Verso la liberazione interiore


VI – A colloquio con Krishnamurti



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VI – A colloquio con Krishnamurti


Di Carlo Baldrini
La scuola di Rishi Valley dista pochi chilometri da Madanapal­le, una cittadina dell’Andhra Pradesh.

È dicembre. Nel parco della scuola le azalee e le buganvillee sono fiorite.

Ragazzi e ragazze frequentano le lezioni in aule spaziose, oppure all’aperto, sotto grandi alberi di baniano.

La sera, da una collina, i più piccoli osservano il sole che tramonta.

Sono venuto fin qui per incontrare Krishnamurti.
Krishnamurti è un filosofo e un rivoluzionario. Dice che l’indi­viduo deve essere completamente libero. Nega ogni autorità spirituale. Afferma che tutti i credo, tutti gli ideali altro non sono che tragiche illusioni. Paralizzano l’uomo e distorcono il suo rapporto con la natura e con gli altri esseri umani. Sono stati questi credo e questi ideali a creare conflitto nel mondo, L’uomo deve invece cercare la verità dentro di sé. Nessuna re­ligione, nessun insegnamento, nessun testo sacro, nessun guru, possono aiutare a liberarlo.
La stanza dove sto aspettando Krishnamurti è piccola e disa­dorna. Ci sono due sedie e due stuoie di bambù sul pavimen­to. Poco fa è entrata una giovane donna. Ha messo in un vaso dei fiori di campo. Poi è uscita in silen­zio.

Arriva «Krishnaji». Mi saluta con le mani giunte e un sorriso. Gli chiedo:

«Da sempre la storia dell’uomo è stata caratterizzata dalla guerra, dalla violenza, dalla sopraffazione. Come mettere fine a questi conflitti?»

Risponde: «Finché esisteranno le nazioni ci saranno le guerre. Finché continueremo a dividerci in arabi ed ebrei, italiani e francesi, tedeschi e inglesi, hindú e musulmani, ci saranno le guerre. Dobbiamo guardare al mondo come a una cosa sola. E invece continuiamo a dividerci in tribù: geograficamente, lin­guisticamente, religiosamente. Bisogna mettere fine agli istinti tribali che ci dividono.»

«Lei critica il concetto di nonviolenza.»

«Gli esseri umani sono violenti e hanno inventato l’idea della nonviolenza. Sono violento e cerco di diventare nonviolen­to. Nell’inseguire questo ideale, e cioè nel tragitto che separa i due punti, continuo a essere violento. Ecco perché la nonvio­lenza è bella in teoria ma non funziona. Sono violento. Questo è il fatto, la realtà. Se rimango con quello che è, posso fare qualcosa per cambiarlo. Se invece inseguo l’ideale evito di af­frontare la realtà.»

«Non c’è solo la violenza. Viviamo tutti in una società corrot­ta...»

Tutti vorremmo che ci fosse ordine nella società. Ordine infatti significa assenza di corruzione, significa che ognuno è re­sponsabile delle proprie azioni. Ma la “società” è un’astrazione. Di fatto non esiste. Quello che esiste sono i rapporti tra un essere umano e un altro essere umano. La società è il nostro specifi­co rapporto con un altro essere umano. Se questo rapporto si basa sull’odio, sulla gelosia, sullo sfruttamento, o se è motivato dall’ambizione, dalla brama, dall’invidia, inevitabilmente la so­cietà sarà quello che noi siamo. Non si tratta dunque di comin­ciare col mettere ordine nella società ma, al contrario, col cercare di mettere ordine dentro di sé. Dal disordine non si può avere l’ordine.

«Esiste un limite tra libertà individuale e responsabilità collet­tiva?»

Esiste davvero l’individuo? In ognuno di noi è racchiusa l’intera coscienza dell’umanità. Ognuno di noi è il mondo. Tutti gli uomini hanno in comune una medesima coscienza. Quando si capisce questo diventa impossibile uccidere un al­tro essere umano.

«Che cosa ci unisce?»

Ha mai riflettuto sul fatto che tutti gli esseri umani soffrono? Non importa dove essi vivono, in America, in Russia, in India, in Pakistan: tutti gli esseri umani soffrono.

«Qual è la causa di questo dolore?»

L’uomo, per milioni di anni, ha portato con sé un enorme carico di dolore. C’è il dolore del mondo, il dolore che viene dalle guerre, dal terrorismo. C’è il dolore causato dalla po­vertà, in un mondo in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. C’è il dolore causato dall’igno­ranza. Non l’ignoranza dei libri. L’ignoranza della propria mente. Quell’ignoranza che ci impedisce di agire correttamen­te, onestamente, secondo verità. C’è il dolore personale. Un uomo e una donna che perdono il proprio figlio: c’è l’agonia della solitudine, la disperazione per aver perso qualcosa su cui si aveva fatto affidamento. C’è il dolore del mancato successo, del non essere riusciti a salire nella scala sociale. C’è il dolore della bruttezza. C’è il dolore di ogni essere umano le cui azioni sembrano procurargli nient’altro che dolore. Non siamo mai stati liberi da questo dolore. Ce lo portiamo appresso fino alla morte.

«Come mettere fine a questa sofferenza?»

Quando soffriamo, dobbiamo affrontare la cosa, capirla, esplorarla fino in fondo. Solo alla fine di questo processo è pos­sibile trovare la libertà. Libertà che non significa liberarsi dal dolore. Libertà significa porre fine al dolore. La maggior parte di noi è legata a qualcosa. Siamo legati alla famiglia, legati ai figli, legati a una posizione sociale raggiunta, legati a un’immagi­ne che abbiamo di noi stessi. Il politico è attaccato al potere. L’idealista è attaccato ai propri ideali. Gli uomini di religione sono attaccati a qualche dio che l’uomo stesso ha inventato. Qui, in India, gli uomini sono attaccati alla propria casta, al pro­prio turbante. Questo attaccamento porta inevitabilmente con sé la corruzione. Bisogna mettere fine, completamente, a questo attaccamento. Altrimenti il dolore è inevitabile.

«L’ansia, la paura, affliggono l’uomo d’oggi...»

C’è una paura naturale: quella provocata da un pericolo fi­sico che si vuole evitare. C’è poi la paura psicologica che esiste in tutti gli esseri umani. Il pensiero e il tempo ne sono le radici. Il tempo inteso come futuro. Il tempo come passato che con­diziona il futuro. Il tempo come movimento da quello che è a quello che dovrebbe essere e che forse non sarà. C’è poi il pensiero. E il pensiero che ha creato miseria e conflitto nel mon­do. Quello stesso pensiero che ha prodotto un grande svilup­po tecnologico...

«Sviluppo tecnologico che significa mezzi di trasporto, chirur­gia. Ma anche armi nucleari.»

La conoscenza tecnologica è una cosa buona per l’uomo. Tanto più essa sarà sviluppata, tanto migliori saranno le sue condizioni di vita. Ma nel momento in cui l’io se ne serve, le cose cominciano ad andar male. È come un musicista che si serve del proprio pianoforte per diventare famoso. Quello che gli interessa è la notorietà, non la bellezza della musica in sé...

«Stava parlando della paura...»

La paura come entità astratta non esiste. Tutte le paure, anche le più inconsce, sono provocate dal pensiero. Tutte le paure possono essere ricondotte al timore della propria estin­zione, al timore di non essere. Tutti sappiamo che l’esistenza è transitoria. Eppure, psicologicamente, desideriamo la conti­nuità, la permanenza. L’origine della paura sta in questo nostro desiderio. Per essere liberi dalla paura dobbiamo analizzare questo desiderio di permanenza.

«Si pone così il problema della morte...»

Per capire la morte, non a parole ma concretamente, dob­biamo liberarci da tutti i credo, le nozioni, le congetture che abbiamo fatto finora. Qualsiasi sia l’idea che noi abbiamo della morte essa è stata dettata dalla paura. Per capire la morte dobbiamo cessare di chiederci che cosa ci sia dopo la morte. Se ci si chiede cosa c’è dopo la morte si rinuncia a capire che cosa è la morte.

«Che cos’è la morte?»

La morte fa parte del nostro vivere. Fa parte della nostra vita. Tutti moriremo. Questo lo sappiamo. Ma ci comportiamo come se essa non esistesse. Diciamo: “La morte è lì ma, mentre vivo, non ci voglio pensare”. Eppure, quando la morte arriva, ci si deve lasciare tutto alle spalle. Allora io chiedo: è possibile, psicologicamente, vivere con la morte? La morte è la fine dell’io, la fine delle mie ambizioni, della mia brama, della mia violenza. Vivere con la morte significa vivere senza violenza, senza attaccamento. La morte e la vita non sono separate. Finire significa cominciare.

«Per migliaia di anni l’uomo ha cercato rifugio nella religio­ne...»

Tutte le religioni, in quanto organizzate, sono state struttu­rate dal pensiero. Tutti i rituali, i paraphernalia che accompa­gnano le religioni (la messa, le preghiere) si basano sul pensie­ro. È stato il pensiero a mettere dentro le chiese, i templi, le moschee l’immagine di un Dio che poi l’uomo ha adorato. Questo è un aspetto del problema. C’è poi un autentico spirito religioso che può esistere solo quando non c’è la paura. Quan­do la religione non diventa un eccitamento emotivo, l’adora­zione romantica di alcune immagini.

«Le religioni, con il paradiso, hanno cercato di dare una rispo­sta consolatoria al problema della morte. La stessa reincarna­zione è intesa da molti, qui in India, come una continuazione dell’esistenza.»

Mio figlio muore. Per una malattia, per un incidente. Lo vedo morire e piango. Piango per la mia solitudine, per il mio attaccamento. Poi cerco di fuggire da questo dolore. La mia mente cerca un po’ di conforto, una droga, la religione. È allo­ra che mi dico: Lo rivedrò in una vita futura. Bella trovata. Si tratta chiaramente di un tentativo di fuga dalla sofferenza. Credere nella reincarnazione non ha nessun valore. E poi, tutte le teorie che parlano di una vita futura, nascono forse da una vera conoscenza della morte? O sono piuttosto delle sem­plici idee con cui cerchiamo di proteggere quell’esistenza frammentaria e piena di contraddizioni che è la nostra vita?»

«Ha detto che esiste un autentico spirito religioso...»

Nelle religioni di oggi non c’è nessuno spazio per una vera comunione tra l’uomo e quello che c’è al di là della sua vita. Le chiese esistono solo all’interno di schemi prefissati dalla so­cietà. Un uomo veramente religioso è invece un uomo libero. Libero da tutte le paure. Libero dagli schemi creati dalle civiltà nel corso di migliaia di anni. Libero dal passato, personale e collettivo. La domanda se Dio esiste o meno non ha nessu­na importanza. Quello che invece è importante è cercar di capire se la mente dell’uomo possa essere completamente libe­ra. Libera da tutta la conoscenza e da tutta l’esperienza accu­mulate...

«Lei parla di un cambiamento radicale...»

Tutti ormai riconoscono che è necessario un cambiamento, una mutazione profonda. Un cambiamento non solo nelle idee ma nelle stesse cellule del cervello umano. In quelle cellule che contengono la memoria del passato, che sono cariche della co­noscenza accumulata in due milioni e mezzo di anni. È possi­bile che le cellule del cervello umano possano dire, senza essere costrette, senza far ricorso a sostanze chimiche: Basta, è ora di cambiare?

«Ha appena detto che non sono bastati due milioni e mezzo di anni per cambiare l’uomo. Quanto tempo ancora ci vorrà pri­ma che il cervello umano possa cambiare?»

Che cos’è il tempo? Il tempo è ora, in questo momento. L’adesso è stato modellato dal passato. Il futuro è la modifica­zione del presente. Tutto il tempo è contenuto nel presente. Non esiste dunque un movimento verso qualcosa. Il movimen­to implica il tempo. Ma se non c’è un movimento, questo vuol dire che ciò che faccio adesso lo farò anche domani. Se sono avido, invidioso adesso lo sarò anche domani. È possibile met­tere fine a questa avidità, a questa invidia, immediatamente? È possibile mutare radicalmente adesso? Due milioni e mezzo di anni fa eravamo dei barbari. Oggi lo siamo ancora. Vogliamo il potere, una posizione sociale, uccidiamo i nostri simili, siamo invidiosi, e così via. Mi dico: se non cambio adesso, domani sarà la stessa cosa. E sarà così per altri mille domani. Allora, è possibile, per me, cambiare completamente adesso? Io dico di sì. È possibile.

«Come?»

No, non come. Nel momento in cui ci si chiede come, si entra in un processo che implica il tempo. Così non si può otte­nere nessun cambiamento. Noi siamo quello che siamo adesso. La conoscenza, le preghiere, i mantra, la disciplina, non servono a niente. Così non si può cambiare. Proviamo allora a porre il problema in un altro modo. Supponiamo di essere venuti a conoscenza del fatto di dover morire. I medici mi hanno dia­gnosticato una malattia incurabile. Ho solo due mesi di vita. Ma se tutto il tempo è adesso, la mia morte avviene adesso. La morte dice: “Non puoi portare niente con te. La tua conoscen­za, il tuo Dio, i tuoi libri, tua moglie, i tuoi figli, i tuoi soldi, il tuo carattere, le tue vanità, tutto quello che hai accumulato”. Allora mi chiedo: è possibile, da subito, vivere senza attaccamento? Perché rimandare tutto a quando si è sul letto di mor­te? Bisogna essere completamente liberi da ogni attaccamento adesso. Questo è il cambiamento.

«La meditazione può servire a questo cambiamento?»

È possibile fare a meno di qualsiasi stampella, di qualsiasi punto di riferimento, di qualsiasi àncora di salvezza? La cono­scenza e la fede non hanno nessuna importanza. Io credo che sia assolutamente necessario non dare nessun valore alle cose. Solo così la mente può trovarsi fuori dal tempo. Può trovarsi in uno stato di profonda meditazione dove non c’è più nessun risultato da ottenere. Dove non c’è più niente. Uno stato in cui chi medita non è la base, il fondamento di tutte le cose.

«Una meditazione senza il meditante?»

Fino a quando cerco di meditare non ci può essere nessuna meditazione. Mi riferisco invece a uno stato in cui c’è solo un cervello, una mente in meditazione. Questa è la base. L’univer­so è in uno stato di meditazione. Questa è l’origine di tutte le cose. Questo è possibile solo quando chi medita non esiste. È allo­ra che c’è la completa libertà dal dolore. Si entra in uno stato di meditazione solo con il completo annullamento dell’io.

«Ma è possibile questo tipo di meditazione?»

È possibile per il cervello, per un essere umano, essere completamente libero? Il meditatore medita per ottenere qualcosa. Per mettere ordine nella propria vita. Se invece ci si libera dal meditatore, la meditazione diventa la meditazione dell’universo. A quel punto la domanda se Dio esiste o meno non si pone più.

«Mettere fine al pensiero significa anche rinunciare ad agire?»

Il pensiero non è mai integro, unitario. È sempre frantu­mato, parziale. Si muove in cerchi concentrici. È incapace di percepire l’unità e, da quell’unità, agire. Il nostro cervello è una rete di parole. La parola è il simbolo, la memoria, il pensiero. Che cosa avviene quando osserviamo senza il pensiero? C’è un vedere nuovo. Un ascoltare e un imparare senza la conoscenza. Così facendo si cancella l’io, perché l’io è conoscen­za. A quel punto si entra in contatto con un’enorme energia. Un’energia che non è creata dal pensiero. Quell’energia è compassione, è amore. Quell’energia è intelligenza. Un’intelli­genza che non è né mia né di nessun altro. E quell’intelligenza agisce.



Rishi Valley (Andhra Pradesh), dicembre 1982

Fonti


Quattro discorsi pubblici a Bombay 1967; in The Collected Works of J. Krishnamurti, vol. XVII. © 1991 Krishnamurti Foundation of America.
Domande e risposte dal discorso di Nuova Delhi, 14 Novem­bre 1948; Discorso di Nuova Delhi, 19 Dicembre 1948; Discorso di Londra, 23 Ottobre 1949; in The Collected Works of J. Krishnamurti, vol. V. © 1991 Krishnamurti Foundation of America.
Domande e risposte dal discorso di Colombo, 1 Gennaio 1950; Discorso di Colombo, 8 Gennaio 1950; Discorso di Londra, 15 Aprile 1952; in The Collected Works of J. Krishna­murti, vol. VI. © 1991 Krishnamurti Foundation of America.
Domande e risposte dal discorso di Bombay, 15 Febbraio 1953; Discorso di Ojai, 10 Agosto 1952; in The Collected Works of J. Krishnamurti, vol. VII. © 1991 Krishnamurti Foundation of America.
Domande e risposte dal discorso di Bombay, 10 Febbraio 1954; Discorso di Bombay, 20 Febbraio 1955; in The Collected Works of J. Krishnamurti, vol. VIII. © 1991 Krishnamurti Foundation of America.
Domande e risposte dal discorso di Amsterdam, 19 Maggio 1955; Discorso di Amsterdam, 26 Maggio 1955; Discorso di Ojai, 14 Agosto 1955; Discorso di Ojai, 21 Agosto 1955; Discorso di Bombay, 25 Marzo 1956; Discorso di Bombay, 28 marzo 1956; in The Collected Works of J. Krishnamurti, vol. IX. © 1991 Krishnamurti Foundation of America.
Domande e risposte dal discorso di Amburgo, 15 Settembre 1956; Discorso di Nuova Delhi, 10 Ottobre 1956; in The Col­lected Works of J. Krishnamurti, vol. X. © 1991 Krishnamurti Foundation of America.
Domande e risposte dal discorso di Saanen, 19 Luglio 1966; in The Collected Works of J. Krishnamurti, vol. XVI. © 1991 Kri­shnamurti Foundation of America.
«Problemi e fughe», «L’ossessione», «La sicurezza», «La colle­ra» e «L’amor proprio»; in Commentaries on Living. © 1956 Krishnamurti Foundation of America.
«Il condizionamento» e «La tempesta nella mente»; in Com­mentaries on Living, Second Series. © 1958 Krishnamurti Foundation of America.
«L’illuminazione» (capitolo 7); in Conversations. © 1970 Kri­shnamurti Foundation Trust, Ltd.
«Perché ci si affligge per la morte?» (capitolo 4); in The Only Revolution. © 1970 Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.
«Esiste un Dio?», «La sofferenza», «La vita religiosa»; in The Urgency of Change. © 1970 Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.
«Sul vero rifiuto»; in Krishnamurti on Education. © 1974 Kri­shnamurti Foundation Trust, Ltd.
«Una benedizione di grande santità»; in Kri­shnamurti’s Notebook. © 1976 Krishnamurti Foundation Tru­st, Ltd.
«Una sensibilità per ogni essere vivente», «Qual è il futuro del genere umano?»; in Krishnamurti to Himself. © 1987 Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.
«La capacità di penetrazione nell’attività del sé» (pgg. 5961); in Letters to the Schools. © 1981 Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.
Domande e Risposte; in Meeting Life. © 1993 Krishnamurti Foundation Trust, Ltd.


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