Viaggio in calabria


SABATO 21 MAGGIO 2016 – 1° GIORNO



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SABATO 21 MAGGIO 2016 – 1° GIORNO


Partiamo alle 4.00 precise dalla stazione delle corriere di Spilimbergo, siamo in 17 tutti freschi e pimpanti pronti ad iniziare il nostro viaggio. Strada facendo recuperiamo gli altri partecipanti: 3 a Cosa, 1 a Casarsa, 13 a Cusano e 2 a Portogruaro. Giungiamo quindi in 36 a Venezia in perfetto orario e fatto il check-in ci inoltriamo (nella terra di nessuno). L’attesa è un po’ più lunga del previsto: ci viene segnalato un ritardo di circa mezz’ora; ne approfittiamo per fare colazione e per conoscerci un po’ visto che molti di noi sono nuovi “Viaggiatori Erranti”. Finalmente siamo autorizzati a salire sull’aereo. Per qualcuno è la prima volta, ma nessuno se ne accorge. Chi ha la fortuna di essere vicino al finestrino può seguire la rotta e ammirare dall’alto Venezia e tutta la laguna, la costa e il mare, gli Appennini, i laghi Trasimeno, Bolsena, Bracciano e la grande metropoli di Roma dove facciamo scalo e ripartiamo subito. Nel tratto successivo riusciamo a vedere ben poco perché voliamo per lo più in mezzo o sopra alle nuvole. Atterriamo a Lamezia, è nuvoloso e tira un po’ di vento, ma noi non ci perdiamo d’animo. Ad attenderci c’è Antonio Cavallaro, la guida esperta e simpatica, che sarà con noi per tutto il viaggio. Saliamo in pullman e Giovanni, l’autista, di cui applaudiremo l’abilità, parte subito per raggiungere l’hotel 501 di Vibo Valentia. L’albergo è situato a metà collina con uno splendido panorama sul mare. Pranzato e sistemati i bagagli, siamo pronti per la prima escursione: Pizzo Calabro, pittoresco paesino nonché centro peschereccio sul mar Tirreno, più o meno a metà del golfo di Sant’Eufemia, famoso soprattutto per il castello di Murat e il gelato “tartufo”. La nostra meta iniziale è la chiesetta di Piedigrotta, dedicata alla Madonna, frutto di ex-voto di marinai napoletani naufragati nel 1600, come ci racconta Domenico, la guida che ci accompagnerà per i primi tre giorni. Il pullman ci lascia all’inizio della scalinata che scende fino alla spiaggia e così raggiungiamo la grotta, interamente scavata nel tufo, ricca di anfratti e di sculture a carattere religioso opera di artisti locali. E’ particolarmente suggestiva quando i raggi del sole, nel pomeriggio, riescono a penetrare nella grotta e far brillare i sali minerali che ricoprono le pareti e il pavimento. Uno spettacolo a cui non possiamo assistere perché il cielo è nuvoloso. Lasciamo la spiaggia e risaliamo la gradinata e notiamo 2 persone che sembrano attenderci. Chi saranno? Ad un tratto il viso del nostro capogruppo si illumina: è un suo amico commilitone Francesco Procopio con la moglie Sara; Gilberto lo ha cercato per 47 anni dopo il servizio militare che entrambi hanno prestato presso la Sezione Ospedaliera della Cecchignola di Roma. Una gradita sorpresa anche se non è casuale. Riprendiamo il pullman che ci porta a Pizzo, passeggiamo lungo le vie strette tra le case, scendiamo lungo le scalinate fino a raggiungere la piazza principale dove si erge imponente il castello di Murat. Costruito da Ferdinando I d’Aragona intorno alla fine del 1400, porta il nome del cognato di Napoleone che qui venne fucilato nel 1815. Famose le sue parole prima dell’esecuzione “mirate al petto… non al viso”. Dicono che era un bell’uomo e … sapeva di esserlo! Il Castello è massiccio, ha un corpo quadrangolare affiancato da due torri a tronco conico che danno sull’abitato, mentre la sua parte trapezoidale è a picco sul mare. All’interno c’è un museo con testimonianze e ricostruzioni storiche della vita di Murat. Proprio qui nel salotto di Pizzo incontro Lucilla con il marito Masuccio e Silvia, i miei cari cugini che vivono a Vibo Valentia. Naturalmente il nostro incontro è stato programmato e, mentre il gruppo va in visita al museo, noi ci accomodiamo in uno dei bar della piazza per gustare il gelato Tartufo e scambiarci due chiacchiere. Anche per i miei compagni di viaggio l’assaggio di questa prelibatezza è quasi d’obbligo e all’uscita dal museo si accomodano per la degustazione: la grande piazza è sempre animata ed è qui che si svolge la vita di Pizzo. Giunge l’ora del rientro in hotel, un po’ stanchi soprattutto per la levataccia e, dopo aver cenato, ci ritiriamo in buon ordine.

DOMENICA 22 MAGGIO 2016 – 2° GIORNO



Finalmente il sole si fa vedere e, dopo aver fatto colazione, puntuali come un orologio svizzero (prerogativa dei viaggiatori erranti), saliamo in pullman per dirigerci verso Serra San Bruno, località del versante ionico delle serre vibonesi, a 790 m sul livello del mare. Il paesaggio è ricco di vegetazione, ampi spazi erbosi seguiti da faggeti e arbusti tipici della macchia mediterranea. Durante il tragitto, accanto ad un ponte in costruzione, notiamo la presenza di due militari armati di mitra. Alla nostra curiosità, Domenico risponde che stanno effettuando servizio di vigilanza per la sicurezza dei mezzi, vediamo così con i nostri occhi i problemi che crea la malavita organizzata. Serra san Bruno, è sorto per ospitare gli operai e gli artigiani che lavoravano alla certosa voluta da Bruno di Colonia, monaco tedesco, fondatore dei Certosini. Il paesino di circa 6.000 abitanti, conserva opere architettoniche di pregio, tra le quali la chiesa dell’Addolorata, considerata da molti la più bella della Calabria. Costruita nel 1.721 in stile barocco viene chiamata anche “bomboniera” per la sua eleganza. La piazza è animata non solo perché è domenica, ma anche perché prossimamente ci saranno le elezioni amministrative e un paio di auto con l’altoparlante a tutto volume passano in lungo e in largo per invitare i cittadini ai comizi del pomeriggio: ci sembra di tornare indietro nel tempo! Camminiamo un po’ per le viuzze interne. Le case sono piuttosto vecchie, non tutte abitate, alcune sono restaurate, molte altre aspettano di esserlo. Le vie sono strette e non di rado si vedono panni ad asciugare appesi ad una corda che attraversa la strada, in “sopraelevata”, da una finestra all’altra. Dopo aver fatto una foto di gruppo per immortalare la cosa, ritorniamo al pullman e ci avviamo verso la Certosa. Un paio di km ed eccoci nel grande piazzale. Attualmente in Italia ci sono due certose, una a Lucca e questa fondata da San Bruno nel 1.090. Entriamo nel museo che occupa una piccola parte della costruzione e dove è allestita una mostra che, attraverso dei pannelli, racconta la vita di San Bruno, la nascita della certosa, i principi fondanti dell’ordine dei certosini, nonché un plastico della certosa, una cella tipo e l’orologio che scandiva i tempi delle varie attività. I certosini sono dei monaci di clausura, ma una volta alla settimana possono uscire dal convento per fare una passeggiata nei boschi. La loro è una vita di silenzio, meditazione, preghiera e solitudine in attesa della “venuta del giorno di Dio”. Attualmente ci sono 8 monaci e 6 principianti, oltre a 4 persone esterne che vi lavorano e che sono a contatto solamente con il priore. Qualche foto ancora e poi in pullman per raggiungere il ristorante che si trova proprio di fronte al laghetto della penitenza in cui si erge la statua di San Bruno inginocchiato nell’acqua a pregare. Dopo il pranzo, passeggiata ristoratrice nel silenzio del bosco: si sentono solo i nostri cicalecci e le nostre risate, il gruppo si sta integrando alla grande! Dato un’occhiata alla chiesa di Santa Maria e al dormitorio di San Bruno, scendiamo la scalinata del Pisani e partiamo per la prossima tappa. Andiamo a Mongiana, a visitare il Museo delle reali ferriere borboniche che è stato il polo siderurgico più importanti del meridione fino all’unità d’Italia, quando tutte le maestranze e i macchinari sono stati portati a Terni e dopo diverse traversie le acciaierie sono state chiuse. Durante il periodo di dominazione francese le migliorie effettuate hanno permesso uno sviluppo tale da aumentare il numero di operai, la qualità della loro vita e la produzione soprattutto di armi, cannoni e fucili. Successivamente, durante il periodo borbonico, la produzione viene indirizzata anche ad opere civili. Il ferro per la ferrovia Napoli-Portici proveniva proprio da qui. L’altra tappa della giornata è la visita alla bottega artigianale per la produzione delle pipe di Domenico e Vincenzo Grenci che si trova a Brognaturo, cittadina anch’essa nelle serre vibonesi famosa a livello internazionale proprio per la radica. La radica, come ci spiega il mastro-artigiano, è la radice/ciocco dell’erica arborea che si trova abbondante in Calabria. Una volta tolta dal terreno, si fa bollire nell’acqua per circa 20 ore cambiando un quarto di acqua ogni ora. Alla fine viene fatta asciugare e stagionare. La stagionatura può durare anche una ventina di anni. Dopo di che inizia la lavorazione e ci vuole una grande abilità per ricavare dal quel ciocco di legno una pipa. Ne vediamo tante, alcune finite e pronte per essere piazzate sul mercato, altre solo abbozzate. Naturalmente ricordiamo i due fumatori di pipa più famosi: il presidente Pertini e il c.t. Bearzot che si sono riforniti proprio in questa bottega. I prezzi sono un po’ alti, di certo sono pezzi unici fatti interamente a mano. Ripartiamo e applausi per Antonio che, con una semplice telefonata, da far suo, permette il recupero del giubbino che Amabile ha dimenticato al ristorante. Infatti, ad un certo punto, sulla strada verso Vibo, il pullman si ferma, che succede? Meraviglia! Un ragazzino sale e consegna il giubbino. Non abbiamo fatto chilometri in più, non abbiamo perso tempo per il recupero e soprattutto cominciamo a capire quanto sia conosciuto, rispettato e stimato il nostro Antonio. Rientriamo in albergo per la cena e poi tutti a dormire.

LUNEDI’ 23 MAGGIO 2016 – 3° GIORNO



Il sole risplende anche oggi, siamo pronti per partire freschi, riposati e pieni di brio. La nostra prima tappa è Capo Vaticano. Tutti sappiamo che è una località turistica molto bella, ma quando arriviamo la realtà supera le nostre aspettative. Il pullman si ferma sulla strada parallela al mare, scendiamo e fatti pochi metri ci troviamo in un ampio terrazzo-belvedere, quasi a picco sul mare, a circa 100 mt. di altezza. Il mare è di un azzurro intenso, alla nostra destra le onde si infrangono sugli scogli formando una schiuma bianca candida, mentre alla nostra sinistra si adagiano dolcemente sulla sabbia di graziose spiaggette riparate e protette da rocce di granito bianco e da arbusti tipici della macchia mediterranea, ginestre, agavi, bouganville..; in lontananza, sulla linea dell’orizzonte, si erge lo Stromboli, un po’ offuscato, ma ben visibile; dietro a noi case e alberghi, generalmente bianchi, ben tenuti, con fiori dai colori intensi e bellissimi, sui terrazzi e nei giardini; tutto ordinato e pulito, insomma tutto pronto per ricevere i turisti che di certo, come ogni anno, saranno tantissimi. Rimaniamo per qualche minuto incantati, in silenzio: questo spettacolo lo merita! E poi via alle foto (tutti) e alle riprese (Pierina). Accanto a questo terrazzo c’è un bar che mette in bella mostra i prodotti calabresi: capocollo, salsiccia, soppressata, salame piccante, nduja appesi ai rami di un arancio e anguria, meloni e arance su di un tavolino. Ovviamente, foto ricordo sotto gli insaccati per alcuni maschi del gruppo (non potevano mancare Gilberto, Maurizio e Marino!). Si sta così bene qui, ma Tropea ci aspetta. Durante il viaggio continuiamo ad ammirare la bellezza del paesaggio nonché molti appezzamenti coltivati, grandi e piccoli, ma ben curati. Ovviamente in questa zona la cipolla rossa è quella che è presente in tutti gli orti. Non siamo ancora arrivati che già vediamo, arroccata sulla roccia, Tropea, una delle cittadine più belle della Calabria. Il pullman ci porta fin sotto la città, percorriamo a piedi un tratto di strada con la roccia a strapiombo su cui sorgono le case a sinistra e il mare Tirreno a destra, con i suoi colori meravigliosi e l’acqua trasparente, la spiaggia già frequentata dai primi bagnanti e l’isola, ora penisola, in cui sorge la chiesa di Santa Maria, risalente al medioevo, una delle icone turistiche della Calabria. La raggiungiamo salendo una discreta scalinata scavata nella roccia. Siamo sotto il sole, fa caldo, ma si sta bene, ancora meglio seduti sui banchi del santuario dedicato a Maria, risistemato dopo i vari terremoti. Da qui si domina un panorama spettacolare! Col pullman raggiungiamo il centro storico di Tropea, formato da costruzioni in tufo dal caratteristico colore ocra, che costeggiano ampie vie e stretti vicoli, sono palazzi storici che vanno dal medioevo al tardo rinascimento fino allo splendore delle case nobiliari barocche. Usciti dal parcheggio finalmente ci imbattiamo nella regina di Tropea: la famosissima e tanto decantata cipolla rossa che fa bella mostra di sé sui tavoli fornitissimi di più bancarelle. Purtroppo non possiamo acquistarla per ovvi motivi! Raggiungiamo la suggestiva cattedrale normanna, dedicata a Maria Santissima di Romania, protettrice della città. Fu edificata attorno al XIII secolo, l’interno è a tre navate, con il soffitto in legno e conserva sulla parete dell’abside centrale una tavola databile attorno alla metà del ‘300, detta Madonna di Romania, di origini bizantine, rimaneggiata da un pittore della scuola toscana di Giotto. Inoltre si può ammirare un crocifisso ligneo, detto crocifisso nero, del XV secolo e altre opere artistiche di pregio. All’uscita, un ultimo sguardo dall’alto al porto, alla parte nuova della città con le sue strutture balneari, nonché all’incomparabile chiesa di Santa Maria dell’Isola che si trova proprio di fronte al belvedere su cui sostiamo per fare una bella foto di gruppo. E’ ora di pranzo: ci attende il “Ristorante - Pizzeria La Cantina Del Giudice” un bel localino gestito dal fratello e dalla mamma di Domenico che si dimostra un’ottima cuoca visto il gustoso menù che ci ha preparato, nel quale è compresa la cipolla pastellata. A seguire digestivo e, chi vuole, shopping. Nel passeggiare per le vie non possiamo fare a meno di osservare alcune palme colpite dal famigerato “punteruolo rosso” che le danneggia in modo irreparabile. Riprendiamo il nostro viaggio per raggiungere Vibo Valentia, dove arriviamo in breve tempo. La città, con il nome di Ipponion, fu fondata nel VII sec. a.C. dagli abitanti di Locri Epizefiri una colonia greca della Magna Grecia, su una collina prospiciente il mare. Nel medioevo ebbe maggior splendore nel periodo di Federico II di Svevia, quando venne iniziata la costruzione del castello, detto normanno-svevo e venne chiamata Monteleone di Calabria. Durante il dominio francese divenne capoluogo della Calabria Ultra, mentre venne chiamata Vibo Valentia nel periodo fascista e nel 1992 divenne provincia. Ha un centro storico ricco di palazzi e chiese antiche con strade lastricate che risalgono la collina raccogliendosi attorno all’antichissimo e ben conservato castello che oggi ospita un ricco museo archeologico. Purtroppo non possiamo visitare il castello, come previsto, poiché di lunedì è chiuso e quindi ci limitiamo ad osservare da fuori l’imponenza della struttura con le sue torri cilindriche. Qui ho la gioia di incontrare di nuovo le mie cugine e, mentre io raggiungo in macchina con Silvia la piazza dove si trova il pullman, Marino, Maurizio e Amabile scendono a piedi con Lucilla che fa da guida. Tutti gli altri continuano la visita della città insieme a Domenico e mi raccontano poi, che sono scesi dal castello per una delle vie antiche di Vibo, osservando l'ambiente circostante, parte del centro storico, nonché i giardini accanto al duomo. La chiesa è un edificio del XVII secolo costruito su una pre-esistente chiesa bizantina, è a croce latina ed ha una facciata barocca. E’ dedicata a Santa Maria Maggiore e al patrono della città san Leoluca. L’interno è decorato con pregevoli stucchi barocchi e custodisce un maestoso altare maggiore settecentesco con la statua rinascimentale della Madonna della Neve. Nel tardo pomeriggio salutiamo e ringraziamo Domenico e ripartiamo verso la nuova destinazione: Villa San Giovanni dove pernotteremo per due notti. Ci immettiamo sulla Salerno-Reggio Calabria, il percorso non è per niente noioso: l’indubbia bellezza del paesaggio e la coinvolgente spiegazione a tutto campo di Antonio, ci arricchiscono culturalmente e ci fanno compagnia durante il tragitto. Egli dimostra di essere un amante della sua terra e un profondo conoscitore della storia, della cultura, dell’economia e delle problematiche della Calabria e della sua gente. Tra le altre cose ci offre un’interessante visione della nascita del brigantaggio sorto nel periodo della dominazione napoleonica e formato da sbandati dell’esercito borbonico e da delinquenti comuni; ci parla del problema dell’emigrazione cominciata nel 1880, ben 60 anni dopo quella del nord e dell’economia agricola “fasulla” della piana di Gioia Tauro basata sullo sfruttamento di extracomunitari e l’arricchimento di pochi, risaputo da tutti e per il momento senza soluzione alcuna; ci spiega la storia del porto di Gioia Tauro, nato come supporto al 5° polo siderurgico e come tale mai entrato in funzione, diventato alla fine uno dei più importati per il trasbordo dei container dai transatlantici alle navi con rotte interne al mediterraneo, accenna alla questione meridionale sorta con l’unità d’Italia e che si protrae ancora nel tempo; infine si addentra nel mondo dell’agricoltura spiegandoci alcune particolarità come quella dell’olio “lampante”, ottenuto dalla spremitura delle olive cadute a terra, che è servito nel passato per illuminare le strade delle città di mezza Europa e quella della potatura degli ulivi che solo in questa zona sono lasciati alti e al momento della battitura, per proteggere le olive, viene messa una rete a circa 1 metro da terra. Arriviamo così, dopo quasi un’ora di interessanti spiegazioni, a Villa San Giovanni, al Grand Hotel de la Ville, proprio di fronte all’imbarco per la Sicilia che ormai ci sembra di toccare con un dito. Prendiamo possesso delle camere e, dopo aver cenato, prima di andare a letto, molti di noi salgono sulla terrazza, al sesto piano, per godere della splendida vista sul canale e sulla Sicilia.

MARTEDI’ 24 MAGGIO 2016 – 4° GIORNO



Oggi abbiamo appuntamento con i Bronzi di Riace: grande emozione per tutti! Saliamo in pullman e via! Alla nostra destra il mare Tirreno, sempre di uno splendido azzurro, sembra un grande fiume: sull’altra sponda la Sicilia fa bella mostra di sé, compreso, in lontananza l’Etna. Il vulcano questa notte ha eruttato e da Reggio si è visto benissimo il bagliore del fuoco, così ci dice Tommaso la guida che, in questi due giorni, si affiancherà al Tour Operator che Gil ha incominciato a chiamare Sir Anthony. Parcheggiamo proprio sul lungomare, un vero giardino botanico lussureggiante con maestose magnolie, palme e piante esotiche, zone verdi, arbusti e cespugli fioriti, aiuole, area pedonale e zona balneare. Tra l’altro nessuno direbbe che al di sotto dell’area pedonale passi il treno. Non a torto il D’Annunzio lo ha definito il più bel chilometro d’Italia. Una particolarità davvero singolare è il fenomeno visivo, il “miraggio della fata Morgana”, che fa apparire la costa siciliana ad una distanza di pochi metri e gli elementi antropici e naturali si distinguono in modo nitido. Raggiungiamo il Museo Nazionale tra i più importanti e ricchi d’Europa per quanto riguarda il materiale relativo alla Magna Grecia. Tommaso, con la sua competenza ed autorevolezza, ci catapulta nell’antico mondo della Magna Grecia, la civiltà ellenica sorta tra l’VIII e il VII secolo a.C. quando si verificò un flusso migratorio di mercanti, contadini, allevatori e artigiani dalle polis della Grecia verso l’Italia meridionale, motivato da attività commerciali e da tensioni sociali interne, causate dall’incremento della popolazione e dalla conseguente mancanza di risorse. Questa parte d’Italia fu chiamata Magna Grecia perché fu considerata più grande della stessa madre patria per aver dato vita, lontano da essa, ad una comunità di Greci che aveva raggiunto alti livelli in campo sociale, culturale ed economico. In attesa di entrare nella sala dei Bronzi, diamo un’occhiata ai numerosi reperti ben esposti nelle sale attigue. Tommaso ci dà un’interessante spiegazione dello sviluppo dell’arte scultorea greca dal periodo arcaico, quando le statue apparivano poco dinamiche, fino al periodo dell’esaltazione delle forme rappresentate mirabilmente nei Bronzi. Finalmente entriamo in una stanza a clima controllato, super protetta anche per eventuali scosse sismiche, ci troviamo di fronte alle due “eccellenze” della Calabria o meglio d’Italia, come dice Tommaso: la statua A soprannominata il giovane o l’eroe e la statua B il vecchio o lo stratega. Sono state trovate a Riace, da cui il nome, a 300 mt. dalla costa a una profondità di 8 mt., da un giovane pescatore subacqueo romano. Dopo vari restauri, dapprima a Reggio e poi a Firenze, ora hanno trovato la loro giusta collocazione in questo museo. Alte circa 2 metri, in bronzo antico, dall’aspetto maestoso, curate nei minimi dettagli: occhi di marmo, iridi di vetro, ciglia e denti d’argento, labbra e capezzoli di rame. Le statue trasmettono una sensazione di forza, di potenza e la perfezione di quei corpi desta la nostra grande ammirazione. L’identità dei personaggi e degli autori è a tutt’oggi sconosciuta, molte teorie, ma nessuna certezza. L’unica cosa certa è che questi bronzi sono di un’immensa bellezza e rappresentano un capolavoro dell’arte greca del V sec. a. C. (un invito a chi non li ha mai visti dal vero!). E ora via alle foto, ma senza flash, continuano a raccomandarci. Ci becchiamo qualche richiamo, ma solo perché qualcuno di noi non riesce a eliminare il flash dal telefonino… Prima di lasciare il museo ci soffermiamo ad ammirare altri reperti dell’arte greca come anfore, vasi, tavolette scritte, monili, frammenti provenienti in particolare da Locri Epizefiri e comunque dal territorio della Magna Grecia. Una volta usciti dal museo il nostro gruppo si divide: la maggior parte segue la guida nella visita del centro storico e della cattedrale, mentre una delegazione di dodici viaggiatori, al seguito del capogruppo Gilberto e del suo amico calabrese il dott. Giovanni Minniti che ha concordato l’appuntamento, raggiungiamo il palazzo della Regione per l’incontro con il Presidente del Consiglio Regionale della Calabria, dottor Nicola Irto. La sua segretaria, la dottoressa Caterina Tiziana Romeo, ci accoglie e ci comunica che il dott. Irto si scusa di non poter essere presente per impegni inderogabili. Gilberto nell’intento di far conoscere le realtà del nostro territorio, in sintonia anche con gli obiettivi del gruppo dei Viaggiatori, offre delle pubblicazioni donate dalla Presidenza

della Friulovest Banca di San Giorgio e Meduno relative al nostro territorio e alla Scuola di Mosaico di Spilimbergo, un’eccellenza conosciuta in tutto il mondo, oltre a una lettera di presentazione del Presidente della Scuola stessa per un eventuale gemellaggio. Ci accompagnano poi nella sala consigliare, durante il tragitto apprezziamo dei quadri che rappresentano una scena mitologica con la ninfa Scilla e un miracolo di San Bruno. Entriamo nella sala del Consiglio che ha una capienza di circa 200 posti a sedere, è molto luminosa e ben arredata. Foto ricordo? Certo, quale posto migliore se non quello della Presidenza del Consiglio? E così facciamo e immortaliamo anche la consegna da parte della segretaria a Gilberto di un volume sul Bergamotto e a Marino di un volume sulla Calabria. Raggiungiamo gli altri che ci raccontano di aver visitato il duomo, una delle più belle e più grandi chiese della regione. Questa cattedrale, dedicata a Maria Assunta, ha una storia particolare e tormentata che ebbe inizio al tempo dei normanni e che ebbe un cammino tortuoso dovuto soprattutto ai fenomeni tellurici, l’ultimo dei quali, quello del 1908, l’ha distrutta interamente. Venne ricostruita in stile neo-romanico e consacrata nel 1928. Un’ampia scalinata, su cui troneggiano le statue di S. Paolo e di Santo Stefano di Nicea, porta alla facciata centrale divisa in tre parti con quattro torri traforate di forma ottagonale; nella parte centrale c’è una trifora sormontata da un rosone con cornice di motivi floreali. L’interno, molto ampio, è diviso da colonne in tre navate e vi sono custodite interessanti opere d’arte. Un’ultima occhiata al lungomare e poi andiamo al museo del Bergamotto dove sono esposti strumenti e macchinari che raccontano la storia e le tradizioni sull’agrume e sul suo utilizzo. Proprio lì pranziamo. E come pranziamo! Una lunga tavolata con sopra pietanze tipiche a ricordare che Reggio è circondata da una delle zone agricole più produttive della regione: pasta con l’immancabile peperoncino, orzo e cous cous con verdure, salumi, formaggi, contorni vari di melanzane, zucchine, patate, cipolla fatti in modi diversi, salse delicate e piccanti, dolci, caffè e digestivo al bergamotto ovviamente. Più volte ci alziamo da tavola per riempire i piatti. Tutto squisito e per tutti i gusti come la canzoncina di Antonio “anche se non son di vino esperto brindiamo alla salute di Gilberto”. Lasciamo questa bella città e ci avviamo verso l’antico borgo di Scilla. Secondo la mitologia greca, Scilla era una splendida ninfa che trascorreva i suoi giorni passeggiando sulla spiaggia e facendo il bagno in queste splendide acque. Un giorno Glauco, un giovane pescatore trasformato in Dio marino, metà uomo e metà pesce, la vide e si innamorò. Scilla non ne volle sapere e scappò spaventata. Glauco allora si recò dalla maga Circe a chiedere un filtro d’amore, ma Circe a sua volta si invaghì di lui. La maga, rifiutata e rosa dalla gelosia, trasformò la rivale in un mostro con dodici gambe serpentine e sei enormi teste di cane latranti, nelle cui bocche spuntavano tre file di denti. Scilla, disperata, si nascose in un antro e riversò tutta la sua rabbia verso le imbarcazioni che passavano di lì distruggendole e divorando i marinai. Dal lato opposto si trovava Cariddi, anche lei una ninfa, molto vorace, trasformata in mostro marino da Zeus perché aveva mangiato alcuni buoi di Gerione. Aveva una bocca gigantesca con cui risucchiava l’acqua del mare e la rigettava fino a tre volte al giorno creando enormi vortici che affondavano le navi in transito. Un vero terrore prendeva i naviganti costretti ad attraversare lo stretto vigilato da quei due mostri! La costa, alta sul mare, è ricca di vegetazione e, prima di raggiungere Scilla, ci fermiamo per ammirare da lontano quello che rimane dell’austero castello dei Ruffo, costruito sulla rupe che domina il borgo esteso verso l’interno e divide la bella spiaggia di Marina Grande dal piccolo porto di Chianalea. Riprendiamo il viaggio e ci fermiamo accanto al castello, scendiamo a piedi per una stradina che lo fiancheggia per raggiungere il piccolo porto dove, tra le altre imbarcazioni, ne notiamo una per la pesca del pescespada: la feluca. E’ dotata di un alto albero centrale munito, alla sommità, di una coffa per l’avvistamento del pesce e, a prua, di una lunga passerella in cima alla quale staziona l’arpioniere che così si trova sopra alla preda prima che questa possa avvertire il rumore dei motori. Dal porto guardiamo ammirati Chianalea, chiamata la piccola Venezia del sud, in quanto le case sorgono proprio sul mare divise da strette vie, ripide scalette e piccoli canali dove vengono tratte in secco le barche dei pescatori. Passeggiamo lungo il vicolo principale, è piacevole guardarsi attorno, il borgo è antico, tutto è in ordine e ben tenuto, è un posto davvero romantico: ci fermiamo lungo un muretto per ammirare ancora il mare azzurro, le onde che si infrangono sugli scogli, sulle case e ne immortaliamo gli spruzzi. Purtroppo dobbiamo lasciare questo posto da sogno e dopo una bella camminata raggiungiamo il pullman che ci porta a Villa San Giovanni. L’idea di alcuni è di fare “un salto” in Sicilia, purtroppo però è troppo tardi per rientrare in tempo per la cena e quindi ci accontentiamo di guardarla ancora dalla terrazza. Questa sera, oltre a fare la conoscenza del proprietario dell’hotel il sig. Vittorio Caminiti, abbiamo degli ospiti, il Sindaco di Villa San Giovanni e Aldo Canturi Sindaco di Bianco, il nostro oramai amico dottor Giovanni Minniti, un paio di amici della guida e non solo: un giovane musicista allieta la cena con le sue canzoni. Anche Antonio si cimenta al microfono, ci canta un brano e si prende tutti i nostri applausi perché ha proprio una bella voce. Alla fine siamo tutti stanchi e ce ne andiamo a dormire senza fare i quattro salti che erano previsti.

MERCOLEDI’ 25 GIUGNO 2016 – 5° GIORNO



La giornata si presenta soleggiata e dopo una lauta colazione, dovuta anche alla presenza di dolci squisiti, preparati al momento, a cui non sappiamo resistere, lasciamo Villa San Giovanni per l’area archeologica di Locri Epizefiri che si trova sulla costa ionica. Piccola fermata a Reggio per far salire Tommaso e poi, percorrendo la strada costiera, la statale 106, la Reggio-Taranto costruita dopo l’unità d’Italia, diamo un ultimo saluto alla Sicilia e all’Etna e risaliamo la punta dello stivale per arrivare alla nostra meta. Strada facendo Tommaso ci fa notare come tra la strada e il mare passi la ferrovia, poco utilizzata (due o tre littorine al giorno) e come la spiaggia non si possa raggiungere in macchina in quanto non ci sono vie di accesso che attraversino i binari. La costa è bassa e sabbiosa, contrariamente a quella tirrenica che invece è alta e rocciosa, non è attrezzata per il turismo balneare, ma conserva un fascino particolare per la natura incontaminata e il mare con quel suo azzurro intenso indescrivibile. Sulla sinistra il paesaggio è collinoso e molte sono le fiumare che incontriamo, ora quasi completamente asciutte, ma molto pericolose in caso di piogge abbondanti. Tra le colline qualche paesino, ce n’è uno in particolare che Tommaso ci fa notare. Si tratta di un piccolo borgo dell’Aspromonte, ormai abbandonato da anni, che sorge sotto un costone roccioso con cinque speroni che sembrano le dita di una mano, da qui il nome di origine greca Pentedattilo, chiamato anche Le cinque dita del diavolo” o “Paese fantasma” o “paese delle ombre”. Ultimamente è frequentato da qualche artista o studioso che cerca ispirazione nella solitudine di quel luogo. Sosta strategica a Bianco, una bella cittadina sempre sulla costa che scopriamo essere anche “dolce”. Infatti entriamo in un bar e meraviglia delle meraviglie per gli occhi e per la gola: una distesa di pasticcini fa bella mostra di sé. Non possiamo sottrarci e, urgenza o non urgenza, (leggi toilette) scegliamo almeno un assaggio tra quelle leccornie accompagnandolo al caffè o alla spremuta. Alleggeriti e ristorati ripartiamo per il sito archeologico di Locri Epizefiri che si trova a circa tre km da Locri, tra due fiumare, le colline e il mare. Gli scavi iniziati alla fine dell’800 hanno rilevato che l’abitato era difeso da una cinta muraria di sette km, in parte ancora visibile, costituita da grosse pietre squadrate addossate una sull’altra e nel corso dei secoli sono state in buona parte prelevate per la costruzione di case e palazzi. All’esterno delle mura si estendevano le necropoli. L’abitato aveva un impianto urbanistico regolare attraversato da una grande arteria che ancora oggi conserva il nome greco di “dromo”. All’interno c’erano templi monumentali dedicati agli dei, come Zeus e Athena e il teatro di cui rimangono oltre alle fondamenta anche parte delle gradinate, poteva ospitare fino a 4.500 spettatori. La maggior parte dei reperti rinvenuti nel sito si trova al Museo Archeologico di Reggio Calabria. All’interno dell’area archeologica una casa con relativo orto, ben coltivato tra l’altro, e frutteto attiguo è rimasta “imprigionata” tra i resti millenari. Dopo aver seguito l’itinerario didattico del museo all’aperto risaliamo in pullman per recarci a pranzo. Ci aspetta “Il lupo cattivo” un ristorante in mezzo alle colline e come ci spiega Antonio, dobbiamo mangiare tutto perché altrimenti il lupo si farà un boccone di noi! Non si presenta il problema: tutti mangiamo tutto! Siamo affamati e soprattutto assetati dopo la camminata sotto il sole e il cibo è invitante e gustoso. Prossima tappa Gerace, uno dei borghi più belli della Calabria, sorto su una rocca, protetto da mura, era chiamato la città delle cento chiese o delle cento campane. Ora ne sono rimaste 17 tra cui la bellissima cattedrale di cui è prevista la visita. La storia di Gerace è strettamente legata a quella di Locri Epizefiri. Infatti, pur avendo notizie di insediamenti precedenti, il nucleo abitativo si sviluppa intorno al VII sec. d.C., in seguito all’abbandono di Locri per l’insalubrità della costa e per le continue minacce dei pirati. La possibilità di controllare i traffici costieri e la sua naturale fortificazione le hanno permesso di diventare un centro molto importante, oggetto di particolare attenzione sia da parte dell’impero bizantino, sia del regno delle Due Sicilie, sia di tutti i dominatori che seguirono. Lo testimoniano la qualità e la bellezza dell’architettura dei palazzi sia di proprietà di laici che di ecclesiastici che si affacciano su piazzette e vicoli. In un ampio parcheggio c’è un trenino che ci aspetta e dove saliamo per raggiungere una delle quattro porte, in origine dodici, che permettono l’ingresso nella cittadina. Un breve e rumoroso tragitto in salita, poi scendiamo e raggiungiamo, passeggiando tra i vicoli, la cattedrale, costruita nel periodo bizantino-normanno che si presenta maestosa, in stile romanico, con due absidi semicilindriche e sulla destra la porta dei Vescovi. Entriamo nella chiesa inferiore, detta anche cripta, che è la parte più vecchia della cattedrale, a tre navate, con nel transetto una serie di grotte tra le quali quella della Madonna dell’Itria, con il pavimento in maiolica geracese e a cui si accede attraverso un prezioso cancello in ferro battuto del ‘600. Nelle navate è esposto il tesoro: arredi sacri, paramenti tessuti con fili di oro e d’argento, un calice in filigrana e pietre dure, un ostensorio in argento dorato, una statua dell’Assunta in argento. Saliamo nella basilica superiore: tre grandi navate separate da due file di dieci colonne, in marmo policromo e granito, tutte diverse tra loro, provenienti con ogni probabilità da Locri, separate a gruppi di cinque da un grande pilastro. Il soffitto in legno scuro fa da contrasto con il bianco delle pareti. L’altare maggiore, in stile barocco, è stato realizzato con marmi bianchi da artisti siciliani. Interessanti la cappella gotica del S.S. Sacramento e alcuni monumenti funerari. Una volta usciti, gironzoliamo un po’: chi va a prendere qualche oggetto di ceramica, famosi gli artigiani di Gerace, altri vanno a godersi il panorama che dal muro di cinta è davvero splendido, altri ancora si bevono una bibita fresca, ovviamente al bergamotto. Risaliamo sul trenino, i nostri tre, Gilberto, Maurizio e Marino, prendono posto in fondo e con le loro risate e i pestoni, tipo “arrivano i nostri” al cinema, infondono allegria in tutti, anche l’autista del trenino ci sta e ci fa fare due giri del piazzale. Chissà cosa dicono quelli che ci vedono! Appena scesi, presi dall’euforia geracese, Mauro e Anna si pronunciano con un ballo e noi incantati a guardare e battere le mani. Salutiamo e ringraziamo per la sua competenza e per la sua ricchezza di informazioni Tommaso che domani si occuperà di un altro gruppo. Tutti su di giri, saliamo in pullman e ci avviamo verso Soverato, o meglio, Gasperina dove ci attendono per la cena. Riprendiamo la statale n° 106, sempre affiancata dalla ferrovia e dal mare, mentre Antonio ci intrattiene parlandoci dei luoghi che attraversiamo e di ciò che andremo a vedere domani. Ora però dobbiamo raggiungere l’albergo e, per colpa di una rotonda “galeotta”, sbagliamo e ci infiliamo in una strada piuttosto stretta che ci porta verso la collina. Difficile fare manovra per tornare indietro: strapiombo da una parte e montagna dall’altra. Troviamo l’ingresso ad un podere, ma non c’è spazio a sufficienza anche se Giovanni ce la mette tutta. Qualcuno di noi comincia ad aver paura e vuole scendere. L’autista alla fine, rimette in perfetta carreggiata il pullman e riprende il viaggio nella speranza di trovare uno spazio sufficiente per fare manovra nel primo paese che incontreremo. Così accade, ritorniamo ad affrontare la famosa rotonda e questa volta prendiamo l’uscita giusta che ci porta dritti dritti all’albergo. E’ buio, siamo un po’ tardi, ma troviamo tutto pronto, il personale ci attende con un sorriso e, in men che non si dica, siamo tutti a tavola che ci raccontiamo dell’accaduto mentre gustiamo l’ottima cena che ci viene servita. E poi a nanna.

GIOVEDI’ 26 MAGGIO 2016 – 6° GIORNO



Una volta fatta colazione diamo una veloce occhiata all’albergo che ci ospita: una struttura nuova e moderna, a metà collina, circondato da oliveti, con ampia terrazza dalla quale si vede in lontananza il mare Ionio. Antonio ci chiama: è ora di partire perché la giornata è lunga, si va dal mare ai monti, da Isola di Capo Rizzuto alla Riserva Naturale dei Giganti della Sila. Ci troviamo nella provincia di Catanzaro, capoluogo di Regione e sede della Giunta e degli Assessorati, importante polo universitario, quotata soprattutto la facoltà di medicina. Proseguiamo nel viaggio e già da lontano scorgiamo il promontorio dove sorge Le Castella una delle più conosciute località calabresi. Frazione di Isola di Capo Rizzuto, famosa località turistica dell’Ionio, Le Castella è nota in particolare per la suggestiva fortezza costruita in un punto strategico a controllo del golfo di Taranto e a difesa dell’entroterra. Il massiccio castello, disabitato e vuoto, sorge su uno sperone di roccia sul mare; anche se di probabili origini bizantine, l’attuale forma risale al dominio degli Aragonesi. Un tempo era su di un isolotto ora congiunto alla costa da un striscia di terra che noi percorriamo per vedere da vicino l’imponente costruzione. Da lì ammiriamo, in un silenzio rilassante, il meraviglioso spettacolo del paesaggio circostante: le case del ridente paesino adagiate sul promontorio, scogli che sembrano proteggere l’abitato da eventuali mareggiate, altri che emergono curiosi dall’acqua, il mare azzurro e sconfinato da un lato, trasparente e delimitato da spiaggette dall’altro, le piccole baie che si susseguono lungo la costa a perdita d’occhio, il tutto dominato dalla maestosa fortezza. Si capisce perché questo suggestivo scenario sia stato usato come set cinematografico nei film “L’armata Brancaleone” e “Il Vangelo secondo Matteo” nonché nell’ultima edizione di “Giochi senza frontiere”! Un po’ a malincuore lasciamo il mare per dirigerci verso i monti della Piccola Sila, più precisamente verso Camigliatello Silano, dove pranzeremo. Strada facendo, passiamo nei pressi di Crotone, che era fino a qualche decennio fa uno dei più importanti poli siderurgici e chimici calabresi. Dopo un periodo di difficoltà e quindi di emigrazione ora si sta sviluppando notevolmente l’industria di trasformazione dei prodotti agricoli. Molto sviluppato è anche l’allevamento, in particolare di pecore ed è proprio qui che si produce il miglior pecorino della Calabria. Mentre procediamo notiamo sulle colline molte pale eoliche. Sono circa 300 nella provincia, come ci dice Antonio, sono alte più di 100 metri, molto rumorose e diciamo pure che, malgrado la loro utilità, deturpano non poco il paesaggio. Percorriamo la statale, costruita circa 30 anni fa, che attraversa l’altopiano e porta a Cosenza. Da un lato e dall’altro scorgiamo pescheti, coltura abbastanza recente per la Calabria, oliveti e agrumeti che in periodo di siccità possono usufruire dell’acqua del fiume Neto e dei bacini di riserva creati proprio con la sua acqua. Saliamo in altitudine e il paesaggio cambia, cominciamo a vedere ampie distese di pini, larici, abeti, abeti bianchi, faggi e anche betulle che a queste altezze, siamo sui 1200 metri, in altre zone non si trovano, merito dell’influenza del clima mediterraneo. Vediamo anche ampie radure, non sono naturali, ma di origine antropica in quanto, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, è stata fatta razzia di alberi, un disboscamento vero e proprio di legname prezioso come pegno da pagare agli alleati britannici e americani per aver liberato il paese. Le ginestre ci hanno accompagnato a macchie durante tutto il tragitto, ma ora un tripudio di giallo oro ci accoglie quando arriviamo alla riserva naturale dei Giganti della Sila. Non possiamo fare a meno di scattare qualche foto prima di entrare nella riserva che è proprio l’ultimo residuo della grande foresta silana. Seguiamo il percorso ben delineato che ci permette di vedere da vicino queste piante maestose. Sono 56 pini larici di età compresa tra i 350 e 500 anni, raggiungono un’altezza anche di 45 metri e un diametro fino a 2 metri. Immensi! Nel rispetto dell’ecosistema e della biodiversità le piante vengono lasciate crescere senza alcun intervento da parte dell’uomo e quelle cadute per eventi naturali o per vecchiaia sono lasciate sul terreno esposte al processo normale di deterioramento. Durante la nostra passeggiata ci troviamo di fronte a un pino con un enorme buco scavato alla base, la “lupanara” così la chiamano qui cioè rifugio per lupi. In realtà è opera dell’uomo che per calafatare le barche estraeva la linfa, sia quella centrale più liquida che quella periferica più solida, scavando nel tronco e creando quest’enorme caverna che poi veniva cauterizzata con il fuoco per impedire al liquido di continuare ad uscire e quindi alla pianta di morire. L’incavo è talmente grande che all’interno stanno comodamente in piedi 4 persone! La sosta qui è un po’ lunga perché tutti vogliamo farci immortalare dentro la caverna di legno. Lasciamo questa natura incontaminata e ripartiamo per raggiungere l’albergo a Camigliatello Silano, una località turistica molto frequentata, soprattutto nel periodo invernale, perché dotata di importanti impianti sciistici che fanno la felicità degli appassionati calabresi e delle vicine regioni. Dopo aver sistemato i bagagli, ci troviamo tutti per il pranzo. Siamo come al solito affamati e mangiamo con gusto i piatti tipici che oggi ci vengono proposti. Anche il pomeriggio è dedicato alla natura: parco della Sila e lago di Cecita. In questa zona della Sila, durante il periodo fascista, sono stati creati dei laghi artificiali che permettono anche oggi l’irrigazione dei numerosi campi adibiti alla coltivazione di vari ortaggi e in particolare delle patate Silane. Il lago di Cecita invece è stato realizzato dopo la 2^ guerra mondiale sbarrando con una diga il fiume Mucone e permettendo così anche una buona produzione di energia elettrica. Una passeggiata in mezzo al bosco di faggeti e larici ed ecco ci troviamo davanti ai recinti in cui sono alloggiati, da una parte alcuni daini e dall’altra alcuni caprioli, che oggi sono particolarmente assonnati, se ne stanno sdraiati all’ombra e non si lasciano guardare da vicino. Riprendiamo il pullman e ci fermiamo all’inizio di Camigliatello, procediamo a piedi verso l’albergo approfittando per qualche acquisto. Giunge l’ora di cena, anche questa sera è tutto ottimo, ma l’abbuffata fatta a pranzo ci costringe a ridurre le porzioni. Caffè e/o digestivo sempre in compagnia, coinvolgendo anche le due simpatiche cameriere con commenti, scambio di impressioni, barzellette e, una tira l’altra, non ci accorgiamo che comincia a far tardi. Ancora qualche risatina salendo le scale e poi cala il silenzio.

VENERDI’ 27 MAGGIO 2016 – 7° GIORNO



Oggi andiamo a Cosenza, il capoluogo di provincia più a nord della Calabria, fondata nel IV sec. a.C. dai Bruzi è uno dei più antichi comuni della regione. Sorge su sette colli nella valle del fiume Crati alla confluenza di quest’ultimo con il Busento, il famoso fiume in cui fu sepolto Alarico, re dei Visigoti, dopo il sacco di Roma del 410 d.C. Chi non ricorda la celeberrima poesia di Giosuè Carducci!? Cosenza ha un clima particolare dovuto al fatto che si trova in una valle interamente circondata dai rilievi, con scarsità di venti, e, pur trovandosi a pochi chilometri dal mare, non ne viene influenzato. Infatti gli inverni sono abbastanza freddi e le estati molto calde. Il nucleo storico meglio conosciuto come Cosenza Vecchia è dominato da vicoli stretti e tortuosi lungo i quali sorgono edifici alti e palazzi signorili. Cosenza è detta l’Atene della Calabria per il suo passato culturale, infatti l’Accademia Cosentina nel XVI sec., soprattutto sotto la guida di Bernardino Telesio, divenne una delle principali istituzioni culturali della Calabria. Arriviamo in città e ci dirigiamo verso il Museo Diocesano, passiamo davanti al locale storico “Gran Caffè Renzelli” famoso soprattutto perché qui i fratelli Bandiera bevvero l’ultimo caffè prima di essere fucilati. Entriamo nelle sale del museo dove sono esposte opere di grande valore artistico in particolare vi è custodita la preziosissima stauroteca o croce reliquiario, opera unica in oro sbalzato, filigrana e smalto del XIII sec. Pare sia stata donata da Federico II in occasione della consacrazione della cattedrale nel 1222, è considerata emblema della città. Percorriamo il breve tragitto che ci separa dal duomo e Antonio ci fa notare come l’architettura di alcuni palazzi sia diversa nella parte superiore, in quanto gli ultimi piani sono stati costruiti in epoche successive. Il duomo risale all’XI sec., originariamente in stile romanico, fu distrutto dal terremoto, ricostruito e inaugurato nel 1222 alla presenza di Federico II. Durante la sua lunga storia subì numerose modifiche fino al XIX sec. a cui risale la struttura attuale. La facciata è divisa in tre parti corrispondenti alle navate ed è dominata da un antico rosone con due più piccoli sui portali. All’interno, ammiriamo in particolare la cappella della Madonna del Pilerio, la Madonna che allatta, con chiare influenze bizantine e che è considerata la patrona della città. Usciti dal duomo percorriamo qualche via del centro e notiamo come parte dei palazzi siano un po’ trascurati e abbiano bisogno di restauro: peccato! Raggiungiamo Palazzo Arnone, sorto nel XVI sec. che, dopo varie vicissitudini e restauri, ora si mostra nel suo splendore. E’ sede della Soprintendenza per i beni storici, culturali etnoantropologici e della Galleria Nazionale della Regione. Il nostro programma prevede la visita della pinacoteca dove ammiriamo le opere di alcuni dei maggiori pittori nati in Calabria tra il ‘500 e il ‘600 quali Pietro Negroni, Mattia Preti e Luca Giordano. Sul piazzale antistante facciamo la conoscenza di Silvia, la bella figlia del nostro autista, una promettente soprano, che ieri sera ha tenuto un concerto all’interno del palazzo. Un’ultima occhiata alla città e al castello svevo che si erge sul colle Pancrazio, saliamo in pullman e partiamo per Civita, detto “Paese tra le rocce”. Si trova in una delle più belle vallate del Pollino di sud-est, in una terrazza naturale su una gola del torrente Raganello. Circondata da montagne verdi e rocciose con un ampio slargo verso il mare Jonio, è una dei 21 paesi calabresi di origine albanese. A 450 mt. sul livello del mare, è stata fondata verso la fine del XV sec., su rovine preesistenti. Il centro storico mantiene tutt’oggi le caratteristiche tipiche del borgo con vicoli stretti e piccoli slarghi che si intersecano gli uni con gli altri, case costruite tutte in pietra e con una particolarità che le distingue: i comignoli, veri e propri capolavori artistici! Secondo la credenza popolare servivano anche a tenere lontano gli spiriti maligni, mentre la grandezza indicava lo status sociale del proprietario. Li guardiamo e scopriamo che non solo sono di varie forme, ma ogni casa ne ha uno diverso. Un’altra caratteristica sono le fontane rivestite in pietra grigia e tutte risalenti all’800. Entriamo nella chiesa madre, di rito greco, dedicata all’Assunta e risalente al ‘600, di architettura basilicale ha decorazioni interne di stile tardo barocco. Che si celebrano funzioni liturgiche bizantine lo notiamo subito dalla presenza dell’iconostasi, parete divisoria in legno che separa la navata, dove pregano i fedeli, dall’area absidale dove sacerdoti e diaconi celebrano la Divina Liturgia. Nell’iconostasi si aprono 3 porte, una centrale a due ante “detta porta regale” attraverso cui passano solo i sacerdoti e due porte laterali per il passaggio dei diaconi. Le icone di Cristo Pantocrator ovvero l’Onnipotente e di Maria madre di Dio sono ben visibili ai lati della porta centrale, mentre altre icone raffiguranti gli Evangelisti, santi e martiri sono inserite nella struttura che reca intagliati grappoli di uva, pavoni ed eleganti trafori. Un grande lampadario risalente al XVI sec. arricchito da 12 icone scende davanti all’iconostasi. La chiesa è arricchita anche da mosaici lungo le pareti e da icone lungo le navate. Particolare l’icona della S.S. Trinità che ritrae tre angeli perfettamente uguali in visita ad Abramo, ricordiamo l’originale che è stato dipinto dal più grande pittore di icone, il russo A. Rublef vissuto nel ‘400 e venerato come santo dalla Chiesa Ortodossa. Ci dirigiamo poi verso la terrazza belvedere, da qui, ammiriamo il territorio selvaggio e incontaminato, la parete rocciosa, una barriera di 800 mt. di color rosa, stratificata e a tratti bianca “le cicatrici fresche” create dagli eventi atmosferici, il ponte del diavolo ad un’unica arcata, di cui si ha notizia già nel medioevo, crollato nel 1998 e ricostruito nel 2005, il Raganello, il torrente meta oggi di tanti appassionati escursionisti, che si è fatto strada incuneandosi tra le rocce, creando delle gole suggestive e affascinanti di cui immaginiamo solo l’esistenza, la vegetazione di un verde più intenso che delimita le sue sponde e ci permette di capirne il percorso, la strada mulattiera che appare e scompare da una parte e dall’altra del ponte. Ci siamo attardati un po’ troppo, è ora di pranzo, saliamo in pullman e ci avviamo verso Saliceti una frazione di Corigliano Calabro dove si trova il nostro albergo. Come previsto arriviamo un po’ tardi, ci accomodiamo subito in un’unica grande tavolata e, dopo aver fatto il brindisi di routine, mangiamo con appetito le pietanze, come sempre gustose e tipiche, che ci vengono presentate. Non è il solito albergo, ma ci troviamo in un villaggio turistico sul mare, ricco di verde e ben attrezzato con piscina e campi da gioco. Andiamo a sistemare i bagagli nelle camere, disposte al pianterreno con veranda o al primo piano con terrazza, che si susseguono in strutture simili a villette a schiera; sono molto ampie e ben arredate con letti che sembrano “molto” spaziosi. Abbiamo fretta, non possiamo fermarci a guardare i dettagli, dobbiamo riprendere il pullman. A causa di un cambiamento di programma andiamo a visitare Rossano che si trova nella fascia orientale della piana di Sibari tra la Sila e la costa ionica e che visse una fase di grande splendore sociale, artistico e culturale sotto i Bizantini. La prima fermata però è al Museo della liquirizia, pianta rustica e perenne, originaria della Mesopotamia, portata qui da monaci provenienti dalla Cappadocia, che cresce spontaneamente nelle coste del Mediterraneo, ma è particolarmente pregiata in queste zone. Una volta arrivati, attendiamo qualche minuto perché c’è un altro gruppo prima di noi e poi entriamo in un ampio salone dove sono esposti gli attrezzi utilizzati nella lavorazione, nella commercializzazione e nell’estrazione delle radici da cui si ricava la liquirizia, oltre ad abiti, oggetti e manoscritti legati alla famiglia Amarelli e non solo: 300 anni di storia, un tuffo nel passato di una eccellenza della Calabria. Un’idea quella di alcuni imprenditori calabresi del ‘700 di estrarre il succo dalla radice della liquirizia che ha fatto diventare questa zona uno dei più importanti poli dolciari internazionali di quel tempo e che permane tutt’oggi. Questo museo è stata fortemente voluto dalla famiglia Amarelli proprio perché non andassero perduti le origini, le tradizioni di questo lavoro artigianale e il suo percorso storico dovuto al progresso tecnologico e culturale. E non potevano di certo mancare le famose scatolette che tutti noi conosciamo fin da bambini! Ci colpisce in particolare un pneumatico a grandezza naturale posto su un tavolo: stentiamo a credere che sia fatto proprio di liquirizia! Un vero peccato non aver avuto la possibilità di visitare il laboratorio artigianale che si trova a pochi passi, avremmo potuto assistere alle varie fasi della lavorazione che comunque ci vengono raccontate dalla guida. Dalle radici raccolte nel periodo autunno-invernale dai contadini durante l’aratura nei campi, una volta essiccate con particolari macchinari, viene estratto il succo che subisce una cottura di tre giorni da cui si ricava la pasta che viene ridotta in striscioline e poi essiccata per 48 ore. Solidificata diventa lucida e vetrosa e, con l’aggiunta di gomma arabica, anche gommosa. Di certo non possiamo andarcene senza acquistare qualche dolcetto a base di liquirizia, non c’è che l’imbarazzo della scelta, ma soprattutto dobbiamo fare attenzione al formato e al peso: si torna a casa in aereo! Risaliti sul pullman, dopo pochi chilometri arriviamo a Rossano e andiamo subito nel centro storico per ammirare la chiesetta bizantina di S. Marco, un vero gioiello architettonico, che nasce come oratorio dei monaci intorno al X sec., gemella di quella di Stilo. E’ a forma quadrata, pianta a croce greca, con cupola centrale e quattro volte intorno e quattro sono i pilastri con capitelli che reggono la cupola maggiore. Raggiungiamo poi, camminando lungo le vie del centro, la cattedrale della Madonna Achiropita, costruita nell’XI sec. su una precedente cappella dell’VII sec. dove si trovava la sacra icona che rappresenta Maria col bambino. Questo affresco ha una storia particolare in quanto la leggenda racconta che il giorno successivo alla posa dell’icona dipinta da pittori del luogo, sia stata trovata al suo posto un’altra, quella che oggi viene venerata, di cui nessuno ha mai saputo l’origine, da qui il termine Achiropita che letteralmente significa “dipinto non da mano umana”. Entriamo nella chiesa a tre navate con le colonne e le pareti riccamente decorate e ci dirigiamo subito verso il lato sinistro della navata centrale dove circa a metà, addossata ad una colonna, si trova la nicchia con la sacra icona. Inoltre nella stessa cattedrale, all’interno della sacrestia si trova una copia, l’originale è in restauro a Roma, del famoso Codex Purpureus Rossanensis, un evangelario greco del V/VI sec. composto da 188 fogli in pergamena contenenti i vangeli di Matteo e Marco, testi vergati in oro e argento con 15 preziose miniature che illustrano momenti significativi della vita e della predicazione di Gesù. Per questioni di tempo non riusciamo a vederlo e ci consoliamo con il fatto che non è l’originale! La giornata è stata lunga e impegnativa e quindi ci avviamo verso il pullman per raggiungere il villaggio turistico. Qui salutiamo Giovanni il nostro autista che ci ha accompagnato fino a questo momento e che domani verrà sostituito da suo figlio Gennaro: un grazie e un grande applauso per la professionalità dimostrata e per la cortesia e gentilezza che ha sempre avuto nei nostri confronti. Anche Antonio ci lascia per questa notte, abita da queste parti e viene la moglie a prenderlo, ma domani sarà di nuovo con noi per accompagnarci nelle ultime due visite previste prima della partenza. Finita la cena, alcuni vanno a dormire, un bel gruppetto invece decide di andare sulla spiaggia. E’ tutto buio, non conosciamo il percorso e ci aiutiamo un po’ con la luce dei telefonini, soprattutto non sappiamo come fare per arrivarci, ma il fruscio delle onde che dolcemente scivolano sulla sabbia e la successiva leggera risacca ci guidano. Finalmente ci siamo e il silenzio che fino qui ci ha accompagnato viene interrotto: “dai, facciamo una foto, mettiamoci vicini!” Così facciamo, tra le risate perché qualcuno nel mettersi in ginocchio è caduto trascinando altri. Qualche foto, qualche battuta, qualche risata ancora e poi ci avviamo verso le nostre stanze. Il percorso ora è più facile perché si intravvedono le luci del residence. Stanchi, ma felici per questo fuori programma, andiamo tutti a dormire. Solo guardando le foto scopriamo chi c’era sulla spiaggia!!!!

SABATO 28 MAGGIO 2016 – 8° GIORNO



Ci troviamo tutti a colazione e puntuali come al solito ci avviamo verso il pullman che, guarda caso, tarda ad arrivare. Approfittiamo per dare un ultimo sguardo al villaggio vacanze che ci ha ospitato, ammiriamo ancora le piante fiorite e non, come bouganvilles, gelsomini, palme, melograni, cespugli vari che rendono ancora più gradevole il residence, oltre a due cavalli e due poni che pascolano nel recinto in attesa di cavalieri e amazzoni. Ci sono altre attrattive da vedere, ma ecco il pullman, carichiamo le valigie e si parte. Antonio oggi è accompagnato da Arnaldo, la guida che sarà con noi in questa ultima giornata calabrese. La prima tappa è l’Azienda Agricola Madeo nella piana di Sibari, la più grande pianura della Calabria. Tutta questa zona un tempo era paludosa, ma negli anni ’60 è stata bonificata e resa coltivabile, le acque del Crati e di altri torrenti che la attraversano la rendono molto fertile. E’ un susseguirsi di agrumeti, oliveti, alberi da frutto, campi di ortaggi e anche le risaie che per noi sono una sorpresa. Arriviamo all’Azienda Agricola Madeo, ci accolgono in una stanza allestita proprio per gli assaggi e sopra un tavolo troviamo i loro prodotti: marmellate di agrumi, di arance e peperoncino, confettura di fichi e liquirizia, crema e marmellata di peperoncino piccante, olio extravergine piccante e non, oltre al succo d’arancia spremuta al momento e di cui tutti assaporiamo la dolcezza. Nel 2009, ci spiega il titolare, l’azienda ha iniziato la conversione biologica e dal 2011 ha al proprio interno anche il laboratorio di trasformazione dei prodotti. Nello spazio di 24 ore, inoltre, ha la possibilità di recapitare i prodotti in tutta Italia, senza passaggi intermedi e senza soste nei magazzini, quindi clementine biologiche raccolte e spedite! Negli ultimi tempi, per incrementare il turismo, hanno creato un percorso cicloturistico che, passando in mezzo agli aranceti e agli oliveti, raggiunge le molte zone archeologiche dei dintorni. Facciamo una breve passeggiata tra gli aranci e il titolare cerca di soddisfare le curiosità di alcuni sulla potatura, gli innesti, l’irrigazione, i tempi di raccolta, ma è già tempo di ripartire: ci aspetta Altomonte, l’ultima tappa del nostro viaggio in Calabria. Percorriamo la cosiddetta strada delle terme, per la presenza di tre centri termali nei dintorni, e raggiungiamo Altomonte, un centro medioevale nel cuore della provincia di Cosenza, a 496 mt sul livello del mare, con una vista unica sui monti del Pollino e della Sila da una parte e sulla piana di Sibari e sul mar Ionio dall’altra. Ci fermiamo proprio accanto all’anfiteatro all’aperto ricavato da vecchie strutture in uno scenario particolare. Saliamo per vicoli stretti e raggiungiamo il centro storico che offre angoli caratteristici e case dai portali in pietra, è tutto molto curato, si nota che è un paese votato al turismo, ha una realtà accogliente e organizzata atta a ricevere visitatori: lo stesso castello una volta ristrutturato è stato trasformato in un ristorante a 5 stelle. Le varie dinastie feudali hanno arricchito la città di pregevoli opere d’arte e di monumenti come il castello dell’XI sec. di origine normanna, la torre del Pallotta con il museo Azzinari. Raggiungiamo infine la chiesa di Santa Maria della Consolazione del 1342 in stile gotico-angioino, ci fermiamo sulla piazza antistante la facciata principale e all’ombra di un maestoso albero ascoltiamo Antonio che spaziando nella storia di Altomonte ci affascina con il racconto delle varie vicissitudini passate fino allo splendore di oggi in massima parte voluto e dovuto all’ex sindaco e deputato Costantino Belluscio che è riuscito a trasmettere alla popolazione l’amore per il suo paese. La sua lungimiranza è stata compresa anche dalle istituzioni e ha creato un entusiasmo tale da mettere in atto tutte le azioni necessarie per il recupero e la ristrutturazione degli edifici, tanto che ora è considerato uno dei borghi medioevali più belli d’Italia ed è il primo ad aver ricevuto la bandiera arancione. I musei, la biblioteca civica, gli spettacoli teatrali all’aperto con artisti famosi, i concerti e i corsi di perfezionamento con maestri illustri fanno di Altomonte una vera e propria città d’arte. Ad un tratto dalla gelateria di fronte arriva un cameriere con un bicchiere d’acqua e la porge ad Antonio, un gesto gentile verso una persona molto conosciuta e stimata. Riprendiamo il discorso. La chiesa di Santa Maria della Consolazione è stata costruita su una preesistente cappella normanna di cui resta la torre. Sulla facciata notiamo un ampio rosone non perfettamente centrato sopra un bel portale. Accanto sorge l’ex-convento dei domenicani in cui è stato ospitato anche il filosofo Tommaso Campanella. Andiamo dapprima a visitare il museo, che si trova all’interno, passando attraverso il chiostro. In una sala sono raccolti strumenti musicali d’epoca, in un’altra delle opere di grande pregio tra cui “San Ladislao” tempera su tavola del 1326 di Simone Martini, due tavole di Bernardo Daddi con 4 figure di santi del 1328, due lastre in alabastro raffiguranti rispettivamente la vita di Gesù e la vita di Maria del 1300, un polittico con immagini della passione, un mobile di farmacia usato dai frati del 1500. Entriamo poi nella chiesa in stile normanno-gotico a croce latina con una navata e due cappelle laterali, un ampio transetto dove ammiriamo il coro ligneo del 1600. Nella cappella di destra vediamo, sempre pronto all’uso, l’arredo per i matrimoni, quasi ogni domenica ce n’è uno, ci dice infatti Arnaldo, vengono a sposarsi qui non solo dalla Calabria, ma da molte parti d’Italia e qualcuno perfino dall’estero, per questo è chiamato anche “Il paese de matrimoni”. Sempre sulla destra si trova il mausoleo in marmo della famiglia Sangineto, mentre sulla parete di sinistra, tutta bianca, un unico affresco raffigurante una santa. Usciamo dalla chiesa e sulla scalinata antistante facciamo alcune foto di gruppo: l’ambiente si presta a immortalare i ricordi più belli! Ripercorriamo i vicoli e scendiamo accanto all’anfiteatro dove si trova il pullman. Un ultimo saluto ad Altomonte e partiamo per dirigerci verso Lamezia. Strada facendo, ci fermiamo per il pranzo in un ristorante proprio lungo il percorso, meta, come vediamo, di gruppi turistici. Anche qui è subito pronto per noi e questa volta, oltre al brindisi iniziale, cantiamo il nostro festoso “la-la-la-la” per accomiatarci dalla Calabria e soprattutto per ringraziare e salutare Antonio, anzi per dirgli arrivederci perché lo attendiamo presto nel nostro Friuli. Di lui non dimenticheremo la professionalità, la competenza, l’autorevolezza, la disponibilità, la simpatia dimostrate in questi giorni che hanno contribuito a rendere indimenticabile il nostro viaggio in Calabria. Grazie Antonio! Un abbraccio e un saluto ancora e poi si parte per Lamezia Terme. Una volta giunti in aeroporto, salutiamo l’autista, una breve attesa e siamo già in volo. La serata è bella e possiamo vedere distintamente, oltre al mare la costa calabrese e campana, parte di quella laziale e siamo a Roma. Atterriamo dolcemente, entriamo in aeroporto e lo attraversiamo quasi tutto per raggiungere l’uscita per l’imbarco. E’ molto affollato, attendiamo un po’ e poi finalmente saliamo sull’aereo. C’è molto traffico sulla pista e ci mettiamo letteralmente in coda, alla fine arriva il nostro turno. E’ buio, dai finestrini si vedono solo le luci delle città che sorvoliamo, ma siamo già a Venezia! Atterriamo e andiamo a recuperare i bagagli, dobbiamo attendere un po’, ognuno prende la sua valigia, ne manca una… ma alla fine anche Rizieri trova la sua. Il pullman ci sta aspettando, carichiamo i bagagli e facciamo a ritroso il percorso dell’andata lasciando strada facendo i compagni di viaggio nelle loro destinazioni. Grandi saluti e un “a presto a tutti”! Arriviamo a Spilimbergo verso mezzanotte, siamo rimasti in pochi, ci salutiamo e saliamo in macchina per raggiungere le nostre case.

Nello stendere questo diario ho rivissuto, oserei dire momento per momento, il viaggio in Calabria. Rileggendo quello che ho scritto, malgrado tutti i miei limiti espositivi, mi pare di apprezzare ancora di più l’ottima organizzazione e la grande professionalità dell’Agenzia Flumen Viaggi nella persona di Luigia e dell’Agenzia calabrese Sybaris Tour, rappresentata da Antonio sia per la scelta dell’itinerario sia per quella degli Hotel e dei ristoranti. Hanno dimostrato di conoscere alla perfezione i dettami, le esigenze, i criteri, gli obiettivi che Gilberto ha posto, cosa che sempre fa prima di ogni viaggio. Il nostro capo-gruppo è preciso ed esigente, con se stesso innanzitutto, tutto deve essere curato nei minimi dettagli prima e durante: è in questo modo che riesce a trasformare un bel viaggio in un gran bel viaggio. Molti di noi non si conoscevano, ma strada facendo, siamo riusciti a creare un gruppo coeso che provava piacere semplicemente nello stare insieme, nello scambiarsi impressioni e nel condividere le esperienze. Ho potuto constatare che la Calabria è una terra ricca di potenzialità che si stanno evolvendo, non solo a livello naturalistico ed enogastronomico, ma anche archeologico, artistico e culturale tanto da poter soddisfare ogni tipo di turismo. I Calabresi sono cordiali, accoglienti e capaci di promuovere ciò che di buono e di bello c’è in questa terra per renderla sempre più ospitale e ricca di attrazioni e per uscire, al più presto, dal tunnel dell’ ‘ndrangheta che in troppi luoghi e situazioni ancora persiste e condiziona non solo il presente, ma anche il futuro.



Spero che, leggendo il mio diario, i miei compagni di viaggio rivivano piacevolmente la nostra settimana calabrese e quelli che non c’erano siano incuriositi a tal punto da andare a vedere con i propri occhi le bellezze di questa meravigliosa parte d’Italia.

Celestina con la preziosa collaborazione di Gemma




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