Vigilare navigando nelle rotte mediatiche



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Vigilare navigando nelle rotte mediatiche

Reggio Emilia, 17 settembre 2010

“We are such stuff

As dreams are made of;

and our little life

Is rounded with a sleepe”

(Shakespeare, La tempesta, IV, 1)

(“Siam fatti della stessa materia di cui son fatti i sogni, e la nostra piccola vita è circondata dal sonno”)

Queste parole, pronunciate da Prospero nella Tempesta di Shakespeare e vampirizzate da una recente pubblicità di automobili (che non a caso rimuove la seconda parte della citazione), ci richiamano il legame tra sogno e sonno, tra immersione in una condizione di assoluto abbandono all’immaginazione, alla fantasia, all’irrealtà e uno stato di totale passività, inattività e anche vulnerabilità, per quanto a volte piacevole. L’assenza di veglia, di consapevolezza, di intenzionalità genera uno stato di torpore che McLuhan chiama “narcosi”, e che ci rende incapaci di cogliere le opportunità dell’ambiente che ci circonda, scivolando invece in un adattamento supino alle sue caratteristiche. La narcosi, per McLuhan, ci rende servomeccanismi dei sistemi che noi stessi abbiamo costruito e ci trasforma in “idioti tecnologici”, talmente immersi in uno stato onirico ed euforico dove la tecnologia sembra realizzare magicamente tutti i nostri sogni da non renderci conto dei rischi che questo stesso ambiente comporta, né di saperne cogliere pienamente le opportunità, cosa che riesce solo se si è ben svegli.

Mai dunque come in questo momento in cui la tecnologia assume la funzione magica di realizzatrice immediata di sogni (come scriveva l’antropologo italiano Ernesto de Martino, la magia “azzera l’intervallo tra desiderio e realizzazione”) diventa importante vigilare.



Vigilare: un concetto da ripensare

Il gesuita francese Francois Varillon insisteva sulla necessità di “spezzare le parole”: soprattutto i termini che usiamo quotidianamente e rischiano di scivolare nella banalità e nell’automatismo, ma anche i termini che tendono a diventare desueti, o che subiscono processi di appropriazione da parte di persone e gruppi che li rendono immediatamente connotati, impoverendone la capacità di significare in modo “inclusivo”, vanno invece rigenerati, risvegliati nella loro ricchezza semantica, nella loro capacità di indicarci insieme un significato e una direzione, di dare alla nostra esperienza un nome e una forma, che ci aiutino a orientare in modo consapevole la nostra esistenza in mezzo a ciò che ci accade.

“Vigilare” è certamente uno di questi termini, che da un lato rischia di subire una contrazione riduttiva e una connotazione difensiva e limitante (suggerendo l’idea di una sorta di sentinella interiore che dà accesso solo a chi è autorizzato, che non lascia entrare il nuovo); dall’altro, rischia di essere liquidato come appartenente a un lessico esclusivamente religioso e quindi ormai “minoritario” ed estraneo alla cultura secolarizzata in cui siamo immersi, incapace di comunicare se non agli “addetti ai lavori”.

In realtà è esattamente il contrario: se questo termine si trova così spesso nelle Scritture e in particolare nel Vangelo (come in Lc 12, 35-40, o Mt 25, 13) è perché dice di un’esperienza profondamente umana, di una postura fondamentale per vivere appieno la nostra umanità: solo da svegli viviamo; nel sonno ci lasciamo vivere.

Nel significato etimologico di vigilare sono inclusi almeno tre significati, uno che indica uno stato e due, invece, relativi a un atteggiamento, che vale la pena richiamare prima di addentrarsi nelle considerazioni sull’ambiente mediatico.

Lo stato è, appunto, quello di veglia: bisogna essere svegli per vivere, per essere pronti ad agire o per decidere cosa fare di fronte alla realtà e alle persone che ci interpellano. E non basta avere gli occhi aperti per essere svegli, dato che il contesto culturale in cui siamo immersi, attraverso i tanti discorsi e le tante sollecitazioni sensoriali con cui ci bombarda (soprattutto attraverso i media) invita continuamente a quello che i sociologi chiamano daydreaming, un “sognare a occhi aperti” in cui diventa più reale il contenuto dell’immaginazione (un contenuto per lo più prefabbricato dai media e declinato in immagini di successo e affermazione personale, o possesso di beni di consumo – spesso tecnologici - capaci di accrescere lo status sociale…) rispetto alla realtà concreta circostante, o a quella che può essere immaginata sulla base di un progetto orientato a uno scopo non necessariamente individualistico. Si pensa, oggi, che per “sentire forte” (che è ormai diventato il criterio della verità: vero è ciò che mi tocca, come scrive il filosofo Jean Luc Nancy) sia necessario abbandonarsi alle sensazioni, e che la coscienza “raffreddi” le emozioni e limiti la capacità di sentire. E’ vero invece il contrario, come dimostra la rapidità con la quale, nella contemporaneità, l’immersione totale produce uno stato di “anestesia” che richiede di innalzare continuamente l’intensità delle sollecitazioni fino a renderle sempre più violente, o a ricorrere all’uso di sostanze per amplificare stimoli che perdono rapidamente la loro capacità di suscitare reazioni intense. E’ invece solo da svegli, anzi da “vigili”, che si riesce a essere veramente ricettivi, a cogliere e assaporare ciò che si sperimenta, ad acquisire le competenze e le capacità per saper apprezzare con maggior intensità ciò che rischia di sfuggire completamente a chi è totalmente immerso e, come direbbe McLuhan, “massaggiato”, dall’ambiente.

E questo è già il secondo significato, che implica una postura, una qualità della vigilanza: l’attenzione, la sensibilità, la capacità di perforare il velo di apparenze che paiono insignificanti. Vigilare significa “guardare con attenzione”: un guardare che non è solo degli occhi. E’ una paziente determinazione, capace di attesa senza distrazione o facile rinuncia, che implica una “ricettività attiva”; un ossimoro solo in apparenza, una di quelle verità paradossali di cui è pieno il vangelo: solo chi cerca trova, solo a chi chiede sarà dato, solo chi si dispone attivamente per ricevere, effettivamente riceve.

Il terzo significato è ancora più attivo: vigilare significa anche prendersi cura, custodire ciò che ci è apparso come importante, come bello, come prezioso per la nostra vita. Solo ciò che viene custodito può durare, perché l’oblio della nostra cultura basata sull’istantaneità tende a cancellare ogni cosa, lasciata indietro e poi dimenticata per inseguire le suggestioni di novità effimere a loro volta ben presto abbandonate. Vigilare non è solo prendersi cura di sé, prestare attenzione per non venire “contaminati” dall’ambiente spesso “inquinato” che ci circonda, ma anche e soprattutto sbilanciarsi verso gli altri, prendendosi a cuore soprattutto chi è più vulnerabile, o chi soffre; e non per un senso di possesso, per fare proselitismo o esigere gratitudine, ma per il rispetto del valore e della bellezza di ogni unicità, che va, appunto, incontrata e custodita.

Essere svegli, guardare con attenzione e prendersi cura sono dunque i significati del termine vigilare, che acquistano un valore nuovo nell’ambiente mediatizzato che ormai costituisce il nostro habitat naturale e quotidiano.

I media da strumento ad ambiente

Da diverso tempo si sta cercando di portare all’attenzione delle persone, da parte degli studiosi dei media ma anche della Chiesa, il fatto che si è ormai consumato definitivamente il passaggio dai media come strumenti da usare secondo scopi e funzioni a un ambiente mediatizzato in cui siamo perennemente immersi.

Lo strumento è infatti un “mezzo plasmato per uno scopo”. E’ un oggetto con una forma e una funzione precise, che viene usato quando serve e riposto quando non serve. I media, invece, non sono mai “deposti”: oggi viviamo in un perpetual contact, in un ambiente fortemente mediatizzato col quale interagiamo costantemente. Gli studiosi parlano di “condizione postmediale” proprio per indicare il fatto che i media non hanno più confini precisi né tra loro né con l’ambiente, e che la convergenza e la crossmedialità caratterizzano una situazione in cui i media sono letteralmente “sciolti” nell’ambiente.

In un certo senso, quindi, non possiamo sottrarci ai loro effetti. Come scriveva McLuhan, “Il punto è che ogni volta che usiamo un’estensione tecnologica di noi stessi, necessariamente la abbracciamo. Ogni volta che guardiamo la TV o leggiamo un libro, assorbiamo queste estensioni di noi stessi nel nostro sistema individuale, e sperimentiamo una automatica ‘chiusura’ o uno spostamento della percezione; non possiamo sfuggire a questo continuo abbraccio delle nostre tecnologie quotidiane, a meno che non sfuggiamo alle tecnologie stesse e ci ritiriamo in una caverna come eremiti”.

L’ambiente tende a essere invisibile: Etimologicamente, infatti, ambiens è “la materia fluida che gira intorno alla cosa, l’aria che la circonda”. E l’aria, appunto, è invisibile.

Questa consapevolezza fondamentale è una prima condizione della vigilanza: non siamo esposti ai media solo quando accendiamo la televisione o leggiamo il giornale, ma quando camminiamo per strada tra le immagini in movimento degli schermi urbani e i cartellini pubblicitari che ricoprono gli edifici, o quando facciamo la spesa al supermercato e sentiamo la musica che costituisce una costante degli ambienti commerciali (è provato che fa vendere di più), o quando ci isoliamo dal resto del mondo con le cuffie del nostro i-pod, o quando saturiamo ogni interstizio di inattività e di attesa mandando messaggi dal cellulare e così via. Questo diventa ancora più evidente con i nuovi media. Scrive infatti Eric McLuhan, figlio del celebre Marshall e continuatore dei suoi studi: “I nuovi media sono le nuove lingue della percezione, le loro grammatiche e sintassi, le loro alfabetizzazioni”.

Se in siamo consapevoli del fatto che i media sono il nostro ambiente (al quale quindi, in qualche modo, ci adattiamo) e non degli strumenti che usiamo quando ci servono difficilmente riusciamo a essere vigili, e il messaggio dei media diventa un “massaggio” narcotizzante che l’ambiente circostante esercita sulle nostre coscienze e la nostra capacità di tendere gli occhi aperti, di capire il nostro tempo. La consapevolezza è la condizione della comprensione, e quindi della libertà, come già riconosceva McLuhan:

“Comprendere è aver vinto mezza battaglia. Lo scopo fondamentale del mio lavoro è veicolare questo messaggio, che solo comprendendo come i media estendono l’essere umano, possiamo guadagnare controllo su di essi (…) Nessuno può sfuggire a questo attacco ambientale, perché, letteralmente, non c’è un posto dove nascondersi. Ma se riusciamo a diagnosticare cosa sta accadendo, possiamo ridurre la violenza del vento del cambiamento”.

Un cambiamento che, come già scriveva De Certeau alla fine degli anni ’60, rischia di modificare profondamente soprattutto quella dimensione centrale della vita umana che è la comunicazione, dato il rischio paradossale che accompagna le nuove possibilità tecnologiche: “la distribuzione della comunicazione aumenta, ma la sua realtà diminuisce”.

Vigilare nell’ambiente mediatizzato

La caratteristica fondamentale dell’ambiente mediatizzato contemporaneo è certamente l’esplosione del fenomeno dei social network, che segnano un passaggio cruciale dalla fase dei personal media (caratterizzata da consultazione, uso ludico, scaricamento di materiali) a quella dei social media (orientati alla condivisione e alla comunicazione).

Questa svolta relazionale del modo di “abitare” l’ambiente mediatizzato, in particolare quello digitale, è senz’altro una “buona notizia” dei nostri giorni, un segno di quell’umanizzazione della contemporaneità cui Benedetto XVI ci invita nella Caritas in Veritate. Rivela infatti un modo di utilizzare i diversi strumenti in senso integrato, facendoli interagire per facilitare il contatto, la comunicazione, la manutenzione di relazioni sempre più minacciate da un contesto sociale frammentato e da una complessità crescente della vita quotidiana. Tuttavia, per poter realizzare pienamente il potenziale umanizzante del nuovo ambiente digitale, è necessario essere consapevoli dei suoi rischi. E’ necessario imparare a vigilare.

Un discorso generale sui social network è difficile, poiché si tratta di spazi che vengono diversamente “abitati” da diverse “popolazioni”, e molto dipende dalla prospettiva in cui ci si pone. Se, da una parte, si può dire che i social network costituiscono un’estensione degli ambienti relazionali quotidiani e un territorio in cui poter mantenere vive relazioni che hanno poca occasione di beneficiare di una compresenza offline, anziché configurarsi come spazi “altri”, luoghi di doppiezza o anche semplicemente di totale evasione dalla realtà concreta, dall’altra è necessario tenere presente i diversi modi di abitare questi spazi da parte dei diversi soggetti. Da una ricerca recentemente conclusa (“Relazioni comunicative e affettive dei giovani nello scenario digitale”, su www.testimonidigitali.it) abbiamo potuto osservare come da un lato alcune variabili strutturali giochino un ruolo significativo sugli stili di presenza in rete (chi lavora, per esempio, dedica meno tempo in modo più finalizzato, mentre chi studia è sempre connesso tanto per sapere cosa succede; differenze significative si trovano anche tra chi vive in piccoli centri e grandi città, e persino tra Nord e Sud del Paese), dall’altro come l’età, che si accompagna a una certa posizione nella fase della vita oltre che a una diversa familiarità con le tecnologie, sia una discriminante importante.

Nella fascia di età analizzata dalla ricerca (18-24 anni), la dimensione relazionale è molto forte, e il desiderio di “essere-con” tende a prevalere sul narcisismo dell’”esserci”; casomai, occorre “vigilare” per non accontentarsi della banalità di un parlare che non tocca mai le questioni cruciali dell’esistenza per non creare conflitti (generando una sorta di effetto “spirale del silenzio” su temi come la religione, la politica, o su questioni che interpellano, come la sofferenza o la morte), o che si rifugia nelle nicchie omogenee per età, interessi, condizioni esistenziali, altre fasi della vita pongono problemi diversi.

La parola scambiata, che da un lato costruisce un luogo comune dove incontrarsi e sentirsi “a casa”, dove sperimentare un senso di compresenza che consente di affrontare le fatiche di un mondo iperindividualizzato, trae dalla sua dimensione “fatica” la forza di collante sociale, ma rischia di spezzare quella benefica tensione tra pathos e logos fuori della quale il linguaggio rischia di diventare afasico. Per articolare una parola che sia insieme empatica e capace di significare, rassicurante ma anche capace di dare forma e orientamento all’essere nel mondo, è necessario essere vigili: solo il guardare attentamente, il discernere, il prendersi cura consentono di emettere una parola in grado di comunicare e di evitare le derive del monologo solipsistico o di una immersione totalmente passiva nel massaggio dell’ambiente.

La rete è un mondo potenziato e depotenziato insieme: potenziato perché non ci sono limiti spaziali né temporali all’accesso (oggi da un cellulare è possibile connettersi ovunque) e si ha a disposizione una sorta di estensione potenzialmente illimitata dei nostri territori di esplorazione, esperienza, relazione. Depotenziato perché la mediazione dello schermo elimina dall’interazione tutti gli aspetti legati alla corporeità, rendendo i naviganti da un lato meno consapevoli dei pericoli dei nuovi territori, dall’altro più disposti a esporsi, proprio per la rassicurante mediazione della parola scritta e dell’immagine, che sembra offrire protezione o almeno minimizzare i rischi, portando a un “abbassamento” della soglia di vigilanza.

Il modo in cui la rete è entrata poi nei discorsi collettivi non aiuta all’atteggiamento della vigilanza: l’enfasi sulla virtualità ha contribuito a creare un immaginario di “irrealtà”, potenzialmente inoffensiva o portatrice di pericoli principalmente nella direzione di una “schizofrenia identitaria”, mentre, per quanto smaterializzata, la rete è tutt’altro che un ambiente irreale. Soprattutto, è un luogo di esperienza. Di questo non sempre si è consapevoli. In un testo ormai divenuto classico sul tema degli effetti dei media, (No sense of place: the impact of electronic media on social behavior, 1985) Joshua Meyrowitz notava come, attraverso la televisione, i bambini vedono che cos’è una guerra prima ancora di imparare ad attraversare la strada, e questo ha delle ripercussioni sul loro senso della realtà e su come, grazie a esperienze di questo tipo, si ridisegnano i confini tra l’infanzia e l’età adulta. Considerare la rete come “virtuale” nel senso di “irreale” è deresponsabilizzante e legittima atteggiamenti di sostituzione e doppiezza. Questo è ciò che accade per molti adulti, che usano la rete per fuggire da una realtà che sfugge al loro controllo o delude rispetto ai desideri.

Un atteggiamento vigile è però necessario soprattutto da parte, e nei confronti delle nuove generazioni, che vedono l’accesso al social network come una sorta di rito di iniziazione che consente l’ingresso nel mondo dei più grandi, ma in molti casi non hanno ancora la maturazione per valorizzare le potenzialità relazionali di questo ambiente. Intanto, il limite di età richiesto per l’iscrizione ai social network (che nel caso di face book, per esempio, è di 14 anni) viene spesso scavalcato, dato che l’unico criterio di accesso è quello dell’autodichiarazione. Fingersi più grandi è già un modo di entrare in quello spazio con il piede sbagliato, falsando dall’inizio la qualità delle relazioni. Più ancora che la possibilità di fare “brutti incontri”, è proprio il delicato processo di costruzione “pubblica” della propria identità a essere messo in gioco e a subire gli effetti di potenziale distorsione legati alle caratteristiche dell’ambiente. Già a partire dalla costruzione del proprio profilo si tenderà a quei processi che gli antropologi chiamano “esagerazione di identità”, forzando la rappresentazione di sé entro canoni di eccesso, per lo più ispirati ai modelli già circolanti in rete, e quindi in un certo senso omologanti: mai come quando si è insicuri, infatti, ci si appoggia paradossalmente a quello che fanno gli altri (magari estremizzandolo ulteriormente) per sentirsi unici. Lo stesso per lo “status”: per rendersi interessanti si raccontano di sé cose “estreme”, con il rischio di identificarsi nelle proprie costruzioni artefatte e comunque parziali, per lo più concentrate sull’esibizione del corpo. Tutto questo accade, a maggior ragione, quanto più si rarefanno le possibilità di trovare contesti di riconoscimento in cui sperimentare e costruire se stessi in una relazione di vicinanza e di intercorporeità.

Vigilare, invece, implica un’apertura dello sguardo sulla totalità della nostra esistenza, e anche sulla totalità delle possibilità che ci sono offerte; è anche preservare l’apertura all’infinito, come una di queste possibilità, anche per chi si sente lontano dal discorso religioso.

Riassumendo, dunque, la rete è un ambiente che per il suo carattere di interattività e la sua svolta relazionale non solo non ostacola quella postura antropologicamente fondamentale che è la vigilanza, ma può consentire nuove possibilità di svilupparla.

Intanto, vigilare non è un atto individuale. Ci si tiene svegli a vicenda, si veglia sull’altro che è in posizione di debolezza o fragilità, gli si dà un occhio per preservarlo dal male. Voler essere sotto gli occhi degli altri non necessariamente risponde a una spinta esibizionistica, ma può esprimere il desiderio di poter contare sull’appoggio e anche sul rimprovero di altri di cui ci fidiamo. I social network sono spazi di socializzazione, dei laboratori identitari in cui si sperimentano forme di sé sotto lo sguardo altrui. Meglio, dunque, se questo sguardo è vigile, che significa responsabile, capace di mettere il bene dell’altro davanti all’immediato vantaggio personale, di farsi carico dell’altro come essere in crescita nella sua globalità. Dare un occhio attento e prendersi cura sono atteggiamenti possibili sul social network dove il “monitoraggio reciproco” è una prassi comune, anche se spesso mancano i criteri di orientamento e si finisce per modellarsi su una sorta di “cybersenso comune” banalizzato.

Si tratta di spazi a bassa soglia di accesso, dove è facile farsi accettare nelle cerchie relazionali e dove è possibile incontrare e avvicinare persone che sarebbe difficile, quando non impossibile, incontrare nella vita quotidiana. Questa è una grande opportunità, anche per la Chiesa.

Vigilare non è dunque una postura difensiva da adottare per difendersi dai pericoli, ma prima di tutto uno stile da far proprio per poter vivere la rete come ambiente di esperienza e relazione autentica e responsabile, per quanto smaterializzata.

Questa postura implica anche il riconoscimento di un limite: la rete non può essere il nostro mondo, ma solo una sua estensione, che potenzia la nostra capacità di conoscere, agire, stare con altri, ma non basta in sè. L’orizzonte del web va tenuto aperto, per usare una metafora spaziale, “in avanti”, verso la concretezza dell’esistenza in cui siamo situati, e “in alto”, verso la trascendenza che fonda la nostra libertà, dandoci una prospettiva non schiacciata sull’immanenza e un’intensità non appiattita sull’immersione.

Vigilare implica anche saper accettare, e apprezzare, il vuoto e il silenzio. La saturazione di stimoli impedisce la vigilanza. Il vuoto, l’attesa la favoriscono. Occorre prestare molta attenzione per poter sentire la voce dell’altro nel brusio continuo dell’ambiente mediatizzato, e solo se si è capaci di vigilare si riesce a farlo.



Rotte mediatiche: vigilare, perché? Alcune piste di riflessione

Vigilare è dunque la condizione per liberarsi dal determinismo tecnologico, acquistando la consapevolezza che il mutamento è sempre più legato alle pratiche dei soggetti in relazione, piuttosto che dall’evoluzione della tecnologia e poter così realizzare pienamente la vocazione relazionale umana anche nell’ambiente mediatizzato in cui, come uomini e donne di oggi, ci è dato di vivere. La vigilanza ha che fare, come si è visto, con l’intenzionalità e la libertà. I nativi digitali rischiano di essere come i pesciolini che si muovono velocemente nell’acqua, senza però nessuna consapevolezza dell’ambiente, che solo il “pesce anziano”, pur nella maggior difficoltà di movimento, è in grado di possedere. Quindi la vigilanza è un concetto relazionale, che beneficia del rapporto tra le generazioni e, più in generale, tra le “alterità” che costituiscono la ricchezza del genere umano.

La condizione di elevata competenza tecnologica e la capacità di rispondere velocemente a una pluralità e varietà di stimoli, svolgendo più attività contemporaneamente (multitasking) è una modalità tipica dei giovani nativi digitali, che però attuano una sorta di attenzione-scanner, attenta a cogliere lo stimolo più forte o quello relativo solo a ciò che si sta già cercando, che è diversa dalla vigilanza, anche se, coltivata, può costituirne una precondizione facilitante. E’ una disposizione, una “skill” che va orientata, per produrre i suoi frutti. E l’orientamento passa attraverso la capacità di porre delle domande, più che offrire delle risposte preconfezionate.

Vigilare non è dunque il necessario atteggiamento da tenere in un ambiente minaccioso e irto di pericoli, ma la modalità che ci consente di coglierne appieno le opportunità. Tra queste:



  • L’opportunità di incontro e vicinanza: estendere gli spazi di esperienza e relazione, di conoscenza di sé e incontro con l’altro

  • La gestione della complessità e la manutenzione delle relazioni: ritessere la socialità e il “luoghi comuni” in un mondo frammentato e sfilacciato

  • La riflessività e la costruzione relazionale dell’identità: rigenerare l’esperienza e la riflessività attraverso il “giro lungo” della condivisione

  • La riattualizzazione della questione del senso (come significato e direzione)

  • La ricerca comune di una risposta al bisogno di realtà e di pienezza

  • La ricerca di nuove modalità di articolazione tra particolare-unico (testimonianza) e universale (verità)

Quest’ultimo aspetto è di particolare importanza, anche per un’azione pastorale.

Quella del testimone è una figura cruciale e paradigmatica per abitare la contemporaneità, almeno per due ragioni fondamentali.

La prima: perché il testimone è una figura relazionale, una individualità in connessione. Questa relazionalità va in due direzioni: una orizzontale, verso gli altri, a cui si testimonia ciò che si è conosciuto (nel senso più profondo e non solo intellettuale); e una verticale, rispetto alla verità che ci ha toccato, che abbiamo conosciuto, che non possiamo non cercare di comunicare, anche se questa scelta dipende solo dalla nostra libertà: nel testimone dovere e libertà, secondo la logica paradossale che è tipica del Vangelo, non solo non si escludono ma si definiscono reciprocamente.

La seconda ragione: perché la figura del testimone sintetizza le conquiste della modernità (l’individualismo, l’iniziativa, la libertà), liberandole però dalle derive patologiche cui già i giovani in rete mostrano di aver reagito. La testimonianza è una forma di “protagonismo debole”, in cui è fondamentale la libera assunzione di una responsabilità che non può che essere individuale, ma che non ha se stessa come suo termine ultimo e che “personalizza”, rendendolo più accessibile e rilevante per il singolo, il rapporto con la verità. Infatti, il testimone non parla con autorità ma con autorevolezza. E non è l’autorevolezza dell’esperto (basata su un sapere tecnico e settoriale), né quella dell’idolo di turno (basata sulla sua capacità, per lo più transitoria, di incarnare il sogno del successo mondano), ma quella di chi sa farsi mediatore tra la buona notizia che ha toccato la sua vita e le persone con le quali cerca di condividere questa esperienza, che le riguarda.

Il testimone si avvicina grazie alla rete, ma esce dalla sua “orizzontalità”, facendosi mediatore di livelli, ponte tra il finito e l’infinito, il particolare e l’universale, ciò che è presente e ciò che va ancora cercato. E’ questo tipo di autorevolezza che occorre oggi perseguire, aiutati dalle possibilità di avvicinamento che la rete offre.

Il web e la pastorale: anche la Chiesa deve vigilare

La rete offre una straordinaria opportunità per la Chiesa di parlare di se stessa senza mediazioni distorcenti, entrando in relazioni personalizzate anziché istituzionali; ma, soprattutto, di trasformare in “luogo teologico” un ambiente tecnologico. Nel “continente digitale” è infatti possibile avvicinare direttamente persone di diverse età e diverse culture, intercettandone i bisogni (di senso, di relazione) e proponendo una parola di speranza e un’occasione di incontro. Come ha scritto Benedetto XVI nel Messaggio per la 44a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali “Il mondo digitale, ponendo a disposizione mezzi che consentono una capacità di espressione pressoché illimitata, apre notevoli prospettive e attualizzazioni all’esortazione paolina: ‘guai a me se non annuncio il vangelo!’”.

Per poter cogliere questa possibilità, che non può essere un “optional” se si vuole portare la Parola “fino agli estremi confini della terra”, la Chiesa deve però fare alcuni sforzi: quello di imparare un linguaggio prima di tutto, per poter comunicare nel nuovo ambiente e raggiungere chi in esso si trova; quello di “decentramento nell’unità” in secondo luogo: educare alla testimonianza è un compito fondamentale, nell’ottica di formare “missionari digitali” che possano avvicinare i “nativi” sul loro terreno (non in un’ottica di colonizzazione, ma di proposta; non di “erogazione” di contenuti, ma di ascolto e di scambio). E questo significa avere fiducia nell’iniziativa, e nell’autonomia fedele anche dei laici. Di questa unità nella diversità, come scrive Benedetto XVI, la Chiesa è insieme segno e strumento (cfr CV, nn. 54).

Sempre nel messaggio per la 44° giornata delle comunicazioni sociali, Benedetto XVI scrive: “compito di chi, consacrato, opera nei media è quello di spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano e l’attenzione alle persone e ai loro veri bisogni spirituali; offrendo agli uomini che vivono questo nostro tempo digitale i segni necessari per riconoscere il Signore”.

Questo passaggio contiene alcuni aspetti importanti:

- Il sacerdote è il medium, la rete è l’ambiente che estende le possibilità di annuncio, perché consente di raggiungere facilmente, sul loro terreno, persone che magari non si avvicinerebbero a una chiesa. In quanto medium, il sacerdote è capace di ridurre la distanza tra la Chiesa e le persone, anche quelle che si sentono lontane da Dio; di “tradurre” la buona notizia in un linguaggio che la renda vicina alle persone, in una modalità comunicativa che sappia interpellare e coinvolgere e non solo rivolgersi alla ragione; di animare un ambiente che fa della “orizzontalità” decentrata la propria bandiera (con i rischi di dispersione e superficialità che ben si conoscono), aprendolo alla dimensione della verticalità, senza la quale anche la rete rischia di diventare autoreferenziale e vuota di senso.

- Il modello di mediazione del sacerdote è Cristo, che è il comunicatore perfetto, perché comunica il Padre attraverso se stesso, perché in lui medium e messaggio, verità e vita coincidono perfettamente. Questo significa che il sacerdote può farsi mediatore solo ”nella costante fedeltà al messaggio evangelico”: l’autorevolezza non viene, oggi meno che mai, dal ruolo, ma dalla capacità di offrire una testimonianza, di porsi come mediatore credibile.

- Il modello comunicativo è quello di Cristo: annuncio della buona notizia a partire dalle singole persone e dalle situazioni concrete della vita quotidiana, dove prendono forma le speranze e le delusioni (le parabole parlano di monete smarrite, di lampade cui manca l’olio, di viti che non danno frutto…). Un linguaggio astratto e intelletualistico non è appropriato per parlare di Dio, a maggior ragione oggi. Inoltre, Cristo propone e non impone: ha bisogno dell’ascolto, del “feed-back” (come Dio, nell’affresco della Cappella Sistina, ha bisogno che Adamo risponda al suo sguardo). Solo la libertà dell’essere umano può chiudere il circuito comunicativo. La comunicazione chiama alla conversione, non attraverso la dottrina, ma attraverso la comunione.

- Attraverso la riduzione della distanza che la rete consente, e attraverso la capacità di ascolto dei bisogni, il sacerdote può aiutare le persone a fare esperienza, prima ancora che a interpretarla. Nel mondo di oggi (ma lo diceva già Benjamin) c’è un deficit di esperienza, perché non si è più in grado di riflettere su ciò che accade, di trattenerlo, di lasciarsi trasformare. Sempre meno si è in grado anche di ascoltare e di ascoltarsi, di essere ricettivi per poter poi essere creativi. Fare esperienza significa sperimentare una “buona passività”, per poter poi rispondere al reale che ci provoca. Ma perché la nostra risposta non sia una mera reazione occorre un orientamento, un riferimento, molte volte un aiuto, che il sacerdote può offrire, anche attraverso la rete. Il sacerdote può aiutare le persone a cogliere la vita spirituale che magari non sanno di avere, ma che si manifesta a volte nelle paure, nelle ansie, oppure nella ricerca di qualcosa di più, nell’insoddisfazione, o a volte nello stupore, nella gratitudine, nella “ricerca di verità non caduche”. Il sacerdote, anche attraverso la rete, può aiutare le persone a liberare il desiderio di infinito che nella cultura contemporanea viene tradotto in ricerca di godimento attraverso il consumo (di oggetti, o di persone come oggetti), perché solo un desiderio liberato può consentire quell’incontro con Dio che ci si fa vicino, e che si realizza nella grazia: nella vita di ciascuno ci sono dei momenti di grazia che bisogna saper riconoscere, e che una volta riconosciuti ci aiutano nel cammino di conversione continua cui siamo chiamati.

La chiesa può essere nella rete perché è fortemente radicata nei territori; può smaterializzare i suoi interventi perché è profondamente incarnata nelle relazioni di prossimità e condivisione delle situazioni quotidiane, e molto meno di altri soggetti corre i rischio della “virtualizzazione”. Tuttavia, la sfida è proprio quella di avvicinare i lontani, suscitare e risvegliare la domanda di senso e pienezza, e offrire la disponibilità di un incontro rivolto alla totalità della persona, e non solo al suo sé virtuale.

E’ intercettando il bisogno di relazione, di essere ascoltati, di condividere che emerge chiaramente dalle pratiche digitali, anche se rischia di accontentarsi di risposte banali, che una pastorale giovanile, può svilupparsi: mostrando una capacità di autentico avvicinamento, che non può non passare per l’ascolto, e che può diventare la premessa di un incontro su un altro terreno; e portando una parola non solo ”fàtica”, ma piuttosto “poetica”: capace di costruire (poesia ha a che fare con la poiesis) in maniera evocativa e non intellettualistica, di riaccendere il desiderio di infinito e non solo consolare in modo rassicurante i bisogni relazionali, di aiutare i giovani a interpretare la loro esistenza alla luce di una Parola che è sempre nuova, e che parla della vera gratuità, quella che fonda tutte le altre. Una parola non solo capace di “intrattenere”, ma di unire nella fraternità, di risvegliare le domande sul senso (come significato e come direzione) delle nostre vite.

Farsi vicino è il movimento che la rete facilita. Farsi prossimo è il movimento possibile solo grazie a quella “tensione di comunione” che si può realizzare se cerchiamo di trasformare il mondo in “ambiente divino”, l’unico veramente degno di essere abitato dall’uomo:

“Stabiliamoci nelll’ambiente divino. Lo troveremo nella zona più intima delle anime, e nella parte più consistente della materia. Vi scopriremo, insieme alla confluenza di tutte le bellezze, il punto ultra-vivo, il punto ultra-sensibile, il punto ultra-attivo dell’universo, E, ad un tempo, sperimenteremo come si organizzi senza sforzo,nel profondo di noi stessi, la pienezza delle nostre capacità di agire e di adorare”.

E’ questo il mistero, inesauribile e sempre nuovo, che da “vigili” possiamo proporre ai dormienti con i loro sogni.








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