Verso la liberazione interiore



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28.03.2019
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L’illuminazione


Domanda: Tutte le cosiddette persone religiose hanno qualco­sa in comune e io vedo la stessa cosa nella maggior parte della gente che viene a sentirla. Cercano tutti qualcosa che chiamano a seconda dei casi nirvana, liberazione, illuminazione, realizzazione di sé, eternità o Dio. La loro meta è definita e si erge dinnanzi a loro in svariati insegnamenti, e ciascuno di questi insegnamenti, di questi sistemi ha la propria serie di libri sacri, di discipline, di maestri, la propria moralità, la propria filosofia, le proprie promesse e minacce – un sentiero dritto e stretto che esclude il resto del mondo e che, al suo termine, promette qualche paradiso o altro. La maggior parte di costoro passa da un sistema all’altro, mettendo l’ultimo insegnamento al posto di quello abbandonato di recente. Passano da un’orgia emoti­va all’altra, senza pensare che il medesimo processo è all’opera in tutto questo ricercare. Alcuni di loro restano in un sistema, con un gruppo, e si rifiutano di muoversi. Altri credono finalmente di aver realizzato qualsiasi cosa volessero realizzare, e allora trascorrono i loro giorni in qualche remota beatitudine, attirando a loro volta un gruppo di discepoli che ricomincia l’intero ciclo daccapo. In tutto ciò c’è la brama irrefrenabile di conseguire qualche realizzazione e, solitamente, c’è un’amara delusione e la frustrazione del fallimento. Tutto ciò a me sem­bra alquanto malsano. Queste persone sacrificano la vita normale a qualche meta immaginaria e questo genere di contesto emana sentimenti decisamente spiacevoli: fanatismo, isteri­smo, violenza e stupidità. Ci si sorprende a scoprire tra costo­ro degli scrittori d’indubbia bravura che, a parte ciò, appaiono del tutto assennati. Tutto questo viene chiamato religione. L’intera faccenda manda un fetore terribile. Questo è l’incenso della religiosità. L’ho osservato ovunque. Questa ricerca d’illuminazione provoca una grande rovina e, sulla sua scia, la gente viene sacrificata. Ora, vorrei domandarle: esiste di fatto qualcosa come l’illuminazione, e se sì, di che si tratta?

KRISHNAMURTI: Se è una fuga dalla vita quotidiana, vita quotidiana che è lo straordinario movimento del rapporto, allora questa cosiddetta realizzazione, questa cosiddetta illuminazio­ne, o come volete chiamarla, è illusione e ipocrisia. Qualsiasi cosa neghi l’amore e la comprensione della vita e dell’azione è destinata a creare un notevole danno; distorce la mente, e la vi­ta diventa un’orribile faccenda. Se dunque prendiamo ciò per assiomatico, allora, forse, possiamo proseguire a scoprire se l’illuminazione – quale che sia il suo significato – possa sco­prirsi nell’atto stesso del vivere. Dopo tutto, il vivere è più im­portante di qualsiasi idea, ideale, meta o principio. È perché non vogliamo sapere che cosa sia vivere che ci inventiamo que­sti concetti visionari, irreali che offrono una scappatoia. La ve­ra domanda è: si può trovare l’illuminazione nel vivere, nelle attività quotidiane della vita, oppure è soltanto riservata ai po­chi dotati della capacità strordinaria di scoprire tale beatitudi­ne? Illuminazione significa essere luce a se stessi, ma una luce che non è proiettata dal sé, che non è immaginata, che non consiste in qualche idiosincrasia personale. In fin dei conti, questo è sempre stato l’insegnamento della vera religione, quantunque non della credenza organizzata e della paura.

Replica: Lei dice insegnamento della vera religione! Ciò crea immediatamente lo schieramento dei professionisti e degli specialisti contro il resto del mondo. Vuole dire, allora, che la religione è separata dalla vita?

KRISHNAMURTI: La religione non e separata dalla vita; al contrario, è la vita stessa. È questa divisione fra religione e vita che ha causato tutta la miseria di cui lei parla. Torniamo, così, alla domanda basilare: se sia possibile nell’esistenza quotidiana vivere in uno stato che, per adesso, chiamiamo illuminazione.

Replica: Non so ancora che cosa intende per illuminazione.

KRISHNAMURTI: Uno stato di negazione. È la negazione l’azio­ne più positiva, non l’asserzione positiva. Si tratta di una cosa la cui comprensione è molto importante. La maggior parte di noi accetta tranquillamente il dogma positivo, il credo positi­vo, perché vuole essere sicura, vuole appartenere, aderire, dipendere. L’atteggiamento positivo divide e determina la dua­lità. Comincia, allora, il conflitto fra questo atteggiamento e gli altri. Ma la negazione di tutti i valori, di ogni moralità, di ogni credenza, senza avere dei limiti, non può opporsi a nulla. Un’affermazione positiva, per definizione, separa, e la separa­zione è resistenza. Siamo abituati a ciò, è il nostro condizionamento. Rifiutare tutto questo non è immorale; rifiutare qual­siasi divisione e qualsiasi resistenza è, al contrario, la suprema moralità. Negare tutto quello che l’uomo ha inventato, negare tutti i suoi valori, le sue etiche e i suoi dèi, significa essere in uno stato mentale in cui non c’è dualità e, quindi, nessuna resi­stenza o conflitto tra gli opposti. In questo stato non ci sono opposti, ed esso non è l’opposto di qualcos’altro.

Replica: Allora come conosce ciò che è bene e ciò che è male? O forse non c’è nessun bene e nessun male? Che cosa mi tiene lontano dal crimine o addirittura dall’omicidio? Se non ho al­cun riferimento, che cosa mi tiene lontano da Dio solo sa che genere di aberrazione?

KRISHNAMURTI: Rifiutare tutto ciò è rifiutare se stessi, l’entità condizionata che persegue senza tregua un bene condizionato. Alla maggior parte di noi la negazione appare come un vuoto, perché conosciamo l’attività solo nella prigione del nostro condizionamento, della nostra paura e della nostra miseria. Da tale condizione guardiamo la negazione e ce la immaginiamo come uno stato terribile di oblio o di vacuità. Per l’uomo che ha negato tutte le asserzioni della società, della religione, della cultura e della moralità, colui che è ancora nella prigione del conformismo sociale è un uomo afflitto. La negazione è lo stato d’illuminazione che opera in tutte le attività dell’uomo libe­ro dal passato. È il passato, con la sua tradizione e la sua auto­rità, che va negato. La negazione è libertà ed è l’uomo libero che vive, ama e sa che cosa significa morire.

Replica: Questo è chiaro, ma non ha detto nulla a proposito di un qualche segno del trascendentale, del divino, o come voglia definirlo.

KRISHNAMURTI: Tale segno può essere scoperto solo nella li­bertà, e qualsiasi affermazione al riguardo è la negazione della libertà; qualsiasi affermazione in proposito diventa una comu­nicazione verbale senza significato. È lì, ma non può essere trovato o sollecitato, mai e poi mai imprigionato in qualche si­stema, né può cadere nell’imboscata di qualche abile stratagemma della mente. Non è nelle chiese, né nei templi, né nelle moschee. Non c’è un sentiero che conduca a esso, nessun gu­ru, nessun sistema ne può rivelare la bellezza; la sua estasi giunge solo quando c’è amore. Questa è illuminazione.

Replica: Arreca qualche nuova comprensione della natura dell’universo, o della coscienza, o dell’esistenza? Tutti i testi religiosi abbondano di simili cose.

KRISHNAMURTI: È come fare delle domande sull’altra sponda mentre si sta vivendo e soffrendo su questa. Quando ti trovi sull’altra sponda, sei tutto e niente e non poni mai domande del genere. Tali domande appartengono a questa sponda e non hanno il minimo significato. Cominci a vivere e sarà lì senza chiedere, senza cercare, privo di paura.



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