«vigilate, con la cintura ai fianchi e le lampade accese!» Un tema di attualità. «Vita e disciplina religiosa»



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«VIGILATE, CON LA CINTURA AI FIANCHI

E LE LAMPADE ACCESE!»

Un tema di attualità. - «Vita e disciplina religiosa». - Riluttanza al concetto di «disciplina». - Significato spirituale della «Regola di vita». - Le ragioni dell’Eucaristia. - Le esigenze della Professione religiosa. - Formare alla «libertà consacrata». - L’autorità è un servizio di animazione e governo. - Temi per un esame di coscienza. - Giuseppe e Maria.



Lettera pubblicata in ACG n. 348

Roma, 19 marzo 1994



Solennità di San Giuseppe
Cari confratelli,
sono appena rientrato dall’Etiopia dove ho visto con gioia una porzione viva e carica di speranza del nostro vasto Progetto-Africa. Impressiona assai convivere con i novizi e i giovani confratelli etiopi che assicurano il futuro del carisma di Don Bosco in questo grande Paese. C’è da rendere grazie a Dio e ai generosi missionari che vi lavorano con fedeltà ed entusiasmo.

A questa mia esperienza e motivo di speranza si aggiungeranno nei prossimi mesi altri due eventi portatori di forti stimoli di crescita: il Sinodo speciale dei Vescovi africani e la beatificazione della Figlia di Maria Ausiliatrice Suor Maddalena Caterina Morano.

— Il Sinodo africano avrà luogo a Roma nel mese di aprile. Nel suo documento di lavoro sono presentate le grandi linee pastorali di futuro per tutto il continente (inculturazione, dialogo ecumenico ed interreligioso, giustizia e pace — dignità della persona e promozione della donna —, e mezzi di comunicazione sociale). È da sottolineare in questo documento l’interesse per una più adeguata pastorale giovanile, dato che più del 40% dell’attuale popolazione dell’Africa e Madagascar ha meno di diciotto anni. Aspettiamo con particolare attenzione gli orientamenti al riguardo. Don Luciano Odorico, Consigliere generale per le nostre missioni, è stato scelto come uno dei periti al servizio del Sinodo.

— Suor Maddalena Morano sarà la prima beata FMA dopo la canonizzazione di Madre Mazzarello. Verrà beatificata a Catania il prossimo 30 aprile, durante la visita del Papa in quella storica città siciliana. Suor Maddalena è modello eminente di autentica vita salesiana iniziata dal contatto personale con Don Bosco e portatrice di una peculiare interiorità apostolica, sia nello stile di unione con Dio che nello spirito di iniziativa e nella operosità e magnanimità di visione. Ci riporta alle fonti del nostro carisma e ci stimola a rinnovarne l’ardore; è come se ci invitasse a fare del prossimo Sinodo sulla Vita consacrata, a ottobre, una specie di piattaforma di lancio per vivere con maggior fedeltà e coraggio l’eredità del nostro Fondatore.



1. Un tema di attualità
Il recente documento vaticano su La vita fraterna in comunità, assai concreto ed aggiornato, nel parlare del cammino di liberazione che conduce i religiosi alla comunione fraterna, sottolinea la necessità anche di un coraggioso impegno di rinunce e di fedeltà alle esigenze della propria professione religiosa: la trascuratezza in questo campo è deleteria. «È stato notato da più parti — si legge nel documento — che questo ha costituito uno dei punti deboli del periodo di rinnovamento di questi anni. Si sono accresciute le conoscenze, si sono indagati diversi aspetti della vita comune, ma si è badato meno all’impegno ascetico necessario e insostituibile per ogni liberazione, capace di fare di un gruppo di persone una fraternità cristiana. La comunione è un dono offerto che richiede anche una risposta, un paziente tirocinio e un combattimento, per superare lo spontaneismo e la mutevolezza dei desideri».1

Partendo anche da questo invito mi propongo di richiamare l’attenzione sul tema vitale della nostra ascesi sotto l’aspetto di «disciplina religiosa» e di approfondirne i contenuti.

Il titolo che ho dato alla circolare ricorda alcune espressioni significative di Paolo 2 e di Luca 3 quasi come avvertimento opportuno, oggi, per contestare con coscienza evangelica il clima culturale di permissivismo che ci circonda. È certamente utile e anche urgente considerare insieme l’importanza dell’ascesi per vivere il prezioso dono della consacrazione apostolica con autenticità.

2. «Vita e disciplina religiosa»
L’articolo 134 delle Costituzioni, nel descrivere il ruolo proprio del Vicario generale, non gli assegna un settore speciale come agli altri Consiglieri, ma affida a lui la cura di un aspetto globale di peculiare importanza nella nostra vita. Questo aspetto viene espresso con due termini che sono rapportati mutuamente e, quindi, non possono essere separati tra loro: la «vita consacrata» e la «disciplina religiosa».

Non sono da separare tra loro perché espressioni di una medesima realtà carismatica: quando infatti l’articolo della Regola si riferisce alla vita consacrata lo fa dall’ottica della disciplina religiosa; e quando si riferisce alla disciplina religiosa lo fa dall’ottica della vita consacrata. Così, da una parte, viene concretizzato un aspetto tipico della nostra vita di consacrati: quello di essere una prassi vissuta secondo una determinata Regola. E, dall’altra, si allarga positivamente il senso che si vuol dare al termine «disciplina» perché lo si riferisce all’autenticità della stessa vita religiosa.

Più che confondersi con il compito formativo assegnato specificamente al Consigliere per la formazione, l’impegno affidato al Vicario generale rinforza e integra la preoccupazione globale propria del Rettor Maggiorre (di cui appunto è Vicario) di «promuovere, in comunione con il Consiglio generale, la costante fedeltà dei soci al carisma salesiano».4

Proprio a partire dalle considerazioni sull’articolo 134 delle Costituzioni, nell’ultima sessione plenaria del Consiglio generale (conclusasi il 7 gennaio scorso) si è studiato, fra i vari temi, quello su «La vita e la disciplina religosa», chiedendo poi al Rettor Maggiore di riportare alcune conclusioni in una sua circolare.

Nelle sessioni plenarie del Consiglio generale, infatti, tra gli altri impegni, si sogliono approfondire anche alcuni temi di studio che servano a illuminare meglio l’animazione dei confratelli. I Consiglieri si dividono in piccole commissioni per una prima elaborazione del tema da portare poi nella riunione plenaria per avviarlo, insieme, verso conclusioni operative. Gli eventuali temi di studio vengono scelti dalle priorità emerse nei contatti con le Ispettorie e nelle analisi delle visite.

Ora, pur avendo constatato che, in genere, lo stato di salute della Congregazione nel campo della «vita e disciplina religiosa» è sufficientemente positivo (anche se ci sono, purtroppo, individui fuorviati e situazioni da migliorare), è sembrato che questo tema sia di particolare attualità.

I motivi che urgono a riflettere insieme, più che direttamente all’interno della Congregazione, sono da ricercare in un certo clima di inquinamento culturale: di permissivismo, di allentamento etico, di attenuazione della tensione carismatica, che sono cresciuti nella società attuale e che aprono la porta a un secolarismo assai pericoloso anche per gli Istituti di vita consacrata.

Scrive un autore al riguardo: «Alludo al rilassamento verificatosi in ambito di povertà, castità e obbedienza: voti oggi interpretati da più parti con criteri accentuatamente psicologici e sociologici, acculturati in maniera laicistica. Alludo ancora al confinamento che valori come preghiera personale, meditazione, ascesi, direzione spirituale, umiltà, servizio, stanno subendo da parte di una volontà troppo umana di autorealizzazione, di arrivismo, di autogestione, di protagonismo».5

È un clima che ci circonda, fatto di relativismo e anche di orizzonti semplicemente antropologici, che fa emergere come urgente e vitale per i Religiosi il tema della ascesi esigita dal proprio carisma.

3. Riluttanza al concetto di «disciplina»
Tra gli accelerati cambiamenti di questi ultimi decenni c’è anche quello di aver reso poco simpatici (o addirittura antipatici) al linguaggio corrente vari termini in uso tra i Religiosi; come, per es.: «mortificazione», «osservanza», «disciplina».

Il termine «mortificazione», secondo alcuni, sarebbe portatore di una antropologia dualista, ormai sorpassata, a detrimento del corpo.

Il termine «osservanza» sarebbe di sapore legalista ponendo al primo posto di considerazione non i valori, ma la norma. Il nostro stesso Commento al testo delle Costituzioni, considerando ciò che c’è di verità in questo riduttivismo, afferma: «Le nostre Costituzioni non intendono condurci in convento per vivere da “osservanti”, ma ci chiedono di “stare con Don Bosco” per essere “missionari dei giovani”»; 6 la qual cosa abbisogna di un’ascesi ancor più esigente.

E il termine «disciplina», che pur deriva da «discere» (imparare) ed evoca lo stato di «discepolo» che deve modellare la sua vita su un insegnamento e sulla corrispondente pratica,7 di fatto, lungo i secoli, ha visto restringersi e impoverirsi il proprio significato per arrivare ad indicare semplicemente delle norme regolamentari, e persino delle punizioni concrete, o gli stessi strumenti che si usavano per le flagellazioni ascetiche (così si diceva, ad esempio, dare o ricevere tanti colpi di disciplina!).

Evidentemente non è a tali restrizioni di significato che noi facciamo riferimento. Non parliamo di disciplina militare e neppure di disciplina semplicemente pedagogica o sportiva. Ci riferiamo all’ambito biblico del discepolo che sta in ascolto e segue il Cristo-Maestro per imparare da Lui come comportarsi e per adeguare lo stile della propria vita alle grandi esigenze del suo mistero.

Ricordiamo alcune affermazioni tanto espressive a favore dell’ascesi del discepolo; quella riportata dall’evangelista Luca: «Chi non porta la sua croce e mi segue non può essere mio discepolo»;8 quella

di Matteo: «Chi disubbidisce al più piccolo dei comandamenti e insegna agli altri a fare come lui, sarà il più piccolo nel Regno di Dio»;9 l’esortazione di San Pietro: «Succinte le reni del vostro spirito, siate temperanti, abbiate piena speranza»;10 di San Giovanni: «Da questo sappiamo di conoscere Lui, se osserviamo i suoi comandamenti»;11 di San Paolo: «Vigilate, state fermi nella fede, siate uomini, siate forti!».12

Si potrebbero moltiplicare le citazioni, ma queste sono già sufficienti per far capire il significato generale che noi diamo al tema.

Ci riferiamo a una concreta ascesi, a una vigilanza spirituale, a una Regola di vita, a una modalità concreta di discepolato.

4. Significato spirituale della «Regola di vita»
Quando noi parliamo di «consacrazione religiosa» ci collochiamo ben al di sopra di una semplice orbita legale o giuridica; entriamo nel concetto biblico di «Alleanza», personale e comunitaria, tra il Signore e noi. Egli ci inonda con la potenza e le ricchezze del suo Spirito, e noi ci doniamo a lui con radicalità. Ciò che promettiamo, però, supera, di per sé, le nostre capacità di fedeltà, e perciò ci impegniamo a seguire una determinata modalità o Regola di vita appoggiandoci alla potenza dello Spirito per metterla in pratica. Così leghiamo i grandi valori della consacrazione anche a determinate mediazioni normative che servono di sostegno, di difesa e di verifica quotidiana nell’attuazione del nostro specifico progetto di vita evangelica.

Nell’interessante «Introduzione» al Commento delle nostre Costituzioni si dice appunto che noi intendiamo per Regola di vita «non solo la descrizione della propria ispirazione evangelica, ma anche la normativa pratica della condotta religiosa, ossia un itinerario concreto di sequela del Signore con una “disciplina” spirituale e una particolare metodologia apostolica, che guida nell’esistenza quotidiana la condotta personale e comunitaria dei professi».13

Prescindere da tali mediazioni significherebbe vanificare ciò che promettiamo. Come si fa, per es., a vivere la radicalità dell’obbedienza, della povertà e della castità trascurando certe norme specifiche del nostro stile di vita?

Più che alla lettera di tali norme si guarda alle esigenze vitali della «grazia della consacrazione» che spingono e permeano lo sforzo di essere coerenti: la vera «osservanza religiosa» procede da un livello più alto e più convinto di quello di una semplice «osservanza legale».

A ragione, quindi, il Concilio Vaticano II e il posteriore magistero dei Papi hanno insistito sull’importanza di questo tema.

Nel proemio del decreto Perfectae caritatis si legge: «Ora lo stesso Concilio intende occuparsi della vita e della disciplina di quegli Istituti, i cui membri fanno professione di castità, di povertà e di obbedienza, e insieme provvedere alle loro necessità secondo le odierne esigenze».14 Nel testo, poi, la disciplina religiosa viene riferita all’osservanza fedele della Regola di vita.

Il Papa Paolo VI nella sua bella Esortazione apostolica Evangelica testificatio, accennando ai pericoli da superare nell’ambiente odierno, dice ai Religiosi: «Chi non vede tutto l’aiuto che vi offre il contesto fraterno di un’esistenza regolare, con le sue discipline di vita sempre più necessarie a chiunque “ritorna al suo cuore”, nel senso biblico della parola?».15

E più avanti: «Questo è il senso delle osservanze che segnano il ritmo della vostra vita quotidiana. Lungi dal considerarle sotto l’unico aspetto dell’obbligo di una regola, una coscienza vigile le giudica dai benefici che esse arrecano, in quanto assicurano una più grande pienezza spirituale. Bisogna affermarlo: le osservanze religiose richiedono, molto più che un’istruzione razionale o un’educazione della volontà, una vera iniziazione tendente a cristianizzare l’essere, fin nelle sue profondità, secondo le beatitudini evangeliche».16

Noi guardiamo alla disciplina religiosa proprio come a una mediazione indispensabile per «cristianizzare» il nostro essere.

Per capirne meglio le motivazioni possiamo guardare a due grandi poli di riferimento: l’Eucaristia e la Professione religiosa.



5. Le ragioni dell’Eucaristia
L’Eucaristia è certamente il momento più qualificato per cristianizzare il nostro essere. È lì che quotidianamente diveniamo «discepoli» sviluppando in noi gli stessi sentimenti di Cristo. Sappiamo che i primi seguaci di Gesù non apparvero inizialmente come speciali osservanti di una disciplina ascetica: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei Farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».17 Essi non appartenevano ormai all’Antico Testamento, quando il digiuno e la penitenza erano sostanzialmente una impetrazione della venuta del Messia; non ne avevano bisogno perché «lo Sposo era con loro». Ma dopo la Pasqua, nello scoprire la realtà di un «tempo della Chiesa» in cui si aspetta e si prepara la venuta definitiva del Signore nella Parusia, «verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo Sposo e allora digiuneranno».18

In questo tempo caratterizzato dalla dimensione escatologica, la disciplina ascetica non verrà abolita ma acquisterà una modalità e un senso nuovi, come testimonianza del vivere e del sentire con Cristo che dall’Eucaristia continua ad effondere la grazia dell’essere veri «discepoli» per affrontare le sfide dei tempi e vincere le iniziative del peccato.

Di fronte alle pratiche ascetiche del giudaismo e di altre religioni, il cristiano manifesta l’impegno ascetico con uno spirito nuovo anche se le pratiche possono sembrare uguali.

È, dunque, importante percepire la novità di questo spirito.

Nell’Eucaristia, che ci assimila a Cristo per costituire insieme il suo Corpo mistico nella storia, possiamo individuare facilmente le profonde ragioni dello spirito nuovo. Consideriamone due: la «filiazione divina» e la «solidarietà umana».

— la filiazione divina. Da una parte, Gesù è l’Unigenito del Padre; vive nella più alta comunione con Lui così da esprimerla, in quanto uomo, in una perfetta obbedienza, ossia in quell’amore filiale che è stato il dono totale di sé nel sacrificio del Calvario.

Il cuore umano di Gesù è quello dell’obbediente fino alla morte, ma lo è per l’intensità della sua filiazione e non per le pratiche legali: è il Figlio che si compiace intimamente nell’eseguire il progetto del Padre: «Padre mio, se è possibile, allontana da me questo calice di dolore! Però non si faccia come voglio io, ma come vuoi tu».19

— la solidarietà umana. Dall’altra parte, Gesù è il Secondo Adamo, fratello solidale di tutti gli uomini, loro rappresentante e capo davanti a Dio, è il Redentore che lotta contro il Maligno e si sente pienamente corresponsabile del peccato dei fratelli. Il peccato dell’uomo è assai grave se l’infinita misericordia del Padre non lo perdona se non attraverso la croce. Per la sua solidarietà radicale, il cuore di Gesù — anche se di Agnello innocente — considera missione propria e dovere inerente alla sua vera e radicale fraternità espiare il male della storia dell’uomo.

Queste due motivazioni di fondo rappresentano la novità del mistero dell’Incarnazione e quindi l’originalità della nuova Alleanza, in cui il farsi «discepolo» per «cristianizzare il proprio essere» comporta uno spirito nuovo in tutto l’ambito ascetico penitenziale. Nell’Eucaristia tutto è ordinato a farsi «discepolo» per nutrire nel cuore gli stessi sentimenti di Cristo, della sua filiazione divina («filii in Filio»!) e anche della sua solidarietà umana per essere corresponsabili con Lui nella Redenzione.

L’atteggiamento del vero «discepolo» (la sua «disciplina»!) è tutto inquadrato in un amore che è dono di sé nella filiazione obbediente al Padre e nella solidarietà redentrice dei peccati, soprattutto di quelli dei propri destinatari e fratelli.

La disciplina religiosa confrontata attentamente con il mistero eucaristico è una concreta mediazione per «cristianizzare» la nostra vita: non lascia posto alcuno a prescindenze ascetiche, a individualismi, a indipendenze arbitrarie, a meschine compensazioni contrarie alla radicalità dei consigli evangelici, a uno stile superficialmente mondano carente dello spirito delle beatitudini (Gesù non si è mai sognato di dire: «io la disciplina la vivo a modo mio!»).



6. Le esigenze della Professione religiosa
Un altro grande polo di riferimento per valorizzare la disciplina religiosa è, per noi, quello della Professione: «Le Costituzioni obbligano ogni socio in forza degli impegni assunti liberamente davanti alla Chiesa con la Professione religiosa».20

Vi abbiamo già accennato sopra e ne abbiamo parlato in due circolari: una dell’86 in preparazione alle celebrazioni del primo centenario della morte di Don Bosco,21 e l’altra dell’87 presentando il «Commento» alle Costituzioni.22

In rapporto alla Professione si possono considerare due aspetti particolarmente significativi: quello della consacrazione come «patto di Alleanza», e quello di una determinata prassi di vita che rappresenta la nostra «Carta d’identità nella Chiesa».

— La speciale consacrazione che ha luogo nella Professione religiosa unisce in un patto di mutua Alleanza l’iniziativa di Dio (che assicura l’assistenza e la potenza dello Spirito Santo) e il dono che di se stesso fa a Lui chi professa: è un patto definito da una missione specifica, da una determinata dimensione comunitaria e da una radicale pratica dei consigli evangelici.23

L’Alleanza comporta da parte di Dio la fedeltà indefettibile al suo gesto consacrante, e da parte nostra l’impegno a donare tutte le proprie forze 24 seguendo il progetto di vita evangelica del Fondatore (il «patriarca» della nostra Alleanza).

Si tratta di un patto totalmente libero, dove gli impegni che si assumono non sono di per sé obbligatori per tutti i fedeli, ma che diventano tali per i consacrati precisamente in forza del patto della Professione. Essa esige lealtà perché espressione concreta di un’amicizia voluta come indissolubile. Il religioso fa crescere la sua Alleanza esercitando quotidianamente la propria «libertà consacrata»; la consacrazione, infatti, allena e intensifica la libertà attraverso una peculiare disciplina evangelica. Ma dei rapporti tra libertà e disciplina diremo qualcosa più avanti; qui è sufficiente sottolineare che la Professione religiosa come patto di mutua amicizia comporta da parte nostra una vera «fedeltà all’impegno preso» quale «risposta sempre rinnovata alla speciale Alleanza che il Signore ha sancito con noi».25

Così la noncuranza della disciplina religiosa diviene, di fatto, un attentato contro la Professione e una slealtà all’amicizia che abbiamo iniziato pubblicamente con il Signore.

— La Carta d’identità che viene consegnata a chi fa la Professione, si suole chiamare Regola di vita: essa definisce sia le «ricchezze spirituali» del carisma del nostro Fondatore nella Chiesa, sia tutto «il progetto apostolico della nostra Società»,26 con disposizioni concrete circa le modalità di convivenza, le normative comunitarie, la formazione, la corresponsabilità nell’esercizio dei vari ruoli.

La formula stessa con cui si emette la Professione dichiara esplicitamente un impegno concreto: «secondo la via evangelica tracciata nelle Costituzioni salesiane».27 Le quali Costituzioni rappresentano «il nostro Codice fondamentale» completato dai «Regolamenti generali», dalle «deliberazioni del Capitolo Generale», dai «Direttori generali e ispettoriali» e da «altre decisioni delle competenti autorità».28

Così la Regola propone una concreta disciplina religiosa che guida effettivamente «la vita e l’azione delle comunità e dei confratelli» 29 in una pratica vissuta che è «molto di più di una semplice osservanza (legale): esige una fedeltà sorretta da testimonianza personale, da comunione di vita in casa, da inventiva pastorale che risponda alle sfide dei tempi, da coscienza di Chiesa locale e universale, da predilezione dell’attuale gioventù bisognosa, da un instancabile spirito di sacrificio per ogni giorno dell’anno».30

Perché facciamo della Regola la nostra «Carta d’identità nella Chiesa»? Perché essa è la descrizione autorevole, approvata dalla Sede Apostolica e professata dai confratelli, della specifica tipologia del carisma salesiano di Don Bosco.

Sappiamo che la Chiesa è, nel mondo, il «sacramento» universale di salvezza, ossia un segno visibile che comunica il suo mistero con determinate e percettibili modalità esistenziali. Nel Popolo di Dio sono innumerevoli le modalità attraverso cui viene significata la missione ecclesiale di salvezza, in un multiforme esercizio dell’unica santità; ai Religiosi, in particolare, corrisponde di testimoniare che il mondo non può essere salvato senza lo spirito delle beatitudini.

Ora i carismi di vita religiosa sono parecchi, ognuno con una sua peculiare prassi di vita, con la quale manifesta agli altri l’identità della propria vocazione e missione. La pratica delle indicazioni e disposizioni della Regola di vita entra così, globalmente, nell’ambito di quella caratteristica «sacramentale» della Chiesa con cui presenta al mondo il mistero di Cristo «o mentre Egli contempla sul monte, o annunzia il Regno di Dio alle turbe, o risana i malati e i feriti e converte a miglior vita i peccatori, o benedice i fanciulli e fa del bene a tutti, sempre obbediente alla volontà del Padre che lo ha mandato».31

Con la pratica della Regola di vita noi presentiamo visibilmente al mondo un aspetto ben definito della natura sacramentale della Chiesa, come «segno» universale di salvezza.

Evidentemente nella Regola di vita, secondo la complessità indicata nell’art. 191 delle nostre Costituzioni, si danno differenti livelli di riferimento alla disciplina religiosa, tanto da rendere possibile, in circostanze speciali, la dispensa temporanea, da parte dei superiori maggiori, «di singoli articoli disciplinari».32 Qui l’aggettivo «disciplinari» è preso in ristretto senso giuridico per indicare qualche norma concreta o una disposizione regolamentare che non tocca necessariamente il progetto stesso della nostra Carta d’identità.33

Queste eventuali eccezioni, però, non diminuiscono l’importanza globale della disciplina religiosa, ne confermano anzi la validità e il profondo significato teologale ed ecclesiale. Ce lo ricordano, con chiarezza e con convinzione trasmessa in famiglia di generazione in generazione, le parole iniziali del testo costituzionale: «Il libro della Regola è per noi Salesiani il testamento vivo di Don Bosco. Egli ci dice: “se mi avete amato in passato, continuate ad amarmi in avvenire con l’esatta osservanza delle nostre Costituzioni”».34

«Stare con Don Bosco» significa fare della Professione la fonte della nostra santità: «I confratelli che hanno vissuto e vivono in pienezza il progetto evangelico delle Costituzioni sono per noi stimolo e aiuto nel cammino della santificazione. La testimonianza di questa santità...è il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani».35

Così, la disciplina religiosa è per noi parte caratterizzante di quella indispensabile ascesi cristiana propria del «discepolo» che vuole partecipare vitalmente, come Don Bosco, al mistero del suo Maestro.



7. Formare alla libertà consacrata
La nostra libertà di discepoli è «consacrata», ossia, purificata, irrobustita dallo Spirito Santo ed elevata a maggiore autenticità umana. Forse è utile riflettere brevemente sui rapporti della libertà con la disciplina perché, a prima vista, ad alcuni possono sembrare quasi due poli in contrasto; qualcuno potrebbe dire: quanta più libertà, tanto meno disciplina; e quanto più disciplina, tanto minor libertà.

Molti considerano «libero» chi ha il potere di decidere sempre in modo autonomo secondo la propria volontà e i propri gusti, chi può scegliere e cambiare quando gli pare, chi è padrone delle proprie decisioni senza dipendere da altri. È questa, evidentemente, una caricatura, che non rispetta la realtà delle cose, anche se presenta degli aspetti veri.

Certo: la libertà è un valore fondamentale dell’uomo; merita un’attenzione privilegiata perché lo costituisce nel suo essere più profondo. La persona perfeziona se stessa attraverso le iniziative della libertà, ma con una coscienza retta illuminata dalla «verità» oggettiva ed un agire veramente libero, non schiavo di passioni, di ideologie, di ingiustizie, di condizionamenti o di malattie o di carenze nel proprio sviluppo.

«La libertà — afferma il Santo Padre nella Lettera alle famiglie — non può essere intesa come facoltà di fare qualsiasi cosa: essa significa dono di sé. Di più: significa interiore disciplina del dono. Nel concetto di dono non è iscritta soltanto la libera iniziativa del soggetto, ma anche la dimensione del dovere. Tutto ciò si realizza nella “comunione delle persone”. ... L’individualismo suppone un uso della libertà nel quale il soggetto fa ciò che vuole, “stabilendo” egli stesso “la verità” di ciò che gli piace o gli torna utile. Non ammette che altri “voglia” o esiga qualcosa da lui nel nome di una verità oggettiva. Non vuole “dare” ad un altro sulla base della verità, non vuole diventare un “dono sincero”. L’individualismo rimane pertanto egocentrico ed egoistico».36

Di fatto, la libertà umana ha numerosi limiti sia per natura, sia per la dimensione drammatica della sua stessa esistenza. In qualche modo appare sempre «prigioniera di se stessa» e il suo sviluppo in pienezza esige tutto uno sforzo di liberazione.

Il peccato, da una parte, costituisce una vera tragedia per la libertà; e, dall’altra, il voler raggiungere un traguardo e realizzare una missione esige di assicurare alla libertà determinati comportamenti anche più in là di certe inclinazioni naturali. C’è così una libertà «da» ciò che è freno ed oppressione da parte del peccato, e una libertà «per» raggiungere una meta, che esigono entrambe tutto un processo di liberazione e di rafforzamento da ottenere con impegno.

Entra così in rapporto con la libertà un tipo di disciplina che aiuti a realizzare un processo concreto di liberazione «da» e di liberazione «per».

La antinomia iniziale tra libertà e disciplina viene superata attraverso la mediazione della coscienza, che interiorizza la convenienza e la necessità della disciplina per poi attuarla nella libertà, come volontà propria e non come imposizione altrui. Per questo bisogna formare adeguatamente la coscienza circa il significato e gli apporti della disciplina; urge coltivare una formazione concreta all’ascesi, quella legata esistenzialmente al mistero eucaristico e alla consacrazione nella Professione religiosa. Se ripensiamo la nostra disciplina dall’ottica dell’Eucaristia e della Professione, si percepisce subito la sua ragionevolezza, la sua necessità e la sua originalità.

C’è oggi un pericolo di superficialità nella formazione della coscienza, quello di non dare importanza all’ascesi. Non si tratta di legarsi per ragioni di ascesi a una mentalità o a pratiche di altri tempi; né si pretende di formare a una specie di servilismo vicino all’ipocrisia. Si tratta invece di rendere concretamente praticabile il dono totale di sé nell’amore consacrato.

Certamente la disciplina senza libertà è inaccettabile, ma la libertà senza disciplina è arbitraria e deviante. Solo la coscienza è capace di promuovere una disciplina sorretta dalla libertà, così che non sia immobilismo conformista o una specie di fariseismo legale. Bisogna proprio costruire un equilibrio armonico tra libertà e disciplina (non, quindi, libertà o disciplina) per superare vitalmente l’insinuazione di una contrapposizione irriducibile tra le due.

Un autore scrive: «Gesù si pone dinanzi a Dio come essere obbediente e libero. In quanto figlio obbediente, egli adempie la volontà del Padre, seguendo ciecamente la legge che gli è imposta; in quanto essere libero aderisce a quella volontà per intima convinzione, in piena consapevolezza e con animo lieto; egli, per così dire, la ri-crea in se stesso. L’obbedienza senza libertà è schiavitù, la libertà senza obbedienza è arbitrio. L’obbedienza segue ciecamente, la libertà apre gli occhi. L’obbedienza agisce senza far domande, la libertà vuol sapere il significato di ciò che fa».37

Il «discepolo» guarda a Cristo («via, verità e vita!») come a modello di perfetta armonia tra obbedienza e libertà, concentra la formazione della propria coscienza su questo aspetto che è alla radice di tutta l’ascesi cristiana e, in quanto salesiano, si sforza quotidianamente di comporre la contraddizione apparente tra disciplina e libertà per vivere in fedeltà il progetto evangelico della sua Professione religiosa.

La lotta personale contro il male, contro le passioni e inclinazioni, contro l’invadente mentalità mondana (= libertà «da») e, d’altra parte, le esigenze della comunione con i confratelli in vista della progettazione per realizzare concretamente la missione salesiana (= libertà «per»), hanno bisogno di una costante ascesi e di una adeguata disciplina — una specie di allenamento quotidiano — portate avanti con coraggio e con volto ilare per evitare, da una parte, le infedeltà, gli individualismi, le superficialità del permissivismo, ecc., e, dall’altra, per promuovere insieme la peculiare Alleanza con Dio e la comune missione nella Chiesa.

Così la formazione di una coscienza di «discepolo» arricchirà il confratello con luci e stimoli che illuminano e guidano la libertà nella sua condizione di «consacrato», facendo proprie le esigenze ascetiche di una disciplina assunta e praticata per convinzione e volontà personale nell’armonia della vita comunitaria.



8. L’autorità è un servizio di animazione e governo
La maniera evangelica con cui abbiamo parlato della disciplina religiosa suppone ed esige mutua comunione tra i confratelli, frutto del rinnovamento sia dell’esercizio dell’autorità che della corresponsabilità nella pratica dell’obbedienza. L’assimilazione delle linee postconciliari di rinnovamento non si ottiene con semplici ordini dall’alto, bensì con una intelligente e costante opera di animazione che aiuti a formare convinzioni rinnovate. Il rapporto tra animazione e formazione permanente è la strada maestra per educare oggi ad essere veri «discepoli». Più che parlare di «superiore» e «sudditi», bisogna insistere sulla corresponsabilità di confratelli in mutua comunione e con funzioni complementari: «la comune vocazione comporta la partecipazione responsabile ed effettiva di tutti i membri alla vita e all’azione della comunità».38

Questo non toglie né l’azione di governo né l’atteggiamento di obbedienza, ma ne trasforma profondamente l’esercizio in un modo più condiviso e attivo.

Evidentemente c’è da formare la persona di ognuno per il proprio ruolo concreto in armonia con il ruolo degli altri, in particolare per ciò che riguarda il superiore. Fa problema, a volte, il notare una certa distanza con pregiudizi riguardo a colui che è portatore del servizio dell’autorità. Per svolgere questo ruolo non si cerca il «caporale», ma il pastore che è fratello amico e padre.

Purtroppo si scorge qua e là, in qualcuno, una certa sfasatura quanto all’esercizio del ruolo dell’autorità: una certa resistenza ad assumere incarichi o anche, poi, il prescindere dalle esigenze della responsabilità per cui si rinuncia a «promuovere la carità, a coordinare l’impegno di tutti, ad animare, orientare, decidere, correggere».39 E talvolta anche la noncuranza nel far funzionare adeguatamente gli organismi di partecipazione e corresponsabilità (consigli, assemblee, ecc.), o il lasciar passare la facilità con cui qualche confratello tende a liberarsi da alcuni adempimenti esplicitamente indicati (consultazioni, processo da seguire per le nomine, ecc.).

Certamente la mancanza di un retto esercizio dell’autorità influisce negativamente sulla disciplina religiosa. Un superiore che interpretasse il suo ruolo con una mentalità da «complessato», con una visione superficiale di democraticismo, ridurrebbe la comunità religiosa a una convivenza disorganizzata, facendole perdere la giusta direzione nella progettazione pastorale e la vitalità organica nella comunione; non influirebbe nel far evitare gli individualismi.

Ad ogni membro deve interessare il ruolo dell’altro e, in particolare, deve stare a cuore la funzione coordinatrice di chi esercita il servizio dell’autorità. È un mutuo indispensabile aiuto da far crescere in un clima di sincera fraternità. Lo sforzarsi, da parte di tutti, per coltivare un tale coordinamento è diventato una priorità di quella metodologia spirituale che fa delle comunità un nucleo di amici-fratelli dediti armonicamente a una stessa missione.

Fare comunità non è solo stare insieme, ma anche apprezzare e rendere complementari i ruoli gli uni degli altri, dando un posto privilegiato all’esercizio dell’autorità.

9. Temi per un esame di coscienza
L’argomento della disciplina religiosa non è astratto e vago. Esso si riferisce ad aspetti assai concreti, precisati dalla tradizione salesiana e dalla nostra Regola di vita. Vale dunque la pena, ogni tanto, di fare un esame di coscienza personale e uno scrutinio comunitario.

Indicherò, qui, alcuni temi generatori per un esame di coscienza su ciò che si riferisce alla nostra disciplina religiosa. Essi sono: a. la vigilanza ascetica della persona; b. la pratica dei consigli evangelici; c. le esigenze della vita comune; d. la corresponsabilità; e. il progetto educativo pastorale.


a. La vigilanza ascetica della persona.

La nostra vita spirituale ha sempre due aspetti complementari: essi non si identificano, ma non si separano mai; si accompagnano costantemente nello spazio di tutta l’esistenza. Sono: l’aspetto mistico e l’aspetto ascetico. Il primo è partecipazione viva al gioioso mistero dell’amore di Dio e del Cristo risorto; il secondo mette in vista lo sforzo redentivo di collaborazione con Cristo nella lotta contro il peccato; ed è indispensabile per far sì che il primo possa venir realizzato nella nostra condizione umana.

Preoccuparsi di assicurare la consistenza di questo secondo aspetto, che implica l’impegno della propria volontà, non costituisce affatto una specie di cedimento al pelagianesimo, ma è un prolungamento in noi di concrete esigenze storiche dell’incarnazione redentrice vissuta da Cristo.

Nella vita consacrata sempre si è data speciale importanza alla prassi ascetica, soprattutto tra i monaci (il «monastero» si chiamava anche «asceterio»). Certamente ci sono vari tipi di ascesi, non solo secondo i differenti carismi, ma anche in considerazione della concezione antropologica dei diversi tempi e culture.

Noi Salesiani abbiamo uno speciale carisma di vita apostolica e lo viviamo in un’ora in cui, secondo le scienze antropologiche, si può parlare di nuova tipologia culturale. L’ascesi della nostra spiritualità ha perciò una sua modalità specifica da curare e da intensificare oggi; e questo incomincia dalla persona di ognuno; dalle sue convinzioni, dalle sue riflessioni sullo spirito salesiano, dal suo confronto sincero con la Regola di vita.

Don Bosco «modello»40 lancia sprazzi di luce al riguardo.

Nel famoso sogno del Personaggio dei 10 diamanti 41 egli accenna alla nostra «mistica» nei diamanti collocati sul petto, centrati sul «da mihi animas», cioè sulla carità pastorale accompagnata da una forte vitalità delle altre due virtù teologali; e si sofferma attentamente sulla nostra «ascesi» nei diamanti del tergo e, soprattutto, nei due diamanti collocati sulle spalle che sostengono tutto il manto. Questi due diamanti fanno come da cerniera tra l’aspetto mistico e quello ascetico, traducendoli insieme nella vita quotidiana; sono: «il lavoro e la temperanza».

Non è qui il momento di svilupparne i ricchi contenuti, però, sì, di indicarne l’importanza spirituale: si tratta di un tema veramente fecondo per noi. L’articolo 18 delle Costituzioni offre una sintesi su cui condurre il nostro esame di coscienza al riguardo. Qui si vede subito che si tratta di una disciplina «spirituale», non misurata semplicemente dall’osservanza di una determinata norma; non si tratta infatti di un articolo semplicemente «disciplinare» — come dicevamo sopra — da cui si possa venir dispensati anche solo per eccezione, ma di una dimensione della santità salesiana.

Lo scrutinio da fare, dunque, si riferisce innanzitutto a un atteggiamento evangelico di fondo, su cui si potranno innestare anche delle norme concrete, magari anche piccole, ma che costituiscono lo spessore concreto del quotidiano.
b. La pratica dei consigli evangelici.

Un importante tema generatore di speciale vigilanza ascetica è quello della pratica dei tre consigli evangelici emessi come voti nella Professione religiosa: l’obbedienza, la povertà, la castità. Essi esprimono la radicalità con cui vogliamo essere «discepoli» del Signore.

Qui la grande disciplina religiosa si concretizza in atteggiamenti permanenti, ben determinati nella Regola di vita: «seguiamo Gesù Cristo e partecipiamo più strettamente al suo annientamento e alla sua vita nello Spirito».42

— l’obbedienza. Nel sogno del Personaggio dei 10 diamanti Don Bosco mette l’obbedienza al centro del quadrilatero a tergo; per noi religiosi di vita apostolica, con un carisma totalmente caratterizzato dalla missione, l’obbedienza ha una priorità che guida tutta la vita consacrata. Vale la pena di esaminarci attentamente considerando gli articoli della Regola che trattano di questo voto; con esso riviviamo — «con spirito libero e responsabile» — «l’obbedienza di Cristo, compiendo la missione che ci è affidata»; 43 mettiamo le nostre capacità e i doni che abbiamo «al servizio della missione comune»; 44 «invece di fare opere di penitenza — ci dice Don Bosco — fate quelle dell’obbedienza»; 45 e in tale ottica coltiviamo un colloquio fraterno con il superiore 46 per confrontare esistenzialmente la nostra fedeltà alla Professione e la maniera di realizzare la missione comune.

E il superiore, in un clima di famiglia,47 sarà «al centro della comunità, fratello tra fratelli, che riconoscono la sua responsabilità e autorità».48

Nell’attuale contesto culturale che circonda la volontà umana e la sua libertà con un clima di autorealizzazione, di autogestione, di protagonismo individuale, il discepolo di Cristo obbediente dovrà convincersi che deve perfezionare la sua libertà da consacrato; lo deve fare «personalmente», e non mai «individualisticamente».

Di qui l’importanza di un’obbedienza profondamente convinta, impegnando le «forze di intelligenza e di volontà, i doni di natura e di grazia».49

— la povertà del salesiano, quale «discepolo» del Cristo, ha un suo realismo assai pratico e anche una modalità originale di realizzazione. Abbiamo riflettuto su di essa in una recente circolare 50 approfondendo il progetto evangelico della nostra Regola di vita. Abbiamo anche indicato dei suggerimenti per uno «scrutinium paupertatis» (precisato con un appello dell’Economo generale in un intervento molto preciso); grazie a Dio, non poche comunità hanno già realizzato delle fruttuose verifiche al riguardo.

C’è qui tutta una grande disciplina religiosa — accompagnata da normative anche dettagliate — che assicura la radicalità della sequela del Signore.

Una povertà ricca di intraprendenza e di distacco del cuore, che colloca l’uso dei beni in forma generosa secondo la propria missione a servizio dei poveri. «Ricordatevi bene — ci dice Don Bosco — che quello che abbiamo non è nostro, ma dei poveri; guai a noi se non ne faremo buon uso».51

Non dimentichiamo quanto il nostro Padre ha lasciato scritto nel suo Testamento spirituale: «Quando cominceranno tra noi le comodità o le agiatezze, la nostra pia Società ha compiuto il suo corso».52

— la castità è, tra noi, «la virtù che si deve sommamente coltivare» (Don Bosco). «La nostra tradizione ha sempre considerato la castità una virtù irradiante, portatrice di uno speciale messaggio per l’educazione della gioventù».53

Essa comporta una disciplina personale e comunitaria non indifferente. La pratica della castità tocca, infatti, «inclinazioni tra le più profonde della natura umana»; 54 essa «libera e potenzia la nostra capacità di farci tutto a tutti. Sviluppa in noi il senso cristiano dei rapporti personali, favorisce vere amicizie e contribuisce a fare della comunità una famiglia».55

Noi sappiamo che i voti che professiamo costituiscono tre aspetti complementari di un unico atteggiamento di fondo: il dono totale di sé al Signore in vista della missione. Di fatto, dove si può sperimentare più concretamente la realtà e la totalità di questo dono è nella sincerità e gioia con cui viviamo il nostro celibato per il Regno: «i consigli evangelici, favorendo la purificazione del cuore e la libertà spirituale, rendono sollecita e feconda la nostra carità pastorale».56 Tanto più se pensiamo che un atteggiamento connaturale al Sistema Preventivo è quello di «farci amare» come segni e portatori dell’amore del Signore ai nostri destinatari. Unaccurato e continuato esame di coscienza al riguardo assicura la radicalità non solo della castità, ma anche della povertà e dell’obbedienza.

La disciplina della custodia del cuore è un aspetto ascetico fondamentale che difende e promuove l’Alleanza della consacrazione; è un aspetto religioso indispensabile da curare quotidianamente perché «la castità non è una conquista fatta una volta per sempre. Ha i suoi momenti di pace e i momenti di prova».57

Di qui la necessità di coltivare determinati atteggiamenti e di fare ricorso a mezzi pratici e appropriati in una società edonista caratterizzata dalla pseudoliberazione del sesso. C’è bisogno della massima sincerità con se stessi riguardo agli affetti e anche del coraggio di tagliare fin dall’inizio certe compensazioni devianti.

Le Costituzioni stesse ci offrono un quadro su cui esaminarci:

— vivere nel lavoro e nella temperanza;

— praticare la mortificazione e la custodia dei sensi;

— far uso discreto e prudente degli strumenti di comunicazione sociale;

— non trascurare i mezzi naturali che giovano alla salute fisica e mentale;

— intensificare l’unione con Dio nella preghiera;

— alimentare l’amore per Cristo alla mensa della Parola e dell’Eucaristia;

— frequentare sinceramente il sacramento della Riconciliazione;

— aprirsi a una guida spirituale;

— rifarsi costantemente all’esempio di Don Bosco;

— ricorrere con filiale fiducia a Maria Immacolata e Ausiliatrice.58
c. Le esigenze della vita comune.

La scelta comunitaria è elemento essenziale della nostra consacrazione religiosa. La comunità non è una cosa fatta, ma un compito da realizzare quotidianamente. Giustamente il recente documento vaticano dedica un capitolo alla «comunità religiosa luogo dove si diventa fratelli». La nostra comunità salesiana, poi, ha una sua originalità e un proprio stile, che bisogna saper conservare e incrementare. Ora la Regola di vita ci offre vari elementi importanti per il suo ordinamento specifico.

Con il CG23 si è indicato anche il «giorno della comunità», che può facilitare ogni tanto un accurato esame di coscienza su questo punto vitale.

I vincoli per vivere e lavorare insieme in fraterna comunione sono «la carità fraterna, la missione apostolica e la pratica dei consigli evangelici»,59 ossia le componenti stesse della nostra consacrazione 60 da assumere e curare «personalmente» — come già abbiamo detto — senza «individualismi».

La nostra comunità apostolica «si caratterizza per lo spirito di famiglia che anima tutti i momenti della sua vita: il lavoro e la preghiera, le refezioni e i tempi di distensione, gli incontri e le riunioni. In clima di fraterna amicizia ci comunichiamo gioie e dolori e condividiamo corresponsabilmente esperienze e progetti apostolici».61

In particolare c’è da rivedere e da assicurare la dimensione comunitaria della preghiera, così fondamentale e vitale per la costruzione di una comunità i cui vincoli non procedono né dalla carne né dal sangue.

Per costruire la comunità ci vuole senz’altro una metodologia che alleni alla bontà, al perdono, all’amicizia in casa, alle virtù sociali della convivenza, alla comunicazione, alla pratica dei consigli evangelici in rapporto alla comunità stessa; e che misuri la sua fraternità anche nella crescita di comunione con la Chiesa locale, con la Famiglia Salesiana e, in particolare, con i fedeli laici più vicini a noi.
d. La corresponsabilità.

La dimensione comunitaria della nostra disciplina religiosa deve saper far crescere quotidianamente la corresponsabilità. Il soggetto primo della missione salesiana è la comunità ispettoriale e locale; 62 c’è perciò da riflettere insieme e da rivedere insieme l’attività e l’efficacia della nostra presenza nel territorio.

Ci sarà quindi da fare un esame di coscienza circa l’esercizio dell’autorità e sul progetto apostolico della comunità. Ogni confratello deve sentirsi «membro» con funzioni complementari a quelle degli altri, in vera sintonia con il superiore: il quale è un membro che «opera corresponsabilmente per la missione apostolica».63

La corresponsabilità si traduce in partecipazione attiva e seria ai vari livelli in cui si estende la dimensione comunitaria: la vita e l’attività della casa, la partecipazione a determinati impegni e iniziative ispettoriali e anche la collaborazione sincera a speciali attività del Rettor Maggiore con il suo Consiglio (come, per es., la consultazione per la scelta dei responsabili di governo, Cost 123).

Sarà conveniente esaminare livello per livello, per promuovere e purificare la disciplina della corresponsabilità.
e. Il progetto educativo-pastorale.

Sembrerebbe, a prima vista, che la considerazione di un progetto operativo non entri nell’ambito di un esame di coscienza sulla nostra disciplina religiosa. E invece la tocca, sia perché nel progetto si concentra in gran parte la nostra volontà di rinnovamento, sia perché la disciplina stessa come atteggiamento spirituale non si riferisce solo a mettere in pratica delle norme ma anche a svegliare la creatività, lo spirito di iniziativa e la corresponsabilità in determinati spazi della nostra missione.

Noi, come abbiamo visto, siamo chiamati ad educare e ad evangelizzare comunitariamente; il CG23 ci ha ricordato in forma assai concreta gli impegni operativi della comunità,64 la quale deve presentarsi come un «segno di fede», una «scuola di fede» e un «centro di comunione e partecipazione», la qual cosa esige senz’altro dai confratelli non pochi atteggiamenti di disciplina spirituale, concretizzati in programmi adeguati di formazione permanente.

D’altra parte la messa in pratica dell’art. 31 delle Costituzioni per collaborare nella Chiesa alla nuova Evangelizzazione è guidata dalle indicazioni normative del secondo capitolo dei Regolamenti generali: gli articoli dal 4 al 10, che offrono un esigente panorama di revisione. Come far sì, per esempio, che la comunità sia davvero «nucleo animatore»65 della più vasta comunità educativo-pastorale?

L’elaborazione stessa del «progetto» richiede presenza e corresponsabilità, la quale poi si prolunga in un sincero e costante impegno di realizzazione e di revisione. Infatti la messa in atto del progetto esige disciplina di collaborazione: che ciascuno cioè adempia con dedizione e competenza la propria parte, che ne renda conto a chi di dovere, che non assuma indipendentemente dalla comunità (dal superiore) impegni che lo allontanano o lo limitano nella realizzazione del progetto.

In tal modo, l’accingersi a fare uno scrutinio aggiornato sulla nostra disciplina religiosa ci porta nel centro vivo del rinnovamento postconciliare dove, con l’approfondimento dell’indole propria del nostro carisma, si sono aperti orizzonti più vasti a tanti termini e concetti usati abitudinariamente in forma riduttiva, come «consacrazione», «missione», «comunità», «voti», «fraternità», «autorità», «formazione», ecc.; tra questi c’è anche il concetto di «disciplina» elevato al livello spirituale di attuare come «discepolo» convinto e fedele, impegnato a vivere e far crescere il carisma del Fondatore.

Quale sarebbe allora il pericolo di «indisciplina» oggi, per un confratello, per una comunità, per una Ispettoria, per la Congregazione?

Oltre alla non-osservanza di norme precise della Regola di vita, per es. riguardo alla pratica dei consigli evangelici, ci sarebbe da sottolineare la pigrizia o la trascuratezza nell’assumere le nuove orbite conciliari su cui ci hanno lanciato gli ultimi Capitoli Generali. Le razionalizzazioni per scusarsi della lentezza nel seguire le linee concrete di tale rinnovamento nascondono una carenza di atteggiamento da «discepolo» perché distratto da altre curiosità, o perché divenuto statico nelle abitudini, o perché affievolito nella comunione mondiale del proprio carisma.

Chi assimila le grandi linee rinnovatrici, collaudate ormai dalla rielaborata Regola di vita, testimonia delle convinzioni personali e comunitarie che si traducono in disciplina operativa.

10. Giuseppe e Maria
Concludiamo queste riflessioni sul valore della disciplina religiosa ricordando l’esempio di Giuseppe (nella cui festa ho concluso la circolare) e di Maria, e anche la testimonianza degli Apostoli.

Gesú ha ribaltato senza dubbio l’osservanza della Legge secondo i farisei; non l’ha però soppressa; l’ha portata a compimento: «Io non sono venuto per abolire, ma per portare alla perfezione. Chi disubbidisce al più piccolo dei comandamenti e insegna agli altri a fare come lui, sarà il più piccolo nel Regno di Dio. Chi invece mette in pratica tutti i comandamenti e li insegna agli altri, sarà grande nel Regno di Dio. Una cosa è certa: se non fate la volontà di Dio più seriamente di come fanno i farisei e i maestri della legge, voi non entrerete nel Regno di Dio».66

Non, dunque, la non-osservanza; ma neppure un’osservanza con falsa mentalità legalista. Gesù condanna severamente quest’ultima nei farisei e nei maestri della legge: «Guai a voi, ipocriti! Date in offerta al tempio la decima parte anche di piante aromatiche come la menta, l’aneto e il cumino; ma poi trascurate i punti più importanti della Legge di Dio: la giustizia, la misericordia e la fedeltà».67

Il vero significato dell’osservanza della Legge lo possiamo ammirare in Giuseppe e Maria che si recano al tempio per la purificazione e la presentazione del primogenito.68 La ragione immediata di questo gesto data dall’agiografo è la prescrizione della Legge. Ma ciò si tramuta, di fatto, in una mediazione provvidenziale che fa intravedere la insondabile realtà della Nuova Alleanza. L’osservanza della Legge risulta al servizio di valori superiori che fanno scoprire a Giuseppe e Maria un panorama di grazia: il mistero del tempio e l’inizio di una nuova liturgia; la gioia profetica di Simeone e di Anna, grati a Dio per la fedeltà alla Promessa, che divengono proclamatori della sua realizzazione in una nuova Alleanza; la misteriosa prospettiva sacrificale nel futuro della vita di Gesù, insita nell’offerta di questo primogenito (il primogenito era considerato il memoriale della liberazione dalla schiavitù) il quale porterà a compimento la storia della salvezza, un’ulteriore speciale manifestazione dall’alto per dare un senso specialisssimo all’esistenza di Maria e di Giuseppe scelti a curare con solerte affetto Colui che sarà la luce dei popoli e la meta agognata di tutta la travagliata avventura umana.

La lettura meditata di questo evento di osservanza della legge può servire a illuminare le nuove prospettive di tutta la disciplina cristiana. Ricordavamo sopra la strana meraviglia di alcuni osservatori contemporanei di Gesù che, nel vedere i discepoli di Giovanni e quelli dei farisei fare digiuno mentre quelli di Gesù non lo facevano, gli chiedevano il perché. E la risposta accennò alla presenza dello Sposo;69 era l’ora del passaggio dall’Antica alla Nuova Alleanza, e «il vino nuovo non si mette in otri vecchi».70

Nella Nuova Alleanza c’è un altro tipo di obbedienza a Dio e di esercizio ascetico assai più coinvolgente e radicale. Gesù stesso lo ha insegnato e lo ha vissuto fino all’effusione del suo sangue.

Nella presentazione del bambino Gesù al tempio tutto è prospettato in un’orbita sacrificale: l’oblazione di sé a Dio in atteggiamento filiale. Ciò comporta necessariamente un atteggiamento permanente di ascesi contro ogni egoismo, che oltrepassa le norme legali ma le include e le santifica coinvolgendo anche le disposizioni disciplinari proprie di un genuino progetto di discepolato. L’orbita sacrificale della vita cristiana fa che ognuno prenda la sua croce per seguire davvero Gesù.

Gli Apostoli hanno capito alla perfezione il senso concreto di essere discepoli e hanno portato la loro testimonianza fino al martirio.

San Paolo ha approfondito la necessità di questo atteggiamento ascetico anche a causa della presenza in ognuno del vecchio Adamo: desideriamo il bene, ma poi non lo compiamo; tuttavia «siamo impegnati non a seguire la voce del nostro egoismo, ma quella dello Spirito».71

Perciò l’Apostolo esorta i fedeli a impegnarsi come atleti che corrono nello stadio; per vincere bisogna allenarsi: «voi sapete che tutti gli atleti, durante i loro allenamenti, si sottopongono a una rigida disciplina. Essi l’accettano per avere in premio una corona che presto appassisce; noi invece lo facciamo per avere una corona che durerà sempre. Perciò io mi comporto come uno che corre per raggiungere il traguardo, e come un pugile che non tira colpi a vuoto. Mi sottopongo a dura disciplina e cerco di dominarmi per non essere squalificato proprio io che ho predicato agli altri».72

Nella vita della Chiesa questo atteggiamento è stato sempre vivo. In particolare nella plurisecolare esperienza della vita religiosa la prassi ascetica, confermata espressamente da una Regola di vita adattata ai singoli carismi, è un aspetto costitutivo della sequela del Cristo. La validità e l’importanza dell’osservanza non è calcolata con la misura del peccato, ma con quella della coerenza del discepolo che ama. Le Costituzioni rinnovate non finiscono più, come un tempo, con un articolo dedicato a dichiarare, con preoccupazione legale discutibile, che «le presenti regole per sé non obbligano sotto pena di peccato», bensì sottolineano la concreta «Alleanza» della professione e le sue esigenze di fedeltà. L’Alleanza implica, da parte di Dio, il dono della grazia della consacrazione; essa dà la forza che rende possibile la pratica integrale della Regola di vita. E, da parte del consacrato, comporta l’offerta totale di sé, non semplicemente con l’emissione dei voti, ma con l’assunzione globale di tutto il progetto evangelico del Fondatore. Giustamente il testo della Regola ora termina così: «meditiamo (le Costituzioni) nella fede e ci impegniamo a praticarle: esse sono per noi, discepoli del Signore, una via che conduce all’Amore».73

È una via collaudata da tanti confratelli santi e autenticata dalla specifica autorità della Sede Apostolica.

Che lo Spirito del Signore ci aiuti a capire tutto il rinnovamento portato dal Concilio Vaticano II circa la vita religiosa oggi; esso verrà certamente approfondito e rilanciato dal prossimo Sinodo ordinario di ottobre.

L’invito fatto con questa circolare a riflettere sulla disciplina religiosa ci porti a maggior serietà d’impegno, a più cosciente corresponsabilità e a più gioiosa comunione di vita.

L’Ausiliatrice, con la sua solerzia materna, ottenga per noi l’intensificazione della speciale Alleanza che abbiamo con il Signore, facendoci più coerenti e generosi anche nella pratica dell’ascesi salesiana.

Un cordiale saluto a tutti in unione di preghiere.

Cordialmente in Don Bosco,

D. Egidio Viganò


NOTE LETTERA 59
La vita fraterna in comunità, Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, n. 23

2 cf. 1 Cor 16, 13

3 Lc 12, 35

4 Cost 126

5 VALENTINO BOSCO, Per una vita consacrata in difficoltà: strategia di governo, LDC Torino 1992, pag. 104

Il Progetto di vita dei Salesiani di Don Bosco, Roma 1986, pag. 29

7 cf. ACG n. 293, 1979, circolare sulla Disciplina religiosa

8 Lc 14, 27

09 Mt 5, 19

10 1 Pt 1, 13

11 1 Gv 2, 3

12 1 Co 16, 13



13 Il Progetto di vita dei Salesiani di Don Bosco, Roma 1986, pag. 26

14 PC 1


15 ET 34

16 ET 36


17 Mc 2, 18

18 Mc 2, 20

19 Mt 26, 39

20 Cost 193

21 cf. ACG n. 319

22 cf. ACG n. 320

23 cf. Cost 3

24 cf. Cost 24

25 Cost 195

26 Cost 192

27 Cost 24

28 Cost 191

29 ib.

30 Il Progetto di vita dei Salesiani di Don Bosco, Roma 1986, pag. 29



31 LG 46

32 Cost 193

33 Vale la pena leggere l’intero commento all’art. 193: Il Progetto di vita dei Salesiani di Don Bosco, Roma 1986, pag. 936-939

34 Cost Proemio

35 Cost 25

36 GIOVANNI PAOLO II, Lettera alle famiglie, 14

37 D. BONHOEFFER, Etica, Bompiani Milano 1969, pag. 211-212

38 Cost 123

39 Cost 121

40 cf. Cost 21

41 cf. ACS n. 300

42 Cost 60

43 Cost 64

44 Cost 69

45 Cost 71

46 cf. Cost 70

47 cf. Cost 16

48 Cost 55

49 Cost 67

50 cf. ACG n. 345

51 Cost 79

52 Costituzioni della Società di san Francesco di Sales, Roma 1984, pag. 257

53 Cost 81

54 Cost 82

55 Cost 83

56 Cost 61

57 Cost 84

58 cf. ib.

59 Cost 50

60 cf. Cost 3

61 Cost 51

62 cf. Cost 44

63 Cost 175

64 CG23 n. 215 e ss

65 Reg 5

66 Mt 5, 17; 19-20

67 Mt 23, 23

68 cf. Lc 2, 22-24

69 cf. Mc 2, 18 ss

70 Mt 9, 17

71 Rm 8, 12

72 1 Cor 9, 25-27



73 Cost 196




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