Vitalone C. Estensore: Marmo M. Relatore: Marmo M



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Cass., Sez. 3, Sentenza n. 27742 del 06/05/2008 Ud.  (dep. 08/07/2008 ) Rv. 240695

Presidente: Vitalone C.  Estensore: Marmo M.  Relatore: Marmo M.  Imputato: Z.. P.M. D'Angelo G. (Conf.)

(Rigetta, App. Milano, 10 Aprile 2007)

In tema di reati sessuali, la sola età adolescenziale del minore abusato non costituisce "in re ipsa" circostanza tale da escluderne la capacità a deporre in assenza di patologie incidenti su tale capacità.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza pronunciata il 10 aprile 2007 la Corte di Appello di Milano, in parziale riforma della sentenza pronunciata il 26 novembre 2002 dal Tribunale di Varese che aveva dichiarato Z.G. responsabile: A) del delitto previsto e punito dall'art. 609 quater c.p., comma 1, n. 1 perché il __14 settembre 1997 in Lavano Mombello__ compiva atti sessuali con S.V., minore degli anni

quattordici, mentre la stessa dormiva, per fatto verificatosi in __Varese il 6 novembre 1997__; B) del delitto previsto e punito dall'art. 612 c.p., comma 2 e condannato, con la concessione, quanto al capo A), della circostanza attenuante di cui all'art. 609 quater c.p., comma 4, alla pena di anni tre e mesi cinque di reclusione, dichiarava non doversi procedere nei confronti di Z.G. in ordine al reato di cui al capo B) di imputazione ascrittogli, eliminando la relativa pena, e confermava la pena per il reato di cui al capo A) in anni tre e mesi tre di reclusione, oltre alle pene accessorie.

Ha proposto ricorso per Cassazione l'imputato chiedendo l'annullamento dell'impugnata sentenza per i motivi che saranno nel prosieguo analiticamente esaminati.
MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione di cui all'art. 606 c.p.p., lett. d) (mancata assunzione di una prova decisiva).

Deduce il ricorrente che la Corte di merito aveva omesso di assumere la prova ritualmente richiesta fin dal primo grado di giudizio ex art. 468 c.p.p., avente ad oggetto l'escussione di un tecnico che avrebbe dovuto riferire sulla circostanza della completa assenza di finestre e punti luce nella cameretta ove dormivano V. e D. la notte in cui si sarebbero verificati i fatti di cui al processo.

Risultava infatti dalla sentenza impugnata che la parte lesa S.V. aveva constatato che erano più o meno le quattro

del mattino quando si era verificato l'episodio di abuso sessuale, vedendo l'ora sul suo orologio, grazie alla luce che entrava dalle finestre, mentre i testi escussi dalla difesa avevano riferito che all'ora indicata da S.V. lo Z. si trovava a

__Malgresso__, paese situato a circa 15 km di distanza dall'abitazione ove si sarebbero svolti i fatti.

Di tale circostanza aveva dato atto la sentenza impugnata limitandosi a superare la discordanza assumendo apoditticamente che i testi avrebbero potuto essere incorsi anche in imprecisioni dovute all'ora notturna. Peraltro la precisissima indicazione oraria data dalla persona offesa era circostanza singolare e meritevole di un accertamento rigoroso apparendo già di per sè bizzarra la condotta di una persona che, in una situazione particolare come quella descritta da V., abbia avuto l'immediata reazione di guardare l'ora.

Il motivo è infondato.

Come ha precisato questa Corte (v. per tutte Cass. pen. sez. 3, sent. 23 maggio 2007, n. 35372, Panozzo) "alla rinnovazione dell'istruzione nel giudizio di appello, di cui all'art. 603 c.p.p., comma 1, può ricorrersi solo quando il giudice ritenga di non poter decidere allo stato degli atti, sussistendo tale impossibilità unicamente quando i dati probatori già acquisiti siano incerti, nonché quando l'incombente richiesto sia decisivo, nel senso che lo stesso possa eliminare le eventuali incertezze ovvero sia di per sè oggettivamente idoneo ad inficiare ogni altra risultanza". Nel caso in esame, in ordine all'orario in cui si era verificato l'episodio la Corte di merito ha rilevato che in base ai tabulati telefonici acquisiti agli atti, "quando l'imputato ha lasciato un messaggio sulla segreteria telefonica di S. dicendo che era ubriaco sotto casa erano le ore 3,55.57 e pertanto la fascia oraria coincide anche con l'ora indicata da V.".

Per quel che attiene alla questione secondo cui al buio non vi sarebbe stata la possibilità di leggere l'orologio, circostanza questa in ordine alla quale il ricorrente si duole della mancata consulenza tecnica, la Corte di merito ha motivato rilevando che normalmente gli orologi come quello che, secondo le sue dichiarazioni, era in possesso di S.V., sono dotati di autonoma illuminazione che consente di controllare l'orario anche durante la notte.

È comunque assorbente il rilievo che la Corte Territoriale ha adeguatamente motivato sul punto, rilevando che ove la ragazza avesse voluto rendere dichiarazioni calunniose non avrebbe avuto nessuna necessità o motivo di indicare un preciso orario e pertanto l'indicazione appariva un elemento neutro rispetto all'accertamento della sussistenza del reato.

Considerato quindi che, alla luce della motivazione della Corte di merito, l'accertamento tecnico richiesto dal ricorrente risulta ininfluente ai fini del decidere, va respinto il primo motivo di ricorso.

Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione di cui all'art. 606 c.p.p., lett. d), (mancata assunzione di una prova decisiva).

Deduce il ricorrente che l'età adolescenziale della parte lesa avrebbe dovuto indurre il giudice di merito ad accogliere la richiesta di introduzione di una consulenza psico-pedagogica su V., anch'essa tempestivamente richiesta, intesa a valutare, in modo sereno ma scientifico, la capacità della minore di operare una demarcazione netta tra sogno e realtà.

In proposito la particolarità del racconto della S., il riferimento quasi maniacale ad una precisissima indicazione oraria e lo stesso comportamento post factum della parte lesa che aveva continuato a frequentare la casa della Z., anche in presenza dello stesso, erano emergenze processuali che avrebbero dovuto indurre il collegio ad ammettere, fin dal primo grado di giudizio il mezzo di prova richiesto.

Anche il secondo motivo è infondato.

La Corte di merito, in ordine alla capacità della minore di rendere testimonianza, ha infatti rilevato che la stessa, essendo una bambina già di dodici anni aveva un' età che le consentiva di essere pienamente in grado di distinguere la realtà e di comprendere il significato degli accadimenti.

Nè può ritenersi che l'età adolescenziale della minore sia in re ipsa circostanza che renda la stessa incapace a deporre, in assenza di patologie, del resto neppure ipotizzate dal ricorrente. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione di cui all'art. 606 c.p.p., lett. e (mancanza o manifesta illogicità della motivazione).

Deduce il ricorrente che la sentenza impugnata si limitava ad affermare in modo apodittico l'attendibilità della persona offesa. La sentenza impugnata, di fronte alle incompatibilità della deposizione della parte offesa rispetto a quella dei testi che avevano fornito un alibi all'imputato, aveva infatti affermato che questi ultimi potrebbero essersi sbagliati e non aveva dato il giusto rilievo al comportamento della parte offesa successivo ai fatti. La motivazione della sentenza era inoltre contraddittoria in quanto, da un lato, riportava la deposizione della parte lesa che aveva affermato di aver visto l'ora sul suo orologio grazie alla luce che entrava dalle finestre e, dall'altro, aveva rilevato che poteva trattarsi di un orologio dotato di autonoma illuminazione. Anche il terzo motivo è infondato.

In primo luogo il Collegio rileva che come ha precisato questa Corte (v. per tutte Cass. pen. sez. 3, sent. 20 giugno 2007, n. 35397, Tranchida ed altro) "in tema di dichiarazioni rese dal teste minore vittima di abusi sessuali, mentre al fine di valutare l'attitudine a testimoniare, ovvero la capacità di recepire le informazioni, di raccordarle con altre, di ricordarle e di esprimerle in una visione complessa, può farsi ricorso ad indagine tecnica che fornisca al giudice i dati inerenti al grado di maturità psichica dello stesso, nessun accertamento tecnico è consentito quando si tratti di valutare l'attendibilità della prova; tale operazione rientra, infatti nei compiti esclusivi del giudice che deve esaminare il modo in cui il minore abbia vissuto e rielaborato la vicenda, in maniera da selezionare sincerità, travisamento dei fatti e menzogna". Nel caso in esame, anche in ordine all'attendibilità della minore la Corte di merito ha adeguatamente motivato, rilevando che la minore aveva raccontato i fatti nell'immediatezza degli stessi alla sorella S., che sentita come teste, aveva riferito tale circostanza in giudizio, e la sera successiva alla madre G. che aveva poi provveduto a presentare la denuncia ai carabinieri. V. era stata inoltre sentita nell'immediatezza dei fatti dal maresciallo P. ed aveva confermato pedissequamente quanto già raccontato alle sue congiunte.

La Corte di merito ha inoltre rilevato che il racconto della minore era preciso e circostanziato: la stessa aveva ricostruito in maniera analitica gli accadimenti della sera precedente, ricordava il motivo per cui si era spostata nella camera della nipote D., dovendo arrivare, nel corso della notte, lo Z. che aveva una relazione con la sorella S.; il motivo per cui si era svegliata nel cuore della notte e le modalità dell'atto sessuale posto in essere dall'imputato.

La Corte di merito ha inoltre rilevato che la descrizione data da V. era del tutto adeguata e coerente in rapporto alla

tipologia dell'atto sessuale considerato e non erano emersi dagli atti elementi per ritenere che la bambina, considerata l'età della stessa, potesse già conoscere situazioni del genere avendole vissute o avendovi assistito, così come non era assolutamente verosimile che potesse aver immaginato o sognato una scena del genere, senza averla realmente vissuta.

Considerato che la Corte di merito ha adeguatamente esaminato il modo con cui la minore ha vissuto e narrato la vicenda, al fine di individuarne la sincerità ed adeguatamente motivato in ordine a tale valutazione, va respinto anche il terzo motivo di ricorso. Con il quarto motivo il ricorrente lamenta la violazione di cui all'art. 606 c.p.p., lett. e) (travisamento del fatto). Deduce il ricorrente che era stato evidenziato nell'atto di appello che la teste G., madre della minore V., aveva

mentito in ordine alla circostanza delle reiterate visite post factum di V. anche in presenza della madre a casa dell'imputato. Tale circostanza di fatto, introdotta nel giudizio dal maresciallo P., era stata sostanzialmente ignorata dalla Corte di Appello che, viceversa, aveva ritenuto la deposizione della G. un valido riscontro a supporto della deposizione resa dalla minore. In particolare non aveva considerato che doveva essere considerato incompatibile con la prospettazione accusatoria il fatto che la persona offesa si fosse recata in più occasioni a casa dell'imputato e in presenza dello stesso, addirittura accompagnata dalla propria madre.

Inoltre la deposizione della G. non era stata sottoposta ad alcun vaglio critico, così come la deposizione della stessa minore S.S..

Anche il quarto motivo di ricorso è infondato.

La Corte di merito, in ordine alla prospettazione della difesa circa una volontà calunniatoria ispirata dalla madre della minore che aveva motivi di risentimento nei confronti dello Z. ha infatti rilevato che la tesi appariva prima facie, del tutto infondata in quanto anzitutto i fatti erano già stati raccontati da V. la mattina successiva agli stessi alla sorella S.S.

mentre quest'ultima la riaccompagnava a casa e quindi prima ancora che la bambina avesse visto la madre.

La Corte di merito ha anche rilevato, con logica ed esaustiva motivazione,che non era sostenibile una tale callidità da parte della G. e della piccola V. ed era inverosimile che

le stesse avessero potuto prevedere ed organizzare la permanenza dello Z. nella abitazione in cui si trovava la minore:

avrebbero infatti dovuto prevedere che questi sarebbe arrivato nel cuore della notte, concordare tutti i particolari della scena da riferire prima alla sorella S. e poi alla polizia giudiziaria e V. avrebbe dovuto essere così preparata da riuscire a riportare particolari per lei sicuramente scabrosi e inconsueti, senza contraddirsi nelle varie sedi in cui sarebbe stata sentita. La Corte di merito ha poi rilevato che sarebbe del tutto contraddittorio con la volontà di calunniare lo Z. ed ottenerne la condanna in giudizio l'avere, sia V. che la madre G. frequentato la casa di questi dopo i fatti ed ha ritenuto che il racconto di V., per la sua precisione e coerenza, era attendibile intrinsecamente, anche in relazione all'assoluta mancanza di astio o risentimento dimostrato dalla minore nei confronti dell'imputato.

Per quel che attiene alla congruenza del comportamento della minore che dopo l'episodio, aveva continuato a frequentare l'abitazione in cui si recava anche l'imputato, la Corte di merito ha rilevato che V. era affezionata alla sorella S. che aveva un legame sentimentale con lo Z. e comunque era rassicurata dalla presenza della sorella.

Alla luce dell'adeguata motivazione della Corte Territoriale trova applicazione il principio affermato da questa Corte (sent. 31 maggio 2000, n. 12, Jakani) secondo cui "in tema di controllo sulla motivazione alla Corte di Cassazione è normativamente preclusa la possibilità non solo di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi ma anche di saggiare la tenuta logica della pronuncia portata alla sua cognizione mediante il raffronto tra l'apparato argomentativi che la sorregge ed eventuali altri modelli di ragionamento mutuati dall'esterno; ed invero, avendo il legislatore attribuito rilievo esclusivamente al testo del provvedimento impugnato che si presenta quale elaborato dell'intelletto costituente un sistema logico in sè compiuto ed autonomo, il sindacato di legittimità è limitato alla verifica della coerenza strutturale della sentenza in sè e per sè considerata, necessariamente condotta alla stregua degli stessi parametri valutativi da cui essa è geneticamente informata, ancorché questi siano ipoteticamente sostituibili da altri". Va quindi respinto anche il quarto motivo di ricorso. Con il quinto motivo il ricorrente lamenta la mancanza di motivazione di cui all'art. 606 c.p.p., lett. e) con riferimento alla mancata applicazione del caso di minore gravità di cui all'art. 609 bis c.p., comma 3.

Deduce il ricorrente che nell'iter motivazionale era stato pretermesso ogni riferimento alla brevissima durata dell'episodio e alle reiterate visite della bambina, anche in compagnia della madre, dopo il fatto per cui è processo.

Anche il quinto motivo è infondato.

All'imputato è stata infatti riconosciuta, fin dal primo grado di giudizio, l'attenuante della minore gravità del fatto di cui all'art. 609 quater c.p. e la Corte di merito ha adeguatamente motivato in ordine all'entità della pena in concreto irrogata con riferimento al contatto prolungato con le parti intime della minore e alla situazione in cui il fatto si era verificato, in cui la minore, essendo a letto a dormire, non aveva potuto attuare un'immediata difesa.

Va quindi respinto anche il quinto motivo di ricorso. Consegue al rigetto del ricorso la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.



Così deciso in Roma, il 6 maggio 2008.

Depositato in Cancelleria il 8 luglio 2008

Cass., Sez. 3, Sentenza n. 38211 del 07/07/2011 Ud.  (dep. 24/10/2011 ) Rv. 251381

Presidente: Ferrua G.  Estensore: Petti C.  Relatore: Petti C.  Imputato: C.. P.M. Fodaroni MG. (Diff.)

(Rigetta, App. Venezia, 17 maggio 2010)

In tema di reati sessuali nei confronti di minori, il mancato espletamento della perizia in ordine alla capacità a testimoniare non rende per ciò stesso inattendibile la testimonianza della persona offesa, giacché un tale accertamento, seppure utile laddove si tratti di minori di età assai ridotta, non è tuttavia un presupposto indispensabile per la valutazione dell'attendibilità, ove non emergano elementi patologici che possano far dubitare della predetta capacità.

IN FATTO


La Corte d'appello di Venezia, con sentenza del 17 maggio del 2010, confermava quella pronunciata dal tribunale di Verona, con cui C.A. era stato condannato alla pena ritenuta di giustizia, oltre al risarcimento del danno nei confronti delle costituite parti civili, quale responsabile, in concorso di circostanze attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle aggravanti, dei seguenti reati:

A), del delitto di cui all'art. 61 c.p., n. 11, art. 609 bis c.p., art. 609 ter c.p., comma 2 perché, nella qualità di maestro di disegno presso la scuola materna "(omesso) ", quindi mediante abuso di autorità, al termine della lezione tenuta il (omesso) , approfittando della circostanza di essere rimasto da solo nell'aula con l'alunna D.A.M. , nata il (omesso) , compiva su

di lei atti sessuali toccandole con le mani le parti intime, dopo averle abbassato le mutandine, con il pretesto di sistemarle la maglietta nei pantaloni.

Fatto commesso in (omesso) .

B.) dei delitti di cui all'art. 527 c.p., art. 609 bis c.p., art. 609 ter c.p., comma 2 perché, nella qualità di maestro di disegno presso la scuola materna "(omesso) ", quindi mediante abuso di autorità, durante la lezione tenutasi il (omesso) , dopo avere attirato la minore L..B. , nata il (omesso) , nel bagno della scuola, quindi in luogo pubblico, la esortava a coprirsi gli occhi "per pensare ad un colore", e si masturbava alla presenza della minore; dopo usciva con la stessa dal bagno e le chiedeva a quale colore avesse pensato; la minore indicava il colore azzurro, indi con il pretesto di farle vedere se all'interno di un armadio vi fosse il colore indicato, compiva su di lei atti sessuali consistiti nel sollevarla infilandole la mano tra le gambe e toccandole le parti intime. Fatto commesso in (omesso) .

C.) del delitto di cui all'art. 600 quater c.p., commi 1 e 2 per essersi consapevolmente procurato e detenuto immagini pedopornografiche nonché per avere prodotto a fini personali, utilizzando minori degli anni diciotto, materiale pornografico: nello specifico fotografando con una macchina fotografica in data imprecisata una minore nell'atto di praticare un rapporto orale. Fatto accertato in (omesso) .

I fatti erano emersi casualmente a seguito di confidenze fatte dai minori ai propri genitori.

In particolare, per quanto concerne l'abuso sessuale di cui al capo A), la mattina del (omesso) , la minore D.A.L. , che

all'epoca frequentava la scuola materna "(omesso) , prima di andare a scuola, aveva confidato al padre di non divertirsi più con il maestro C.A. .

Invitata dal genitore ad indicare la ragione, aveva affermato:

"perché mi fa come Gi. " alludendo al fatto che durante qualche gioco un bambino dell'asilo le aveva toccato le parti intime. A seguito di ulteriori domande aveva aggiunto che il maestro le aveva messo le mani nelle parti intime per sistemarle le mutandine. Recatisi subito a scuola, i genitori della minore riferivano il fatto alla maestra P.G. , di fronte alla quale la bambina

ribadì quanto già confidato al padre.

Dopo il colloquio con la maestra, i genitori informarono la direzione della scuola e sporsero denuncia presso la Stazione dei CC di Verona. Per quanto riguarda il secondo episodio di abuso sessuale (capo B), era emerso che il XXXXXXX G.S. , madre di B.L.

, che all'epoca frequentava la scuola materna "(omesso) , era andata nel pomeriggio a prendere la bambina all'uscita dalla scuola.

Dopo essere tornati a casa, la minore le aveva rivolto la domanda:

"mamma, perché il maestro C. si dondolava il pisello?", ripetendo - a richiesta della madre - quanto aveva appena detto e mimando nel contempo con la mano il gesto della masturbazione. La bambina raccontò quindi alla madre che, durante l'ora d'arte, il maestro C. spostando un armadietto si era recato nel bagno della prima sezione (quella (omesso) ), dove l'aveva chiamata dicendole di coprirsi gli occhi e pensare a un colore: la minore aveva obbedito ma, essendo curiosa, aveva lasciato una fessura tra le dita per poter spiare e così aveva visto l'imputato con la cerniera dei pantaloni abbassata che faceva "dondolare il pisello"; quindi per paura aveva richiuso gli occhi finché il maestro le aveva detto di riaprirli chiedendole il colore a cui aveva pensato (l'azzurro). Poi erano usciti dal bagno all'esterno del quale si trovava un armadio grande contenente i colori dove il C. l'aveva sollevata mettendole una mano tra le gambe e invitandola a prendere il colore da lei scelto, rientrando infine nell'aula insieme con la bambina. La sera stessa la G. riferì l'episodio al marito, il quale il giorno dopo si recò a scuola e raccontò il fatto alla dirigente. Quindi nel pomeriggio i genitori erano stati convocati dalla direttrice A.R..T. e, alla presenza anche di alcune

maestre, avevano ripetuto il racconto della bambina. Il Be. confermò quanto appreso dalla moglie e precisò di non aver rivolto a sua volta domande alla bambina per evitare di rafforzare il ricordo di quello che le era successo.

A seguito di perquisizione disposta dal PM, eseguita in data 11.4.07 sia presso l'Istituto scolastico (omesso) ,

dove il C. prestava servizio in qualità di assistente di laboratorio, che presso l'abitazione dell'imputato, la PG rinveniva e sequestrava, sulla persona del prevenuto, una chiavetta USB marca My Flash, nonché, all'interno dell'abitazione, due personal computers. Dall'esame del materiale informatico sequestrato emerse la presenza di numerose immagini pedopornografiche.

Le minori hanno successivamente ribadito quanto riferito ai genitori davanti al giudice in sede di incidente probatorio.

La minore B. , sottoposta ad esame psicologico era stata ritenuta capace di testimoniare. Analoga consulenza non era stata disposta sulla persona dell'altra minore.

I giudici del merito hanno affermato la responsabilità del prevenuto in ordine ai reati prima indicati, sulla base delle testimonianze delle persone offese, delle dichiarazioni de relato rese dalle persone che avevano ricevuto le loro confidenze, nonché sul rinvenimento di materiale pedopornografico nei computer posseduti dall'imputato.

Ricorre per cassazione l'imputato per mezzo del proprio difensore sulla base di due motivi.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Con il primo motivo di gravame il ricorrente deduce mancanza ed illogicità della motivazione, sia con riferimento alla ritenuta attendibilità delle minori, sia con riguardo al rigetto di una perizia valutativa della capacità di testimoniare. Sostiene che le minori sono state sentite dal giudice senza l'assistenza di uno psicologo e senza la preventiva valutazione dell'attitudine a testimoniare.

Solo sulla persona della minore B. è stata disposta, dopo l'interrogatorio, una consulenza psicologica. Inoltre nell'esame delle minore non sono state applicate le regole suggerite dalla scienza e dalla stessa giurisprudenza di questa Corte. Di conseguenza sull'attendibilità delle parti lese non esiste alcuna certezza. Con il secondo motivo si deduce contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in ordine alla prova testimoniale delle maestre Z. , P. e M. nonché manifesta illogicità

sul risultato raggiunto.

Sostiene che i giudici del merito, pur ritenendo attendibili le testimonianze delle maestre Z. e P. , non avevano

tuttavia valutato ampi tratti della deposizione delle predette che sgretolavano la veridicità del narrato delle minori. Costoro, invitate a controllare il C. , perché non era un docente titolato, non avevano notato alcuna anormalità.

Le censure sono infondate.

Con riferimento al primo motivo si osserva anzitutto che sulla persona della minore B. la perizia psicologica sull'attitudine a testimoniare è stata espletata a nulla rilevando che sia stata disposta dopo l'incidente probatorio.

Per quanto concerne l'altra minore, il mancato espletamento della perizia psicologica non rende automaticamente inattendibile la testimonianza, in quanto l'accertamento peritale, pur essendo utile quando si tratta di minori degli anni dieci, non costituisce tuttavia un presupposto indispensabile per la valutazione dell'attendibilità della vittima quando non emergono elementi patologici che possano far dubitare della capacità di testimoniare del minore. Per quanto concerne la mancata assistenza di uno psicologo all'esame della minore da parte del giudice, si rileva anzitutto che all'esame delle due minori, hanno assistito le rispettive madri per tranquillizzarle.

Va poi ribadito l'orientamento di questa Corte in forza del quale l'esame testimoniale del minore, vittima di abusi sessuali, non richiede obbligatoriamente l'assistenza di un familiare o di un esperto di psicologia infantile, non essendo questa imposta ne' dalla legge penale ne' da quella processuale, trattandosi di assistenza prevista dall'art. 498 c.p.p., comma 4 come facoltativa (cfr. Cass. sez. 3^ n. 42477 del 2010; Cass. n. 22066 del 2003 rv. 225325; n. 41676 del 2005, rv 232517).

Con riferimento all'eventuale inosservanza della cosiddetta Carta di Noto si osserva che, come già statuito da questa Corte (Cass. Sez. 3^ n. 20568 del 2008), i principi posti, in tema di esame testimoniale dei minorenni parti offese nei reati di natura sessuale, dalla cosiddetta "Carta di Noto", lungi dall'avere valore normativo, si risolvono in meri suggerimenti diretti a garantire l'attendibilità delle dichiarazioni del minore e la protezione psicologica dello stesso, come illustrato nelle premesse della Carta medesima.

Nella fattispecie l'attendibilità del racconto delle due minori emerge in maniera inequivocabile, non solo dalle modalità dello svelamento dei fatti, ma anche dalla circostanza che le due testimonianze delle minori si riscontrano vicendevolmente trattandosi di fatti commessi con identiche modalità da parte dello stesso soggetto in epoche diverse, in due scuole diverse ed in danno di due alunne minori che non si conoscevano tra di loro.

Il secondo motivo è inammissibile perché sotto l'apparente deduzione di un vizio di legittimità si risolve in censure in fatto sull'apprezzamento delle prove.

Premesso che le motivazioni delle sentenze di primo e secondo grado, essendo conformi, si integrano a vicenda, va ricordato che la Corte di Cassazione, anche a seguito della modifica introdotta con la novella del 2006, nel controllare la logicità della motivazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga la migliore ricostruzione dei fatti ne' deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se tale giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento (cfr. per tutte Cass. sez. 4^, 9.2.2006, Vescio). Essa deve annullare soltanto quando le regole di esperienza poste dal giudice del merito a fondamento della decisione impugnata risultino universalmente e sicuramente rifiutate o manifestamente inaccettabili o palesemente contraddette da conoscenze tecniche o scientifiche. Non può quindi annullare la decisione sotto il profilo dell'illogicità per la possibile ed astratta sussistenza di una ricostruzione alternativa della vicenda.

Il travisamento della prova sussiste quando il giudice del merito abbia fondato il proprio convincimento su una prova inesistente ovvero su un risultato probatorio incontestabilmente diverso da quello reale.

Non bisogna confondere il travisamento della prova, che è censurabile in sede di legittimità, con l'erroneo apprezzamento delle risultanze processuali che continua a non essere deducibile. In proposito si è sottolineato che è censurabile in sede di legittimità solo l'errore revocatorio sul significante, in quanto il rapporto di contraddizione esterno al testo della sentenza impugnata, introdotto con la novella del 2006, non può essere inteso in senso stretto, quale rapporto di negazione sulle premesse, essendo ad esso estraneo ogni discorso confutativo sul significato della prova, considerato che nessun elemento di prova, per quanto significativo, può essere valutato per brani al di fuori del contesto nel quale è inserito (cfr. Cass. sez. 5^, 11 gennaio 2007, Ienco; Cass. sez. 3^, 7 ottobre 2009, rv 245611).

Per quanto concerne la prova dichiarativa si è rilevato che essa per la sua natura è scandita da significati non univoci perché costituisce il frutto di una rappresentazione soggettiva del dichiarante.

Di conseguenza essa può integrare gli "altri atti del processo" cui può estendersi lo scrutinio di legittimità sulla completezza e logicità della decisione soltanto nel caso limite in cui l'oggetto della deposizione sia del tutto definito o attenga alla proposizione di un dato storico semplice e non opinabile (cfr. Cass. sez. 4^, 12 febbraio del 2008, Trivisonno, rev 239533).

Nella fattispecie i giudici del merito hanno accertato che il racconto delle minori non era stato contraddetto dalle testimonianze indicate dal difensore essendo emersa la concreta possibilità da parte dell'imputato di appartarsi con le alunne, sia pure per pochi minuti, comunque sufficienti a porre in essere le condotte abusanti secondo le modalità descritte dalle persone offese, senza farsi notare dalle colleghe.

P.Q.M.

La Corte, letto l'art. 616 c.p.p. rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché alla rifusione di quelle sostenute dalla parte civile che liquida in complessivi Euro 1800,00 oltre accessori come per legge. Così deciso in Roma, il 7 luglio del 2011.



Depositato in Cancelleria il 24 ottobre 2011

Cass., Sez. 3, 


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