Verso la liberazione interiore


Libertà, rapporto e morte



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Libertà, rapporto e morte


Se ci è concesso, continueremo con ciò di cui parlavamo l’altro giorno, quando ci incontrammo qui. Dicevamo che è necessa­ria una rivoluzione radicale, una rivoluzione che non sia soltanto economica o sociale, ma che vada a una profondità mag­giore, alla radice stessa della coscienza. Dicevamo che non solo le condizioni del mondo richiedono che abbia luogo que­sta rivoluzione, ma anche che ovunque c’è un costante decli­no, non da un punto di vista tecnologico, ma in senso religioso – se posso usare questa parola con cautela e con moltissima ti­tubanza. Poiché della parola «religione» è stato fatto un uso del tutto errato. Gli intellettuali la scartano completamente, la respingono, la evitano; gli scienziati, gli intellettuali, perfino i filantropi non vogliono avere nulla a che fare con questa parola, con questo sentimento, o con quelle credenze organizzate che vengono chiamate religione. Ma noi parliamo di una rivo­luzione che punta proprio alla natura della psiche stessa, alla struttura stessa della coscienza, formatasi nel corso dei millen­ni, attraverso molte, molte esperienze, molte condizioni.
Approfondiremo tale questione: se sia possibile per l’essere umano che vive in questo mondo – un mondo brutale, violen­to, alquanto spietato – che sta diventando sempre più efficien­te e, di conseguenza, sempre più spietato – portare avanti una rivoluzione, non solo esteriormente, nei suoi rapporti sociali, ma ancor più nella sua vita interiore. Mi sembra che, a meno che non avvenga una rivoluzione fondamentale nella totalità della coscienza – ovvero, in tutto il campo del pensiero – l’uo­mo non solo si guasterà, perpetuando in tal modo la violenza e il dolore, ma creerà altresì una società che si farà sempre più meccanica, sempre più dispensatrice di piacere, e quindi egli condurrà una vita molto, molto superficiale. A ben vedere, è ciò che sta effettivamente accadendo.
L’uomo ha sempre più tempo libero grazie all’automazione, allo sviluppo della cibernetica, ai cervelli elettronici, e via dicen­do. E quel tempo libero verrà utilizzato o per l’intrattenimento – religioso, oppure ottenuto mediante varie forme di svaghi – o per fini sempre più distruttivi nel rapporto tra uomo e uo­mo. Oppure, avendo quel tempo libero, egli si volgerà inte­riormente. Ci sono soltanto queste tre possibilità. Da un punto di vista tecnologico, egli può andare sulla luna, ma ciò non ri­solverà il problema umano. Né potrà risolverlo il mero utilizzo di questo tempo libero per svaghi religiosi o d’altro tipo. L’an­dare in chiesa o al tempio, le credenze, i dogmi, la lettura dei testi sacri – tutto ciò è veramente una forma di intrattenimen­to. Oppure si addentrerà profondamente in se stesso ed esami­nerà tutti i valori che l’uomo ha creato nel corso dei secoli, cer­cando di scoprire se ci sia qualcosa che va oltre il mero prodotto del cervello. Ci sono gruppi interi di persone, in tutto il mondo, che si stanno ribellando contro l’ordine stabilito assumendo vari tipi di droghe, rifiutando qualsiasi partecipa­zione attiva nella società, e via dicendo.
Ciò di cui stiamo parlando, dunque, è se sia possibile per l’uo­mo che vive in questo mondo provocare una rivoluzione, una rivoluzione psicologica che creerà un ordine d’altro tipo. Ab­biamo bisogno dell’ordine, perché c’è moltissimo disordine. L’intera struttura sociale, quale essa è, si basa sul disordine, sulla competizione, sulla rivalità, sul principio del cane che mangia cane, dell’uomo contro il suo simile, sulle divisioni di classe, razziali, nazionali, tribali, e così via; cosicché nella so­cietà, così com’è costruita, c’è disordine. Su ciò non c’è alcun dubbio. Varie forme di rivoluzione – quella Russa e altre – hanno cercato di portare ordine nella società e hanno invariabilmente fallito, come si è visto in Russia e in Cina. Ma noi ab­biamo bisogno dell’ordine perché senza ordine non possiamo vivere. Persino gli animali necessitano di ordine. Il loro è l’ordine della proprietà e quello sessuale. E anche per noi, esseri umani, lo stesso ordine sessuale e nella proprietà esiste – e siamo disposti a rinunciare all’ordine sessuale per i diritti sulla proprietà, cercando di determinare l’ordine in questo campo.
Ora, può esserci ordine solo quando c’è libertà – non come lo si interpreta. Dove non c’è libertà, c’è disordine e quindi c’è la tirannia e ci sono le ideologie imposte all’uomo per determinare l’ordine, le quali, in definitiva, provocano il disordine. Così l’ordine implica la disciplina. Ma la disciplina, come essa viene generalmente intesa, è basata sul conformismo, sull’obbedien­za, sull’accettazione; oppure viene determinata con la paura, con la punizione, con un grande potere tirannico che vi mantenga nell’ordine. Noi, invece, stiamo parlando di una discipli­na che provenga dalla comprensione stessa di quel che è la li­bertà. La comprensione di quel che la libertà è determina la sua propria disciplina.
Dobbiamo, dunque, capire che cosa intendiamo con le due parole «libertà» e «comprensione». In genere, diciamo: «Com­prendo qualcosa» – il che significa intellettualmente, verbalmente. Quando qualcosa viene affermato con chiarezza nella vostra lingua o in una lingua straniera che entrambi compren­diamo, allora dite: «Comprendo». Vale a dire che, quando dite: «Comprendo», viene usata solo una parte della totalità umana. In sostanza, comprendete le parole intellettualmente, compren­dete ciò che vuole dire chi parla. Ma quando noi usiamo la pa­rola «comprensione», non intendiamo la comprensione intel­lettuale di un concetto. Usiamo la parola «comprensione» totalmente – il che vuol dire che quando voi comprendete qualcosa, agite. Quando comprendete che c’è un qualche pericolo, quando vedete molto chiaramente un pericolo, c’è un’azione immediata. L’azione della comprensione è la sua propria disci­plina. Così si deve afferrare molto chiaramente il significato della parola «comprensione». Quando comprendiamo, quando ci rendiamo conto, quando capiamo, quando vediamo la cosa come essa è, c’è azione. E per comprendere qualcosa, dovete ado­perare non solo la vostra mente, la vostra ragione, le vostre capacità, ma anche la vostra totale attenzione; in caso contrario non c’è comprensione. Penso che sia del tutto chiaro.
Stiamo cominciando a capire che la comprensione della libertà è completamente diversa dalla ribellione. La ribellione è una reazione contro l’ordine stabilito – come la ribellione di quelli che si fanno crescere i capelli, e via dicendo. Si ribellano con­tro il modello imposto; ma quando lo fanno accettano il mo­dello in cui sono invischiati. Stiamo parlando di una libertà che non è ribellione. Non significa libertà da qualcosa, ma comprensione stessa del disordine. Per favore, seguitemi con chiarezza. Proprio nella comprensione di ciò che è il disordi­ne, ecco giungere la libertà che determina l’ordine, in cui c’è disciplina.
In altre parole, comprendere negativamente è produrre un atto positivo. L’ordine non verrà perseguendo un modello posi­tivo. C’è disordine. Questo disordine è causato dal perseguimento da parte dell’uomo di un certo modello – un modello sociale, un modello etico, un modello religioso, un modello che è basato sulla sua inclinazione personale o sul suo deside­rio, e via dicendo. Il che significa che questa società si fonda su un modo di affrontare la vita di tipo acquisitivo, sulla competi­tività, sull’obbedienza, sull’autorità – il che ha determinato il disordine. Ogni uomo pensa solo a se stesso. Lo fa il religioso; lo fa il politico, malgrado egli parli «per il bene della nazione»; lo fa l’uomo d’affari. Ogni uomo pensa solo a se stesso – è evidente. E in questo modo egli crea il disordine. Ci sono ideolo­gi che dicono che l’uomo lavora per sé e, quindi, deve lavorare per la nazione, per la società in quanto comunità, e via dicen­do. Dunque, l’ordine ci viene imposto – il che cagiona il disor­dine. Da un punto di vista storico è del tutto evidente. Così, nel comprendere il disordine – nel comprendere come ogni essere umano crei il disordine – non verbalmente, non intellet­tualmente, ma di fatto; nel vedere effettivamente la realtà di ciò che egli sta facendo e dunque dalla percezione, dall’osser­vazione di «ciò che realmente è» e nella comprensione di esso, c’è una disciplina che determina l’ordine.
Dobbiamo così intendere, capire la parola «libertà», la parola «comprensione», e anche la parola «vedere». Vediamo davve­ro una cosa o la guardiamo piuttosto attraverso l’immagine che ne abbiamo? Quando guardate un albero state osservando la realtà effettiva dell’albero attraverso l’immagine che ne avete. Per favore, osservatelo voi stessi, guardate voi stessi. Come guardate l’albero? Fatelo adesso, mentre stiamo parlando. Lo guardate col pensiero. Dite: «È una palma; è questo o quell’al­bero». Il pensiero vi impedisce di guardare la realtà effettiva di quell’albero. Spostatevi a un livello un po’ più soggettivo, più interiormente. Guardate vostra moglie o vostro marito attra­verso l’immagine che ve ne siete fatti. E ovvio, dato che avete vissuto insieme per molti anni e avete coltivato un’immagine di lei o di lui. Così la guardate, o lo guardate, attraverso l’immagine che ne avete, e il rapporto è tra le due immagini che avete coltivato – non tra due esseri umani. Dunque, non si vede realmente, perché si ha un’immagine che guarda l’altra.
Ed è molto importante rendersene conto, perché abbiamo a che fare con relazioni umane ovunque nel mondo. Finché que­ste immagini permangono, non c’è alcun rapporto; di qui la totalità del conflitto tra uomo e uomo. Il fatto che ciascuno di noi si crei un’immagine dell’altro e che quando guardiamo l’al­tro stiamo guardando l’immagine che ne abbiamo, o che egli ha di noi, è una realtà. Dovete vedere questa realtà. Vedere è diverso dal trasformarla in parole. Quando avete fame, lo sa­pete. Nessuno deve dirvi che siete affamati. Ora, se qualcuno dovesse dirvi che siete affamati e voi accettaste quell’afferma­zione, sarebbe ben diverso dall’essere veramente affamati. Ora, allo stesso modo, dovete rendervi veramente conto che avete un’immagine dell’altro, e che quando guardate l’altro come hindú, musulmano, comunista, e via dicendo, cessa qual­siasi rapporto umano, e voi state guardando soltanto l’opinio­ne che vi siete fatti dell’altro.
Ci chiediamo, dunque, se sia davvero possibile provocare una rivoluzione in questo processo di creazione d’immagini. Seguite, per favore, e coglietene le straordinarie implicazioni. Gli esseri umani sono condizionati dalla società, dalla cultura in cui vivono, dalla religione, dalle pressioni economiche, dal clima, dal cibo, dai libri e dai giornali che leggono. Sono condizionati; tutta la loro coscienza è condizionata. E noi scopriremo se vi sia qualcosa al di là di questo condizionamento. Ma potete scoprirlo solo quando vi rendete conto che tutto il pensare si svolge all’interno del modello della coscienza. È chiaro? Ora andrò un po’ avanti a spiegare.
Vedete, l’uomo ha sempre cercato qualcosa al di là di se stesso, un’alterità, e l’ha chiamata «Dio», l’ha chiamata «supercoscien­za», e con ogni sorta di nomi. È partito da un centro che è la to­talità della sua coscienza. Guardate, signori, metteremo la cosa diversamente. La coscienza dell’uomo è il risultato del tempo. È il risultato della cultura in cui egli vive – cultura fatta di lette­ratura, di musica, di religione – e tutto lo ha condizionato. Ed egli ha costruito la società di cui ora è schiavo.È chiaro? Così l’uomo è condizionato dalla società che ha costruito e quella so­cietà lo condiziona ulteriormente e l’uomo è sempre alla ricerca di una via d’uscita, sia consciamente sia inconsciamente. Con­sciamente medita, legge, va alle cerimonie religiose e così via, cercando di fuggire da questo condizionamento. Inconsciamente o consciamente, brancola, cerca qualcosa al di là dei limiti della coscienza.
Il pensiero che è il risultato del tempo si domanda sempre se possa trascendere il suo condizionamento, e dice che non può o che può; oppure afferma che c’è qualcosa al di là. Così il pensiero che è il risultato del tempo, il pensiero che è l’intero campo della coscienza – sia esso conscio o inconscio – non può mai scoprire il nuovo. Perché il pensiero è sempre il vec­chio. Il pensiero è la memoria accumulata di molti millenni. Il pensiero è il risultato dell’eredità animale. Il pensiero è l’espe­rienza dello ieri come memoria. Esso, dunque, non può mai trascendere il limite della coscienza.
Così, quando guardate un albero, state guardando l’immagine che il pensiero ha creato di quell’albero. Quando guardate vo­stra moglie o vostro marito, o il vostro capo politico, o un guru religioso, o chicchessia, state guardando l’immagine che il pensiero ha creato di quella persona. Per questo non vedete mai nulla di nuovo. E il pensiero è controllato dal piacere. Noi ci ba­siamo sul principio del piacere – di cui ci siamo un po’ occupati l’altro giorno. Ciò che chiediamo ora è se sia davvero possibile trascendere questa coscienza limitata. E l’indagine sul pensiero è una parte della meditazione che richiede una disciplina enor­me – non la disciplina del controllo, la repressione, l’imitazione, l’adesione a un metodo, e tutte queste sciocchezze.
Ora mi occuperò del processo dell’indagine. Se ne occupa chi parla; ma se voi volete intraprendere il viaggio con lui, dovete non solo fare attenzione a ciò che egli dice, ma ricercare con lui, non verbalmente, ma concretamente.
Scopriremo se esista un ambito d’innocenza, un’innocenza che non sia stata minimamente toccata dal pensiero. Se io sia in grado di guardare quell’albero come se fosse la prima volta, se io sia in grado di guardare il mondo, con tutta la sua confusio­ne, le miserie, i travagli, gli inganni, la brutalità, la disonestà, la crudeltà, la guerra, l’intera concezione del mondo, come se fosse la prima volta – questo è un argomento importante. Perché se io posso guardarlo come se fosse la prima volta, la mia azione sarà del tutto nuova. A meno che la mente non scopra quell’ambito d’innocenza, qualunque cosa faccia – quali che siano le riforme sociali, l’attività – sarà sempre contaminata dal pensiero, perché essa è il prodotto del pensiero, e il pensiero è sempre vecchio.
Ci chiediamo se la coscienza, di per sé limitata, se qualsiasi movimento in quella coscienza sia un movimento del pensiero, conscio o inconscio. Quando cercate Dio, la verità, è sempre il pensiero che cerca e che si proietta, dunque, in termini di rico­noscimento di ciò che sa e, pertanto, quello che state cercando è già noto e così voi non cercate affatto. E molto importante capirlo. Perciò, qualsiasi ricerca deve cessare completamente – il che significa realmente; dovete veramente vedere «ciò che è». Ossia, quando vi rendete conto di essere arrabbiati, gelosi, competitivi, avidi, egoisti, brutali, violenti, quando vedete «ciò che è» così come realmente è, non in termini di un ideale, allo­ra rimuovete del tutto il conflitto. Una mente in qualche modo conflittuale, a qualsiasi livello, diventa ottusa; come due persone che litigano continuamente – sono ottuse, stupide, si sono rese insensibili. Ogni conflitto rende la mente ottusa. Ma quando vedete veramente «ciò che è», senza il suo opposto, al­lora non c’è il minimo conflitto.
Vi mostrerò che cosa intendiamo dire. L’animale è violento. Anche gli esseri umani, che sono il prodotto dell’animale, sono violenti; fa parte di loro essere violenti, essere in collera, essere gelosi, essere invidiosi, ricercare il potere, la posizione, il pre­stigio, dominare, essere aggressivi. L’uomo è violento – è dimostrato da migliaia di guerre – e ha sviluppato un’ideologia che chiama «non-violenza». Per favore, seguite attentamente. Questo paese, l’India, ne ha parlato all’infinito; è una delle sue fantasiose assurdità ideologiche. E quando c’è una effettiva violenza, come una guerra tra questa nazione e quella vicina, tutti sono coinvolti. A tutti piace. Ora, quando siete di fatto violenti e avete un ideale di non-violenza, entrate in conflitto. Cercate sempre di diventare non-violenti – il che fa parte del conflitto. Vi disciplinate al fine di non essere violenti – il che, di nuovo, è un conflitto, un attrito. Così, quando siete violenti e avete l’ideale della non-violenza, siete sostanzialmente vio­lenti. Accorgersi di essere violenti è la prima cosa da fare – non cercare di diventare non-violenti. Vedere la violenza quale essa è, non cercare di tradurla, di disciplinarla, di sopraffarla, di re­primerla, ma vederla come se fosse la prima volta – significa guardarla senza alcun pensiero.
Ho già spiegato che cosa intendiamo con guardare un albero con innocenza – vale a dire, guardarlo senza l’immagine. Allo stesso modo, dovete guardare la violenza senza l’immagine che è implicita nella parola stessa. Guardarla senza alcun movi­mento del pensiero è guardarla come se lo faceste per la prima volta e, quindi, guardarla con innocenza.
Spero lo abbiate afferrato, perché è molto importante com­prenderlo. Se l’uomo può rimuovere totalmente il conflitto dentro di sé, egli creerà una società del tutto differente, e quella è una rivoluzione radicale. Quindi ci chiediamo se l’uomo, questa entità condizionata, possa aprirsi un varco in tutto que­sto condizionamento, in modo da non essere più un hindú, un musulmano, un comunista o un socialista, con opinioni e ideo­logie, che tutto ciò sia finito. Questo è possibile solo quando cominciate a vedere le cose come esse effettivamente sono.
Dovete vedere quell’albero come albero, non come pensate esso sia. Dovete guardare vostra moglie o vostro marito com’è veramente, non attraverso l’immagine che ve ne siete fatti. Così guardate sempre il fatto, «il ciò che è», e non cercate di in­terpretarlo in termini di inclinazione personale, di tendenza, o di farlo spinti dalle circostanze. Siamo dominati dalle circostanze, siamo spinti dall’inclinazione e dalla tendenza e, di conseguenza, non guardiamo mai «ciò che veramente è». Guardare «ciò che veramente è» è innocenza; la mente allora ha subito un’enorme rivoluzione.
Non so se state seguendo. Insegnate al bambino che è un hindú; gli insegnate che lui è un nero o un bianco e l’altro un cristiano. Gli insegnate, e perciò lo controllate e lo condizionate. Ora, quello che stiamo dicendo è che per aprirsi un varco in questo condizionamento, è necessario non pensare mai in termini di hindú, di musulmano, di comunista, o di cristiano, ma come essere umano che vede le cose come sono – il che significa veramente morire.
Sapete, la morte, per la maggior parte di noi, è una cosa spaventosa. Tanto il giovane quanto il vecchio hanno paura della morte per svariate ragioni. Poiché siamo spaventati, inventia­mo varie teorie – reincarnazione, resurrezione – e ogni genere di fuga dal dato di fatto che la morte esiste. La morte è qualco­sa di ignoto. Come non conoscete realmente vostro marito o vostra moglie, bensì solo l’immagine che ne avete, così non sa­pete veramente nulla della morte. Lo capite? La morte è qualcosa di ignoto, qualcosa di spaventoso. L’entità che voi siete è stata condizionata ed è ricolma delle proprie inquietudini, di colpa, di miserie, di sofferenza, della propria esigua capacità creativa, del proprio talento nel fare questo o quello; è tutto questo, e ha paura di perdere ciò che conosce, perché il suo censore è l’essenza stessa del pensiero. Se non c’è pensiero, non c’è un «me», non esiste la benché minima paura. Così, il pensiero ha provocato questa paura dell’ignoto.
Due sono le cose che la morte comporta. Non c’è solo la fine fisica, ma anche quella psicologica. Così, l’uomo dice che c’è un’anima che sopravvive, che c’è qualcosa di permanente in me, in voi, che continuerà. Ora, questo stato permanente è creato dal pensiero – per quanto il pensiero sia prodotto da un antico maestro, uno scrittore, un poeta, o da un romanziere – che voi potete definire uomo religioso, pieno di teorie; egli ha creato quest’idea dell’anima, dell’entità permanente per mez­zo del pensiero. E noi perseguiamo quel pensiero e veniamo catturati da quel condizionamento. Lo stesso esempio vale per i comunisti, che non credono in nulla di permanente; è stato loro insegnato e pensano conformemente a ciò. Come a voi hanno insegnato a credere che esista qualcosa di permanente, così a loro è stato insegnato a credere che invece non ci sia nul­la di tale. Siete uguali, che crediate o non crediate. Siete en­trambi condizionati dalla credenza.
Allora, ciò comporta un’altra questione, ovvero se il pensiero abbia una sua continuità. Il pensiero continua quando lo rafforzate. Ossia, pensando ogni giorno a voi stessi, alla vostra famiglia, alla vostra nazione, al vostro lavoro, ad andare al la­voro, a lavorare, lavorare, pensare, pensare – facendo ciò, avete creato un centro che è un fascio di memorie come pensiero. E si deve indagare se esso abbia una sua continuità. Non lo faremo adesso perché non ne abbiamo il tempo.
La morte è qualcosa di ignoto. Possiamo giungervi con inno­cenza? Capite? Posso guardare la luna che splende tra quelle foglie e ascoltare quei corvi come se vedessi o ascoltassi per la prima volta, con completa innocenza di tutto ciò che ho finora conosciuto? Vale a dire morire a tutto ciò che ho conosciuto come ieri. Morire significa non portarsi dietro il ricordo di ieri. Dovete farlo veramente – non teorizzare interminabilmente in proposito. Lo farete quando ne vedrete l’importanza. Allora vi renderete conto che non c’è un metodo, un sistema, perché non appena vedete qualcosa di pericoloso, agite immediatamente. Allo stesso modo, vedrete che una mente che ha soltan­to una continuità di ciò che è stato non può assolutamente mai creare qualcosa di nuovo. Anche nel campo della scienza, è solo quando la mente è del tutto quieta che scopre qualcosa di totalmente nuovo. Così, morire allo ieri, ai ricordi, alle ferite, ai piaceri, è farsi innocenti, e l’innocenza è di gran lunga più importante dell’immortalità. L’innocenza non può mai essere toccata dal pensiero, mentre l’immortalità ne è rivestita.
Il meccanismo della creazione delle immagini trae origine dall’energia, energia il cui principio è ricercare il piacere. E ciò che facciamo. Non è così? Vogliamo tutti il piacere. In base a questo principio agiamo. La nostra moralità, i nostri rapporti sociali, la nostra ricerca del cosiddetto Dio, e così via – tutto ciò si basa sul piacere e sulla gratificazione di quel piacere. E il piacere è la continuazione, mediante il pensiero, del desiderio.
Signora, la prego di non prendere appunti. Questo non è un esame durante il quale prendere appunti, e poi andare a casa, pensarci e rispondere. Lo stiamo facendo insieme. State agen­do e non avete tempo. È adesso che voi vivete realmente, non domani. Se state seguendo intensamente, non avete tempo per prendere appunti. Per favore, ascoltate.
Ascoltare significa imparare e imparare non è accumulazione. In altre parole, quando avete imparato, voi agite in base a ciò che avete appreso; un tale apprendimento è meramente un’ac­cumulazione. E ancora, avendo accumulato, in base a ciò che avete accumulato, voi agite, e quindi create attrito. Se ascoltate, non c’è nient’altro da fare. Tutto ciò che dovete fare è ascoltare. Ascoltate come se guardaste quell’albero, o quella luna, senza alcun pensiero, senza alcuna interpretazione. Ascoltate soltan­to; c’è una grande bellezza in ciò. E quell’ascoltare è totale abnegazione. In caso contrario non potete ascoltare.
È solo quando siete appassionati che ascoltate, e non c’è pas­sione quando non potete abbandonarvi totalmente a qualcosa. Allo stesso modo, se state ascoltando con abbandono totale, avete fatto tutto ciò che vi era possibile, perché allora vedete la verità quale essa è, la verità di ogni giorno, di ogni azione, di ogni pensiero, di ogni campo. Se non sapete come vedere la verità del movimento di ogni giorno, dell’attività di ogni gior­no, del lavoro di ogni giorno, del pensiero di ogni giorno, non andrete mai al di là di ciò, non scoprirete mai ciò che sta al di là dei limiti della coscienza.
Così, come dicevamo, la comprensione della libertà porta con sé la propria disciplina, e quella disciplina non è imitazione, non è conformismo. Per esempio, guardate la morte con grande attenzione; proprio quel guardare è disciplina. La coscien­za, come dicevamo, è limitata, e questa limitazione è entro il campo d’azione del pensiero. Il pensiero non può aprirsi un varco in questa limitazione; nessuna dose di psicoanalisi, di fi­losofia, nessuna disciplina fisica si aprirà un varco in questo condizionamento. Ciò può essere fatto solo quando venga compreso per intero il meccanismo del pensiero. Il pensiero, come dicevamo, è vecchio e non può mai scoprire il nuovo. Quando il pensiero si accorge di non poter far nulla, allora il pensiero stesso giunge a una fine. Ci si apre, dunque, un varco nella limitazione della coscienza.
E l’aprirsi un varco è morire al vecchio. Non si tratta di una teoria. Non accettatela o rifiutatela. Non dite: «È proprio una buona idea». Fatelo. Scoprirete allora da soli che nel morire allo ieri giunge l’innocenza. Allora, da quell’innocenza deriva un tipo di azione del tutto differente. Finché gli esseri umani non l’abbiano scoperto, facciano pure ciò che vogliono – qualsiasi riforma, qualsiasi culto, qualsiasi fuga, la venerazione della ric­chezza – tutto ciò non avrà il minimo significato.
Dove c’è innocenza, la quale può giungere solo mediante l’ab­bandono di sé, c’è amore. Senza amore e senza innocenza non c’è vita; c’è solo tortura, c’è solo miseria, c’è solo conflitto. E quando ci siano innocenza e amore, voi verrete a conoscenza di una dimensione del tutto differente, di cui nessuno può dirvi nulla. Se lo facessero, non vi direbbero la verità. Coloro che dicono di sapere non sanno. Ma l’uomo che ha compreso ciò giunge oscuramente, inconsapevolmente, a qualcosa che appartiene totalmente a un’altra dimensione – come il rimuovere lo spazio tra l’osservatore e l’osservato. Si tratta di uno stato del tutto differente da quello in cui l’osservatore è diverso dall’osservato.

Secondo discorso a Bombay, 1967





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