Verso la liberazione interiore



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La fine del dolore


Questa è l’ultima conversazione. Penso che, nel corso dei tre ultimi incontri che si sono tenuti qui, abbiamo indicato più o meno in quale direzione si debba proseguire. Poiché il mondo, come lo vediamo oggi, si sta facendo sempre più caotico, sem­pre più violento, quasi anarchico, antisociale. C’è la guerra, c’è un tale sfruttamento, un’efficienza spietata, una cattiva ammi­nistrazione, un cattivo governo, e via dicendo. Possiamo enu­merare i molti problemi che ciascuno di noi deve affrontare: un mondo che abbiamo prodotto con la nostra avidità, il no­stro dolore, il conflitto e la brama di piacere, l’impulso di dominare, di ottenere una posizione.
Potremmo continuare a elencare per intero i molti problemi, entrando nei dettagli. Ma la descrizione e la spiegazione hanno ben poco valore quando ci troviamo di fronte al problema. E, sfortunatamente, ci accontentiamo così facilmente di spiega­zioni. Pensiamo che le parole risolveranno realmente i nostri problemi, e così c’è un Niagara di parole, non solo a questo incontro, ma proprio ovunque nel mondo. Tutti parlano incessantemente e ci sono innumerevoli teorie, nuove ideologie e, sfortunatamente, nuovi leader – sia politici sia religiosi – e ogni forma di propaganda per persuadere un altro di ciò che dovrebbe fare, ciò che dovrebbe pensare. E scoprire come pensare è una delle cose più difficili. Il nostro non è solo un problema sociale, economico, ma soprattutto un problema re­ligioso, un problema di crisi nella totalità della coscienza. E lì diventa pressoché insignificante se ci si affida alle parole, alle spiegazioni, o alle definizioni. Forse queste conversazioni sono servite a indicare non cosa pensare ma come pensare. Siamo schiavi della propaganda. Ci è stato detto cosa pensare – la Gita, il Corano, la Bibbia, il sacerdote, le teorie di Marx e Le­nin, le numerosissime ideologie. Ma temo che non si sappia come pensare veramente in profondità e vedere il limite del pensiero.
Uno dei nostri principali problemi, probabilmente il solo pro­blema, è il dolore. L’uomo ha cercato in tutti i modi di trovare una soluzione, di far cessare il dolore; ha tentato di evitarlo, l’ha venerato, ha dato molteplici spiegazioni. Ma continuamente, dal momento in cui nasce sino a quando muore, vive in questo dolore, in questa pena. Credo che, a meno che non si risolva la questione non verbalmente, non con idee o spiega­zioni, ma effettivamente, uscendo dalla corrente di questo dolore incessante, i problemi si moltiplicheranno. Potete essere ricchissimi, avere potere, posizione, prestigio, status, potete essere molto intelligenti, potete avere tutta l’intelligenza del mondo, con una grande informazione, ma temo che tutte que­ste cose non risolveranno le esigenze umane, l’urgenza umana di risolvere una delle domande fondamentali: che cosa sia il dolore. Poiché con la fine del dolore si ha l’inizio della saggez­za. La saggezza – non l’astuzia, non la conoscenza, non le ideo­logie – giunge solo con la fine del dolore, e senza saggezza non possiamo risolvere il nostro problema umano, non solo este­riormente, ma anche interiormente.
L’uomo, come si apprende dalla storia e anche dalla propria vita o dalla propria attività quotidiana, è invischiato nel princi­pio di piacere e dolore. Siamo guidati dal piacere. La maggior parte di noi vuole soltanto il piacere, e lo ricerca molto sottil­mente. Quando cerchiamo la verità – come la gente dice di fare quand’è religiosa – siamo ancora alla ricerca di questo prin­cipio di piacere. Laddove c’è il piacere, quale che sia la sua forma, è inevitabile che ci sia anche il dolore: non si può ricercare l’uno senza l’altro. Non c’è solo il piacere sensuale, il go­dimento sensuale, ma anche – se si è un po’ più raffinati, un po’ più colti, un po’ più intellettuali – il piacere della riforma, del buon operato, del cambiamento della società. Scrivere li­bri, entrare in politica, e altre interminabili attività di appagamento del desiderio, ebbene, tutto ciò è il prolungamento del piacere. Se si osserva la propria vita, se si è del tutto consape­voli, anche solo fortuitamente, si scoprirà che siamo guidati dalla nostra inclinazione, dalla nostra tendenza. Inclinazione e tendenza sono il frutto di questa costante esigenza di una sem­pre maggiore soddisfazione del piacere. In fin dei conti, ogni virtù si basa su questo principio di piacere. Senza comprendere tale piacere, non v’è cessazione del dolore. Vorrei adden­trarmi nella cosa con una certa profondità.
La vita è tutta piacere? La vita è tutta conflitto e miseria, un’interminabile serie di battaglie, dentro e fuori? Una vita trasformata in un campo di battaglia – questo è tutto ciò che conosciamo. Possiamo dilungarci in teorie, possiamo parlare all’infinito di concetti teologici, di miglioramenti sociali, di cri­tica di ciò che sarà. Ma, a meno che non comprendiamo que­sta straordinaria esigenza di piacere, credo che resteremo presi nella corrente di conflitto e dolore infiniti. Comprendere il piacere non significa respingerlo, perché il piacere è una delle esigenze basilari della vita, come il godimento. Quando vedete un bellissimo albero, un incantevole tramonto, un bel sorriso su un viso, la luce su una foglia, allora ne godete davvero, provate un grande diletto.
La bellezza è qualcosa che non è piacere. Il senso della bellez­za non è in una costruzione, in un quadro, in un poema, nello stringere la mano di un altro, nel guardare una montagna o un fiume – queste sono ancora sensazioni, seppur piacevoli. La bellezza è qualcosa d’interamente diverso. Per comprendere realmente che cosa sia la bellezza – non a livello intellettuale o verbale – bisogna comprendere il piacere.
Sapete, all’uomo è stato negato il piacere a causa della religio­ne, del culto di un’idea, per colpa dei santi e dei missionari, dei samnyàsin e dei monaci in ogni parte del mondo. Essi hanno costantemente negato all’uomo il piacere. Dicono che è sbagliato, che è qualcosa di malvagio, qualcosa da rimuovere. Dicono che la mente satura di piacere, o alla ricerca di esso, non può mai trovare la realtà, Dio, e che, quindi, dovreste torturare voi stessi. Ma persone simili giungono a Dio con una mente contorta, torturata, meschina, ristretta. Una mente che è stata oppressa dalla società, dalla cultura non è più una mente libera, viva, vibrante, capace, impavida. E le menti umane, per la maggior parte, vengono torturate. Possono non saperlo, non esserne consapevoli. Possono essere del tutto impegnate con le proprie famiglie, col guadagnarsi da vivere, col conse­guimento di una posizione, da non essere affatto consapevoli del significato della propria esistenza.
L’uomo è sempre alla ricerca: ricerca di uno scopo, ricerca di una meta, ricerca di appagamento; e l’appagamento al massimo grado lo chiama Dio. Siamo, dunque, sempre in cerca, in cerca, in cerca. Percepiamo sempre che ci è sfuggito qualcosa e cer­chiamo, così, di riempire quel vuoto in noi stessi, quella solitu­dine, quella vacuità, quella faticosa, spossante, insensata esi­stenza, con una quantità di idee, con un significato, degli scopi, cercando, alla fine, appagamento in una permanenza che non verrà mai turbata. E quello stato di permanenza lo chiamiamo con migliaia di nomi – Dio, samàdhi, e così via; si possono in­ventare dei nomi. Siamo incessantemente alla ricerca, e non ci chiediamo mai perché cerchiamo. L’ovvia risposta è che siamo insoddisfatti, infelici, sfortunati, soli, non amati, spaventati. Abbiamo bisogno di aggrapparci a qualcosa, di qualcuno che ci protegga – il padre, la madre, e via dicendo – e così ci mettiamo in cerca. Quando cerchiamo, troviamo sempre. Sfortunatamen­te, troveremo sempre quando stiamo cercando.
La prima cosa, dunque, è non cercare. Capite? Vi è stato detto che dovete cercare, sperimentare la verità, scoprire la verità, andarle dietro, perseguirla, rincorrerla, e che dovete discipli­narvi, controllarvi. E poi arriva qualcuno che vi dice: «Non fate tutto ciò. Non cercate affatto». Naturalmente la vostra rea­zione è o di chiedergli di andarsene, o di voltargli la schiena, o di scoprire da soli perché egli dica così – non accettate, non respingete, ma fatevi delle domande. E che cosa state cercando?
Indagate su voi stessi. Siete alla ricerca; dite che in questa vita vi manca qualcosa interiormente – non a livello di tecnica, o per ciò che concerne l’avere un lavoro di scarsa importanza o il volere più denaro. Che cos’è ciò che cerchiamo? Stiamo cer­cando perché in noi c’è una tale insoddisfazione nei confronti della nostra famiglia, della società, della cultura, di noi stessi, che vogliamo appagarci, trascendere questa assillante sconten­tezza che ci sta distruggendo. E perché siamo scontenti? So che la scontentezza può essere facilmente appagata. Date a un giovane che sia stato scontento – un comunista o un rivoluzio­nario – un buon lavoro, ed egli se ne scorda del tutto. Dategli una bella casa, una bella macchina, un bel giardino, una buona posizione, e vedrete che la scontentezza sparirà. Anche nel caso in cui possa ottenere un successo ideologico, quella scon­tentezza sparisce. Ma voi non vi chiedete mai perché siete scontenti – non le persone che hanno dei lavori e ne vogliono di migliori. Dobbiamo comprendere la causa alla radice della scontentezza prima di poter esaminare per intero la struttura e il senso del piacere e, quindi, del dolore.
Sapete, signori, dal periodo della scuola sino a quando si muo­re, siamo educati, siamo condizionati a confrontare. Mi con­fronto con qualcun altro. Guardate a voi stessi; per favore, ascoltate ciò che sto dicendo, e vedete come opera la vostra mente. Avete un doppio compito: non dovete soltanto ascoltare chi parla, ma anche, nell’ascoltarlo, osservare realmente il vo­stro stato mentale. Così, avete bisogno di una certa attenzione, una certa consapevolezza, sia di chi parla che di ciò che sta di­cendo, e di osservare voi stessi. Ma se state ascoltando – ascol­tando davvero, nel senso di non cercare di comprendere, di in­terpretare ciò che chi parla sta dicendo, senza condannare, senza adattare, senza rifiutare o accettare – vedrete che non c’è né chi parla né voi stessi, ma solo il fatto, solo «ciò che è». Que­sta è l’arte dell’ascoltare: non sentire chi parla o le vostre opi­nioni e giudizi personali, ma «ciò che davvero è». Ci confrontia­mo sempre con qualcun altro. Se sono ottuso, voglio essere più intelligente. Se sono superficiale, voglio essere profondo. Se sono ignorante, voglio essere più intelligente, meglio informato. Mi confronto sempre, mi misuro con gli altri – una macchina migliore, cibo migliore, una casa migliore, un modo di pensare migliore. Il confronto genera conflitto. E arrivate a comprendere mediante il confronto? Quando confrontate due quadri, due pezzi di musica, due tramonti, quando comparate quell’albero con un altro, comprendete forse uno dei due? Oppure capite qualcosa solo quando non c’è il minimo paragone?
È, quindi, possibile vivere senza alcun genere di confronto, sen­za spiegare voi stessi in termini di paragone con un altro, o con qualche idea, o con qualche eroe, o con qualche esempio? Poiché, quando vi confrontate, quando vi misurate con «ciò che dovrebbe essere» o «ciò che è stato», non vedete «ciò che è». Ascoltate, per favore. È semplicissimo e allora voi, probabil­mente, essendo intelligenti, astuti, ve lo farete sfuggire. Stiamo chiedendo se sia possibile vivere in questo mondo totalmente senza confronti. Non dite di no. Non lo avete mai fatto. Non direte: «Non posso farlo; mi è impossibile perché tutto il mio con­dizionamento è per confrontare». In un’aula scolastica un ra­gazzo è paragonato a un altro, e l’insegnante dice: «Non sei intelligente come l’altro». L’insegnante distrugge B quando confronta B con A. Tale processo continua per tutta la vita.
Si ritiene comunemente che il confronto sia essenziale al pro­gresso, alla comprensione, allo sviluppo intellettivo. Io non penso che lo sia. Quando confrontate un quadro con un altro, non state guardando nessuno dei due. Potete guardare un quadro soltanto quando non c’è confronto. Così, allo stesso modo, è possibile vivere una vita senza mai confrontarvi psicologicamente con un altro? Senza mai mettervi a confronto con Rama, Sita, la Gita, con chicchessia, con l’eroe, con i vostri dèi, con i vostri ideali? Una mente che non confronta affatto, a qualsiasi livello, si fa straordinariamente efficiente, straordina­riamente viva, perché allora guarda «ciò che è».
Guardate, signori, io sono superficiale; mi metto a confronto con un altro che si suppone sia molto acuto, capace, dal pensie­ro e dal modo di vita profondi. Io, essendo superficiale, gretto, limitato, confronto me stesso con quella persona e mi sforzo di diventare come lui. Imito, cito, seguo, e tento di distruggere me stesso al fine di assomigliargli; e questo conflitto continua inter­minabilmente. Invece, se non c’è il minimo confronto, in che modo so di essere ottuso? È perché me lo dite? Perché non riesco a trovare un lavoro? Perché non vado bene a scuola? Come faccio a sapere di essere ottuso se non c’è il minimo confronto? In tal caso io sono ciò che sono; mi trovo in quello stato da cui mi è possibile muovermi, scoprire, cambiare. Ma quando con­fronto me stesso con un altro, il cambiamento sarà inevitabil­mente superficiale. Per favore, ascoltate tutto ciò, si tratta della vostra vita. Mentre, se non c’è confronto, «ciò che è» è; da li mi muovo. Questo è uno dei principi fondamentali della vita, quella vita moderna che ha condizionato l’uomo a paragonare, a competere, a lottare senza tregua, preso in una battaglia con l’altro. Posso guardare «ciò che è» solo quando non c’è confronto. Comprendo, dunque, non a livello verbale, ma realmen­te, che il confronto è la cosa più infantile, più immatura.
Signori, quando c’è amore, c’è forse confronto? Quando amate qualcuno con il cuore, con la mente, col corpo, col vostro intero essere – senza essere possessivi, senza dominare, senza dire: «E mio» – c’è un qualche confronto? Solo quando non c’è alcun confronto potete guardare «ciò che è». Se lo com­prendiamo, allora siamo in grado di andare avanti a scoprire, a indagare sull’intera struttura del piacere.
Non confrontare «ciò che è», non solo col futuro, ma anche con ciò che è stato nel passato, richiede un’immensa attenzio­ne. Capite? Ho provato un piacere ieri – un piacere dei sensi, un’idea che ha provocato una luce straordinaria, una nuvola da me vista ieri piena di luce, ma che ora non vedo affatto – e voglio che si ripresenti. Confronto, quindi, il presente con ciò che è stato e confronterò il presente con ciò che dovrebbe essere. Sono necessarie un’intelligenza e una sensibilità straordi­narie per liberarsi di questa valutazione comparativa. Si deve avere intelligenza e sensibilità integre; soltanto allora si può comprendere «ciò che è». Allora vi rendete conto di essere ap­passionati e avete l’energia per ricercare «ciò che è». Ma per­dete quell’energia quando confrontate «ciò che è», «ciò che è stato», «ciò che dovrebbe essere».
Ora, spero sia chiaro – non a livello intellettuale, perché ciò non ha il minimo significato; tanto varrebbe alzarsi e andarsene. Ma se lo capite davvero, allora potete prendere in conside­razione il piacere; non lo confrontate con il piacere che avete avuto ieri, o con il piacere che avrete domani, ma prendete in considerazione la mente al presente, alla ricerca del piacere. L’uomo deve comprendere questo principio di piacere, non solo dire: «Voglio il piacere». Se volete il piacere, non potete non avere con esso anche sofferenza e dolore; non potete avere l’uno senza l’altro. E se perseguite il piacere, qualsiasi forma esso abbia, date vita a un mondo di conflitto. Quando dite: «Sono un hindù» – sapete quante sono le etichette che uno si può dare – allora voi diventate importantissimi. E come quan­do venerate un fiume e rinnegate tutti gli altri; quando una famiglia diventa della massima importanza, respingete tutte le altre famiglie, ed è per questo che le famiglie sono un pericolo; quando adorate un albero, un dio, allora rifiutate tutti gli albe­ri, tutti gli dèi. Ed è ciò che sta capitando: quando venerate la vostra piccola nazione particolare, allora respingete tutte le altre nazioni; allora siete pronti a combattere, a dar battaglia e uccidervi l’un l’altro.
Il piacere, quindi, è impresso nel culto degli dei, nella ricerca di verità, nel dire: «la mia nazione», «la mia famiglia», «la mia posi­zione»; il piacere è coinvolto in tutto ciò, e questo piacere crea danni indicibili. Dobbiamo comprendere il piacere, non respin­gerlo, perché nel momento in cui lo respingete, è come se vi am­putaste un braccio, o vi accecaste, cosicché non avrete il piacere di vedere una bella nuvola, una bella donna, o un incantevole al­bero. Dobbiamo, così, comprendere l’importanza straordinaria del piacere e come esso si generi. E quando lo capite, vi rendete conto di quale significato esso abbia, come vedremo ora.
Sapete, vi è stato detto dai religiosi del mondo che dovete essere senza desiderio. È uno dei decreti dei cosiddetti religiosi che voi dobbiate lottare per essere privi di desiderio, senza brama. Si tratta di una sciocchezza emerita, perché quando ve­dete qualcosa, provate già il desiderio. Il desiderio è una rea­zione. Quando vedete un colore brillante, guardatelo. Sapete, il colore è una delle cose più belle; il colore è Dio, guardatelo; non dite: «Mi piace il rosso», o «Mi piace il blu»; ma guardate soltanto il colore di una nube, il colore di un sari, il colore di una foglia che è appena spuntata in primavera. Quando guar­derete, scoprirete che non c’è affatto piacere, ma bellezza vera e propria. La bellezza, come l’amore, non è desiderio, non è piacere.
È importante capire l’intera faccenda del desiderio, cosa che è abbastanza semplice. Non so perché la gente faccia tanto bac­cano al riguardo. Siete in grado di vedere come si origina. C’è la percezione, poi la sensazione, il contatto e il desiderio. Se­guite? Vedo una bella macchina – la percezione, per prima. Poi la sensazione di essa, quando la toccate, e quindi c’è il de­siderio di possederla – desiderio. Per prima, la percezione; poi, l’osservazione, la sensazione, il contatto e il desiderio. È davvero tutto lì. Ora comincia il problema. Subentra, allora, il pensiero e pensa a quel desiderio, che diventa piacere. Ossia, signori, vedo una bella montagna con profonde valli, coperta di neve, luminosa nella luce del mattino, colma di distacco e splendore. La vedo. Allora il pensiero comincia a dire: «Com’è bella! Vorrei potere restare sempre a guardarla!» Il pensiero – che è memoria che reagisce a ciò che vede – dice: «Vorrei po­ter vivere là!» Oppure, vedo un bel viso; penso a quel viso, e allora, il pensarci costantemente fa sorgere il piacere. Il sesso, il piacere che avete avuto e, pensandoci, l’immagine: più ci pensate più aumenta il piacere; e, dunque, il desiderio. Il pensiero determina la continuità del piacere. È molto semplice quando lo analizzate.
Ci si domanda, allora: «È possibile che il pensiero non abbia a che fare col desiderio?» Seguite? È il vostro problema. Quan­do vedete qualcosa di straordinariamente bello, pieno di vita e bellezza, non dovete mai lasciare che subentri il pensiero, perché, nel momento in cui il pensiero lo tocca, essendo il pensie­ro vecchio, lo corromperà in piacere, facendo allora sorgere l’esigenza di piacere, di un sempre maggior piacere; e quando esso non viene dato, c’è conflitto, c’è paura. E possibile, quin­di, guardare le cose senza pensiero? Per guardare dovete essere tremendamente vivi, non paralizzati. Ma i religiosi vi hanno detto: «Siate paralizzati, giungete alla realtà mutilati». Ma non potete mai giungere mutilati alla realtà. Per vedere la realtà, dovete avere una mente chiara, incorrotta, innocente, non confusa, non torturata, libera; allora soltanto potete vedere la realtà. Se vedete un albero, dovete guardarlo con occhi limpi­di, senza l’immagine. Quando il pensiero pensa al desiderio – e il pensiero ci pensa sempre – da ciò deriva il piacere. C’è l’immagine dell’oggetto che il pensiero ha creato, e il costante pensare a quell’immagine, a quel simbolo, a quella figura, dà vita al piacere. Vedete una bella testa, la guardate. Il pensiero dice: «È una bellissima testa, una bella testa, ha dei bei capelli». Comincia a pensarci, ed è piacevole.
Vedere qualcosa senza pensiero non significa che dobbiate smettere di pensare – non è questo il punto. Ma dovete essere consapevoli quando il pensiero interferisce nel desiderio, sapendo che il desiderio è percezione, sensazione, contatto. Do­vete essere consapevoli per intero del meccanismo del deside­rio, e anche di quando il pensiero si precipita istantaneamente su di esso. E ciò richiede non solo intelligenza, ma anche con­sapevolezza, perché vi rendiate conto quando vedete qualcosa di straordinariamente bello o di straordinariamente brutto. Al­lora la mente non fa confronti: la bellezza non è bruttezza, e la bruttezza non è bellezza. Così, con la comprensione del piacere possiamo indagare il dolore.
Senza conoscere il dolore, qualsiasi cosa facciate – salire la sca­la sociale più alta, o la scala burocratica, o quella religiosa o politica – provocherete sempre danno, o in nome di Dio, o in nome della vostra nazione, del vostro partito, della vostra so­cietà, della vostra ideologia; sarete uno che combina dei guai. È evidente.
Cos’è dunque il dolore? Ancora una volta, per favore, guardate «ciò che è», non «ciò che dovrebbe essere». Perché ora, se avete approfondito la questione, non confrontate più, ma guardate realmente «ciò che è». Quindi, avete l’energia per guardare, e quell’energia non va sprecata nel confrontare. Uno dei proble­mi dell’uomo è come avere energia. Di nuovo, i religiosi con le loro piccole menti insignificanti, hanno detto: «Per avere energia non dovete essere sposati; per aver l’energia dovete patire la fame, digiunare, prendere un pasto unico, indossare un perizo­ma, alzarvi alle due del mattino e pregare» – tutto ciò è insensa­to, perché in tal modo distruggete voi stessi, distruggete l’ener­gia. L’energia giunge quando guardate «ciò che è» realmente, il che significa assenza di sperpero di energia nel confronto.
Stiamo dicendo: «Che cos’è il dolore?» L’uomo ha cercato di vincerlo in tanti modi – con il culto, con la fuga, col bere, col divertimento – ma è sempre lì. Il dolore va compreso, come comprendereste qualsiasi altra cosa. Non respingetelo, non re­primetelo, non cercate di vincerlo; ma comprendetelo, guardate ciò che è. Che cos’è il dolore? Sapete che cos’è il dolore? Devo dirvelo io? Il dolore è quando perdete qualcuno che pensate di amare; il dolore è quando non vi potete appagare del tutto, completamente; il dolore è quando non vi si ricono­sce un’opportunità, una capacità; il dolore è quando volete ap­pagarvi e non c’è modo di farlo; il dolore è quando vi trovate faccia a faccia con la vostra totale vacuità, solitudine; e sul dolore grava l’autocommiserazione. Sapete che cos’è l’«autocom­miserazione»? L’autocommiserazione si ha quando vi lamentate di voi stessi, inconsciamente o consciamente, quando vi compatite, quando dite: «Non posso fare nulla contro l’am­biente in cui mi trovo, messo come sono»; quando vi definite un flagello, lamentando la vostra sorte. E, quindi, c’è il dolore.
Per comprendere il dolore, per prima cosa, si deve essere con­sapevoli di questa autocommiserazione. È uno dei fattori del dolore. Quando qualcuno muore, voi venite abbandonati e diventate consapevoli di quanto siete soli. Oppure, se qualcuno muore, vi ritrovate senza denaro, siete insicuri. Avete vissuto sulle spalle degli altri e cominciate a lagnarvi, cominciate a provare autocommiserazione. Così, una delle cause del dolore è l’autocommiserazione. È un fatto, come quello che siete soli; è «ciò che è». Guardate l’autocommiserazione, non cercate di vincerla, non la negate, non dite: «Che cosa posso farci?» È un fatto: c’è l’autocommiserazione. È un fatto: siete soli. Siete in grado di guardarla senza alcun confronto con la vostra sicurez­za di ieri, quando avevate quel denaro, o quella persona, o quella capacità – qualunque essa sia? Guardatela soltanto; vedrete allora che per l’autocommiserazione non c’è proprio posto. Ciò non significa che voi accettiate la situazione come essa è.
Uno dei fattori del dolore è l’eccezionale solitudine dell’uomo. Potete avere dei compagni, potete avere degli dèi, potete avere tantissima conoscenza, potete essere straordinariamente attivi sul piano sociale, ciarlare continuamente di politica – e i politici, per la maggior parte, chiacchierano comunque – e tuttavia questa solitudine resta. L’uomo, quindi, prova a trovare un si­gnificato nella vita e inventa un significato, un senso. Eppure la solitudine resta. Potete, dunque, guardarla senza alcun con­fronto, solo guardarla com’è, senza cercare di scappar via, senza cercare di mascherarla, o di sottrarvi a essa? Allora vedrete che la solitudine diventa qualcosa di completamente differente.
L’uomo deve essere solo. Noi non siamo soli. Siamo il risultato di migliaia di influenze, di migliaia di condizionamenti, di re­taggi psicologici, propaganda, cultura. Non siamo soli e, quin­di, siamo esseri umani di seconda mano. Quando si è soli, del tutto soli, senza appartenere a una famiglia, sebbene la si possa avere, né a una nazione, a una cultura, a un particolare incari­co, c’è la sensazione di essere un estraneo – estraneo a ogni forma di pensiero, azione, famiglia, nazione. E solo colui che è completamente solo è innocente. È questa innocenza che libe­ra la mente dal dolore.
E una mente afflitta dal dolore non saprà mai cos’è l’amore. Sapete che cos’è l’amore? Non c’è amore quando c’è spazio tra l’osservatore e l’osservato.
Sapete che cos’è lo spazio? Lo spazio tra voi e quell’albero, tra voi e ciò che pensate dovreste essere. C’è spazio quando c’è il centro o l’osservatore. Lo capite? Ancora una volta, è molto semplice, e si fa straordinariamente complesso in seguito. Ma cominciamo in modo semplice. C’è questo microfono davanti a chi parla. Quel microfono è nello spazio. Ma il microfono crea pure lo spazio. C’è una casa con quattro muri. Non c’è solo lo spazio al di fuori ma anche lo spazio all’interno dei quattro muri. E c’è spazio tra voi e l’albero, tra voi e il vostro vicino, tra voi e vostra moglie. Fintanto che c’è questo spazio tra voi e il vostro vicino, vostra moglie, vostro marito, o chiunque sia, tale spazio implica che ci sia un centro che crea lo spazio. State seguendo la cosa? Quando guardate le stelle, ci siete voi che le state guardando e il cielo meraviglioso di una sera con stelle brillanti, aria fresca, chiara – voi, l’osservatore, e l’osservato.
Voi siete, così, il centro che crea lo spazio. Quando guardate quell’albero, avete un’immagine di voi stessi e dell’albero; quell’immagine è il centro che sta guardando e, quindi, c’è spazio. E come dicevamo, c’è amore quando non c’è spazio – vale a dire, quando non c’è lo spazio che l’osservatore crea tra sé e l’albero. Avete un’immagine di vostra moglie e vostra mo­glie ha un’immagine di voi. Avete costruito quell’immagine per dieci anni, o per due anni, o per un giorno, attraverso il suo piacere, il vostro piacere, attraverso i suoi insulti, i vostri insul­ti; l’avete costruita brontolando, dominando, e via dicendo? E il contatto tra queste due immagini è chiamato «rapporto». È solo quando non c’è nessuna immagine che c’è amore – il che significa che non c’è spazio, non spazio sensibile, non spazio fisico, ma interiormente non c’è spazio alcuno – proprio come c’è bellezza quando non c’è spazio.
C’è spazio quando non c’è l’abbandono di sé. Sapete, stiamo parlando di qualcosa che non capite. Non lo avete mai fatto. Non avete mai rimosso lo spazio tra voi e vostra moglie, tra voi e l’albero, o tra voi e le stelle e il cielo o le nuvole; non avete mai veramente guardato. Non sapete che cos’è la bellezza, perché non sapete che cos’è l’amore. Ne parlate, ne scrivete, ma non lo avete mai provato, perché non avete mai conosciuto, eccetto, forse, a rari intervalli, questa totale assenza del sé. Poiché è quel centro che dà origine allo spazio intorno a se stesso. E finché c’è quello spazio, non ci sono né amore né bellezza. Ecco perché le nostre vite sono così vuote, così indifferenti.
Andate in ufficio – non so perché. Dite: «Devo andarci perché ho una responsabilità, devo guadagnare, devo mantenere la mia famiglia». Io non so perché voi dobbiate fare alcunché.

Siete schiavi, e basta. Non avete mai osservato quando state guardando un albero, o la faccia di una persona di fronte a voi. Quando guardate quella faccia, state guardando da un centro. Il centro origina lo spazio tra voi e quella persona. E per supe­rare quello spazio, la gente assume delle droghe, come l’LSD. Quando prendete quella droga, essa rende la vostra mente straordinariamente sensibile; ha luogo un mutamento chimico, e allora vedete scomparire quello spazio, del tutto. Non che io l’abbia assunta (Risata). Quelli sono mezzi artificiali e, di con­seguenza, irreali. Sono tutti la felicità di un istante, un paradi­so temporaneo, una beatitudine temporanea. Non potete otte­nerla in questo modo.


Senza amore e senza bellezza, quindi, non c’è verità. I vostri santi, i vostri dèi, i vostri sacerdoti, i vostri libri lo hanno negato. Ecco perché vi trovate in una simile situazione. Preferireste parlare della Gita, del Corano, della Bibbia, piuttosto che amare. Ciò significa che voi guardate le strade sporche, lo squallore, il sudiciume lungo queste strade, e lo sopportate. Contribuite alla sporcizia, e non sapete come evitarlo. Coope­rate col sistema e non sapete quando dire: «No, io non coope­rerò, accada quel che accada». Ma quando dite così, è perché amate, perché avete bellezza, non perché vi ribellate. Allora saprete, quando avrete ciò, che c’è bellezza, amore e la perce­zione di «ciò che è», che è amore. Allora la mente può andare immensamente al di là di se stessa.
Ma voi dovete lavorare, lavorare con accanimento ogni giorno, come andate ogni giorno al vostro ufficio. Dovete lavorare sodo, non per conseguire amore, perché non potete conseguire l’amore, non più di quanto possiate conseguire l’umiltà – è solo l’uomo vanitoso che ne parla e consegue l’umiltà, ma resta pur sempre vanitoso. Come per l’umiltà, non potete coltivare l’amore, e non potete coltivare la bellezza; senza essere consa­pevoli, non potete vedere ciò che è la verità. Ma se siete consa­pevoli – non consapevoli di una qualche misteriosa natura – se siete solo consapevoli di ciò che fate, di ciò che pensate, del modo in cui guardate, camminate, mangiate, di ciò di cui parlate, allora, grazie a quella consapevolezza, comincerete a vedere la natura del piacere, del desiderio, del dolore, e la solitu­dine e il tedio assoluti dell’uomo. E allora comincerete a im­battervi in quella cosa chiamata «spazio». E dove c’è spazio tra voi e l’oggetto, sapete che non c’è amore.
Senza amore potete fare ciò che volete – una riforma, determi­nare un nuovo ordine sociale, parlare di infinito progresso ideologico – tutto ciò genera angoscia. Così tocca a voi. Non c’è al­cun capo, alcun guru. Non c’è nessuno che vi dica cosa fare. Dovete essere luce a voi stessi. Perciò siete soli, soli in mezzo al mondo folle, brutale. Ecco perché si deve essere un’oasi in un deserto di idee. E l’oasi ha vita quando c’è amore.

Quarto Discorso a Bombay, 1967





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