Vita di san Barbato vescovo di Benevento, srl



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26.01.2018
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Al tempo in cui Grimoaldo teneva le redini del regno longobardo e suo figlio Romualdo governava i Sanniti, un insigne sacerdote di nome Barbato, come si racconta, per volontà del Redentore fiorì a Benevento, famoso per le sue azioni e corrusco di gloria. In quei giorni, sebbene i Longobardi fossero stati lavati dall’onda del sacro battesimo, tuttavia, mantenendo essi i riti antichi del paganesimo, dato che avevano una mente bestiale, piegavano il collo che debitamente avrebbero dovuto piegare davanti al loro Creatore, davanti al simulacro di una bestia, chiamata vipera. Inoltre, non lontano dalle mura di Benevento, nei giorni solenni, adoravano un albero sacro, al quale sospendevano una pelle di animale; [allora] tutti quelli che erano presenti voltavano le spalle all’albero e cavalcavano il più velocemente possibile, spronando a sangue i cavalli, per superarsi l’uno con l’altro; poi, tornati indietro nel loro tragitto, strappavano la pelle con le mani e una volta fattala a pezzi ne prendevano superstiziosamente un piccolo pezzo da mangiare. E poiché lì scioglievano i loro stolti voti, da questo fatto dettero nome a quel luogo Voto, così come è chiamato ancora oggi.

Vita di san Barbato vescovo di Benevento, SRL.



economia altomedievale
CONCETTI BASE

La società contemporanea è l'unica in cui la moneta come strumento di scambio e le leggi della domanda e dell'offerta che si confrontano in un mercato astratto sono davvero egemoni

Nelle società premoderne (pre-industriali?) non c'è nessuno spazio per le leggi della teoria economica contemporanea (della domanda, dell' offerta, dei costi e del profitto)
Non sono solo queste leggi che governano l’organizzazione sociale (neanche nelle società contemporanee!)
Nelle società pre-moderne (pre-industriali) riscontriamo sempre una situazione mista:


  • ci sono circuiti di scambio di beni mediati dal denaro

  • ci sono circuiti di scambio di beni NON mediati dal denaro, nei quali la contropartita è qualche cosa di immateriale, che serve all’integrazione sociale e a tenere insieme una società

LA CRISI
L’impero romano era un impero basato sul commercio e sulla circolazione dei beni tra le diverse aree del Mediterraneo


(anche se si c’erano ampie zone di economia “naturale” o meglio di economia che si reggeva su scambi non mediati dal denaro)

Inoltre era basato su un’economia “di stato”:

Quando scompaiono le strutture dell’impero, cioè sostanzialmente l’esercito e la burocrazia, la domanda economica (di generi alimentari, di manufatti come le armi, di lavori pubblici come le strade, ecc.) crolla; a livello locale crolla la domanda sorretta dai ceti dirigenti delle città)
La crisi e la regressione economica e commerciale in

Occidente è già in atto in età romano-germanica


i traffici mediterranei sono in costante declino nel V

secolo, ma non sono interrotti del tutto (tesi Pirenne)

divaricazione dell'evoluzione interna fra impero

d'oriente e impero d'occidente.


IL CAMBIAMENTO
Il commercio in senso moderno (scambio mediato dalla

moneta e/oda un intermediario specializzato) ha una

funzione solo secondaria nella circolazione dei beni in età altomedievale
I germani (o meglio, le popolazioni che definiamo “germani”) lasciano disgregare il circuito tassazione -

coniazione, estraneo alla loro cultura


Hanno modelli economici nei quali il denaro non è centrale, anche se ovviamente conoscono il denaro
ideologia della libertà da ogni onere del guerriero franco, disponibilità larga a favorire le chiese: ideale dello spreco e dl dono, cultura del dono e della preda)

Molto importante è la gamma di pratiche sociali legate al “dono”


I rapporti fra l’antropologia culturale e la storia (Marcel Mauss, “Saggio sul dono”, anni Venti del Novecento)
(nelle relazioni fra gli uomini - un capo e i suoi

gregari, ecc.)


Il mondo altomedievale non è dominato da un' economia chiusa del baratto rurale e dell' autarchia. Ma da un'economia 'aperta' del dono e del saccheggio, della guerra, che schiaccia l'antico spazio del mercato

In ogni caso molte cose cambiano



Italia

In Italia: Drastica riduzione delle rendite aristocratiche; Separazione della campagna dalla città


Le strutture di mercato crollano con la fine dello stato e

la divisione longobardo-bizantina



LA RIPRESA CAROLINGIA

Quando la coniazione viene trasformata da oro in -.. argento si innesca fra VIII e IX secolo il meccanismo che contribuisce al superamento dell'economia e della stagnazione altomedievale e barbarica, aprendo la strada alla pressione signorile sulla rendita fondiaria e alla ricomparsa di una logica del guadagno monetario nei secoli XI e soprattutto XII

Oggi si pensa a un lungo periodo di crescita, dall'VIII al XIII secolo
e non si pensa più ad un discorsò di take-off, di decollo immediato, di rivoluzioni agricole immediate o palingenetiche (la paura dell'anno 1000, oppure la

diffusione di questo o quel ritrovato tecnico o di quella

. 'invenzione')
Si pensa a una lenta crescita demografica delle campagne, che mette a frutto risorse abbondanti e sottoutilizzate il sistema economico era lontano dal suo limite
Il modello malthusiano vale solo per la fase finale dello sviluppo dell'Occidente, prima della frattura del Trecento
modello malthusiano: ogni aumento della popolazione, spingendo alla coltivazione di terre marginali, determina una caduta della produzione e pro capite e una contrazione [carestia - crisi di mortalità] che porta all' equilibrio

iniziale).


Ma questo modello è valido solo per società demograficamente sature, vicine al limite
I CAMBIAMENTI DELLA MENTALITA’ NEL SECOLO XII
Nuove concezioni economiche

Solo nel XII secolo si può parlare di comparsa della mentalità del profitto

Impotenza della teologia e spiritualità monastica di fronte al



nuovo mondo

Incapacità culturale da parte di persone avvezze ad un mondo austero, stabile, di cogliere il nuovo



Uno sguardo più ravvicinato

L'organizzazione economica dello spazio terrestre che emerge in Occidente dal progressivo deperimento del mondo tardo-romano e dal generale rimodellamento (demografico, etnico, linguistico, ecc.) conseguente alle migrazioni, conserva impronte del passato accanto a caratteri propri delle nuove popolazioni insediatesi all'interno dell'Impero. Sicché è possibile operare una ripartizione del mondo occidentale in due tipologie socio-economiche alla cui base v'è una distinta natura (economica e giuridica) attribuita al fattore terra.

1) La villa
Centro di produzione (agricola e artigianale) e di vita associata, la villa è espressione della volontà di conservazione dei popoli della penisola italica e della Gallia meridionale sconvolti dal disfacimento della società romana. Sotto il profilo economico-produttivo la villa risulta scomponibile in due parti:
a) la "pars dominica", vasta proprietà padronale costituita da campi coltivati, pascoli e boschi per il cui sfruttamento viene utilizzato il lavoro dei servi;
b) la "pars massaricia", formata da piccoli appezzamenti di terreno concessi, dietro riscossione di un canone in natura, a coloni legati alla terra (adscripti glebae).

Accanto alle ville padronali trova spazio anche la proprietà privata di liberi contadini che dalla coltivazione del loro fondo traggono il sostentamento vitale.

2) Il villaggio germanico originario

Di origine molto remota, la comunità di villaggio con proprietà collettiva della terra, è l'organizzazione primitiva dei popoli dell'Europa nord-orientale (i Germani). [1928-1929, Joseph M. Kulischer]


Nel corso dei secoli, con il passaggio dall'allevamento nomade a quello stazionario e con una sempre più ampia messa a coltura dei terreni, l'originaria proprietà collettiva, pur rimanendo preminente, subisce alcune restrizioni. [1892, Friedrich Engels]
In seguito a ciò lo spazio della comunità di marca risulta ripartito in due porzioni:
a) gli "orti", terreni situati attorno alle abitazioni e divenuti di proprietà esclusiva delle famiglie;

b) le "terre comuni", di proprietà della marca, distinte secondo il possesso (esclusivo o collettivo) in


- terre seminative, divise in lotti (hufe) e concessi in sorte agli abitanti della comunità per la coltivazione e il godimento dei raccolti da parte delle singole famiglie;
- terre boschive e prative, costituenti lo spazio dominante, formate da foreste, pascoli, campi incolti, corsi d'acqua, ecc. di uso comune.


La struttura economico-sociale nelle campagne

Le differenze nella natura proprietaria dello spazio terrestre, con il predominio della proprietà personale nella villa padronale e di quella collettiva nella comunità di villaggio, sembrano riconducibili soprattutto alla diversa destinazione d'uso del suolo: prevalere delle coltivazioni agricole (vite, cereali) nella penisola italica e nella Gallia rispetto al prevalere dell'allevamento (carne, latte, formaggio) nelle terre dei “Germani”.


Questo dualismo agricoltura-allevamento, più marcato al sud che non al nord, è, assieme alla primitività degli attrezzi e delle tecniche, causa non irrilevante delle basse rese agricole di un terreno scarsamente fertilizzato dai residui organici animali. Per cui la denutrizione è generalizzata tra le masse contadine e non si può certo affermare che alla decadenza delle città faccia da contrappeso uno sviluppo florido delle campagne.

La ruralizzazione che coinvolge anche lo spazio urbano, con la presenza al suo interno di orti, stalle, terreni abbandonati, acquitrini, rappresenta sì un predominio schiacciante dell'ambiente rurale su quello urbano che deriva però unicamente da motivi di conservazione vitale senza che si configuri come dominazione economico-politica delle campagne sulle città. [1950, Roger Grand e Raymond Delatouche]


È più esatto affermare che, durante alcuni secoli, le strutture e i rapporti di dominazione-subordinazione si trasferiscono, in prevalenza, nelle campagne svolgendosi tra proprietari terrieri (di cui fa parte anche il Vescovo residente nella civitas) e contadini dipendenti; il tutto nell'ambito di una economia domestica sostanzialmente autosufficiente in cui il livello primitivo degli attrezzi e delle tecniche impedisce la produzione costante di un sovrappiù.
Il dominio è perciò rivolto alla appropriazione d i beni di consumo prodotti attraverso prestazioni lavorative a cui è soggetto il ceto rurale dipendente (servi e coloni).

Questo schema di rapporti economico-sociali valido per la villa padronale si adatta ben presto anche alla comunità di marca dove il possesso dei lotti seminativi si trasforma in proprietà ereditaria e dove emergono sempre più squilibri nel dominio terriero a cui si legano livelli differenziati di potere sugli uomini

Si assiste così ad una omogeneizzazione culturale, politica ed economica che si compie attraverso la penetrazione della Chiesa cattolica tra le popolazioni germaniche, a cui fa seguito l'espansionismo dei Franchi sotto i Carolingi.
Si assiste quindi al diffondersi di una organizzazione della vita economica e sociale contrassegnata spazialmente dai criteri dell'economia curtense, diretta derivazione dalla villa padronale con alcuni caratteri (ad es. le terre di uso comune) propri della primitiva marca germanica.


L'economia curtense

Quando si parla di economia curtense o signorile ci si riferisce, dal punto di vista geografico, ad una vasta area del continente europeo che ha come epicentri la Gallia settentrionale e la Germania renana, che rappresentano, nel Medioevo, i poli centrali di gravitazione economica e politica.




La villa o curtis

I signori laici e i vescovi possedevano latifondi estesi anche decine di migliaia di ettari. Per amministrarli venivano divisi in unità di gestione dette VILLAE o CURTES.

Al centro della villa c’erano una serie di fabbricati che comprendevano :


  • la residenza del signore

  • gli alloggi dei servi, domestici, artigiani, della guardia personale del proprietario.

  • i magazzini che custodivano:

  1. le scorte alimentari, i manufatti( vesti, armi, utensili,…)

  2. le materie prime( tronchi, pietre, barre di ferro)

  • le stalle

  • una chiesa

Il nucleo abitativo era fortificato e, quando si verificavano incursioni, razzie, guerre, diventava il rifugio per i servi e i contadini liberi che vivevano in capanne di tronchi o di arbusti costruite sui territori da coltivare.
Grazie ai POLITTICI, sorta di inventari delle grandi proprietà specie dei monasteri, è possibile conoscere come era organizzata la curtis.

Queste strutture facevano perno su un’economia detta curtense, fondata sul rapporto di dipendenza tra il proprietario , signore o vescovo, e i lavoratori.

La terra di una curtis era divisa in due parti:


  1. il mansus indominicatus o TERRA DOMINICA, cioè terra su cui risiede il padrone; erano le terre amministrate dagli uomini di fiducia del signore e coltivate dai suoi servi; erano le terre più vicine al nucleo abitativo, le terre migliori , più fertili, più facili da lavorare;

  2. i MANSI , dati in uso alle famiglie contadine. Erano ulteriormente divisi in:

    • mansi liberi, coltivati da famiglie di individui liberi, che si erano posti sotto la protezione del signore;

    • mansi servili, coltivati da servi veri e propri, che ricevevano la terra dal signore per coltivarla.

Gli obblighi dei contadini
Sia i coltivatori dei mansi liberi sia quelli dei mansi servili periodicamente dovevano versare all’amministrazione della curtis beni in natura e talvolta in denaro.

Inoltre dovevano fornire le corvèes, prestazioni lavorative:



  1. I contadini dei mansi liberi dovevano lavorare per 2-3 settimane l’anno la terra del signore;

  2. i contadini dei mansi servili dovevano lavorare le terre del signore per 2-3 giorni alla settimana per tutto l’anno.

L’economia della curtis si fondava dunque sul lavoro gratuito dei contadini.

Anche il proprietario aveva dei doveri nei confronti sia dei liberi che dei servi:



  1. doveva proteggerli dalle violenze;

  2. assicurare loro la sopravvivenza in caso di carestia, siccità, razzia.

CAPITULARE “DE VILLIS”


Vogliamo che le nostre ville, che abbiamo istituito per il nostro profitto, siano sfruttate integralmente a nostro vantaggio e non all’altrui.
5. Quando i nostri giudici devono occuparsi dei lavori agresti sulle nostre terre: seminare, arare e raccogliere le messi, falciare il fieno o vendemmiare, ciascuno di loro in ogni località, al momento di eseguire questi lavori, provveda e regoli le cose in modo che tutto si svolga nel modo migliore.
7. Che ciascuno dei giudici adempia pienamente al suo compito, come gli è stato prescritto; e se fosse necessario lavorare di più, faccia calcolare se si debba aumentare il carico di lavoro o le giornate lavorative.

8. Che i nostri giudici curino le nostre vigne che sono di loro competenza e le coltivino bene; sistemino il vino in recipienti adatti in modo che non possa andare a male. Il resto del vino se lo procurino, acquistandolo, in quantità sufficiente all’approvvigionamento della tenuta signorile. Nel caso se ne sia acquistato in quantità superiore al fabbisogno dei nostri possedimenti, ci sia reso noto, onde possiamo far sapere quale sia la nostra volontà in proposito.


10. Che i nostri fattori, forestali, cavallanti, dispensieri, decani, esattori e gli altri inservienti arino ciascuno una quantità di terra determinata, consegnino dei maiali dai loro mansi e, per le prestazioni manuali, provvedano diligentemente ai loro compiti. E ogni fattore che abbia un beneficio, invii in sua vece un subalterno che adempia per lui alle prestazioni manuali e agli altri servizi.
15. Che i nostri puledri siano comunque consegnati a palazzo il giorno della festa invernale di san Martino.
18. Che presso i nostri mulini ci siano polli ed oche in proporzione all’importanza del mulino e quanto meglio potranno.

19. Nei nostri fienili delle più importanti ville ci siano non meno di cento polli e di trenta oche; nei mansi non ci siano meno di cinquanta polli e dodici oche.

20. Ogni giudice faccia sempre arrivare ogni anno alla corte prodotti in abbondanza.

21. Ogni giudice conservi i vivai nelle nostre corti là dove già c’erano e se possono essere ingranditi, li ingrandisca; là dove non c’erano e vi è la possibilità di costituirli, siano fatti ex novo.

22. Chi possiede vigne conservi non meno di tre o quattro corone di grappoli.

23. In ognuna delle nostre ville i giudici abbiano stalle per le mucche, i porci, le pecore, le capre e i montoni, quante più sarà possibile; e per nessuna ragione debbono esserne prive.


26. I fattori non devono avere sotto la loro tutela più terra di quanta possono percorrere e sorvegliare in un giorno.

27. Le nostre case siano sempre provviste di fuoco e di guardiani, in modo che non possano essere danneggiate. E quando i nostri inviati e le ambascerie vengono a palazzo o ne ripartono, per nessun motivo prendano alloggio nelle dimore signorili, se non vi sarà stato un ordine particolare nostro o della regina. I conti, come è loro dovere, e gli uomini che fin dall’antico ebbero per consuetudine questo compito, li ospitino come sempre, e per quel che riguarda i cavalli se ne curino secondo l’usanza e li provvedano di tutto il necessario, onde possano venire a palazzo o ritornarsene nelle loro terre senza difficoltà e decorosamente.

28. Vogliamo che ogni anno nel periodo di Quaresima, il giorno della domenica delle Palme, detta Osanna, procurino di consegnare secondo i nostri ordini, l’argento proveniente dalla nostra industria, dopo che saremo stati informati dell’entità della produzione dell’anno.
30. Vogliamo che i giudici, durante il loro servizio, facciano mettere da parte una certa quantità di ogni prodotto che deve servire a nostro uso; allo stesso modo facciano mettere da parte ciò che deve essere caricato sui convogli destinati alle spedizioni militari, ricavato sia dalle fattorie che dai pastori, e sappiano quanto mandano a questo scopo.

31. Allo stesso modo facciano riporre ogni anno ciò che devono dare ai prebendari e ai ginecei, e a tempo opportuno lo distribuiscano integralmente, e sappiano riferirci cosa ne fanno e donde l’hanno tratto.

32. Ogni intendente provveda a rifornirsi delle sementi migliori, acquistandole o in altro modo.

33. Effettuati i suddetti approvvigionamenti, e terminata la semina, tutto ciò che sarà restato di ogni prodotto sia conservato fino a nostro ordine, finché non sia messo in vendita o tenuto di riserva le nostre disposizioni.


39. Vogliamo che si incarichino di ricevere i polli e le uova che i servi e i possessori dei mansi consegnano ogni anno; e nel caso che non si usino, li facciano mettere in vendita.
43. Facciano consegnare ai nostri ginecei a tempo opportuno, come è stato stabilito, i materiali necessari, cioè il lino, la lana, l’isatide, la tintura rossa, la robbia, i pettini per la lana, il necessario per la cardatura, sapone, grasso, bacili, e tutte le altre piccole cose che sono necessarie nei ginecei.
55. Vogliamo che i nostri giudici facciano annotare in un inventario tutto ciò che hanno consegnato, messo da parte o impiegato a nostro uso, e in un altro quello che avranno speso; e ci informino con un inventario delle rimanenze.
65. Che i pesci dei nostri vivai siano venduti e sostituiti da altri, modo che ve ne siano sempre; tuttavia quando non veniamo nelle nostre ville, allora siano venduti e gli stessi giudici raccolgano il denaro a nostro profitto.

67. Se mancano dei tenutari per i mansi disponibili o se non sanno dove collocare gli schiavi acquistati di recente, ce ne diano avviso.


70. Vogliamo che nell’orto siano coltivate tutte le piante: […]

Capitolare sulle villae, KK 1.

POLITTICO DI SAINT-GERMAIN-DES-PRÉS

. [L’abbazia] possiede a Palaiseau un manso signorile con una casa e altre costruzioni agricole in numero sufficiente. [In questo manso] essa possiede sei colture di terra arabile per la superficie complessiva di 287 bunuaria dove possono essere seminati 1300 moggi di frumento, e 127 arpenti di vigna dove possono essere raccolti 800 moggi di vino. Ha cento arpenti di prato, dove possono essere raccolti 150 carri di fieno e una foresta la cui circonferenza totale é stimata in una lega, dove possono essere ingrassati 50 porci. Essa vi possiede tre mulini da grano, che procurano un censo di 154 moggi di grano, e una chiesa, costruita con ogni diligenza, da cui dipendono 17 bunuaria di terra arabile, cinque arpenti e mezzo di vigna e tre arpenti di prato. Inoltre essa vi possiede un manso ingenuile che comprende quattro bunuaria e due antsingas di terra arabile, un arpento e mezzo di vigna, tre arpenti di prato. vi risiedono sei ospiti che hanno ciascuno un manso di terra arabile e debbono in contraccambio una giornata lavorativa, un pollo e cinque uova alla settimana. Essa possiede un’altra chiesa a Gif, tenuta dal prete Warodo. Vi risiedono sette ospiti, […] i quali devono una giornata lavorativa alla settimana, se la chiesa dà loro il vitto, un pollo, cinque uova e quattro denari; inoltre esige in dono un cavallo.

2. Walafredo colono e fattore e sua moglie, colona, […] uomini di San Germano, hanno con sé due bambini. […] Egli tiene due mansi ingenuili, per sette bunuaria di terra arabile, sei arpenti di vigna, quattro arpenti di prato. Paga per ogni manso un bue all’anno; l’anno seguente un porco adulto; quattro denari per il diritto d’uso del bosco, due moggi di vino per il pascolo, una pecora con un agnello. Egli ara quattro pertiche per il grano invernale e due pertiche per il grano primaverile; fa corvées, trasporti, lavori manuali e taglio della legna per quanto gli si comanda; deve tre polli e quindici uova.

3. Airmondo colono, e sua moglie, colona, […] uomini di San Germano, hanno con sé cinque bambini. […] Egli tiene un manso ingenuile per dieci bunuaria di terra arabile, due arpenti di vigna, un arpento e mezzo di prato, paga come il precedente.

38. Ebrulfo, colono, e sua moglie, schiava, […] uomini di San Germano, hanno con sé quattro bambini; Ermenoldo, schiavo, e sua moglie, colona, uomini di San Germano, hanno con sé quattro bambini; Teutgarda, schiava di San Germano, ha con sé un bambino. […] Questi tre tengono un manso ingenuile per otto bunuaria e una antsingo di terra arabile, quattro arpenti di vigna, due arpenti oli prato. Nella vigna [signorile] coltivano otto arpenti; pagano per il pascolo due moggi di vino e due staia di senape nera.



Polittico dell’abbazia di Saint-Germain-des-Prés, cc. 1-3, 38 (circa 814).
Gli strumenti dell’espansione economica

europea

Perché l'Europa occidentale?

La collocazione geoeconomica

I prerequisiti culturali e istituzionali


I concorrenti nel Mediterraneo

I vantaggi dell'arretratezza

I ritmi dell'espansione

Le innovazioni e la produttività


Dalla sussistenza all'accumulazione



Le innovazioni nell'organizzazione della produzione
Le innovazioni nella tecnologia e nell'uso dell'energia
I redditi, gli investimenti, í consumi
Il rallentamento dell'espansione
La domanda, l'offerta, i prezzi
L’intervento pubblico nella fase critica

I nuovi patti agrari e la manifattura

L’impresa mercantile

Le società commerciali

I trasporti, le culture, i mezzi di comunicazione

Il capitale mercantile nella fase critica

I nuovi mercati e la nuova organizzazione aziendale

Le assicurazioni e la contabilità

La moneta e il credito

L'offerta di moneta

L'espansione del mercato del credito

L'azienda mercantile-bancaria

La deflazione e le crisi di liquidità

La riorganizzazione del sistema bancario

Le istituzioni e la finanza

Il ruolo propulsivo delle istituzioni L'efficienza delle istituzioni

La cultura istituzionale e la giustizia

Le politiche finanziarie e il debito pubblico



Le forme dell'espansione

La crescita demografica tra X e XIII secolo

L’espansione demografica

Il popolamento della città

I flussi migratori

L'espansione della produzione agricola

La conquista di nuove terre

I diboscamenti e le bonifiche in Italia

La mobilità delle popolazioni rurali

Il lavoro agricolo

L'incremento della produttività

L'espansione della produzione artigianale

Le basi istituzionali della produzione

Lavoro artigiano e organizzazione corporativa

ruolo politico delle arti

Le tecniche produttive e l'organizzazione del lavoro

L'espansione degli scambi

La ripresa dei commerci tra il X e l'XI secolo

Il XII secolo: una nuova carta degli scambi

Ampliamento dei percorsi e delle aree commerciali

I mercati e le fiere

La crisi economica e demografica del xiv secolo

La crisi agricola e le carestie
La peste nera e íl trend demografico

Le conseguenze della peste

La crisi degli insediamenti urbani e rurali

I conflitti economici e sociali

L'andamento della rendita fondiaria

Il potere d'acquisto del salario

Le rivolte nelle campagne

Gli scontri sociali nelle città

La ristrutturazione economica del xv secolo

Le istituzioni e la riorganizzazione produttiva

Le trasformazioni nell'economia agraria

Il potenziamento dei circuiti mercantili interni



La dilatazione oceanica del commercio europeo




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