Verso la liberazione interiore



Scaricare 0.59 Mb.
Pagina46/48
28.03.2019
Dimensione del file0.59 Mb.
1   ...   40   41   42   43   44   45   46   47   48
Insegnante: Quando rifiuto qualcosa, supponiamo l’induismo, c’è una comprensione simultanea di ciò che l’induismo è.

KRISHNAMURTI: Ciò di cui discutiamo è di conseguire una mente nuova e se ciò sia possibile. Una mente contaminata non può essere nuova. Stiamo, quindi, parlando di decontaminazione, e se la cosa sia possibile. E in relazione a ciò, io ho cominciato col chiedere che cosa intende con rifiuto, perché io credo che il ri­fiuto abbia molto a che fare con ciò. Il rifiuto ha a che fare con una mente nuova. Se rifiuto schiettamente, senza radici, senza motivo, si tratta di un vero rifiuto. Ora, è possibile? Vede, se non rifiuto del tutto la società e, quindi, la politica, l’economia, i rapporti sociali, l’ambizione, l’avidità – se non rifiuto comple­tamente tutto ciò – è impossibile scoprire che cosa sia avere una mente nuova. Quindi, il primo varco che mi posso aprire consi­ste nel rifiutare le cose che ho conosciuto. E possibile?
Ovviamente, le droghe non faranno conseguire una mente nuo­va; niente lo potrà fare, se non un totale rifiuto del passato. È possibile? Che ne dice? E se ho percepito il profumo, la visione, il sapore di un tale rifiuto, in che modo contribuisco a comuni­carlo allo studente? Egli deve avere una quantità di conoscenze – matematica, geografia, storia – ed essere, tuttavia, in larga mi­sura libero dal conosciuto, libero senza rimorsi da esso.

Insegnante: Signore, ogni sensazione lascia un residuo, un fa­stidio che conduce a vari tipi di conflitto e ad altre forme di at­tività mentale. L’approccio tradizionale di tutte le religioni è di negare questa sensazione con la disciplina e il rifiuto. Ma in quello che lei dice sembra esserci un’elevata ricettività nei confronti di queste sensazioni, cosicché lei vede le sensazioni sen­za distorsione o residuo.

KRISHNAMURTI: Questo è il punto. Sensibilità e sensazione sono due cose diverse. Una mente schiava di pensiero, sensazio­ne, sentimento, è una mente residuale. Gode del residuo, gode del pensare al mondo piacevole, e ogni pensiero lascia una traccia, che è il residuo. Ogni pensiero legato a un certo piacere che è stato provato, lascia una traccia che favorisce l’insensibilità. Di certo, ottunde la mente e l’ottundono ulteriormente disciplina, controllo e repressione. Sto dicendo che la sensibi­lità non è sensazione, che la sensibilità non comporta alcuna traccia, alcun residuo. Qual è, quindi, la domanda?

Insegnante: Il rifiuto di cui lei sta parlando è diverso da un ri­fiuto che consiste nella limitazione della sensazione?

KRISHNAMURTI: In che modo lei vede quei fiori, ne vede la bel­lezza, è completamente sensibile a essi, cosicché non lascino re­siduo, ricordo alcuno e che, guardandoli ancora un’ora dopo, lei veda un nuovo fiore? Ciò non è possibile se il suo vedere è sensazione, e quella sensazione è associata ai fiori, al piacere. Il metodo tradizionale è escludere ciò che è piacevole, perché simili associazioni destano altre forme di piacere, e così ci si disci­plina a non guardare. Recidere l’associazione con un bisturi è immaturo. Dunque, in che modo la mente, gli occhi devono ve­dere l’incredibile colore senza che esso lasci qualche traccia?
Non sto chiedendo un metodo. Come si origina un tale stato? Diversamente noi non possiamo essere sensibili. È come una lastra fotografica che s’impressiona e si rinnova automaticamente. Viene esposta, e tuttavia diventa negativa per l’impres­sione successiva. Così, c’è un’autopurificazione continua da ogni piacere. È una cosa possibile o stiamo giocando con le parole e non coi fatti?
Ciò che io vedo con chiarezza è che qualsiasi sensibilità, qual­siasi sensazione residuale ottunde la mente. Nego tale fatto, ma non so che cosa sia essere sensibili in un modo tanto straordinario da far sì che l’esperienza non lasci alcuna traccia e, ciò nonostante, io veda il fiore con pienezza, con immensa intensità. Vedo come un fatto innegabile che ogni sensazione, ogni sentimento, ogni pensiero lascia una traccia, plasma la mente, e che simili tracce non possono assolutamente generare una mente nuova. Mi rendo conto che avere una mente con tracce è morte, così rifiuto la morte. Ma non conosco l’altra condizione. Vedo anche che una buona mente è sensibile senza il residuo dell’esperienza. Esperisce, ma l’esperienza non lascia alcuna traccia da cui trarre ulteriori esperienze, ulteriori conclusioni, ulteriore morte.
Da un lato nego e dall’altro non conosco. In che modo avviene questo passaggio dal rifiuto del conosciuto all’originarsi del non conosciuto?
In che modo si rifiuta? Si rifiuta forse il conosciuto non in grandi avvenimenti drammatici, ma in piccoli avvenimenti? Rifiuto forse quando mi faccio la barba e mi ricordo del bel periodo trascorso in Svizzera? Si rifiuta forse il ricordo di un momento piacevole? Si diventa forse consapevoli di esso e lo si rifiuta? Non è drammatico, non è spettacolare, nessuno ne sa nulla. Eppure questo costante rifiuto delle piccole cose, il piccolo eliminare, il piccolo cancellare – non soltanto un grande, grosso eliminare – è essenziale. È essenziale rifiutare il pensie­ro come ricordo, piacevole o spiacevole che sia, ogni minuto del giorno, come esso sorge. Lo si fa non per qualche motivo, non per penetrare nello straordinario stato dell’ignoto. Vivi a Rishi Valley e pensi a Bombay o a Roma. La cosa crea conflit­to, rende la mente ottusa, divisa. Puoi rendertene conto ed eliminarlo? Puoi continuare a eliminarla non perché vuol pene­trare nello sconosciuto? Non si può mai sapere che cosa sia lo sconosciuto, perché nel momento in cui lo si riconosce come sconosciuto, si è tornati nel conosciuto.
Il processo del riconoscimento è un processo del conosciuto prolungato. Poiché non so che cosa sia lo sconosciuto, posso soltanto fare quest’unica cosa, continuare a eliminare il pensie­ro non appena sorge.
Vede quel fiore, lo percepisce, ne vede la bellezza, l’intensità, la straordinaria brillantezza. Poi va nella stanza in cui vive, che non è ben proporzionata, che è brutta. Vive nella stanza ma ha un certo senso della bellezza e comincia a pensare al fiore, coglie il pensiero come esso sorge e lo elimina. Ora, da che profondità elimina, da che profondità rifiuta il fiore, sua moglie, i suoi dèi, la sua vita economica? Deve vivere con sua moglie, con i suoi figli, con questa brutta, mostruosa società. Non può ritirarsi dalla vita. Ma quando rifiuta totalmente pensiero, dolore, piacere, il suo rapporto è differente e, quin­di, deve esserci un rifiuto totale, non un rifiuto parziale, non un trattenere le cose che le piacciono e rifiutare quelle che non le piacciono.
Ora, come traduce ciò che ha compreso allo studente?

Insegnante: Lei ha detto che nell’insegnare e nell’imparare, c’è una situazione d’intensità in cui non si dice: «Ti sto insegnan­do qualcosa». Ora, questa costante eliminazione delle tracce del pensiero ha qualcosa a che fare con l’intensità della situazione insegnamento-apprendimento?

KRISHNAMURTI: Ovviamente. Vede, ritengo che insegnamento e apprendimento siano la stessa cosa. Che cosa sta avvenendo qui? Io non le sto insegnando – non sono il suo insegnante o un’autorità; sto semplicemente indagando e comunicandole la mia indagine. Può prenderla o lasciarla. La posizione è identi­ca per quanto riguarda lo studente.

Insegnante: Che cosa deve fare, allora, l’insegnante?

KRISHNAMURTI: Lei può scoprire soltanto quando sta costantemente rifiutando. Ha mai provato? È come se non potesse dormire per un solo minuto durante la giornata.

Insegnante: Ciò non solo richiede energia, signore, ma sprigio­na anche molta energia.

KRISHNAMURTI: Ma per prima cosa deve avere l’energia per ri­fiutare.



Condividi con i tuoi amici:
1   ...   40   41   42   43   44   45   46   47   48


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale