Vi, n. 56 gennaio 2017



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Anno VI, n. 56 gennaio 2017c:\users\user\desktop\logo notiziario diocesi - 2017 (2).jpg

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la liturgia di questo giorno, che dà inizio al nuovo anno civile, celebra la maternità divina della Vergine Maria. Nel giorno di Natale, gli angeli hanno cantato “gloria a Dio e pace agli uomini”. Oggi, ottava di Natale, in Maria, madre di Dio, vengono effuse sul mondo attraverso Gesù la benedizione e la pace. Egli è il Figlio benedetto e il Principe della pace.

Considerata in questa prospettiva, la benedizione non va intesa come un amuleto, una sorta di azione magica che ci protegge contro ogni avversità, ma come la presenza del Verbo di Dio che comunica agli uomini la vita divina. In lui, la benedizione non è un atto sporadico, ma un’azione incessante, un segno del favore e della benevolenza di Dio. La benedizione non è una parola augurale, ma un’azione che fluisce in modo continuo, inarrestabile, efficace.

Cristo porta con sé la duplice forma di benedizione: discendente e ascendente. Discendete perché come Dio è la fonte e la sorgente della benedizione. Stupenda, a questo riguardo, è la preghiera contenuta nel Libro dei Numeri proclamata in questa liturgia (cfr. Nm 6,22-27). Ascendente, perché in quanto uomo loda e ringrazia il Padre per i suoi doni e i suoi benefici, riconoscendo che tutto viene da lui e tutto a lui deve tornare. Le due forme esprimono una duplice restituzione: a Dio, riconosciuto come il donatore, ai fratelli, in quanto destinatari e partecipi dei doni di Dio. La benedizione, dunque, rappresenta una linea di confine che divide l’uomo economico dall’uomo liturgico: il primo tiene per sé, l’altro si dispone al dono. Un uomo che benedice non è mai solo: il cosmo intero si unisce alla sua fragile parola di benedizione (cfr. Sal 148).

Benedire deve diventare uno stile di vita e di comunicazione attraverso un uso appropriato del linguaggio. L’apostolo Giacomo, con frasi roventi, denuncia una contraddizione e un abuso nel modo di parlare: «Con la lingua benediciamo il Signore e Padre, e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. E’ dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei. Forse la sorgente può far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce ed amara? Può forse, miei fratelli, un fico produrre olive o una vite produrre fichi? Neppure una sorgente salata può produrre acqua dolce» (Gc. 3,9-12).

Il Siracide inoltre ammonisce: «Ne uccide più la lingua che la spada» (Sir 28,18). Talvolta accade che adoperiamo la bocca per due operazioni di segno opposto, pensando che ciò sia del tutto regolare. Le due cose, invece, si escludono a vicenda. Non si può, al tempo stesso, “dire bene” di Dio e “dire male” del prossimo. Ciò avviene quando parliamo con la maldicenza, il pettegolezzo, la menzogna, le mormorazioni. La lingua, invece, è “consacrata” per la benedizione. Il Dio che si invoca nella preghiera, è lo stesso Dio che invita a trasmettere al prossimo un messaggio di benedizione.

La benedizione di Dio è la fonte di una pace «non promessa, ma inviata; non differita, ma donata; non profetata, ma presente»1. Con la pienezza dei tempi, viene anche la pienezza della divinità apportatrice della pienezza della pace. San Bernardo spiega questa verità con un pieno della sua misericordia, inviato da Dio sulla terra. Con la passione e la morte di Cristo, questo sacco viene strappato e il suo contenuto di amore e di pace si effonde nel mondo.

Sembra una ripresa del mito di Pandora ("colei che ha tutti i doni"), quando la donna, per la sua curiosità, apre il vaso del marito Epimeteo ("colui che si accorge in ritardo"), e facendo uscire quanto vi era contenuto. Nello scrigno erano stati racchiusi tutti i mali del mondo: la fatica, la malattia, l'odio, la vecchiaia, la pazzia, l'invidia, la passione, la violenza e la morte. Liberate dallo scrigno ormai aperto, si diffusero immediatamente tra gli uomini, cambiando per sempre la loro esistenza. Rimase sigillata nello scrigno solo la speranza. Al contrario, con la morte di Cristo si è aperto lo scrigno del suo corpo e sugli uomini sono scesi tutti i doni della divinità. In Cristo, infatti, «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9).

Da Cristo viene anche il dono di quella pace che «genera i figli di Dio, nutre l'amore, crea l'unione; essa è riposo dei beati, dimora dell'eternità. Suo proprio compito e suo beneficio particolare è di unire a Dio coloro che separa dal mondo del male. […] Il Natale del Signore è il natale della pace»2. Per questo, dal 1968, La Chiesa celebra nel primo giorno dell’anno la giornata della pace. Quest’anno il tema assegnato da Papa Francesco recita, La nonviolenza: stile di una politica per la pace. Il pontefice invita a farsi protagonisti più credibili di processi nonviolenti e di costruzione della pace dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale. Occorre una pratica della non violenza a livello internazionale, sociale, interpersonale, domestica, scolastica. La pace abita nel cuore dell’uomo e come una forza propulsiva si irradia progressivamente negli ambienti di vita, dal livello locale fino ai rapporti tra gli stati e gli organismi internazionali che reggono le sorti del mondo.

Celebrando la festa della maternità divina di Maria, la Chiesa addita la Vergine come segno della benedizione di Dio e regina della pace. La madre del Signore è la maestra della preghiera di benedizione. Ella sa con certezza che, qualsiasi cosa accada, Dio non abbandona l’umanità al suo destino, né espone le sorti della storia al naufragio e alla tempesta. Dio benedice quanti lo amano e custodisce i loro passi. Guidati dalla Vergine Maria, impariamo a scoprire, in questo nuovo anno, che Cristo è con noi sulla stessa barca. Apparentemente sembra che dorma, in realtà egli compie con noi la traversata nel mare burrascoso degli eventi della storia, veglia sulla nostra incolumità e orienta con sicurezza la barca verso il porto sospirato.




Il Natale, segno dell’incontro delle civiltà
Il Natale, come gli altri grandi avvenimenti della storia, può essere interpretato in diversi modi. Tenendo conto di quanto sta accadendo nel nostro tempo, mi piace pensare al Natale come all’avvenimento che può assurgere a simbolo dell’incontro tra i popoli e le civiltà.

A prima vista, sembra che le cose vadano in direzione opposta. Gli ultimi episodi accaduti a Berlino e ad Ankara, il conflitto siriano e la vicenda riguardante la martoriata città di Aleppo, si sommano ad altri avvenimenti (terrorismo, migrazioni, terremoti) e ad altri conflitti che disegnano uno scenario dalle tinte fosche e generano un senso di smarrimento per le sorti dell’umanità.

Sembra che, sul futuro geopolitico del pianeta, si stia avverando quello “scontro delle civiltà” preconizzato dal politologo statunitense S. P. Huntington, secondo il quale le diverse civiltà si starebbero riorganizzando su basi ideologiche e religiose e questo potrebbe determinare un pericoloso scenario politico internazionale caratterizzato da un «crescente conflitto tra gruppi di diverse civiltà». A meno che non ci si atterrà alla "regola delle comunanze" per cui ogni popolo cercherà di trasmettere i propri modi di vita e di condividere quelli degli altri. In tal modo, si creerà un ordinamento internazionale fondato su civiltà intese non come elemento disgregante, ma come fattore di reciproca conoscenza e accettazione.

Il Natale rappresenta un segno e un simbolo dell’incontro tra i popoli e le civiltà. Forse anche per questo è un avvenimento festeggiato in gran parte del mondo. Il presepe, un tema che ha ispirato poeti, artisti e scrittori, con i suoi molteplici personaggi tutti orientati verso il luogo dove Gesù Bambino dimora, disegna un’immagine plastica del cammino dell’umanità alla ricerca di un centro, di un comune punto di riferimento, di una luce che rischiari la notte e consenta a tutti di compiere per intero il proprio cammino. «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1). Queste parole del profeta Isaia sono proclamate nella Messa della notte di Natale. Il profeta conosce le tragedie che si consumano nella storia. Non è un sognatore, ma una persona dallo sguardo penetrante che vede dentro e oltre i drammi dell’umanità. È consapevole che nel mondo si commettono crimini atroci. Ma vede anche che «ogni calzatura di soldato nella mischia e ogni mantello macchiato di sangue sarà bruciato» (Is 9,4). Questo radicale cambiamento avviene «perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine» (Is 9, 5-6).

Isaia ha scritto questa profezia cinquecento anni prima della venuta di Gesù. Sono passati duemila anni dalla sua nascita. Le guerre e i conflitti continuano. Ma la speranza che si realizzi un mondo di pace non è morta, anzi è più viva che mai. La pace che Cristo porta è fondata sull’unità tra quattro valori fondamentali: misericordia e verità, giustizia e libertà; valori presenti in ogni civiltà e religione. Anche se coniugati in modo differente, essi rappresentano la base e il fondamento per un comune dialogo e un reciproco riconoscimento. Per questo, con la speranza che si spegnino i venti di guerra, auguro a tutti un Buon Natale!

AUGURI NATALIZI DELLA CURIA



AL VESCOVO MONS. ANGIULI

22 dicembre 2016

Eccellenza carissima,c:\users\user\appdata\local\microsoft\windows\inetcache\content.word\img_5980.jpg

anche quest’anno, VI del suo ministero episcopale ugentino, a nome degli ufficiali della Curia, volentieri mi faccio interprete degli auguri natalizi, cordiali e oranti. Siamo convinti, ma pur sempre in atteggiamento di riscoperta e di conversione, che nel mistero del Natale c’è la sorgente dello stile di vita dell’uomo, del credente e ancor più del presbitero, che si può riassumere nell’incarnarsi, nello spendersi generosamente, a costruire il Regno di Dio, anche attraverso un umile servizio, quale è quello che si svolge negli uffici di Curia, perché l’annuncio della Parola possa camminare.

Tante volte si ha più soddisfazione nel “vedere la Parola che cammina nelle comunità”, anziché stare intorno ad un tavolo a elaborare documenti, progetti, programmi, bilanci… però crediamo che queste cose si integrano. Quindi siamo qui per ringraziare di questa opportunità, della fiducia che lei rinnova costantemente e per dichiarare tutta la nostra disponibilità ad un servizio che ci sforziamo, con tutti i limiti e a volte anche i ritardi e le imperfezioni di svolgere con passione e generosità.

Insieme con lei Eccellenza che ci sprona, ci sollecita, ci incoraggia e ci corregge, dandoci l’esempio di laboriosità intelligente, tenace e puntuale vogliamo che la Chiesa diocesana ugentina, a partire dalla Curia sia modello esemplare di relazioni profondamente umane, di appartenenza e di identità solide, di amore al Vangelo, di coraggio nel fare la verità nella carità, di corresponsabilità, in sintonia con il Magistero della Chiesa, gli orientamenti pastorali diocesani e sempre in ascolto della Parola e dei segni dei tempi.  Il nostro è un impegno di servizio ed è logico renderlo prezioso e fecondo con lo spirito giusto, lo spirito del dialogo, del rispetto, della collaborazione e, perché no, dell’ apprezzamento sincero e gioioso del lavoro altrui, senza invidie, rivalità o protagonismo; un impegno di servizio in definitiva, che al di là delle carte, vede le persone da aiutare, indirizzare e agevolare. Le chiediamo scusa, io più di tutti, perché non sempre siamo stati all’altezza del compito e delle varie situazioni che via via si presentano.

L'augurio di buon Natale e Santo anno nuovo dia più slancio all’entusiasmo e più fervore alla carità pastorale. Il prossimo anno sarà un anno benedetto da Dio e di speciale grazia perché Dio visiterà il suo popolo. Il Pastore grande del gregge e Sposo della Chiesa disponga il cuore dell’intera Diocesi ad accogliere il suo messaggero Vito, il suo Amico che, a partire dal mese di febbraio inaugurerà la sua Prima Visita Pastorale. Per quanto ci compete ed è attinente alle nostre responsabilità desideriamo sostenerla nel suo intento di verificare e rilanciare gli obiettivi pastorali, contenuti nel documento programmatico Educare a una forma di vita meravigliosa, soprattutto in riferimento alle due grandi attenzioni pastorali ed educative del tempo presente: la famiglia e i giovani.

il Signore conceda a Lei, Eccellenza, e a tutti noi suoi Collaboratori, la fortezza necessaria per lavorare sempre al meglio. 

Il Vicario Generale

Mons. Beniamino Nuzzo

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AUGURI NATALIZI Al VESCOVO MONS. VITO ANGIULI

24 dicembre 2016 Mons. Beniamino Nuzzo

In un tempo così oscuro, per l’incombere della guerra in tante parti del mondo, per la tragedia di tanti nostri connazionali provati dal terremoto, e di molti altri in balia del terrorismo e di tanta violenza inaudita, per la fragilità e lo smarrimento di coscienza di tanti uomini e donne, per le tante oggettive difficoltà personali che molti devono affrontare in famiglia e sul lavoro, nonostante tutto non perdiamo lo spirito del Natale.

Eccellenza carissima, al termine di questa solenne liturgia della Notte di Natale mi faccio interprete dei sentimenti di affetto, di stima e di gratitudine nei suoi riguardi, non solo di tutti i presenti ma dell’intera chiesa diocesana, nel porgerle gli auguri di un Sereno e Lieto Natale. E volentiieri prendo in prestito le felici espressioni che Papa Francesco ha rivolto alla Curia romana nel discorso annuale per gli auguri natalizi. Il Santo Padre ha citato san Macario, monaco del IV secolo, che per descrivere il mistero dell’Incarnazione, ricorse al verbo greco smikruno, cioè farsi piccolo, ridursi ai minimi termini: «Udite attentamente: l’infinito, inaccessibile e increato Dio per la sua immensa e ineffabile bontà ha preso un corpo e vorrei dire si è infinitamente diminuito dalla sua gloria».

In realtà – ha commentato il Papa – Dio ha scelto di nascere piccolo, perché ha voluto essere amato. Ecco come la logica del Natale è il capovolgimento della logica mondana, della logica del potere, della logica del comando, della logica fariseistica, fatta di freddi e sterili formalismi.

Per esplicitare meglio la straordinaria bellezza dell’umiltà amante di Dio, il Papa nel suo discorso ha richiamato queste illuminanti parole del beato Paolo VI, che nel Natale 1971, così affermava: «Dio avrebbe potuto venire vestito di gloria, di splendore, di luce, di potenza, a farci paura. No! È venuto come il più piccolo degli esseri, il più fragile, il più debole. Perché questo? perché nessuno avesse vergogna ad avvicinarlo, perché nessuno avesse timore, perché tutti lo potessero proprio avere vicino, andargli vicino, annullando ogni distanza fra noi e Lui. C’è stato da parte di Dio uno sforzo di inabissarsi, di sprofondarsi dentro di noi, perché ciascuno, dico ciascuno di voi, possa dargli del tu, possa avere confidenza, possa avvicinarlo, possa sentirsi da Lui pensato, da Lui amato … da Lui amato: guardate che questa è una grande parola! Se voi capite questo, se voi ricordate questo che vi sto dicendo, voi avete capito tutto il Cristianesimo».

Eccellenza la chiesa di Ugento-S. Maria di Leuca in questa notte santa memoriale di grazia del mistero dell’Incarnazione del Verbo le chiede come Padre, Pastore e Maestro nella fede e nella carità di insegnarLe, con rinnovata e sollecita passione apostolica, a conoscere, amare, contemplare, vivere e annunciare la sorprendente verità del Natale di Gesù Salvatore per essere più credibile e attraente agli occhi della società e del mondo intero.

Alla sua sollecitudine di Pastore che avrà la sua massima espressività nella Prima Visita Pastorale a partire dalla città di Ugento nel febbraio del prossimo nuovo anno, le assicuriamo che corrisponderemo con la piena docilità e la sincera collaborazione e ancor più con la preghiera unanime al Signore perché le conceda tanta salute, capacità di ascolto e di consiglio, la sapienza del cuore, l’arte nel discernimento e il giubilo per un abbondante raccolto.

Il Redentore Gesù ascolti, benedica e porti a compimento i nostri voti augurali!

Mons. Beniamino Nuzzo

Vicario Generale
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LO SCAMBIO DEGLI AUGURI NATALIZI

PRESSO LA SCUOLA DIOCESANA DI TEOLOGIA

Il 19 dicembre abbiamo avuto la gioia della presenza del nostro Vescovo Mons. Angiuli presso la Scuola diocesana per il tradizionale scambio degli auguri natalizi.

Nell’aprire questo momento fraterno ho richiamato le parole riportate sul biglietto augurale, inviato per l’occasione a tutti i sacerdoti, ai docenti e agli alunni, tratte dagli Orientamenti pastorali Educare a una forma di vita meravigliosa e riguardanti la bellezza del Verbo incarnato.

Ho sottolineato come proprio tale bellezza ci attrae giustificando gli sforzi e l’impegno nell’affrontare lo studio delle varie materie teologiche che qualificano il nostro servizio alle comunità nelle quali operiamo, e di come tale bellezza che ci raggiunge e tocca la nostra esistenza richieda da parte nostra un atteggiamento di umile dedizione.

Nel suo intervento, il Vescovo ha ringraziato la direzione e la segreteria della Scuola, come pure i docenti, per il lavoro costante ed efficiente svolto in favore di questa istituzione che opera ormai da più di quarant’anni e che tanto bene ha seminato in ordine alla formazione dei fedeli laici ad una fede più profonda.

Con una profonda riflessione sul sorprendente e indicibile mistero del Dio che si fa uomo e che celebriamo nei giorni del Natale, ci ha poi esortati ad assumere nei nostri rapporti interpersonali lo stile dell’incarnazione, facendoci carico del cammino di fede dei nostri fratelli, spesso così difficoltoso e problematico, mostrando il nostro fraterno interesse specialmente per i più lontani e bisognosi di una testimonianza gioiosa e coerente, proprio come ha fatto Gesù con noi.c:\users\user\appdata\local\microsoft\windows\inetcache\content.word\img_5965.jpg

Ha poi apprezzato l’impegno e lo sforzo con cui gli alunni seguono le lezioni della Scuola, dedicando lodevolmente un intero pomeriggio alla settimana per la propria formazione, impegno che diventa ancor più gratificante per il sacrificio che richiede.

Infine ha richiamato la felice coincidenza del giorno anniversario dell’inizio del suo ministero di Pastore nella nostra Chiesa ugentina, per il quale gli abbiamo augurato tanta fecondità e tanti anni da vivere ancora insieme.


don Giuseppe Indino

direttore della Scuola

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---------------------------------------------- Settimana di

preghiera per l’unità dei cristiani

---------------------------------------------- Dal 18 al 25 gennaio riviviamo con tutte le chiese nel mondo l’importante appuntamento con la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, occasione importante, ma non esaustiva, per riflettere e pregare affinché tutti i discepoli di Cristo ritornino ad essere una cosa sola.

In questi ultimi tempi ci sono stati dei segni importantissimi che hanno accelerato la riflessione, questi segni sono venuti molto spesso da papa Francesco che con discorsi e soprattutto con incontri personali, ha voluto spingere tutti noi verso un risveglio ecumenico.

Tra le importanti mosse a favore di questo, abbiamo assistito all’incontro del papa con il patriarca Bartolomeo I e, per la prima volta nella storia, con il patriarca di Mosca. Altro importante incontro di papa Francesco è stato quello con la Chiesa luterana in occasione dell’anniversario della riforma, oltre che i viaggi in Armenia e altri paesi d’oriente in cui sempre egli ha spronato al dialogo e all’incontro franco e costruttivo.

Importante fattore di dialogo in questi ultimi tempi è stata la crisi umanitaria circa i nostri tanti fratelli e sorelle migranti, fattore di impegno comune tra chiese che papa Francesco ha voluto sottolineate con il suo viaggio a Lesbo in cui insieme a sua santità Bartolomeo I, ha accolto il grido disperato di tanti nostri fratelli in cerca di un rifugio sicuro.

Tutte queste cose sono in realtà solo il punto di arrivo di un cammino di riflessione e di lavoro comune che da decenni vede impegnate le chiese in un sempre crescente lavoro di intesa.

Quest’anno, il tema della settimana prende spunto da un testo dell’apostolo Paolo in cui ci viene indicato l’amore di Cristo come motivazione fondamentale che ci sollecita verso la riconciliazione:



Corinzi 5, 14-20

“Infatti, l’amore di Cristo ci spinge, perché siamo sicuri che uno morì per tutti, e quindi che tutti partecipano alla sua morte. Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per lui che è morto ed è risuscitato per loro. Perciò, d’ora in avanti non possiamo più considerare nessuno con i criteri di questo mondo. E se talvolta abbiamo considerato così Cristo, da un punto di vista puramente umano, ora non lo valutiamo più in questo modo. Perché quando uno è unito a Cristo, è una creatura nuova: le cose vecchie sono passate; tutto è diventato nuovo. E questo viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo e ha dato a noi l’incarico di portare altri alla riconciliazione con lui. Così Dio ha riconciliato il mondo con sé per mezzo di Cristo: perdona agli uomini i loro peccati e ha affidato a noi l’annunzio della riconciliazione. Quindi, noi siamo ambasciatori inviati da Cristo, ed è come se Dio stesso esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo da parte di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”.

Il testo sottolinea innanzitutto il fatto che il dono della riconciliazione viene da Dio ed è per tutta intera la creazione. Rispondendo con generosità all’opera gratuita di Dio l’uomo si impegna verso la riconciliazione sentendosi sollecitato da ciò che Dio ha operato già a favore di tutti in Cristo e nel suo mistero di morte e resurrezione, per cui non è possibile non sentirsi sospinti verso la costruzione di sentieri di pace e di unità tra tutti gli uomini.

Questa opera di riconciliazione però non è senza sacrificio. Dal momento in cui la riconciliazione è avvenuta con la croce di Cristo, anche gli ambasciatori nel mondo di questa riconciliazione sono chiamati a dare la vita fino in fondo per la causa dell’unità.

I testi per la riflessione di quest’anno sono stati proposti dalla consiglio delle chiese in Germania, in occasione dell’anniversario della riforma protestante.

Il comitato che si riunì per la preparazione della settimana di preghiera volle che la riflessione si sviluppasse intorno a due punti fondamentali:

Da una parte è necessario che al centro si ponga la celebrazione della grazia di Dio; la riconciliazione è un dono dato dalla sola grazia così come le chiese della riforma hanno da sempre sottolineato, dall’altra parte è necessario mettere in luce, se pur con dolore, le vere cause che hanno portato alla divisione delle chiese affinchè ci si fermi a riflettere con onestà nel desiderio di una riconciliazione non frutto di un buonismo cieco, ma frutto invece di una riflessione onesta e seria sotto la guida dello Spirito di Dio.

Tenendo presenti tutti questi aspetti: la riflessione e i gesti di papa Francesco, le indicazioni del consiglio delle chiese in Germania nonché le esortazioni del nostro vescovo Vito che, a più riprese ci invita a riscoprire la vocazione ecumenica della nostra Chiesa diocesana ricca di un patrimonio di fede che viene dall’oriente e che, ci spinge ad essere sempre di più un ponte di riconciliazione, non possiamo non sentirci anche noi, singoli e comunità spinti ad un sincero impegno a favore dell’unità nella Chiesa attraverso la preghiera, la riflessione e l’azione concreta soprattutto nel servizio dei più deboli.

Pertanto invito caldamente tutti a partecipare alle diversi iniziative che si svolgeranno anche quest’anno durante la settimana dal 18 al 25 gennaio, nonché ad unirci tutti in profonda preghiera invocando da Dio lo Spirito Santo che è l’unità che garantisce la diversità nella comunione e nell’amore.

Il direttore dell’Uff. ecumenico diocesano



don Fabrizio Gallo

L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione (Cfr. 2 Corinzi 5, 14-20)1417281056343_turkey_pope_rain.jpg



“L’unità dei cristiani è un’esigenza essenziale della nostra fede. un’esigenza che sgorga dall’intimo del nostro essere credenti in Gesù Cristo. Invochiamo l’unità, perché invochiamo Cristo. Vogliamo vivere l’unità, perché vogliamo seguire Cristo, vivere il suo amore, godere del mistero del suo essere uno con il Padre, che poi è l’essenza dell’amore divino. Gesù stesso, nello Spirito Santo, ci associa alla sua preghiera: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi [...] Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me [...] Perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17,21.23.26). Secondo la preghiera sacerdotale di Gesù, ciò a cui aneliamo è l’unità nell’amore del Padre che viene a noi donato in Gesù Cristo, amore che informa anche il pensiero e le dottrine. Non basta essere concordi nella comprensione del Vangelo, ma occorre che tutti noi credenti siamo uniti a Cristo e in Cristo. È la nostra conversione personale e comunitaria, il nostro graduale conformarci a Lui (cfr Rm 8,28), il nostro vivere sempre più in Lui (cfr Gal 2,20), che ci permettono di crescere nella comunione tra di noi. Questa è l’anima che sostiene anche le sessioni di studio e ogni altro tipo di sforzo per giungere a punti di vista più ravvicinati. Tenendo bene a mente questo, è possibile smascherare alcuni falsi modelli di comunione che in realtà non portano all’unità ma la contraddicono nella sua essenza”.

(Dal discorso di Papa Francesco all’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. 10 novembre 2016).


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