregando – è mondano. E l’uomo che si fa in quattro per compiere buone azioni, che sia un riformatore sociale o un missionario, è esattamente come il politico nella sua partecipazione al mondo. La divisione tra vi­ta religiosa e mondo è l’essenza stessa della mondanità. Le menti di tutti costoro – monaci, santi, riformatori – non sono poi così diverse dalle menti di quelli che si interessano soltanto alle cose che danno piacere.

È, dunque, importante non dividere la vita in mondana e non mondana. E importante non fare distinzioni tra il mondano e il cosiddetto religioso. Senza il mondo della materia, il mondo materiale, non saremmo qui. Senza la bellezza del cielo e dell’unico albero sulla collina, senza quella donna che passa e quell’uomo che va a cavallo, la vita non sarebbe possibile. Sia­mo interessati alla vita nel suo insieme, non a una determinata parte di essa che è considerata religiosa, in opposizione al resto. Si comincia, così, a vedere che una vita religiosa è interes­sata al tutto e non al particolare.



Replica: Comprendo ciò che dice. Dobbiamo occuparci della totalità della vita; non possiamo separare il mondo dal cosid­detto spirito. La domanda, quindi, è: in che modo possiamo agire religiosamente in relazione a tutte le cose nella vita?

KRISHNAMURTI: Che cosa intendiamo con agire religiosamente? Non intende forse un modo di vivere in cui non vi sia divi­sione – divisione fra il mondano e il religioso, tra ciò che do­vrebbe e ciò che non dovrebbe essere, tra me e lei, tra simpatia e antipatia? Questa divisione è conflitto. Una vita di conflitto non è una vita religiosa. Una vita religiosa è realizzabile soltan­to quando venga profondamente compreso il conflitto. Questa comprensione è intelligenza. È questa intelligenza che agisce rettamente. Ciò che la maggior parte della gente definisce in­telligenza è mera abilità in qualche attività tecnica, o astuzia nei raggiri commerciali o politici.

Replica: Allora la mia domanda in realtà significa: come si fa a vivere senza conflitto e a far sì che ci sia quel sentimento di au­tentica santità, che non è semplicemente religiosità emotiva, condizionata da qualche impalcatura religiosa – indipendentemente da quanto antica e venerata essa sia?

KRISHNAMURTI: Un uomo che viva senza eccessivo conflitto in un villaggio, o che sogni in una grotta su un «sacro» pendio, di certo non sta vivendo la vita religiosa di cui stiamo parlando. Porre termine al conflitto è una delle cose più complicate. Ri­chiede osservazione di se stessi e la sensibilità della consapevolezza così dell’esterno come dell’interno. Il conflitto può cessare soltanto laddove vi sia la comprensione della contraddizio­ne in se stessi. Questa contraddizione persisterà sempre se non c’è libertà dal conosciuto, che è il passato. Libertà dal passato significa vivere nell’«ora» che non appartiene al tempo, in cui c’è soltanto questo movimento di libertà, non toccato dal pas­sato, dal conosciuto.

Replica: Che cosa intende con libertà dal passato?

KRISHNAMURTI: Il passato è tutto il nostro cumulo di ricordi.

Questi ricordi agiscono nel presente e danno vita alle nostre speranze e paure del futuro. Queste speranze e paure sono il futuro psicologico; senza di esse non c’è alcun futuro. Il presente, dunque, è l’azione del passato, e la mente è questo movimento del passato. Il passato in azione nel presente crea ciò che chia­miamo futuro. Questa reazione del passato è involontaria, non è richiesta o indotta; è su di noi prima che la si conosca.



Replica: Allora, come ce ne libereremo?

KRISHNAMURTI: Essere consapevoli di tale movimento, senza scelta – perché la scelta è di nuovo parte di questo stesso movi­mento del passato – è osservare il passato in atto: una tale osser­vazione non è un movimento del passato. Osservare senza l’im­magine del pensiero è azione in cui il passato è terminato. Osservare l’albero senza il pensiero, è azione priva del passato. Osservare l’azione del passato è, ancora, azione priva del passato. L’atto di vedere è più importante di ciò che viene visto. Essere consapevoli del passato in quell’osservazione priva di scelta non è solamente agire in modo diverso, ma è essere diversi. In questa consapevolezza la memoria agisce senza difficoltà ed ef­ficientemente. Essere religiosi è essere a tal punto consapevoli, in un modo privo di scelta, che c’è libertà dal conosciuto anche mentre il conosciuto agisce, dovunque esso abbia a farlo.

Replica: Ma il conosciuto, il passato, talvolta agisce pure quan­do non dovrebbe farlo; agisce comunque per provocare con­flitto.

KRISHNAMURTI: Anche essere consapevoli di ciò è vivere in uno stato d’inazione rispetto al passato che sta agendo. Così, la libertà dal conosciuto è autenticamente vita religiosa. Ciò non significa eliminare il conosciuto, ma penetrare in una dimen­sione del tutto diversa, da cui venga osservato il conosciuto. L’atto di vedere in un modo privo di scelta è atto d’amore. La vita religiosa è questo atto; l’intero vivere è questo atto, e lo è la mente religiosa. Religione, mente, vita e amore sono, quindi, tutt’uno.



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